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Giovedì, 17 Agosto 2017

Lo scrittore inglese Robert Conquest, ha definito il secolo scorso, peraltro dando il titolo ad un suo celebre libro: “Il Novecento, il secolo delle idee assassine”, riferendosi in particolare al comunismo e al nazifascismo. Non ci poteva essere un titolo più appropriato. Leggendo il libro del suo connazionale, Jasper Becker, “La Rivoluzione della fame. Cina 1958-1962: la carestia segreta”, è evidente che i comunisti cinesi, guidati da Mao tze Tung, mettendo in pratica le loro scellerate idee, sono stati degli assassini. Becker nei diciassette capitoli del libro descrive i quattro anni di carestia voluta dai dirigenti maoisti. Si tratta di un atto deliberato di barbarie, che va posto sullo stesso piano dei massacri perpetrati da Hitler e da Stalin. Peraltro è un aspetto della Storia cinese, che ancora non è stato spiegato soprattutto al popolo cinese.

Nel testo quello che colpisce maggiormente è la fame e il cannibalismo, conseguenze nefaste dell'ideologia rossa. Secondo Harry Wu, nei campi di detenzione, che dovevano rieducare attraverso il lavoro i cinesi di “destra”, c'erano tra i trenta e i quaranta milioni di cinesi. I prigionieri politici scontavano condanne più lunghe, erano picchiati più spesso e ricevevano razioni di cibo inferiori rispetto agli altri, soprattutto se non raggiungevano gli obiettivi di lavoro fissati. Il tasso di mortalità in questi campi era incredibilmente elevato. In certi campi sopravviveva uno su dieci. Harry Wu è stato uno dei pochi ad uscirne. Nella sua autobiografia, intitolata, “Venti amari”, ricorda che“quasi ogni giorno c'erano corpi che entravano, vivi, e corpi uscivano morti”, c'erano stanze pieni di cadaveri fino al soffitto.

Becker descrive lo stato di disumanizzazione presente in ogni momento, spesso tra i prigionieri si annidava il sospetto e l'invidia. Individui ad un passo della morte, con quelle poche energie rimaste, si trascinavano fino alla porta delle cucina e rimanevano acquattati in attesa del momento in cui arrivava il cibo. “Erano tutti pronti a rubare”, ricorda Han Weitan, e ogni giorno nei tafferugli morivano da tre a cinque persone. Non c'era bisogno fare violenza, per cadere l'avversario bastava uno spintone e farlo morire.

Nell'undicesimo capitolo Becker, fa una dettagliata anatomia della fame. Il corpo a causa della fame si gonfiava e non tornava più come prima. Addirittura la gente che si conoscevano si tastavano l'un l'altro le gambe per verificare quanto si erano gonfiate. “Dal momento che, ufficialmente, in Cina non esisteva la carestia [...] i medici avevano il divieto di spiegare ai pazienti che stavano morendo fame”. I medici dovevano parlare di malattie immaginarie, ed era proibito certificare un decesso per inedia, non si poteva fare neanche nei campi di prigionia. L'edema, venne semplicemente chiamata “malattia numero due”.

Nelle campagne la gente mangiava anche la paglia dei tetti delle capanne, il cotone dei cappotti o dei materassi, le foglie o i fiori degli alberi, o le piume dei polli e delle anatre. I prigionieri raccontavano di aver masticato scarpe e stivali, cinture, cappotti e qualsiasi oggetto in cuoio”. Il succedaneo più dannoso, era un misto di terra ed erbe, chiamato la “terra di Buddha”. Cibandosi di questo intruglio, si moriva per “occlusione intestinale, rendendo impossibile la digestione o l'evacuazione”. Molti nella disperata ricerca di cibo morivano per aver mangiato bacche, foglie o funghi velenosi. Comunque sia bisognava negare a tutti i costi che esisteva la carestia.

Un'altra caratteristica di questo funesto periodo è stato il cannibalismo, che peraltro secondo Becker era esistito da sempre in Cina. Ci sono prove ben documentate anche ufficiali del Pcc che in tutti i villaggi e contee ci sono stati episodi di cannibalismo. “Non solo i contadini mangiavano la carne dei cadaveri, ma la vendevano, e uccidevano e mangiavano i bambini, tanto i propri che quelli degli altri”.

Becker ricorda che anche in Occidente, il cannibalismo, era un atto tutt'altro che sconosciuto, ci sono casi nei campi di concentramento nazisti e in Ucraina durante l'Holodomor.

Per quanto riguarda la Cina, scrive Beker,“la letteratura cinese abbonda di racconti di cannibalismo praticato per puro piacere”. Era diffuso in tempo di guerra, anche come vendetta. Becker racconta che durante la rivoluzione culturale, nella Cina meridionale, nelle scuole, gli studenti, uccidevano il preside nel cortile della scuola e poi ne cucinavano e mangiavano il corpo per festeggiare il trionfo sui “controrivoluzionari”.

Il testo del giornalista inglese dà conto della profonda differenza della vita della città e della campagna in Cina. Paradossalmente il regime comunista introducendo il passaporto per spostarsi, aveva ridotto buona parte della popolazione cinese a livello di cittadini stranieri nella propria terra.

Nelle città le razioni non erano uguali per tutti. La società urbana era nettamente stratificata e alle persone di condizione elevata erano riservate le razioni abbondanti. Come ai tempi dell'imperatore, a un membro dell'amministrazione statale veniva attribuito un punteggio su una scala da uno a ventiquattro in base al grado di lealtà politica[...] le donne ricevevano in ogni caso razioni inferiori agli uomini”. Altro che uguaglianza, tutto era differenziato. Naturalmente il gruppo sociale più tutelato erano i membri del Pcc. Come in Unione Sovietica, potevano acquistare nei negozi clandestini merci e generi alimentari scarsamente disponibili. Spesso i funzionari più alti vivevano in zone speciali delle città, dotate di mense e negozi separati.

La ricerca del cibo per i poveri cittadini cinesi era fondamentale ci si derubava a vicenda anche nelle stesse famiglie, capitava che i mariti rubassero i buoni pasto delle mogli e viceversa. Per il cibo la gente vendeva di tutto, lo Stato acquistava questi beni che poi peraltro rispuntavano nei negozi di antiquariato di Hong Kong.

In quasi tutte le città la gente staccava la corteccia degli alberi e strappava le foglie, tanto che la polizia era costretta a proteggere gli alberi. Dalle strade delle città scomparvero cani e gatti, la gente ormai andava a caccia di topi, passerotti e scarafaggi. In quasi tutte le città la popolazione era affetta da edema. Naturalmente anche i trasporti subirono una battuta d'arresto. Pertanto al calar del sole le strade delle città erano vuote; dominava un'opprimente e spettrale silenzio.

Nell'ultima parte del libro: “La grande menzogna”, Becker descrive la lotta di potere tra Mao e alcuni esponenti del partito comunista, in particolare con Liu Shaoqi, con Zhou Enlai, Lin Biao, Hua Guofeng. Il loro problema era dire o non dire la verità a Mao, potevano fare la fine dell'eretico Peng Dehuai. Alla fine per risollevarsi si decise di far arrivare il frumento dal Canada e dall'Australia. Mao ha fallito, non ha costruito nulla di nuovo, il grande balzo in avanti si è rivelato un fallimento dalle conseguenze catastrofiche. Alla sua morte, i successori non hanno fatto altro che abbandonare il sistema maoista che era fallito, anche se il cambiamento è stato chiamato riforma. In pratica le riforme di Deng, consistettero “essenzialmente nel riportare i contadini alla condizione preesistente alla rivoluzione comunista, una condizione che perdurava da secoli”.

