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Lunedì, 20 Febbraio 2017

Mentre imperversa sulle nostre teste la crisi economica e quella politica del nostro Paese, chissà se abbiamo tempo e voglia di ricordare la grande tragedia che hanno subito migliaia di italiani tra il 1943 e il 1945 nelle terre giuliane, istriane e dalmate. Dopo l'istituzione nel 2004 della “Giornata del Ricordo”, dovremmo essere tutti al corrente del massacro di italiani che è stato compiuto dalle forze partigiane comuniste guidate dal maresciallo Josip Broz Tito (i titini).

Il mio contributo al ricordo delle vittime delle foibe è la presentazione di un libro che ho trovato recentemente nei miei consueti raid presso il solito outlet librario milanese. Il saggio è scritto da Giuseppina Mellace,“Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe”, Newton Compton (2015), riproposto dalla Biblioteca Storica de Il Giornale.

L'autrice, avvalendosi di diversi studi, soprattutto quelli di Raul Pupo, di Roberto Spazzali, ma anche di testimonianze scritte di intellettuali triestini, ha realizzato un buon testo documentato che ci offre una sintesi sui fatti che coinvolsero le popolazioni italiane dei confini orientali.

Le foibe rappresentano una storia dimenticata, negata, volutamente rimossa per decenni. La scrittrice romana è andata alla ricerca delle cause del fenomeno foibe, rivolgendo l'attenzione in particolare alla condizione delle donne, “da sempre testimoni silenziose e vittime mute della violenza della guerra”. Infatti alla fine del libro, nelle appendici, la Mellace, con un lavoro certosino, di ricerca, di confronto paziente di elenchi, dedica molte pagine a loro:“le donne infoibate, deportate, scomparse o condannate dai tribunali speciali”.

Un elenco dettagliato di nomi in ordine alfabetico, vittime degli slavi, vittime dei nazifascisti. Seguono poi una serie di documenti o stralci che illustrano meglio gli avvenimenti esposti nel libro.

“Le prime a sparire, proprio come accadeva per gli uomini, furono le donne legate alle istituzioni: non a caso le insegnanti furono particolarmente perseguitate e i loro cadaveri offesi e martoriati. Infatti era prassi ucciderle e poi impiccarle a un albero, talvolta per i capelli”.

Purtroppo capita spesso che siano proprio le donne a pagare un caro prezzo in tutte le guerre. Loro oltre a perdere la vita, spesso vengono irrimediabilmente ferite e violate nella loro intimità, così è capitato alla povera Norma Cossetto, o alle tre sorelle Radecchi. Albina, Caterina e Fosca.

Per affrontare il tema degli infoibamenti e delle deportazioni, la Mellace, tratteggia, a grandi linee, la fase storica in cui tale fenomeno è avvenuto. Siamo nella II guerra mondiale, con la lotta degli Alleati e la Russia contrapposti al nazifascismo, poi alla fine del conflitto, inizia un'altra battaglia, quella della “guerra fredda”. In questo contesto c'è il Partito comunista italiano di Togliatti che appoggia la linea politica del maresciallo Tito. Inoltre accenna alla questione economica, a quella immobiliare, e poi all'espansione slava della zona, che ha influito sull'esodo degli italiani, oltre 350 mila italiani fuggirono dall'Istria, dalla Dalmazia e il Friuli Venezia Giulia.

Interessante il capitolo che affronta l'esodo, un dramma dove intere comunità strappate alla proprie radici, per la Mellace, non fu “una migrazione, bensì una frattura, un punto di non ritorno, scelta politica e fu, per molte zone, plebiscitario, sebbene manchi, ancora oggi, una storia complessiva di tale fenomeno”. I numeri degli italiani che abbandonarono le terre dalmate giuliane e d'Istria sono impressionanti, a Fiume su 60.000 abitanti, 54.000 scappano. Pola su 34.000 abitanti, abbandonano in 32.000. Zara su 21.000, lasciano 20.000. Capodistria su 15.000 abitanti lasciano, 14.000 e via di questo passo per gli altri centri.

La Mellace, avendo ripreso lo studio di Pupo, racconta come il fascismo cercò in tutti i modi di “fascistizzare” quei territori, attraverso le scuole. In queste zone, il fascismo cercò di plasmare la società secondo il proprio modello culturale, introducendo tutte quelle opere che aveva fatto nel resto d'Italia. S'interessò soprattutto dell'istruzione dei giovani, con la riforma Gentile contribuì all'italianizzazione e quindi all'eliminazione delle lingue salve dalla scuola. Nel terzo capitolo, la Mellace, accenna anche ai campi di internamento e di concentramento italiani. In questo frangente mentre infuriava la guerriglia partigiana e quindi le varie rappresaglie, in Slovenia, si distinsero due generali italiani, Mario Roatta e Mario Robotti, quest'ultimo ordinava sempre più rigore e più fucilazioni. Ci furono deportazioni, anche qui è impossibile quantificare l'esatta cifra, il numero oscillerebbe tra i 25.000 e i 100.000 mila, tutto questo per stroncare la guerriglia partigiana. Poi arrivò la pesante invasione tedesca, con l'armistizio dell'8 settembre 1943, e così la popolazione italiana, si trovò presa tra due fuochi, da una parte i tedeschi, dall'altra il Movimento di liberazione del partito comunista jugoslavo.

Il maresciallo Tito richiedeva ai suoi uomini un'incrollabile fede comunista, che doveva essere comprovata, in territori come l'Istria e la Dalmazia che già si sentivano jugoslavi prima del crollo dell'Italia fascista, prefigurando una bolscevizzazione della zona. Pertanto chi non dimostrava una fede comunista sarebbe stato passato per le armi nel più totale silenzio.“La propaganda – scrive Mellace - fomentava il forte spirito nazionalista slavo che il fascismo aveva tentato di annientare. I partigiani, conquistato un territorio, ponevano come condizione alla classe dirigente locale, per la maggior parte dei casi italiana, la totale collaborazione, abbracciando la causa slava, oppure la sparizione o l'eliminazione fisica come 'nemici del popolo': una categoria che, non avendo una caratterizzazione definita, era applicabile a chiunque, e creava un diffuso senso di paura e di incertezza per il domani”.

Nel libro la Mellace parla di tre stagioni di violenze in una catena di furore popolare e di resa dei conti, sempre all'interno degli anni della seconda guerra mondiale. La prima all'indomani dell'8 settembre '43, le vittime oscilleranno tra le 500 e le 700, tutti concentrati sull'Istria,“caratterizzate da una ferocia disumana in special modo sulle donne, quasi a voler colpire gli uomini, gli italiani e quindi i fascisti, nei loro affetti più cari”. La seconda stagione, va dal 1 maggio 1945, con l'arrivo delle truppe di Tito a Trieste e l'ultima dopo la fine del conflitto mondiale.

Il 19 capitolo è dedicato ai “luoghi dell'orrore”, si comincia con la foiba di Basovizza e poi via via con tutte le altre. "Le foibe - scrive l'autrice - fornivano l'opportunità di uccidere in maniera celere senza grande dispendio di denaro per le munizioni", diventando in pratica delle "fosse comuni".

“La maggior parte delle vittime tra gli italiani apparteneva alla borghesia, gli oppositori più ferrei del partito comunista”.