Quanti cinesi morirono in questi anni? E' la domanda che viene posta nell'ultimo capitolo. Si parte da 30 milioni, fino ad arrivare anche a 80 milioni.

Nel libro il giornalista inglese chiama in causa anche l'Occidente che non ha visto o non ha voluto vedere la barbarie che si stava attuando contro il popolo cinese ad opera del Partito comunista. Becker fa alcuni nomi di giornalisti, di politici occidentali che hanno visitato la Cina in quegli anni. Molti furono contagiati dal furore ideologico della Cina maoista, ricordiamo il mondo accademico, gli studenti universitari, ma anche i governanti africani che tentarono di copiare le teorie agricole di Mao e Stalin.

E' stato un “contagio psichico”, quando ogni comportamento razionale viene meno. “Il potere assoluto conquistato da Mao generò nell'intera collettività la fuga in un mondo illusorio. L'unica cosa che stesse a cuore ai milioni di membri del Pcc era assecondare le fantasie del Grande timoniere”. Secondo Becker, “molti sapevano di mentire e che in realtà il Paese era ridotto alla fame. Lo stesso Mao, al vertice di questa piramide di menzogne, era tutt'altro che inconsapevole. Come racconta al suo medico, Li Zhisui 'Mao sapeva che milioni di contadini stavano morendo. Non gliene importava nulla'”.

Quella di Mao e dei dirigenti comunisti cinesi fu“una crudeltà folle e deliberata che ha pochi eguali nella storia. Dopotutto questi contadini non erano schiavi dominati da una potenza straniera, ma i presunti beneficiari della rivoluzione”. Mao voleva modernizzare la Cina, ma invece la riportò indietro di duemila anni prima dal primo imperatore Qinshihuangdi, il più grande tiranno della storia cinese.

 

Ogni anno in occasione dell'anniversario della “strage di Capaci” che comportò l'uccisione del giudice Giovanni Falcone e della sua scorta, si assiste alle solite ripetitive ritualità, perlopiù monopolizzate dai professionisti dell'antimafia. Nel profluvio dei discorsi nessuno però ricorda tra i tanti commenti che,"tra la fine di maggio e i primi di giugno Falcone sarebbe dovuto venire a Mosca per coordinare le indagini sul trasferimento all’estero dei soldi del Pcus". Notizia riportata dallo stesso Il Corriere della Sera del 27 maggio 1992. E tanto meno questi professionisti dell'antimafia se ne guardano bene dall'accennare al recente documentato libro-inchiesta, “Il viaggio di Falcone a Mosca”, scritto da Francesco Bigazzi e Valentin Stepankov, con i contributi di Carlo Nordio e Maurizio Tortorella, edito da Mondadori nel 2015. Il testo tratta dell'inchiesta internazionale che Giovanni Falcone aveva iniziato a seguire sulle tracce dell'”Oro di Mosca”: rubli e dollari versati segretamente al Pci per un valore di oltre 989 miliardi di lire tra il 1951 e il 1991.

Infatti, pochi giorni dopo Falcone sarebbe dovuto volare a Mosca per incontrare Valentin Stepankov. Questi era stato nominato l’anno prima, a poco più di quarant’anni, procuratore generale della neonata Repubblica russa, e aveva subito cominciato a indagare sui fondi che il Pcus aveva inviato all’estero. Qualche mese prima Stepankov era stato a Roma, dove aveva incontrato Falcone; ne erano nate una stima e un inizio di collaborazione, che appunto avrebbe dovuto proseguire con un viaggio di Falcone a Mosca in giugno. Ma quel viaggio non ci fu, e all’indomani dell’attentato Stepankov “disse che gli attentatori, tra l’altro, avevano raggiunto ‘l’obiettivo di impedire il suo viaggio a Mosca”. Francesco Bigazzi che è autore insieme a Valerio Riva, dell'”Oro da Mosca” (1999), con questa nuova pubblicazione ritorna su quegli avvenimenti, pubblicando una serie di colloqui con Stepankov e stralci delle inchieste che il procuratore svolse sugli autori del fallito golpe del 1991 che condusse alla fine dell’Urss, sulla misteriosa serie di suicidi che ne seguirono e sugli inquietanti risvolti finanziari della vicenda.

Dalle carte emerge in primo luogo come i finanziamenti ai partiti fratelli fossero una parte integrante della politica sovietica, al punto che lo stesso Gorbaciov può tranquillamente dichiarare che “Le modalità e i meccanismi con cui si costituiva il Fondo di assistenza internazionale ai partiti e alle organizzazioni operaie e di sinistra mi sono ignoti. A mio parere, tutto si basava sulle informazioni degli esperti di questioni internazionali”.

Nel libro Stepankov racconta con precisione i fatti che riguardano l'inchiesta sulla trasmissione di denaro del Pcus ai partiti fratelli comunisti, e ai movimenti di sinistra stranieri, che avevano avuto inizio a partire dal 1922.

Stepankov racconta con precisione la sua collaborazione con il giudice Falcone, “Stepankov sarà sempre grato - scrive Bigazzi - al giudice Falcone, come ama chiamarlo, per essere stato il primo, e più convinto, magistrato occidentale deciso a collaborare con gli inquirenti dell'appena nata Federazione Russa”. In poco tempo il livello di fiducia arrivò al punto che per la prima volta nella storia dell'Urss,“la Procura generale osa violare gli archivi più segreti del mondo non solo per trovare materiale utile alle proprie inchieste[...]”, ma anche da“consegnare alla procura di un Paese che, fino al giorno prima, si trovava dall'altra parte della cortina di ferro”. C'era tanto materiale che Stepankov voleva affidare personalmente a Falcone, e che dopo la sua morte consegnò ai magistrati romani. Peraltro lo stesso Stepankov, per tenere vivo il ricordo del giudice Falcone, ha pubblicato, una parte cospicua del materiale raccolto, in due libri:“Il complotto del Cremlino” e “GKCP. 73 ore che hanno cambiato il mondo”. Questo materiale è di grande interesse, ha costituito la base per una corretta interpretazione“della complessa problematica legata all''oro di Mosca'. Un meccanismo intricato, dominato da intrighi e spie, Kgb e Pcus”, che Stepankov e i suoi colleghi riescono a sbrogliare. “Si può dire, senza esagerare, che il giudice Falcone lo abbia aiutato a guardare con occhi diversi una questione che in Russia nessuno aveva mai osato affrontare”.

Del resto Bigazzi sottolinea come in nessun altro Paese al mondo era esistito un Partito comunista come quello dell'Urss.“Il Pcus era una struttura sovrastatale, viveva secondo le proprie leggi e non era sottoposto a nessun controllo dall'esterno, inoltre questa sua posizione eccezionale era ribadita nella Costituzione”. Era una condizione eccezionale e privilegiata, mai vista prima, e proprio per questo risiedono le cause di tutte le difficoltà dell'inchiesta. Naturalmente i capi e i funzionari del Pcus, non si piegano al pentimento o alle confessioni, anzi spesso negano di aver versato soldi del partito ai partiti fratelli.

Bigazzi ci tiene a precisare che “una delle caratteristiche più paradossali del Partito comunista sovietico era la sua irriducibile tendenza all'illegalità. Infatti, “Pur essendo 'dirigente e direttivo', detenendo ogni immaginabile e inimmaginabile diritto, il partito preferiva sbrigare i propri affari in gran segreto, e durante tutto il lungo periodo in cui governò incontrastato non uscì sostanzialmente mai allo scoperto. Peraltro, “Le diciture SEGRETO e SEGRETISSIMO precedevano la maggior parte della documentazione di partito”.

Naturalmente anche le finanze erano rigorosamente coperte dal segreto, soprattutto quelle riguardanti il conto n.1 della Vnesheconombank. Nella sezione internazionale del Comitato centrale del Pcus, erano pochi dipendenti a conoscere il conto secretato e quasi tutti i documenti che lo riguardavano erano scritti a mano, le dattilografe non potevano essere ammesse a segreti tanto importanti. E quelli che hanno ricevuto negli ultimi dieci anni un consistente aiuto materiale da parte del Fondo sono stati i partiti comunisti di Francia, Stati Uniti, Italia, Finlandia, Portogallo, Cile e Israele, mentre in quantità minore sono stati finanziati più di novanta partiti in tutti i continenti. “Mandate qualcuno a prendere il tabacco”, i sovietici, lo chiamavano così, con un linguaggio convenuto, il denaro per i partiti comunisti stranieri. Una somma complessiva affluita nelle casse dei partiti di oltre 200 milioni di dollari Usa.

Dopo la morte di Falcone, Valentin Stepankov consegnò ai giudici romani il dossier che riguardava tutte le malefatte dei dirigenti del Pcus e dell'Urss: Un quadro completo che interessa tutti i partiti comunisti del mondo. Una parte riguarda anche il Pci.

Secondo Bigazzi il Pci è senza dubbio il partito comunista occidentale che ha maggiormente beneficiato dell'”assistenza fraterna” del Pcus. “Eppure questi finanziamenti, che potremmo definire 'effettuati alla luce del sole', sono di gran lunga inferiori a quelli che il partito comunista italiano, tramite numerose società di comodo, per non parlare delle cooperative rosse, è riuscito a intascare attraverso operazioni ritenute illegali dagli inquirenti russi”. Nel libro vengono pubblicati documenti che spiegano con estrema chiarezza i meccanismi usati dai dirigenti comunisti italiani per alcune di queste operazioni.

A preoccupare sia Stepankov che Falcone era quell'”economia invisibile”, che avevano creato i vertici finanziari del Pcus, prima di implodere. Risulta chiaramente come alla vigilia della dissoluzione dell’Urss il flusso di denaro all’estero diventi un modo per costruire una via di scampo dai cambiamenti che si profilano. Occorre, recita infatti una nota del Comitato centrale del Pcus del 23 agosto 1990, classificata come “SEGRETISSIMO”, “preparare proposte circa la creazione di strutture economiche nuove, ‘intermediarie’ (fondazioni, associazioni, ecc.), che con un minimo di legami ‘visibili’ con il Comitato centrale del Pcus possano diventare centri di formazione di un’economia del partito ‘invisibile’”. Che cosa c’entra tutto questo con Falcone? Bigazzi lo dice con le parole di un articolo pubblicato il 5 giugno del 1992 nientemeno che da Repubblica: “I rubli che lasciavano l’Urss arrivavano anche alle cosche siciliane. Ecco perché, dicono, se ne interessava anche Falcone”. Ed ecco perché – stavolta è Giulio Andreotti intervistato da Bruno Vespa – “l’attentato a Falcone fu organizzato in modo così spettacolare che, né prima né dopo, la mafia da sola fece niente di simile”.

Il testo racconta dei 1746 suicidi eccellenti dei vertici dell'ex Pcus, registrate in soli 3 mesi.“La grande maggioranza dei suicidi riguarda personaggi che avevano avuto a che fare, ricoprendo talora posizioni di grandissimo rilievo, con quelle immense ricchezze del partito di cui si sono perse le tracce e che forse nessuno è mai riuscito davvero a quantificare”. Al primo posto ci sono gli ultimi due tesorieri del Pcus, Nikolaj Krucina e Georgij Pavlov, entrambi si gettarono nel vuoto dalla finestra di casa. A questo proposito è interessante la “Nota” con misure urgenti di Krucina, redatta a dieci mesi dalla caduta del Muro di Berlino. Come organizzare le attività commerciali del partito all'interno e all'estero. Società miste, concepite per far fuggire capitali dalla Russia e farli scomparire oltreconfine, le famose Joint-venture.“Una vera e propria bibbia dei fondi neri”.

In appendice al libro si trovano due contributi, uno del vicedirettore di Panorama, Maurizio Tortorella e l'altro di Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia. Il primo si sofferma sulla montagna di denaro spedita in quarant'anni al Pci fino al suo scioglimento. Si tratta di quasi 1000 miliardi di lire. L'Italia era una destinazione privilegiata del fondo del Pcus, pesava per il 55 per cento dei versamenti. Certo molti hanno negato di questi finanziamenti, ma Martelli, l'ex Guardasigilli in un convegno romano di presentazione del libro “Oro da Mosca”, conferma che Falcone era coinvolto nell'indagine tra Italia e Russia e peraltro secondo il quotidiano russo, “Novye Izvestia”, Falcone era stato invitato a coordinare le indagine dal presidente Francesco Cossiga in persona.

Il 6 giugno sul “Corriere della Sera”, si racconta che perfino le campagne dei comunisti italiani per i referendum sull'aborto e sul divorzio furono pagate dai sovietici.

Carlo Nordio nel suo contributo si occupa della cosiddetta “questione morale”, della cosiddetta “superiorità morale” del Pci, sopravvissuto a Tangentopoli. Secondo Nordio “i democristiani avrebbero avuto molti argomenti per rispedire al mittente le bizzarre argomentazioni della questione morale”, magari “per zittire i moralismi berlingueriani” .Gli ineffabili eredi di De Gasperi secondo Nordio, erano terrorizzati dalla scoperta di analoghi finanziamenti americani.

Concludo con una mia riflessione personale: la fine di Giovanni Falcone, per certi versi mi ricorda quella di Ippolito Nievo, il tesoriere dei garibaldini, che possedeva tutti i registri, i libri-paga della cosiddetta “Spedizione dei Mille” in Sicilia. Nievo era depositario nonché conoscente di numerosi fatti scomodi e segreti di cui era meglio non sapere. Quelle carte compromettenti per qualcuno non dovevano arrivare a Torino e all'estero. E' chiaro che nelle carte emergeva tra tanto altro, il coinvolgimento della spedizione garibaldina del governo Cavour e soprattutto dell'Inghilterra. Pertanto Nievo richiamato dal generale Acerbi, urgentemente a Torino, si imbarcò a Palermo sul piroscafo “Ercole”, che stranamente naufragò nelle acque di fronte alla Calabria. Certo la Storia non si ripete mai identica, ma talvolta qualche analogia si riscontra.

Sembra che la contestata visita a Napoli del segretario della Lega Matteo Salvini, ha risvegliato antichi rancori nei confronti del Nord invasore, in ricordo della conquista armata nel 1860 da parte degli eserciti savoiardi. Addirittura ne è nata un'alleanza insolita tra i centri sociali e “sudisti” vari che è sfociata in una manifestazione a Pontida per rispondere alla provocazione degli invasori leghisti.

Per quanto riguarda la Storia ben venga una seria e non sterile riflessione sui torti patiti dal popolo meridionale al momento dell'Unità. Invece per l'attualità politica, i napoletani dei centri sociali sbagliano completamente bersaglio quando attaccano Salvini. E' assurdo prendersela con l'unico politico che forse si sta occupando dei problemi del Sud. Semmai Salvini può essere annoverato tra quei briganti che eroicamente combatterono contro il sistema statale dei liberali. Quindi ha ragione Alfredo Mantovano a denunciare sul settimanale Tempi, che anche questa volta si è perduta l'ennesima occasione per fare una discussione seria sulle vere questioni politiche del Mezzogiorno.