In questi grandi “inghiottitoi naturali, propri dei terreni carsici, poco visibili poiché spesso la vegetazione copre le stesse voragini”, venivano scaraventati uomini e donne spesso legati l'uni agli altri da un fil di ferro. Nella maggior parte dei casi, bastava sparare al primo della fila che, cadendo, avrebbe trascinato con sé il resto dei prigionieri con lui legati. Per certi versi, scrive la Mellace: “ la celerità della sepoltura ne sviliva tutta la ritualità a essa legata, compresa l'elaborazione del lutto, e cancellava il diritto alla memoria del defunto”. Poi con la “spoliazione, prima dell'esecuzione, aggiungeva un ulteriore oltraggio alla vittima”. Questi morti non rappresentano un conflitto di razze, ma piuttosto ideologico, che si stava disputando per il controllo del territorio. Per la Mellace,“l'obiettivo non era eliminare i fascisti ma la classe dirigente italiana, in modo di creare il vuoto di potere che gli slavi si apprestavano a colmare”. E' interessante a questo proposito, l'intervista al professore Guido Rumici, che considera gli eccidi delle foibe sicuramente diversi dagli altri, ma non propende per una “pulizia etnica”. Infatti secondo lui in questa tragedia, ci sono anche “fattori nazionali, politici ed ideologici che si mescolano tra loro in un intreccio molto complesso che andrebbe visto in una prospettiva più ampia [...]”.

Quante furono le vittime?”. La Mellace non sa rispondere a questa domanda, per la verità, nessuno degli storici ancora ha risposto. In realtà, non sapremo mai con precisione quante furono le vittime delle foibe. Nessuno ha potuto quantificarle. I motivi sono tanti, innanzitutto perchè hanno distrutto i catasti, la documentazione, in pratica i titini hanno fatto tabula rasa per ricostruire un futuro diverso. Si creò una snazionalizzazione al contrario di quello che aveva tentato di fare il fascismo.  Molti archivi sono andati distrutti durante e nell'immediato dopoguerra. Inoltre le fonti slave sono state disponibili da poco tempo, dopo la fine della federazione jugoslava. Comunque sia il numero delle vittime oscilla tra un minimo di 5.000 e un massimo di 16.000.

Tuttavia si può scrivere, che“anche se rilevante, il numero degli infoibati è certamente inferiore a quello delle numerose stragi e sistematici stermini che si sono avuti nel corso della seconda guerra mondiale, ma la loro morte rimane pur sempre un crimine esecrabile e particolarmente sentito dai giuliani ancor oggi”.

 

Nei precedenti interventi su San Leonardo Murialdo ho raccontato, avvalendomi dei contributi di don Pier Giuseppe Accornero e Massimo Introvigne, la straordinaria opera evangelizzatrice e sociale di questo eccezionale santo vissuto nell'Ottocento della Torino Sabauda. Ma come ho già avuto modo di scrivere non c'è stato solo Murialdo, ma tanti altri, alcuni canonizzati dalla Chiesa, altri no. In uno studio accurato, un sacerdote, ne conta almeno 90 tra santi, beati, venerabili e servi di Dio. Ma l'elenco addirittura si può allargare a quasi 200 “santi” di uomini e donne, di rilievo per la loro pietà e per il loro apostolato sociale. Per lo più laici e laiche, appartenenti a tutti gli strati sociali.

 

In questo intervento voglio focalizzare la mia attenzione sul sano realismo cristiano di questi santi che si sono impegnati con abnegazione per risolvere i vari problemi del loro tempo. Qui in particolare presento il beato Francesco Faà di Bruno, vissuto nello stesso periodo di san Murialdo. Faccio riferimento al bellissimo testo di Vittorio Messori, “Un italiano serio”. Il beato Faà di Bruno”, pubblicato dalle edizioni Paoline. Peraltro,nella sua presentazione al Meeting di Rimini, nel lontano 1990, fu oggetto di attacchi sconsiderati da parte dei vari pasdaram risorgimentisti, che senza averlo letto, si scagliarono contro Messori, perchè si era permesso di mettere in discussione l'epopea risorgimentale.

 

C'è un capitolo del libro, il VI°, dove Messori, riesce a spiegare bene ai lettori il senso dell'opera socializzatrice dei santi torinesi.

 

Qui partendo dalla parabola del “Buon samaritano”, Messori, spiega il comportamento di questi straordinari “italiani seri”.“Amare il nostro prossimo come noi stessi”, esortò Gesù a quelli che lo ascoltavano. Ma il dottore della legge, chiese capziosamente:“ma chi è il mio prossimo?”. Alla fine della parabola Gesù, invita il dottore della legge a fare come il samaritano:“Va, e anche tu fa lo stesso”. Certo il comportamento del samaritano, è scandaloso, “poco sociale, non risolutivo, al limite 'alienante' e diseducativo”, scrive Messori. “Stando a tutti i rivoluzionari e ai riformisti (e poi, in seguito, stando ai cattolici che 'vogliono andare a monte', che denunciano anch'essi, sdegnati, la 'carità alienante', i 'santi della beneficenza') quell''avere compassione', per essere autentico, efficace, deve necessariamente passare per le vie della politica”.

 

Dunque i santi torinesi, quegli “italiani seri”, come Cottolengo, Cafasso, Bosco, Murialdo, Faà di Bruno, quelli più conosciuti, ma tanti altri meno conosciuti, hanno obbedito a quell'antico, ma sempre attuale, comando: “Va, e anche tu fa lo stesso”. Tutti questi apostoli, secondo Messori,“passarono all'azione immediata prima di elaborare progetti che, in futuro, risolvessero definitivamente i problemi degli handicappati, dei carcerati, dei giovani abbandonati, degli apprendisti sfruttati, delle serve schiavizzate”.

 

Certo questi santi hanno anche alzato la voce e denunciato lo scandalo di chi non faceva nulla per aiutare chi stava nel bisogno.“Ma, più che scrivere 'manifesti', distribuire volantini, creare una Nomenklatura di funzionari di partito e di sindacato, ai bisogni di quelle vite risposero con la loro vita stessa”. Messori, insiste nella polemica, questi santi non hanno fatto come gli ideologi che“discorrevano di umanità, di classi; questi non si occupavano di astrazioni, di teorie, ma di persone: quei sofferenti concreti e reali in cui il Cristo stesso, accanto a loro, era ancora e sempre in agonia”.

 

I nostri santi erano anche esigenti, probabilmente più dei cosiddetti riformisti laici o dei rivoluzionari atei del tempo.“I quali - scrive Messori- (lo ricordiamo ancora) minacciavano ai ricchi sventure ma, necessariamente, limitate nel tempo, in vita”. Mentre i vari don Murialdo, don Bosco, minacciavano sventure per l'eternità,“senza limite, né fine”. Sostanzialmente la passione per i poveri era identica ai vari rivoluzionari del tempo, ma differente la terapia. Si raccomandava ai ricchi di non riporre la speranza nelle ricchezze ma in Dio, di fare opere buone,“di essere pronti a dare, di essere generosi, mettendosi così da parte un buon capitale per il futuro, per acquistare la vita vera”.