Allora per quanto riguarda la Storia:“Alziamo le nostre bandiere per difendere la nostra identità”, diceva Lucia, la brigantessa di Morrone nel casertano, alla sua banda pronta per combattere l'esercito invasore piemontese. Il libro di Francesco Pappalardo, “Il brigantaggio postunitario. Il Mezzogiorno fra resistenza e reazione”, D'Ettoris Editori (2014; e.13,50) è un'ottima sintesi (127 pagine) per conoscere la guerra che si è combattuta nelle regioni del Sud, tra gli eserciti venuti dal Nord e il popolo meridionale, dal 1860 al 1870. Ben dieci anni di guerra civile, combattuta tra italiani.“Il cosiddetto brigantaggio fu un sistema semiorganizzato di resistenza al nuovo Stato unitario e in molti casi una manifestazione di fedeltà alla dinastia borbonica[...]”.

In questi anni il brigantaggio ha assunto un carattere di assoluta novità, rispetto ad altri fenomeni di delinquenza organizzata che avevano interessato il Mezzogiorno d'Italia. Fino a qualche decennio fa il brigantaggio è stato liquidato come fenomeno di mera criminalità, grazie a studiosi e storici come Pappalardo, si è potuto conoscere il vero spirito dei combattenti che hanno resistito al nuovo Stato, venuto a depredare le regioni del Sud. Infatti per Pappalardo il“comportamento valoroso, definito sbrigativamente 'brigantaggio' dai vincitori, viene censurato e deformato per oltre un secolo, perchè nella costruzione dell'immagine 'epica' del Risorgimento non poteva esservi posto per alcuna forma di resistenza e dunque la reazione della popolazione del regno è stata letta per lungo tempo come una parentesi spiacevole da liquidare frettolosamente”.

Nel libro Pappalardo descrive in maniera circostanziata, utilizzando l'ampia e ricchissima documentazione esistente e la storiografia recente, senza idealizzare o demonizzare,“il panorama storico in cui nasce e si evolve il brigantaggio, evidenziando i risvolti sociali e religiosi della conquista sabauda del Mezzogiorno”.  Nella prefazione Oscar Sanguinetti, direttore dell'ISIIN (Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale) rifacendosi al pensatore cattolico brasiliano Plinio Correa de Oliveira, cerca di smontare il termine“brigante”, utilizzato per la prima volta dalla Rivoluzione Francese nei confronti degli oppositori vandeani e poi dalle truppe napoleoniche per demonizzare le insorgenze popolari che non ne volevano sapere della “libertà” promessa da Napoleone. Successivamente tutti i movimenti rivoluzionari hanno fatto uso del termine per screditare chiunque si opponeva alla loro “liberazione”. “Briganti saranno per il regime sovietico i contadini delle centinaia di comunità di villaggio russe che insorgono contro la collettivizzazione forzata e che marciano inquadrati nelle loro confraternite contro le mitragliatrici comuniste, alzando al cielo gli stendardi dei santi protettori”.  I rivoluzionari di ogni specie, dai liberali ai comunisti, non potevano concepire che le loro idee potessero essere rifiutate o addirittura combattute con le armi. Per loro, “solo un criminale, cioè qualcuno interessato colpevolmente a conservare privilegi e a opprimere gli altri, potrebbe farlo”.

Pertanto se in azione si vedono popolani e non aristocratici, si deve trattare per forza di banditismo organizzato, di devianza sociale, da reprimere in tutti i modi. Come è stato fatto con il popolo meridionale. Così per qualunque forma di reazione popolare, “che rivendichi in qualche misura percorsi politici alternativi a quello tracciato dall'ideologia della 'Liberté-Egalité-Fraternité', su di essa deve calare,“la scure dello stravolgimento semantico”. Del resto nella relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta, del 1863, letta alla Camera dall'on. Massari, si legge che, “Il Brigantaggio è la lotta fra la barbarie e la civiltà; sono la rapina e l'assassinio che levano lo stendardo della ribellione contro la società”.

Il libro di Pappalardo, affronta le varie letture che sono state date al fenomeno del cosiddetto brigantaggio. A partire da quella marxista-gramsciana, che vedeva nella rivolta popolare, una risposta alle carenza del risorgimento liberale, leggendola come un anticipo di lotta di classe, dei poveri contro i ricchi. Così il brigantaggio non è solo un fenomeno di criminalità, ma anche un moto sociale. Una interpretazione non priva di dignità, anche se fondamentalmente pseudo-scientifica.

Tuttavia queste letture del fenomeno brigantaggio danno però un'immagine alterata e ridotta.

Nella I parte del libro pubblicato dalla calabrese D'Ettoris Editori, Pappalardo descrive le interpretazioni dei vari storici che hanno dato al fenomeno del brigantaggio, con riferimento ad altri tipi di rivolte. Pappalardo cita Francesco Saverio Nitti, Benedetto Croce, Galasso, Molfese. Tutti sostanzialmente attribuiscono una prevalenza del carattere sociale alla resistenza antiunitaria, negando sia la componente politica che religiosa, per pregiudizi ideologici. Questa è una impostazione che non comprende e nega la cultura delle popolazioni italiane e in particolare la componente religiosa, che ne rappresentava l'anima. A questo proposito, scrive Pappalardo:“L'elemento religioso è generalmente presente nelle raffigurazioni d'epoca, sui vessilli e sulle insegne di battaglia; frati e sacerdoti sono presenti in gran numero nelle schiere degli insorgenti, sebbene fossero passati per le armi in caso di cattura; i vescovi – sebbene scacciati dalle loro sedi – sostengono efficacemente l'insurrezione, stampando pastorali di tono antiunitario e ribadendo le proteste e le scomuniche provenienti dalla santa Sede”. Si distingue in questa disapprovazione, la rivista dei gesuiti de La Civiltà Cattolica, che esprime il suo appoggio a quello “che era giudicato uno spontaneo movimento di massa, a carattere legittimistico, contro le usurpazioni del nuovo Stato liberale”.

Del resto il Paese Italia era già unito culturalmente e soprattutto religiosamente; non aveva bisogno di quella artificiale unità ideologica ostile alla cultura, ai costumi e alla religiosità dei popoli italiani. Gli italiani si sentivano uniti dall'elemento cattolico, dalla Chiesa e dal suo Pontefice che regnava a Roma.

Nella II parte del volumetto si affrontano i fatti, la resistenza e l'insurrezione, la repressione del brigantaggio, le leggi speciali e la fine della resistenza.

I fatti ormai sono abbastanza noti, se i generali e i galantuomini hanno tradito il Borbone, i soldati semplici e il popolo sostanzialmente gli è stato fedele.

“Sintomatico il comportamento dell'anziano generale Ferdinando Lanza, inviato in Sicilia con i poteri di alter ego del sovrano, che[...], si affretta a chiedere una tregua a 'Sua Eccellenza' Garibaldi prima che le sue posizioni fossero seriamente intaccate”. E quando i valoroso ufficiale Ferdinando Beneventano del Bosco e il colonnello svizzero Johan-Lucas von Mechel piombano su Palermo seminando il panico fra gli sgomenti garibaldini, il generale Lanza non esita e fermarli.