 

Ancora scrive Messori,“questi credenti del secolo del socialismo miravano cioè anch'essi (e con quale vigore!) a una migliore giustizia, a una società più umana ma, nel loro realismo cristiano, non credevano che ciò fosse raggiungibile per via coercitiva, per via rivoluzionaria”. Sicuramente non erano favorevoli all'”esproprio proletario”, come auspicavano i comunisti. Invitavano sì a dare il superfluo ai poveri, ma doveva nascere, dalle ragioni della coscienza, del cuore. Tuttavia questi santi torinesi“intuivano che la rivoluzione predicata dagli agitatori politici non avrebbe risolto i problemi, anzi ne avrebbe creati altri, anche peggiori: come tutto ciò nasce dalla forza”.

 

In pratica, ormai dopo il Novecento, il secolo delle ideologie, in particolare del socialismo più o meno scientifico, abbiamo infinite prove del fallimento di certe terapie rivelatesi illusorie, rovinose e catastrofiche.

 

Vittorio Messori, grande giornalista e storico, non poteva scrivere meglio queste riflessioni, e insiste sulle varie utopie apparse nel mondo. I santi, in particolare, questi dell'Ottocento torinese, sono“seguaci di quel Gesù che 'sapeva quel che c'è nel cuore dell'uomo', membri di una Chiesa millenaria 'esperta in umanità', prevedevano che ogni rivoluzione solo esterna come quella politica sarebbe stata illusoria; anzi, alla lunga, malgrado le buone intenzioni, si sarebbe rivelata rovinosa, creando una nuova classe di ancor più scandalosi privilegiati e impoverendo ancor più i già poveri”.

 

Pertanto tutti erano convinti, che,“solo la rivoluzione interna (il cambiare la coscienza,l'aprire il cuore alla pietà, alla misericordia, alla solidarietà) può, sia subito che alla lunga, significare per tutti frutti benefici. E guardando alla Rivelazione di Dio prima che agli schemi degli uomini che l'uomo può scoprirsi fratello di ogni altro uomo. E ciò che don Bosco e Faà di Bruno intendevano, ripetendo sempre di 'non voler fare altro che la politica del Padre Nostro'.

 

Nella bimillenaria storia della Chiesa, nella tradizione cristiana, ci sono stati dei tentativi,“per anticipare già qui il mondo e l'uomo 'nuovi' promessici - scrive Messori -, ma si tratta di quei piccoli 'pezzi di umanità' che sono gli ordini e le congregazioni religiose”. Qui,“almeno nelle intenzioni, si tende a un regime davvero fraterno, in cui tutto sia in comune, in cui tutto sia in comune, in cui l'egoismo sia il più possibile vinto”. Naturalmente questa vita comunitaria è una scelta libera, non forzata, è una “chiamata”, una “vocazione”.

 

Invece,“le ideologie che perseguono l'utopia dell''uomo nuovo' e del 'mondo nuovo', del paradiso già in terra, non vogliono proporre ma imporre l'ideale: volendo trasformare il mondo intero in un monastero, in un convento, finiscono per ridurlo a carcere e campo di concentramento, dove la 'virtù' alla fine è imposta dalla polizia e dal terrore di uno stato oppressivo. Uno stato che assomiglia molto a quello del Daesh dell'Isis.

 

Thomas Eliot, premio Nobel per la letteratura, ammoniva gli uomini di non farsi illusioni nel“il pensare di poter creare, per via di riforme politiche e sociali, 'un mondo così perfetto, una società dalle leggi così giuste che ci dispensi dalla necessità di essere buoni”. Dopo la caduta del Muro di Berlino, ormai abbiamo chiaro, abbiamo visto e constato (ma non lo ricordiamo abbastanza) “come il bel sogno di creare il paradiso interra non con la rivoluzione innanzitutto dei cuori ma con quella della forza, si rovesci sempre, immancabilmente, nell'incubo concreto dell'inferno in terra”. Del resto lo sapeva bene quel santo Papa Giovanni XXIII: “mai ci saranno pace e giustizia fuori, nella società, se non ci saranno prima dentro, nell'intimo di ogni uomo”.

 

Attenzione a quelli che vogliono rendere gli uomini felici, diceva Karl Popper,  perchè poi alla fine “non esistano a massacrarli per questo”. Tra tutte le idee, quella di “rendere perfetta l'umanità è di tutte la più pericolosa”

 

Peraltro la Chiesa esorta sempre a cambiare vita, alla conversione, ma sa anche che il peccato, l'egoismo, l'indifferenza, mai saranno del tutto eliminati, perchè l'uomo è ferito dal peccato originale. Pertanto la perfezione non è di questo mondo. Sono considerazioni che vengono fuori, ogni volta che ci affanniamo a sistemare ogni cosa su questa terra, come in questi giorni di gravi calamità naturali: il terremoto e l'abbondante nevicata, nel centro Italia.

 

Per quanto riguarda la poliedrica figura del beato Faà di Bruno, sono altrettanto significative le considerazioni di Messori su quest'uomo che si è dedicato anima e corpo ad alleviare i mali di migliaia di donne, domestiche di Torino, abbandonate al loro destino dai soprusi della casta liberale. Faà di Bruno fu ufficiale di Stato Maggiore e poi scienziato stimato in tutta Europa e umiliato, perché cristiano coerente, dalle autorità anticlericali massoniche di Torino. Anche il Faà di Bruno ha fatto tante cose per aiutare gli ultimi. La più importante è la Pia Opera di Santa Zita, creata nel malfamato Borgo San Donato, eretta per il ricovero, l'istruzione professionale, il collocamento delle donne di servizio disoccupate, licenziate, malate, anziane. Al suo interno fonda una serie di opere, asili, scuole e laboratori per proteggere sempre le donne operaie, che in quel tempo erano molto numerose a Torino e spesso sfruttate dai ricchi borghesi liberali. A questo proposito Enzo Peserico, presentando il libro di Messori nel 1991 sulla rivista Cristianità (maggio-giugno 1991n.193-194) scriveva:“Si tratta di una vera e propria “città delle donne” a servizio della quale nel 1868 costruisce la chiesa di Nostra Signora del Suffragio e nel 1869 istituisce una congregazione di suore, le Minime di Nostra Signora del Suffragio. A queste seguiranno una serie impressionante di opere a favore del proletariato urbano, prodotto e insieme rifiuto del nascente potere liberal-massonico, preoccupato di rispondere alla carità cristiana con la retorica ideologica degli “uomini finti” la retorica che caratterizza Cuore, di Edmondo De Amicis, ma che sempre lesinò nel contribuire ad alleviare la miseria delle masse urbane diseredate”.

 

Nel suo operato non fece troppi discorsi sul proletariato, ma operò con realismo, preferì, scrive Messori,“battersi per far funzionare subito le mense popolari; non rimandò le serve lacere e sporche che bussavano alla sua porta[...]non elaborò  un progetto generale di riforma sanitaria, ma si diede da fare per costruire bagni pubblici; non scrisse trattati sulle misure pubbliche contro l'inquinamento,ma insegnò alle serve ad ammazzare le mosche[...]”.

 

Significativa la vicenda dell'orologio progettato dal beato sul campanile della Chiesa del Suffragio. Così“in attesa di una società in cui tutti potessero permettersi di acquistarlo, Faà di Bruno pensò a risolvere subito il problema[...]”. Lo collocò a cinquanta metri di altezza così tutti gli ottantamila della città avevano avere l'ora esatta.

 

Questo semplice episodio, dimostra per Messori,“lo stile di questi cristiani, i poveri ebbero una risposta pronta e concreta al loro bisogno, non promesse di una società in cui tutti avrebbero avuto diritto a un cronometro al polso”.