Per quanto riguarda la fedeltà dei sudditi, La Civiltà Cattolica scrive:“Il re Francesco II trovava nella fedeltà dei suoi sudditi e nel valore con cui presero a combattere sotto gli occhi suoi , un gradito compenso a tanti dolori[...]”. La maggior parte degli ufficiali e dei soldati sono con il re a combattere a Gaeta per l'ultima  simbolica resistenza. E dopo la sconfitta definitiva, furono in pochi a passare con l'esercito sabaudo, la maggior parte preferì restare fedele a re Francesco II. Molti furono fucilati e arrestati e nei mesi seguenti furono deportati al Nord e smistati in numerosi campi di concentramento. La Civiltà Cattolica, scriveva che era in atto, “la tratta dei napoletani”.

Nonostante la ricerca storica condotta dallo studioso Fulvio Izzo, nel suo, “I lager dei Savoia”, il destino dei prigionieri di guerra napoletani è ancora poco conosciuto, e ignoti sono il loro numero di morti. Non meno dura è la sorte di tanti esponenti del clero, numerosi i vescovi incarcerati o esiliati.

In un primo momento il governo di Torino tiene nascoste le resistenze popolari del Mezzogiorno, anche se la reazione degli occupanti è brutale. Il 21 ottobre del 1860, il generale sabaudo Enrico Cialdini telegrafa al governatore del Molise: “faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio, e do quartiere soltanto alle truppe[...]”. Qualche altro generale era convinto che non bisognava perdere tempo a fare prigionieri. Il linguaggio era abbastanza duro e sanguinario come quello del generale Pinelli, nell'Ascolano, incoraggiava i suoi ufficiali e soldati, scrivendo: “un branco di quella progenie di ladroni ancor s'annida fra i monti;  correte a snidarlo e siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali la pietà è delitto[...] Noi li annienteremo, schiacceremo il sacerdotal vampiro, che colle sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall'immonda sua bava[...]”: Questa è gente che gli hanno dato medaglie d'oro, dedicato vie ed eretto statue.

Intanto l'insorgenza del Mezzogiorno trova impreparate, psicologicamente e militarmente, le autorità civili e militari, anche se i segnali di ribellione c'erano eccome. “[...]Le stupefatte popolazioni contadine guardavano all'improvvisa invasione del regno da parte di soldati sconosciuti, parlanti una lingua estranea, che si apprestavano a insediarsi nel territorio di uno Stato che non aveva loro dichiarato guerra”.

La resistenza al nuovo Stato non ha visto solo il popolo, ma anche buona parte del legittimismo nazionale e internazionale, anche perché l'offensiva di Vittorio Emanuele II contro lo Stato Pontificio aveva richiamato in Italia gran parte della nobiltà lealista europea. Pappalardo fa alcuni nomi come il conte Henri de Cathelineau, il conte Theodule Emile de Christen, i catalani José Borges e Rafael Tristany, ce ne sono stati tanti altri, saranno artefici di memorabili imprese e faranno a lungo sperare in una conclusione vittoriosa della guerriglia. Uomini, eroi, che purtroppo gli è stato negato  l'onore di essere citati sui manuali di scuola per i nostri distratti studenti.

Purtroppo questa resistenza non ha avuto una direzione centralizzata, è esistita una rete di comitati diffusi nelle province che curavano il reclutamento dei volontari. Le formazioni armate, talvolta superano i mille uomini, spesso inquadrati da ex ufficiali. I combattenti innalzano la bandiera gigliata e intonano canti dell'antico regime. Nei giorni festivi assistono alla Messa, celebrata nei casolari di campagna, recitando la preghiera pro rege Francesco. Accanto alle grandi bande agiscono formazioni minori, ci sono un gran numero di fiancheggiatori, i cosiddetti manutengoli, che assicurano contatti fra le bande e la popolazione civile, e provvedono ai rifornimenti per i combattenti.

Pappalardo fa riferimento alle critiche di alcuni storici nei confronti del legittimismo e dei realisti napoletani che non sono riusciti a dar vita a un movimento esteso o un partito a favore della dinastia, probabilmente non sono riusciti a coagulare tutte le forze in una opposizione aperta al nuovo Stato liberale dei Savoia. Sono state vinte piccole battaglie, ma non quella più importante. Anche se bisogna riconoscere che il legittimismo borbonico ha avuto la capacità di aggregare per anni quasi tutte le componenti sociali intorno a un sentimento patriottico e nazionale.

Tuttavia la resistenza si è presentata in forme molto articolate, sia a livello parlamentare, le proteste della magistratura, la resistenza passiva dei dipendenti pubblici, il rifiuto di ricoprire cariche  amministrative e poi il diffuso malcontento della popolazione cittadina, l'astensione dai suffragi elettorali, il rifiuto della coscrizione obbligatoria, l'emigrazione, la diffusione della stampa clandestina, fra cui emerge lo scrittore Giacinto de' Sivo, che scrive molto denunciando apertamente la malizia e la strategia rivoluzionaria, nonché l'inettitudine e l'impreparazione di quanti avrebbero dovuto opporre prima una resistenza e poi una reazione.

Per Giacinto de' Sivo,“L'unità politica, non è sempre un bene, anzi è un male quando viene realizzata a danno dei valori spirituali e civili della nazione”. In opposizione al piano rivoluzionario, egli prospetta l'ipotesi di una confederazione, sul modello della Svizzera e degli Stati germanici, affinché possano sopravvivere le autonomie, le leggi, le tradizioni di ciascun popolo della penisola.

Nella primavera del 1861 divampa ovunque l'insurrezione generale. Le bande attaccano i paesi senza tregua, ottenendo l'appoggio della popolazione, si proclamano governi provvisori filoborbonici. Gli unitari non riescono più a controllare il territorio. Vengono fuori i vari capi della rivolta, tra i più significativi, Carmine Crocco e il sergente Pasquale Romano. La repressione non si fa attendere, Cavour invia a Napoli con pieni poteri civili e militari, il generale Enrico Cialdini, perché stronchi l'insorgenza a qualsiasi costo. Cialdini ordina una serie di eccidi e di rappresaglie nei confronti dell popolazione insorta, che rappresentano una pagina tragica nella storia dello Stato unitario. Particolarmente efferate sono le rappresaglie sulla popolazioni delle località insorte come Pontelandolfo e Casalduni nel Beneventano. Alla fine si arriva a praticare con la Legge Pica, un vero e proprio terrorismo militare, i protagonisti sono il generale Ferdinando Pinelli con le sue “colonne mobili” e il colonnello Pietro Fumel.

Il testo di Pappalardo descrive le varie fasi del grande brigantaggio, tenendo conto della geografia del territorio dove il fenomeno si è diffuso, contemporaneamente vengono elencati anche i nomi dei capibanda. In questo periodo, per la prima volta nel diritto pubblico italiano si introduce l'istituto del domicilio coatto, sul modello delle deportazioni bonapartistiche. Si arriva ad arrestare in massa ad esecuzioni sommarie, con distruzioni di casolari e di masserie, il divieto di portare viveri e bestiame fuori dai paesi, si colpisce “nel mucchio”, per disgregare con il terrore una resistenza che riannodava continuamente le fila.

Per combattere il brigantaggio, il nuovo Stato fa uso della guerra psicologica attraverso bandi, proclami, servizi giornalistici e fotografici. Soprattutto le immagini sono importanti per demonizzare il nemico, in questo caso i briganti. Prende corpo la moderna “informazione deformante”, abilmente messa in atto dal governo sabaudo. Anche Pappalardo cerca di dare delle cifre sui morti in questa spietata e crudele guerra civile. Citando lo storico Roberto Martucci, nel decennio, le vittime dovrebbero essere quantificate da un minimo di ventimila ad un massimo di oltre settantamila, un numero molto superiore alla somma dei caduti di tutti i moti e le guerre risorgimentali dal 1820 al 1870.

Le poche informazioni che ho avuto su Antonio Oliveira Salazar risalgono agli anni della mia giovinezza. La figura dell'esponente politico portoghese mi ha sempre affascinato, purtroppo però non esiste una bibliografia adeguata in lingua italiana. Anzi sono pochissimi i testi che riguardano lo statista lusitano. Qualche anno fa, con i pochi elementi che avevo, ho tentato di presentare sui giornali dove collaboro, il politico portoghese. Oggi ho qualche elemento in più, addirittura un libro che ho appena finito di leggere. Si tratta di un interessante studio sulla storia contemporanea del Portogallo e di Salazar, scritto da Mircea Eliade, professore rumeno, tra i più importanti studiosi di storia delle religioni. Il titolo: “Salazar e la rivoluzione in Portogallo”, pubblicato dalle Edizioni Bietti di Milano (2013).

Salazar è una figura poco conosciuta, eppure ha governato il Portogallo per una quarantina d'anni. Dalla stragrande maggioranza dei critici, degli storici, viene liquidato come un dittatore clerico-fascista, che perlopiù ha imitato le varie dittature nazionalfasciste del Novecento. Invece la verità non è proprio questa, anche se certamente è stato un dittatore che ha sospeso i diritti democratici, tuttavia merita essere conosciuto e soprattutto studiato.

 Il curatore dell'opera, Horia Corneliu Cicortas, nell'appendice al libro di Eliade, scrive:“I lettori italiani hanno così l'opportunità di conoscere un'opera dedicata a un personaggio storico che, soprattutto (ma non solo) in un periodo come quello che stiamo attraversando, di crisi economico-finanziaria, smarrimento politico e incertezza internazionale, può rivelarsi ancora – mutatis mutandis – di una certa attualità”. Pertanto osservando il miserando quadro politico italiano sarei tentato di fare l'apologia del dittatore portoghese. Tra l'altro, lo studio di Eliade, scritto nel 1942, non mi sembra che abbia intenti celebrativi dello statista. Tuttavia come per ogni figura o esponente politico del passato, vale anche per Salazar, occorre sempre giudicare tenendo conto del momento storico in cui è vissuto. Nonostante tutto Salazar è un uomo del Novecento, il secolo delle “ideologie assassine”, come lo definì Robert Conquest.

Ripeto prima di emettere giudizi sul professore Antonio Oliveira Salazar, bisogna studiarlo attentamente. Al momento in Italia è stato pubblicato pochissimo materiale, in rete si trova poco, tutte le pubblicazioni sono in portoghese. Per chi è interessato, ho scoperto un sito internet, naturalmente in portoghese. (oliveirasalazar.org).

Mircea Eliade, visse in Portogallo, tra il 1941 e il 1945, in questo periodo ha dedicato un libro al dittatore. Si tratta di un saggio storico-critico, documentato e interessante, che ricostruisce l’intricata storia portoghese, specie a livelli socio-politico, praticamente dal ‘700 al ‘900, mostrando la peculiarità della cultura politica lusitana e restituendo, dopo anni di damnatio memoriae, la meritata fama ad uno dei più grandi politici cattolici del XX secolo.

E' un testo non solo per specialisti o appassionati della storia di una nazione tutto sommato “periferica”, ma di un libro che potrebbe dare qualche contributo in merito alla formazione politica del militante cattolico italiano di oggi.

Salazar nasce nel 1889, da una famiglia modesta, diventa seminarista per ben otto anni, studente di giurisprudenza e poi docente universitario di Economia, politica e finanza all'università di Coimbra. Una città che amerà sempre, dove“aveva trovato la geografia ideale per il suo spirito”. Qui Salazar da studente e da professore, amava “tutto il silenzio delle biblioteche e la solennità della Città Universitaria, le passeggiate solitarie, nei parchi e nelle valli, dove poteva continuare in stato di quiete le conversazioni con se stesso[...]”. In questa città medievale,“romantica e rivoluzionaria a un tempo, Salazar incontra l'impulso verso le cose che durano: la Chiesa, la gloria del Portogallo e le opere del pensiero. Chiamato a ricoprire prima il ministro delle Finanze, dopo quello del capo del Governo portoghese.“Tutte le informazioni biografiche a nostra disposizione – scrive Eliade - parlano d’un bambino modello, dotato di quelle virtù tanto più antipatiche quanto più precoci, come mitezza e temperanza – è il figlio ideale e l’amico esemplare” (p. 128). E tale resterà sempre: un esempio di integrità morale senza falla e senza infingimenti.

Salazar scelse di vivere come un monaco nel mondo, facendosi servitore di Dio e del suo popolo, senza demagogia e senza esibizionismi, tutto dedito alla causa della sua rivoluzione: una rivoluzione spirituale, e quindi, logicamente, anche politica.

Mircea Eliade fin dall’introduzione si pone la domanda: “E’ storicamente realizzabile una rivoluzione che abbia come protagonisti uomini che credono, anzitutto, nel primato dello spirituale?” (p. 11). Inoltre,“Come è stato possibile arrivare a una forma cristiana di totalitarismo, in cui lo Stato non confisca la vita di coloro che lo costituiscono ma fa sì che la persona umana (la persona – non l’individuo) conservi tutti i suoi diritti naturali?” (pp. 11-12). Sono proprie queste  fondamentali domande che hanno spinto Eliade ad occuparsi dello statista portoghese.

Per Salazar l'educazione e la formazione degli uomini sono troppo importanti per essere trascurate.“Era persuaso che il problema nazionale - come in Francia, Italia e Spagna – fosse una questione di educazione […] e che, di conseguenza, poco avrebbe contato il cambio dei governi o dei regimi, se non avessimo cercato, in primo luogo, di cambiare le persone. Avevamo bisogno di persone, dovevamo educarle”. La questione educativa della gioventù, è stato un tema sempre presente nell'uomo politico Salazar. Attraverso la volontà e la cultura, bisogna cambiare l'uomo. Si possono fare tutte le possibili riforme, ma prima di tutto è “l'essere umano a dover essere riplasmato. E questo è compito dell'educazione”.

Salazar crede nella possibilità di cambiare l'uomo attraverso una formazione laica, avviata in famiglia e portata a compimento dalla scuola.“L'uomo ha un'intelligenza, che va guidata dalla verità; ha una volontà, che va indirizzata al bene; ha uno scopo, che dev'essere vigoroso e sano...A poco serve la scienza, se non aiuta l'uomo a diventare migliore”. Sono dei principi universali di una straordinaria attualità. Salazar confida nella superiorità dei genitori nell'educazione dei figli e proprio dalla collaborazione tra genitori e insegnanti,“uscirà la patria di domani, il Portogallo che, spero in Dio, sarà più vigoroso e forte, intelligente e istruito, virtuoso e buono!”. Salazar era convinto che “con la sola politica non si possa trovare una soluzione ai grandi problemi che ci coinvolgono[...]  Persuaso che la soluzione si trovasse nel profondo d'ognuno di noi piuttosto che nel colore politico dei ministri”. Salazar nel 1921, partecipò per la prima volta ad una seduta parlamentare, e capì subito l'inutilità di questa istituzione politica,“l'irrimediabile precarietà del regime democratico-parlamentare”. Gli bastò un solo giorno per comprendere il processo di disgregazione del regime politico portoghese. Eliade descrive molto bene la situazione politica di quel tempo, del resto quasi metà del volume si dilunga sullo spettacolo degradante della politica portoghese:“I governi cadono ogni tre anni oppure ogni tre settimane, a stento se ne tiene il conto[...] dappertutto si possono scorgere i segni della decomposizione: la corruzione dei politici, gli abusi dei dirigenti, l'incidenza dell'amministrazione, la rovina economica e finanziaria del Paese, la degradazione della stampa, la sterilità della cultura. La gente non sa più a chi riporre la propria fiducia, le proprie speranze”. Sembra di descrivere la nostra società italiana.