 

Anche il Faà di Bruno, vivrà fino in fondo, da protagonista, il lacerante“caso di coscienza del Risorgimento”, come è stato chiamato quello dei cattolici italiani, costretti a dividersi tra amore di patria e amore di una Chiesa perseguitata da quella patria medesima” (p. 182). Ma il nostro non indugia, si impegna in tutti i campi (dalla scienza all'arte) nella buona battaglia contro la Rivoluzione anticristiana.

 

Dunque, concludo con le parole del compianto Enzo Peserico sul beato Faà di Bruno, è stato “un cattolico integrale, una gloria per la Chiesa. Ma anche un cittadino esemplare”(p. 210): insomma, un“italiano serio“, capofila di quella schiera di santi ignoti che, costituendo il tesoro nascosto ma grandioso della storia degli italiani, ci rendono oggi partecipi di legami di terra e di sangue molto più reali e fecondi di quelli immaginati dalle caricature tricolori di oscuri “fratelli” d 'Italia, cari ormai soltanto ai loro nostalgici nipotini.

 

“Italiani seri” che non hanno bisogno di difesa, ma più urgentemente di trovare figli che ne rinnovino con la propria vita l'intelligenza e il cuore: perché, come suggerisce Vittorio Messori attraverso un'epigrafe al testo, tratta da Evagrio Pontico, monaco del secolo IV,“a una teoria si può rispondere con un'altra teoria. Ma chi mai potrà confutare una vita?”.

 

 

 

Nella Torino cattolica dell'Ottocento nasce, una eccezionale fioritura di santità, di cultura, di azione civica, nonché di opere caritative sull'esempio illustre di san Giuseppe Cottolengo. Intorno al Convitto Ecclesiastico di Torino, fondato da Pio Brunone Lanteri e dal teologo Luigi Guala, si sviluppa un'opera di risveglio cattolico, in funzione antigiansenista e antiliberale, di cui dopo diverrà ben presto animatore san Giuseppe Cafasso, che con la sua direzione del Convitto e con i suoi esercizi spirituali educa una intera generazione in cui saranno numerosi i santi. A cominciare dalla famiglia salesiana (san Giovanni Bosco, san Domenico Savio, santa Maria Domenica Mazzarello, il beato Michele Rua).

“Fra le luci di questo quadro magnifico brilla in modo tutto particolare san Leonardo Murialdo, forse il massimo protagonista dell'apostolato civico e sociale dell'Ottocento torinese”. Nella ricorrenza del 150° anniversario della sua nascita, il professore Massimo Introvigne riteneva opportuno farlo conoscere con un documentato articolo sulla rivista Cristianità, anche perché era ignoto ai più.

Intanto nel libro “Il Pioniere. Leonardo Murialdo tra i giovani e mondo operaio”, che ho letto nelle fredde serate siciliane di fine anno, Pier Giuseppe Accornero, evidenzia il grande impegno dei tre apostoli rivoluzionari (don Cocchi, don Bosco, don Murialdo), nel cogliere i pericoli della vita mondana della città, il luogo del male, che dissipa i valori della cultura contadina. Ma nello stesso tempo però si rendono conto che è una realtà che bisogna affrontare per cercare di renderla più umana e cristiana. Bisogna immergersi nella città per capire i problemi, non limitarsi alla semplice condanna.

I tre in pratica attuano una nuova pastorale giovanile e operaia: sostanzialmente si tratta di “raccogliere quei giovani o offrire loro una casa, un luogo di incontro e di divertimento, la possibilità di un lavoro, una cultura di base, che non lasci indifesi e disarmati davanti ai fenomeni nuovi, agli interrogativi inquietanti a all'ingordigia dei padroni sfruttatori”.

Pertanto “la città diventa luogo privilegiato di attività pastorale”. Questa opera di intensa evangelizzazione vede impegnati una serie di personaggi a cominciare dai soliti, Giuseppe Cafasso, Giuseppe Allamano, Giovanni Battista Bertagna, Giovanni Cagliero, Giuseppe Cottolengo, Domenico Savio e tanti altri, una carrellata di nomi, una nazionale della santità.

In pratica nell'800 è stata la Chiesa a prendersi cura dei giovani e dei loro bisogni, oggi è ancora la Chiesa che alza la voce a favore dei giovani, penso all'ammonimento, alla denuncia di papa Francesco nell'omelia del Te Deum di fine anno, nei confronti della nostra società che ha costretto i nostri giovani ad emigrare a fuggire all'estero in cerca di lavoro. «Abbiamo creato una cultura che, da una parte, idolatra la giovinezza cercando di renderla eterna», ha detto il Pontefice, «ma, paradossalmente, abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati dalla vita pubblica obbligandoli a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono o che non permettono loro di proiettarsi in un domani. Abbiamo privilegiato la speculazione invece di lavori dignitosi e genuini che permettano loro di essere protagonisti attivi nella vita della nostra società».

Poi ha aggiunto: «Ci aspettiamo da loro ed esigiamo che siano fermento di futuro ma li discriminiamo e li ‘condanniamo’ a bussare a porte che per lo più rimangono chiuse”. Ha così esortato ad «aiutare i nostri giovani a ritrovare, qui nella loro terra, nella loro patria, orizzonti concreti di un futuro da costruire. Non priviamoci», ha detto ancora, «della forza delle loro mani, delle loro menti, delle loro capacità di profetizzare i sogni dei loro anziani (cfr Gl 3,1).

Se vogliamo puntare a un futuro che sia degno di loro, potremo raggiungerlo solo scommettendo su una vera inclusione: quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale».

Ritornando a san Murialdo, Accornero, ricorda che il nostro amava molto una frase: “Aprire un oratorio è chiudere una prigione”. Una frase che si contrappone a quella più celebre ma laica: “aprire una scuola è chiudere una prigione”. Anche perchè la separazione dell'istruzione dall'educazione religiosa, operata dallo Stato liberale non ha prodotto la diminuzione dei delitti, in realtà si sono quadruplicati e per questo è stato necessario aggiungere nuove prigioni.

E' curioso il particolare riportato da Accornero come San Murialdo cercava i ragazzini, in pratica amava suonare una campanella per attirare la loro curiosità. “Bisogna stanarli dai nascondigli e con infinita pazienza, promettendo qualche regalo, convincerli ad andare a giocare nell'oratorio[...]”. Infatti Murialdo per attirare i ragazzini valorizza tutti i tipi di giochi.

Ma il nostro santo è stato anche come abbiamo sottolineato un apostolo civico e sociale operando a favore degli operai dell'industria e contro il loro sfruttamento da parte della speculazione del primo liberismo e capitalismo pratico. Per questo motivo Murialdo si adopera di organizzare cristianamente il lavoro fondato sulla giustizia e carità evangelica. A questo proposito ha fondato nel 1833 anche un giornale a favore degli operai: “La Voce dell'Operaio”, “la prima pubblicazione politico-religiosa cattolica italiana destinata ai ceti popolari. - Scrive Introvigne -“essa ebbe amplissima diffusione, non solo nel Settentrione ma in tutta Italia, fino in Sicilia e in Puglia[...] Attorno alla 'Voce' san Leonardo consolidò le associazioni operaie cattoliche da lui fondate come 'società cristiane d'operai che si contrappongono alle società settarie aggregate alla Internazionale', benemerite iniziative lodate da leone XIII e poi da san Pio X e attaccate dalla stampa filomassonica come 'società operaie gesuitiche', 'covi di nemici della Patria, 'cellule papiste e clericali'” (M. Introvigne, San Leonardo Murialdo (1828-1900), n.44 dicembre 1978, Cristianità).