In pratica dal 1911 al 1926 il Portogallo ha visto succedersi otto capi di Stato q quarantatré governi. Mentre dal 1926, fino al 42, un solo capo di Stato, il presidente Carmona e solo cinque esecutivi. Pochi Paesi possono vantare una simile stabilità.

Naturalmente questo stato di “salute” della società portoghese porta allo scoppio di colpi di Stato da parte dell'esercito, così si giunge al 28 maggio 1926, quando i generali si rivolgono al popolo portoghese, per liberarli da una minoranza corrotta e tirannica, che ha umiliato la nazione portoghese. Si forma un triunvirato e a sorpresa si nomina il Dr. Oliveira Salazar a ricoprire il ruolo di ministro delle finanze.

Successivamente il generale Carmona si impone come unico responsabile del governo del Paese, che si rivolge di nuovo a Salazar per risolvere la grave crisi economica del Portogallo, investendolo questa volta di pieni poteri. Intanto la dittatura militare negli ambienti politici europei non era ben vista. Si è pensato di aiutare economicamente il Portogallo, ma le condizioni economiche della Società delle Nazioni, limitavano troppo la sua sovranità, pertanto il governo preannuncia un programma governativo rivoluzionario, dove“ciascuno deve cercare di realizzare il possibile in casa propria,incominciando a mettere ordine nella propria vita e nella propria famiglia e sacrificando poco -un'ora di sonno, un giorno di vacanza, uno spettacolo, un pasto, eccetera”.

Salazar rinchiuso nel suo ufficio, si era preso l'impegno di riequilibrare il bilancio in un solo anno, un miracolo a cui difficilmente si poteva credere. Scrive Eliade:“La rivoluzione di Salazar era tanto più difficile da comprendere in quanto d'una sorprendente semplicità; questo perchè gli interessavano anzitutto le cose piccole e ben fatte”. Il dittatore era convinto di aver “combattuto per una politica del buon senso contro quei piani, talmente grandiosi e vasti, da farci disperdere tutta l'energia solo per ammirarli, senza più lasciarci la forza di realizzarli”. La cosa più urgente del momento era di risparmiare.“Non facciamoci illusioni. La riduzione dei servizi pubblici e delle spese porta con sé restrizioni alla vita privata e, di conseguenza, sofferenze”. Così chiede di essere lasciato in pace,“piegato su tabelle numeriche, sforzandosi giorno e notte di ridurre, equilibrare e risparmiare”. Non incontra nessuno,“si rifiuta di partecipare alle cerimonie ufficiali o ai banchetti diplomatici, ossessionato da un solo pensiero: il pareggio del bilancio. 'Stiamo chiacchierando troppo!' . Aveva detto due mesi fa ai lavoratori. Certo per un filosofo cattolico, che crede in quei valori, che più volte ha ribadito, nel primato della spiritualità e della forza creatrice dello spirito,“costretto a iniziare la propria rivoluzione raddrizzando il bilancio d'un Paese sull'orlo del baratro e risanandone a fatica le finanze. Eppure – scrive Eliade – anche con questa attività, apparentemente così terrena e materiale, mantiene la propria tecnica spirituale: l'equilibrio del bilancio non è solo l'impresa d'un esperto finanziario ma è allo stesso tempo l'opera d'un moralista, d'un filosofo e d'un praticante cristiano”.

Salazar ha fatto un “lavoro serio”, rispetto ai vari demagoghi e incompetenti che hanno distrutto il Portogallo. Il suo bilancio “non è il risultato di combinazioni artificiose”. Non si può continuare “con bilanci truccati e riforme fittizie”. Si dal primo momento è sincero con il popolo. Anche se è sgradevole, occorre mettere subito il Paese di fronte alla verità.“Le persone devono capire di trovarsi sull'orlo del precipizio: la salvezza può provenire solo da loro stesse, può essere perseguita con mezzi semplici[...]”. Salazar non sta creando niente di nuovo, ma a poco a poco si intravede il suo ruolo guida della nazione e di vero capo del regime nato dalla rivoluzione del 28 maggio. In un solo anno e mezzo, ha fatto solo tre discorsi, intanto, “il miracolo in cui nessuno credeva si è compiuto. Per la prima volta dal 1913, il bilancio del Portogallo non è più in passivo. Anzi, il budget del biennio 1928-1929 redatto da Salazar si conclude con un eccedente di 1.567.000 escudos, rispetto al deficit di 388.667.00”.

Ecco perché a proposito della crisi economica che attanagliava l'Europa negli anni 30 il grande storico delle civiltà e pensatore svizzero Gonzague de Reynold, poteva scrivere:“Il Portogallo, grazie alla dittatura del grande cristiano Salazar è il solo Stato del globo, il cui bilancio, si chiude, in questi ultimi anni, con un'eccedenza di entrate e con le tasse più leggere d'Europa” (Gonzague de Reynold, La casa Europa,D'Ettoris Editori, Crotone, 2015)

Ma Salazar non ha scelto di collaborare con la dittatura militare per ridurre soltanto il deficit, anche perché essa si sarebbe potuta mantenere con la forza per altre sei, dodici mesi, poi tutto sarebbe crollato. Il professore, il tecnico Salazar auspicava sopratutto una rivoluzione nazionale,“perché i deficit erano dovuti non soltanto a una detestabile amministrazione, ma anche a una falsa visione del mondo e della vita”. Certamente il risanamento del bilancio dello Stato era urgente, però per Salazar, non finiva lì:“a nulla sarebbe valso un pareggiamento se la gente avesse continuato a credere nei vecchi miti liberali di ricchezza, produzione, individuo, eccetera”.

Nel 1930 parlerà dei Principi fondamentali della rivoluzione politica. Tra essi, il cardine è la tutela della famiglia, la quale, contro l’individuo esaltato “dal liberalismo politico del XIX secolo”, è la vera “cellula sociale irriducibile, nucleo originario del villaggio, della città e quindi della nazione” (p. 223). “Vogliamo costruire lo Stato sociale e corporativo in stretta corrispondenza con la costituzione naturale della società. Le famiglie, i villaggi, le città e le corporazioni nella quali si trovano tutti i cittadini, con le loro libertà giuridiche fondamentali, sono organismi costitutivi della nazione e, in quanto tali, devono intervenire direttamente nella formazione dei corpi supremi dello Stato” (p. 223)

Secondo il dittatore,“solo un’autentica e fertile vita spirituale è in grado di garantire l’ordine politico, l’equilibrio sociale e il progresso economico”. Sono parole da meditare e da affiancare a queste non meno attuali: E’ la crisi morale, prima ancora di quella materiale, a rendere infelice il mondo” (pp. 229-230).