Quindi organizza, primo in Italia, un Consiglio di collocamento, per l'orientamento al lavoro, un “Comitato di collocamento” per la ricerca del lavoro, infine, un “Comitato di sorveglianza” per la visita ai giovani lavoratori. Murialdo si prefigge che nessun giovane deve uscire dalle sue istituzioni senza un mestiere o una professione, senza la certezza di un posto di lavoro. Non è che dobbiamo riesumare San Murialdo per far trovare lavoro ai nostri giovani?

Nell'ultimo periodo della sua vita Murialdo profeticamente mise in guardia i cattolici dai pericoli costituiti “dalla nuova forza sovversiva e anticristiana che si andava organizzando: il comunismo”. Il santo torinese auspicava una “reazione cattolica contro i progressi dell'Internazionale Comunista e a riproporre la necessità di un apostolato presso gli operai che, scristianizzati dalla propaganda liberal-massonica, divenivano poi facile preda dell'attivismo marxista”. A questo proposito, in un discorso del 1882, Murialdo dichiarava: “se non si contrappone un argine alle idee sovversive ed atee dell'Internazionale. La Rivoluzione con i suoi eccidi e le sue rovine potrebbe prevalere anche nella nostra Patria”.

San Murialdo è convinto che una società senza Dio muore, per questo propone di fare una vita di preghiera e di apostolato sociale tra il proletariato urbano e rurale di Torino. Bisogna ritornare al vangelo, è l'unico rimedio. “In una società dove si dimentica Dio e si disprezza il Vangelo, il povero e l'operaio saranno ridotti in schiavitù, e ritornerà l'oppressione dell'uomo per mezzo dell'uomo, generando miseria, ribellione, odio di classe. Solo il Vangelo, - afferma Murialdo -che predica la dignità, la fratellanza fra gli uomini, il senso della coscienza, e la Chiesa che attua la carità e la giustizia, possono liberare l'uomo e la società dalle nuove schiavitù”. Il santo torinese considerava utopistica una società fondata sull'uguaglianza assoluta degli uomini. Pertanto “ogni economia sociale che voglia risolvere la questione operaia deve riposare sulla religione, sulla morale, sull'educazione, sull'organizzazione del lavoro”. Diversi studi, concordano nel definire Murialdo, l'anima del movimento operaio cristiano a Torino e in Italia. Per Murialdo “è urgente moralizzare le officine e gli ambienti del lavoro mediante opere e iniziative cristiane. Occorre ricondurre il giovane operaio alla Chiesa”. Così alla vigilia della enciclica sociale Rerum Novarum di Leone XIII, promulgata nel 1891, le opere religiose-sociali di san Murialdo diventano una vera fucina di preparazione dell'enciclica stessa. Lo evidenzia bene Introvigne, “se c'è chi ha studiato 'i tempi e gli uomini che prepararono la Rerum Novarum', se la storia del cattolicesimo contro-rivoluzionario dell'Ottocento è la storia dei tempi e degli uomini  che prepararono il Sillabo, san Leonardo Murialdo, zelantissimo nel diffondere e nel praticare la dottrina sociale della Chiesa, può essere definito il significativo preparatore del moto proprio di san Pio X”.

Sia Accornero che Introvigne per i loro studi su San Murialdo fanno ampio riferimento alla monumentale opera di Armando Castellani, ricchissima di informazioni sul santo torinese.

Murialdo è stato un grande comunicatore, infatti incisiva e vasta è stata la sua attività nel settore della stampa popolare, sociale, educativa, che egli inserisce nel più ampio contesto della cultura, dell'educazione cristiana e della formazione di una corretta opinione pubblica.“La verità condita con la carità”, è il suo motto.

Una delle preoccupazioni fondamentali di san Leonardo, come del già venerabile Lanteri, fu quella della buona stampa.“La Rivoluzione - diceva – spadroneggia oggi il mondo; sì, ma perchè si è impossessata della stampa quotidiana, che forma il cibo quotidiano di tutti i cittadini”. Praticamente secondo Murialdo, la stampa,“liberale, ossia anticattolica”, domina dappertutto, peraltro,“è l'arma della Rivoluzione, dell'incredulità, dell'errore, della framassoneria”. Come reagire a questa egemonia? Questo nemico, bisogna,“combatterlo con le sue stesse armi e non dare tregua alla setta”; sostanzialmente occorre,“opporre alla stampa liberal-massonica una stampa cattolica”. Ecco perchè nacquero associazioni per la diffusione della buona stampa, seguendo il programma che già era stato delle Amicizie lanteriane, e anche quello analogo di iniziative francesi.

Ben presto Murialdo fu nominato presidente della sezione stampa dell'Opera dei Congressi.“Nell'apostolato librario impegnò anche le spose e le madri cristiane, - scrive il professore Massimo Introvigne- affinchè in questo senso operassero anzitutto nelle loro famiglie, creando un Movimento femminile della buona stampa. Organizzò pure, in modo sistematico, la diffusione dei giornali cattolici, privilegiando le pubblicazioni più intransigenti[...]”, in particolare l'Armonia, e poi L'Unità Cattolica, del teologo don Giacomo Margotti. Praticamente san Leonardo considerò sempre“il giornalismo come un vero apostolato, importante e necessario: e sognava 'giornalisti cattolici' che fossero ' i nuovi crociati e cavalieri dell'epoca moderna'”. (M. Introvigne, San Murialdo (1820-1900), n.44 dicembre 1978, Cristianità)

Diverse sono le iniziative di san Murialdo in questo settore, si va da un catalogo dei buoni libri per la gioventù, alla prima “Biblioteca circolante cattolica torinese”, fino al settimanale diocesano“La Voce del popolo”. Le attività di apostolato religioso sociale vengono incoraggiate da Pio IX e poi da Leone XIII, con la pubblicazione dell'enciclica, “Etsi nos”. Leone XIII esorta i cattolici a favorire e promuovere in tutti i modi la buona stampa per fronteggiare l'anticlericalismo massonico, il socialismo materialistico e il liberalismo rivoluzionario.

L'epoca in cui è vissuto il nostro santo vedeva dispiegarsi soprattutto a Torino una massiccia propaganda valdese ed evangelica, finanziata dai protestanti inglesi e svizzeri e incoraggiata da Cavour. In pratica secondo Introvigne,“le autorità liberali e massoniche del Piemonte risorgimentale cercavano di servirsi delle sette protestanti per estirpare il cattolicesimo presso i ceti popolari”. Fu don Bosco a chiamare Murialdo in prima linea nell'azione antiprotestantica, nominandolo  direttore dell'oratorio San Luigi, che era vicino a un tempio valdese di Torino, i cui frequentatori sovente assalivano gli alunni dell'oratorio con sassaiole. Non solo ma pare che anche dalle finestre qualcuno si mise a sparare contro i sacerdoti del San Luigi.

San Murialdo in una infuocata omelia esortava i torinesi a “non lasciare partire la fede dal nostro suolo. Non lasciamo che lo straniero ci rapisca il più prezioso dono dei nostri avi[...]”. Per tutta la vita Murialdo,“considerò sempre il pericolo protestante una minaccia diretta non solo contro la fede ma anche contro l'unità morale e spirituale della patria”.

Non solo il protestantesimo ma il Murialdo dovette impegnare la sua azione apostolica contro un nuovo e formidabile nemico, contro quella che egli chiama “la lega anticlericale e antidivina: la massoneria”. Sinteticamente san Murialdo pensa che“i frammassoni sono gli autori di tutti i mali temporali, religiosi e sociali che affliggono la nostra Italia”. Per il santo, la massoneria, è “la primogenita di satana”, essa è “criminale nella sua organizzazione segreta, immorale nei suoi principi, empia nella sua dottrina, irrazionale e perversa nella sua azione”. E' una setta diabolica che“manovra Re, parlamenti e governi al servizio di Satana, seminando vittime al suo passaggio”.

Quelle di Murialdo, sono parole chiare e molto forti, che per la verità, padre Accornero, nel suo “Il Pioniere. Leonardo Murialdo tra i giovani e mondo operaio” (Paoline 1992), dà poco risalto, mentre Introvigne li utilizza ampiamente, sempre facendo riferimento ai volumi del Castellani. Infatti secondo lo storico, san Murialdo percepì il suo come un tempo di “gigantesca lotta fra il bene e il male”, e con ogni sforzo si studiò di suscitare“un'armata cristiana”, un“esercito di San Michele”, una “lega immensa di azione e di preghiera contro le società massoniche”. Sono termini che a qualcuno non possono piacere, ma i tempi erano quelli; i cattolici, che erano la maggioranza del Paese, si sentivano defraudati, accerchiati da una agguerrita èlite che li aveva emarginati dalla società civile.

San Murialdo conosceva bene la massoneria, l'ha studiata, raccogliendo notizie e documenti. Promosse e organizzò a Torino un congresso di universitari antimassonici e poi nel 1886, fondò una Lega Antimassonica, che si estese in tutta Italia, promuovendo, poi  il Congresso Antimassonico Internazionale di Trento.

Per tutto questo, sia Murialdo che i suoi collaboratori subirono condanne, sequestri e processi penali. Il santo reagì con il consueto vigore: denunciando, organizzando, contrattaccando.

Nel 1880, affermava,“Una grave minaccia incombe sulla Chiesa, sulla società e sulla nostra patria, la più grave e pericolosa; l'assassinio delle anime dei giovani, perpetrato per mezzo della scuola laica, grazie a una legislazione anticlericale, settaria ed ipocrita, e da insegnamenti senza religione, armati di programmi, armati di programmi senza Dio”. Infatti, Murialdo ricordava ai genitori cattolici che “non era lecito inviare i figli alle scuole laiche, 'senza Dio e senza morale'”. Addirittura Murialdo, di fronte alla scuola anticattolica di stampo liberale, era convinto che“dovere dei dei padri è educare i figli in casa o di 'unirsi insieme vari padri di famiglia e scegliersi un maestro”. Pioniere anche nella scuola familiare, la homeschooling?

Queste iniziative dimostrano quanta importanza dava il santo torinese ad un'azione civica e sociale efficace e coraggiosa. “La lotta contro gli 'Stati laici e laicizzatori' era per lui 'la crociata del XIX secolo': Dio lo vuole! Dio è con noi!”.

Inoltre nell'ultimo periodo della sua vita Murialdo “indicò ai cattolici, non senza una profetica chiaroveggenza, il pericolo costituito dalla nuova forza sovversiva e anticristiana che si andava organizzando: il comunismo.

Per questo san Murialdo riproponeva, scrive Introvigne,“la necessità di un apostolato presso gli operai che, scristianizzati dalla propaganda liberal-massonica, divenivano poi facile preda dell'attivismo marxista”.

Un'altra battaglia a cui Murialdo, “sarebbe stato disposto a dare la vita”, fu quella per Roma e per il Papa”. A questo proposito, scrive Introvigne:“San Leonardo, piemontese e nobile, visse certo in modo particolarmente drammatico, il cosiddetto 'caso di coscienza del Risorgimento', nel contrasto tra la fedeltà al suo re e quella alla Chiesa e al Pontefice. Tuttavia, secondo il professore Introvigne,“non corrispondono però al vero le affermazioni di qualche articolista moderno secondo le quali egli tenne un atteggiamento ' moderato' e 'conciliante' a proposito della questione romana”. E questo mi sembra il pensiero di don Accornero.

“Già nel 1861, di fronte a un pubblico di laici torinesi, il santo dichiarava senza equivoci che 'il vero cattolico obbedisce e serve prima alle leggi di Dio e poi a quelle degli uomini', e che “quando sono in causa i diritti della Chiesa, quando sono in giuoco gli interessi delle anime, come nel presente tempo di lotta e di calamità e nella spinosa questione romana, questa fedeltà si dimostra con il sacrificio di tutte le vedute umane e personali, senza timore dei rischi […] con uno zelo fattivo nel difendere il Papa e la sua libertà”. Parole scritte per oggi? Possono valere per chi spera in una Chiesa progressista, ma anche per chi critica la Chiesa, dal fronte tradizionalista, meglio fondamentalista.

Pertanto per Murialdo, bisognava, difendere,“il potere temporale per obbedienza e per convinzione”. In conclusione, aggiungeva:“come non accorgersi che le società segrete, i rivoluzionari, i nuovi giacobini, i sovversivi, che dicono di volere compiere l'unità della patria, attaccano il Papa nel suo potere temporale per arrivare a colpire il suo potere spirituale, al fine di distruggere la Chiesa, il Cattolicesimo, il Papato?”. E' evidente che san Murialdo,“Alle violenze rivoluzionarie egli rispose potenziando il carattere intransigente e romano delle proprie iniziative, e moltiplicando i pellegrinaggi a Roma di sacerdoti e soprattutto di laici piemontesi[...]”.

Comunque sia come si può evincere dalle lettere, discorsi e interventi, come documentano biografi e studiosi, il Murialdo si schiera sempre e comunque con il Papa, senza sbavature né tentennamenti, come capitò con la promulgazione del Sillabo di Pio IX.

Sulla “questione romana”, san Murialdo, ha le idee chiare Anche se il santo non si farà mai contagiare da“atteggiamenti fatalistici e dimissionari”. A questo proposito Accornero, reputa Murialdo un intransigente con spirito critico: certamente è papista, ma non “codino”. Anzi per certi versi può essere considerato un vero “progressista”, per tutte le opere che ha fatto. Penso al 1851, quando firmò,“un contratto di lavoro per apprendisti”, il primo in Italia. Pertanto per Accornero,“è un grave peccato di omissione storica ignorare volutamente gli immensi apporti del mondo cattolico nei campi della promozione e solidarietà umana, della carità cristiana e i contributi alla soluzione  dei problemi più scottanti. Per il sacerdote giornalista, è“una carenza di memoria storica da imputare anzitutto al mondo cattolico”.

Lo ha evidenziato anche monsignor Franco Peradotto, in occasione della canonizzazione del Murialdo nel 1970. Dopo aver ricordato le sue opere e scelte della sua vita, ha detto:“se un rammarico abbiamo in questi giorni in cui Torino tributa onori particolari al suo primo cittadino proclamato santo è che Murialdo sia troppo poco conosciuto per quel che disse e quel che fece aldilà della pure importante fondazione di una congregazione religiosa tanto benemerita”. Praticamente non possiamo liquidare l'opera di questo grande santo con il fatto che ha fondato la solita  congregazione religiosa. Credo che lo studio del sociologo Massimo Introvigne, anche se datato, vada nella giusta direzione, di dare la giusta collocazione alla grande figura del santo torinese.

 

 

A che serve a distanza di oltre un secolo conoscere come i Piemontesi hanno “liberato” il Meridione d'Italia? Forse per capire il perchè è nata la cosiddetta “questione meridionale”? Oppure soltanto per conoscere la vera Storia del Sud e del sistema che lo governava, cioè il Regno delle due Sicilie dei Borboni.

Tempo fa un parente, conoscendo la mia predilezione allo studio della storia del Risorgimento e del Brigantaggio, mi diceva che dopo aver letto una recensione dell'ultimo libro di Pino Aprile, si interrogava se le notizie riportate da Aprile erano vere o montature. Pazientemente ho risposto che ormai è da tempo, almeno dalla caduta del Muro di Berlino, che esistono fior fiore di testi, di studi, che hanno raccontato dettagliatamente come è stato conquistato il Sud dopo la cavalcata liberatoria di Garibaldi. Aprile non fa altro che raccontare giornalisticamente come sono andati i fatti.

Per non perdere l'abitudine dei miei studi in queste fredde serate di dicembre ho letto uno dopo l'altro i testi di Giordano Bruno Guerri, “Il sangue del Sud. Antistoria del risorgimento e del brigantaggio”eIl Bosco nel cuore. Lotte e amori delle brigantesse che difesero il Sud”, entrambi pubblicati da Mondadori, il primo nel 2010, il secondo nel 2011, collezione“Le Scie”.

I testi di Guerri si occupano“dei modi e dello spirito con cui fu compiuta l'impresa  (la conquista del sud) e delle sue conseguenze”. Pertanto si pone alcune domande“Quali tragedie e ingiustizie la accompagnarono?”. Si è fatto di tutto per integrare davvero le identità, le culture, le tradizioni, persino le lingue diverse? Oppure si era fatta l'Italia, ma non si sono fatti gli italiani, come diceva Massimo D'Azeglio, che peraltro, temeva la fusione coi napoletani.

Giordano Bruno Guerri sicuramente non è un nostalgico del Regno delle Due Sicilie, è uno storico liberale che coraggiosamente racconta gli avvenimenti con serietà e imparzialità, utilizzando le numerosi fonti e documenti che ormai da tempo sono a disposizione di chiunque voglia fare storia seria. Peraltro nei suoi testi troviamo una bibliografia essenziale che fa riferimento a tanti storici che hanno ben studiato quegli anni tanto tormentati.

Guerri non disdegna di polemizzare con la storia ufficiale raccontata dai vincitori, ironizzando sui “liberatori” piemontesi, che secondo la vulgata, dovrebbero rappresentare “i civilizzatori”, i portatori di giustizia  e legalità, mentre gli altri, i meridionali, sono briganti. Questi ultimi fin dalla Rivoluzione Francese, sono stati  screditati dagli intellettuali, dai politici. La loro opposizione veniva rappresentata come “viscerale manifestazione di rancori e pulsioni irrazionali”, mentre si trattava, “di una resistenza ideologica e politica, oltre che sociale”. Ma per liquidarla gli illuminati giacobini, collegavano la rivolta popolare“al delitto comune”. Così accadde anche in Italia dove per i nostri intellettuali benpensanti“la ribellione di reazionari, contadini e clericali, contro lo Stato appena costituito fu etichettata 'brigantaggio'”. Pertanto Guerri può scrivere che al Sud, tutti erano briganti, banditi, criminali comuni, mentre gli altri che venivano dal Nord erano i liberatori.“Due mondi erano in conflitto tra loro. Perchè l'uno venisse a patti con l'altro occorreva che il vincitore riconoscesse le differenze e cercasse di cancellarle realizzando una maggiore giustizia sociale. Invece scrive Guerri, “si preferì l'azione repressiva, determinata a stroncare, soffocare, estirpare. Una logica che alimentò se stessa: la violenza ne generò altra, sempre più crudele”.

Come quella che si è manifestata in una notte d'agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni nel beneventano, l'esercito piemontese per vendicare i suoi uomini, non esitò di massacrare quasi un migliaio di uomini e donne di questi paesi.

I meridionali dagli ufficiali e soldati italiani furono percepiti come una razza inferiore, ma nello stesso tempo, Guerri considera questi soldati che andarono a combattere una sporca guerra, furono forse i meno colpevoli, “furono l'ultimo anello di una catena di errori e orrori[...] furono vittime, come i loro nemici, di una carneficina che poteva essere evitata”. Le colpe maggiori sono di chi dirigeva il Regno sabaudo, con la legge Pica del 1863, il governo di Torino,“in pieno accordo con il Parlamento, impose lo stato d',assedio annullò le garanzie costituzionali, trasferì il potere ai tribunali militari, adotta la norma della fucilazione e dei lavori forzati, organizzò squadre di volontari che agivano senza controllo, chiuse gli occhi su arbitrii, abusi, crimini, massacri”. Per i Savoia,“i briganti erano l'emblema di quel figliastro malato e depresso, geneticamente tarato”, non solo, secondo Guerri, forse, già a Torino si erano pentiti: “chi ce l'ha fatto fare?”.

Lo storico è convinto che ancora molto bisogna fare per far conoscere la vera storia del Risorgimento italiano, anche per Guerri è necessaria una “profonda opera di revisione storiografica”, specialmente sul brigantaggio. Pertanto scrive Guerri: “come ogni guerra civile, anche quella tra piemontesi e briganti è stata raccontata dal vincitore. Che però, a differenza del solito, non ha potuto vantarsene: si preferì nascondere o addirittura distruggere i documenti, perchè non fossero accessibili neppure agli storici”. Il brigantaggio postunitario, per la nostra storia fu “quasi un incubo da rimuovere o censurare, una pagina vuota, una tragedia senza narrazione.I briganti scontano, oltre alla sconfitta, anche il destino della dannatio memoria. A loro, non spetta l'onore delle armi”. Per i padri della patria rappresenta una specie di zona d'ombra, “una guerra in-civile come quella andava dimenticata, rimossa o almeno ridimensionata alla stregua di una semplice, per quanto sanguinaria, operazione di polizia”.

Ironicamente Guerri scrive che per i vincitori,“le pagine luminose, da consegnare agli archivi della memoria, sono altre: con tricolori sventolanti, imprese da trasmettere alle future generazioni nei manuali di scuola[...]”. Tuttavia lo storico senese auspicava che per le imminenti celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità nazionale, si rinunciava al“conformismo retorico e patriottardo”, alle“tentazioni oleografiche”, non tanto per “denigrare il Risorgimento, bensì di metterlo in una luce obiettiva, per recuperarlo – vero e intero – nella coscienza degli italiani di oggi e di domani[...]”. Nello stesso tempo però dall'altra parte si doveva rinunciare alle “ossessioni separatiste o secessionistiche che di tanto in tanto si trasferiscono dal Sud al Nord e ritorno”. Infatti, riferendosi a quest'ultimi, Giordano Bruno Guerri, sottolinea con forza, nell'introduzione al suo libro che “conoscere e rivedere il Risorgimento non significherà rimpiangere Radetzky o Francesco II, a seconda che il nostalgico si trovi a Milano o a Palermo”.

Da quello che ho visto e letto nel 2011, non mi sembra che sia andata così, sia per i risorgimentisti duri e puri, che per i nostalgici dei borboni. Forse gli unici a mantenere un certo equilibrio e non scadere in leggende nere o rosa sono stati quelli di Alleanza Cattolica, che sensibili agli avvenimenti storici del nostro paese, hanno voluto ricordare il 150° dell'unità d'Italia con una serie di conferenze all'insegna dello slogan: “1861-2011”. Unità Si, Risorgimento No”. Sostanzialmente si rifiuta l'ideologia risorgimentale che ha cercato di cancellare l'identità del nostro Paese, ma si accetta l'unità politica.

A questo proposito invito la lettura del “manifesto-appello”, che si può trovare nel sito, www.alleanzacattolica.org”.

“Il Sangue del Sud”, è composto di 17 capitoli. L'autore tratta in particolare la guerra del nuovo Regno d'Italia contro il brigantaggio, anche se troviamo delle pagine che raccontano le vicende della conquista del Regno delle Due Sicilie, come si sono comportati i vari protagonisti di  questa conquista.

Guerri è abbastanza super partes, riconosce per esempio che i giovani sovrani, napoletani, Francesco II e Maria Sofia sono stati derubati del loro legittimo regno. Ricorda tutti i vari tradimenti dei nobili e dei generali borbonici, che hanno fatto a gara per abbandonare la “nave”, il prima possibile. Evidenzia un certo “gattopardismo”, nel sistema politico meridionale. Riconosce inoltre una certa stabilità e prosperità economica del regno napoletano, anche se evidenzia delle deficienze nello Stato meridionale. Certamente lo storico non si presta a una “leggenda aurea”, rappresentando un Regno di Napoli come il bengodi d'Europa.

Guerri, entra nel vivo del brigantaggio a partire dal VI capitolo:“Come nasce una guerra civile”. Anche Guerri come lo studioso cattolico, Francesco Pappalardo, è consapevole che il fenomeno del banditismo è sempre esistito. Ma il brigantaggio  un'altra cosa, anche se ci sono elementi banditeschi. Si contano almeno 216 bande, tra Abruzzo, Molise, Sannio, entroterra irpino, nel salernitano, Puglia e Calabria. Le campagne erano una polveriera, bastava la presenza di qualche brigante, di qualche manutengolo, che iniziava la repressione, con saccheggi e incendi. “A farne le spese furono spesso uomini e donne inermi, messi al muro per aver gridato 'Viva Francesco II' in qualche stamberga dai muri troppo sottili, cafoni che si erano limitati a dare da mangiare ai ribelli, contadini e galantuomini che avevano abbracciato da subito la fede liberale”. Bisogna scrivere che soltanto la regina Maria Sofia, era abbastanza attiva nel sostenere la resistenza del popolo meridionale, mentre Francesco II, chiuso nello sconforto e nel fatalismo, faceva ben poco. Mentre i vertici della Chiesa ufficialmente non appoggiavano il brigantaggio, qualche vescovo e soprattutto i preti e i religiosi si sono resi complici.

L'esercito italiano arrivò ad impiegare al sud, fino a 120 mila uomini, quasi la metà dell'intero esercito unitario. Secondo Franco Molfese, tra il 1861 e il 1865 sarebbero stati uccisi, negli scontri o con le esecuzioni, 5212 briganti. Mentre Carlo Alianello, ne conta quasi il doppio (9860). “In entrambi i casi, si tratta di cifre approssimate per difetto”. Stessa cosa per i caduti da parte dell'esercito, qui spesso si taceva per non allarmare l'opinione pubblica, perchè la gente non doveva scoprire che si stava combattendo una vera e propria guerra. “Morirono più militari che nella somma delle tre guerre di Indipendenza, almeno 8.000”.

Mentre cronisti e storici locali contano oltre 100.000 caduti fra i meridionali. “Cifre a parte, - scrive Guerri - il dato oggettivo non cambia: fu combattuta una guerra civile, con rappresaglie, saccheggi e fucilazioni sommarie. E' il lato terribile di ogni contrapposizione fratricida”. Per Guerri, “quella conquista comportò episodi da sterminio di massa”.

Nei capitoli successivi lo storico toscano si occupa entrando anche nei particolari delle gesta più o meno eroiche dei vari briganti. Tra quelli più conosciuti, Carmine Donatelli, detto Crocco è quello a cui si dedica più spazio, del resto fu definito il re dei briganti. Poi c'è Chiavone, il brigante che voleva essere Garibaldi e marciare su Torino. Il sergente Domenico Romano, che univa il fucile alla preghiera. Un impasto di spirito crociato e di devozione religiosa, come si può leggere nel giuramento, che imponeva ai nuovi adepti. Un capitolo particolare e suggestivo viene dedicato alle brigantesse, tema che sarà poi sviluppato ampiamente nel successivo libro, “Il Bosco nel cuore”. E' un argomento che ha attirato la curiosità di molti studiosi. Alcuni li consideravano delle sanguinarie, delle diaboliche messaline. “Naturalmente si trattava di esagerazioni - con un fondo di verità – a sostegno dell'immaginario collettivo”.

Il Guerri sottolinea come la presenza femminile “sia molto più numerosa nella storia violenta del brigantaggio che in quella romantica del Risorgimento: dove – oltre alla contessa di Castiglione, per i suoi meriti spionistici e amatori – l'unica eroina è Anita Garibaldi, sposa esemplare”.

Queste donne secondo Guerri,“sono partigiane ante litteram; o, in un salto temporale ancora più lungo, sono le antesignane di un femminismo istintivo e rabbioso, ribelli stanche di essere confinate – da sempre – al letto, al focolare e ai figli”. E qui emerge lo spirito anarcoide di Giordano Bruno Guerri.

Comunque sia queste donne, “sono certe di trovare tra i boschi la dignità e la considerazione che non avrebbero ottenuto vivendo da schiave o puttane di nobili e galantuomini”. Pertanto, “la loro fuga è al tempo stesso un viaggio verso la libertà e verso la fine”. Sono un esercito di nomi e di storie senza volto, un'escrescenza della storia, per decenni considerata ingiustamente marginale. Giuseppina Vitale, Chiara Di Nardo, Rosaria Rotunno, Mariannina Corfù, Maria Pelosi, Filomena di Pote, Maria Maddalena De Lellis, Filomena Pennacchio, Michelina De Cesare, Maria Oliverio. Solo alcuni nomi di donne“che capovolgono pregiudizi e luoghi comuni su sesso debole”. Donne che “nascondono le chiome fluenti sotto le larghe falde di cappellacci maschili, occultano ciò che resta della loro femminilità con l'audacia”. Un altro dato che va sottolineato che si tratta per la maggior parte di ragazze abbastanza giovane, pronte a tutto, rispetto alle ragazze di oggi.

Finora era stato dedicato poco spazio al tema delle brigantesse, il lavoro ben documentato di Giordano Bruno Guerri colma questa lacuna. “Il Bosco nel cuore” , è la storia delle donne in guerra contro l'unità; la storia di madri, mogli, ragazze giovanissime, rivendicare il diritto di vivere la propria vita assumendo su di sé il potere e la libertà di decidere.

 

 

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