Salazar non ha timore di menzionare Dio e la fede in un discorso politico, “egli è un filosofo che crede in Dio”. Non aveva la vocazione del dittatore capace d'incitare e costringere le masse, non aveva la voce da tribuno, “era un professore emigrato nella politica”, non ha mai tradito la propria vocazione d'istruire, accudire ed educare gli altri. Non ha mai abdicato alla serietà e all'onestà dell'insegnante. Peraltro secondo Eliade,“le sue idee politiche non avevano nulla di straordinario; molte di esse erano già state formulate in passato, alcune applicate in altri Paesi”. Ha sempre anteposto a tutto i valori a cui credeva: Dio, il primato dello spirito, il Portogallo e la famiglia. Fu un dittatore senza volerlo per Eliade. Sempre con calma e fermezza, “Sapeva ciò che voleva e dove stava andando”. Secondo Eliade, Salazar, “Da cristiano, buon portoghese e professore, ha inteso edificare la rivoluzione nazionale sulle stesse fondamenta da cui era partito quando era stato chiamato a salvare il bilancio del paese: il primato della spiritualità cristiana, della tradizione latina lusitana”.

La nuova Costituzione portoghese del 1938, reca l'impronta dello spirito di Salazar, vi si trovano tutti i principi che avevano ispirato la dottrina sociale del cattolicesimo moderno. “Le fonti della nuova Costituzione portoghese sono l'enciclica Divini Redemptoris di Pio XI. La Carta del lavoro italiana ma, soprattutto, la Quadragesimo Anno del maggio 1931”. L'ispirazione cattolica non significa che Salazar ha costruito uno Stato confessionale, naturalmente mantiene la libertà nei confronti della Chiesa romano-cattolica. Del resto Salazar voleva mantenersi libero anche dai suoi vecchi compagni di lotta, che invitava a rinunciare all'organizzazione politica e partitica. “Non accetta di lasciarsi condurre da alcun dogma che non sia quello della nazione”. Cercava di mantenersi sempre al di sopra delle parti per non compromettere l'unità nazionale.

Nel momento in cui lo Stato non è più considerato una “totalità di individui”[...] i partiti non possono più sussistere e la lotta di classe si conclude”. Pertanto, “a fondamento dello Stato va la famiglia e solo chi sia capofamiglia gode di diritti politici; solo chi ha cura d'un focolare domestico è considerato capace di scegliere i rappresentanti nelle Camere Corporative o nell'Assemblea Nazionale”. Nell'organizzazione dello Stato, Salazar, attribuisce alla famiglia un'importanza determinante. E' l'apologia della famiglia, uno dei leitmotiv dei discorsi di Salazar.

La maggioranza dei portoghesi è con Salazar, anche perchè sono troppo evidenti le opere materiali e sociali. Ma questa maggioranza deve essere educata, convinta, deve essere trasformata moralmente. Dev'essere sradicata da quella mentalità democratico-liberale e principalmente massonica. Ecco che Salazar procede a mettere al bando nel 1935 la massoneria.

Concludo. Salazar visse nella semplicità e morì povero, conducendo un'esistenza fuori dal comune. Le sue ricchezze furono i suoi ideali. 

Amico intimo del cardinale arcivescovo di Lisbona (con cui visse da studente) e di suor Lucia di Fatima (la quale lo stimava molto), non ostentò mai la sua profonda religiosità, ma si servì della dottrina cattolica e delle massime del Vangelo per essere un buon servitore dei cittadini, specie dei poveri, dei semplici e dei marginali.

Insegna a tutti noi che è sempre possibile, malgrado l’odio e la potenza dei nemici, “la passione calma di compiere il proprio dovere, vivere verticalmente, accettare con serenità il proprio destino, senza chiedere ricompense” (p. 237)

A me sembra che“Salazar ha tentato di salvare il Portogallo attraverso una rivoluzione cristiana, vale a dire attraverso una rivoluzione che partisse dalle cose piccole e ben fatte – e ci è riuscito”.

 

A volte la mia difficoltà non è leggere un libro (che è uno sforzo lavorativo vero e proprio), ma come giustificare la sua lettura e soprattutto la presentazione nei blog dove collaboro. Anche se per la verità non devo rispondere a nessuno del mio operato.

Pertanto a fronte di una crisi che non smette di turbarci, come posso giustificare la presentazione di libri che riguardano il cosiddetto “brigantaggio” dopo la conquista del Sud ad opera dei garibaldini? Del resto occuparsi di politica è scoraggiante visto come sta andando nel nostro Paese. Gli italiani non ne possono più di vedere certe facce in tv, lo scriveva ieri Pansa su La Verità. Rilevava che su Sky in una presentazione dei tre concorrenti alla segreteria del Pd, l'ascolto è stato sotto il 3%.

Allora meglio fare i conti con la nostra storia, a cominciare dal cosiddetto “brigantaggio”, il “buco nero”, del  Risorgimento. Per anni i tutori del Risorgimento hanno cercato di nasconderlo e quando non potevano lo hanno demonizzato, liquidandolo come reazione di delinquenti e assassini di professione.

Casualmente ho acquistato nella solita libreria milanese, due testi romanzati proprio sulle brigantesse. Il primo, “La Briganta e lo sparviero”, di Licia Giaquinto, Marsilio (2014) e “Le ragioni di Lucia”. Passioni e lotte di una brigantessa”, di Edmondo Capecelatro, Rogiosi editore (2013). I testi sono romanzi fino ad un certo punto, perchè attraverso la vita di due ragazze, riescono entrando soprattutto nel contesto della società di allora, a raccontare le ragioni politiche e sociali della reazione popolare dei meridionali all'invasione dell'esercito sabaudo che è sceso al Sud non per liberare il popolo del Mezzogiorno ma per normalizzarlo.

Licia Giaquinto, scrittrice irpina, racconta la storia di Filomena, che nella primavera del 1862, in un bosco lungo il fiume Calaggio, intreccerà il suo destino con quello del brigante Giuseppe Schiavone, detto lo sparviero. Filomena sfuggita da un palazzo di Sant'Agata di Puglia, dove è stata accusata di essere ladra, e lui appena morso da una vipera. I due si innamorarono e subito e iniziano una vita fatta di sacrifici e di peripezie. Inseguiti ovunque dall'esercito piemontese, percorreranno in lungo e in largo i territori montuosi tra la Basilicata, Campania e Puglia. Il testo della Giaquinto è bello anche perché descrive con realismo l'ambiente del “meridione selvaggio”, in lotta contro l'invasore. Nel libro vengono descritte vicende di personaggi realmente esistiti, filtrate da una scrittura evocativa e affascinante. Allora c'è posto per Carmine Crocco, Ninco Nanco, il sergente Romano, Chiavone e poi i luoghi delle battaglie vere e proprie con l'esercito piemontese dei vari generali Pinelli, Fumel.

Giaquinto nel suo libro cerca di presentare la lotta dei briganti con realismo, non fa dell'ambiente brigantesco come qualcosa di idilliaco, sa che in quell'ambiente c'erano fior di delinquenti, violenti, dediti al saccheggio gratuito. Però non manca di descrivere le ingiustizie che ha subito il popolo meridionale, in particolare le violenze sistematiche sulle donne, e non solo sulle brigantesse. La scrittrice descrive bene i particolari, come nella notte della cattura di Giuseppe e un gruppetto di briganti, i soldati del nuovo regno non si sono spaventati dall'incessante pioggia simile al diluvio universale:“I lupi venuti dal nord erano più lupi veri, e non si erano lasciati spaventare dal fatto che Dio avesse deciso, quella notte, di riprovarci con il diluvio[...]”. Giuseppe viene fucilato, a Filomena e a tante altre donne rimane il carcere, dove arrivano i fotografi che avevano seguito i piemontesi a caccia di uomini e donne del brigantaggio.

Il secondo libro, “Le ragioni di Lucia”, denso di notizie storiche e di episodi di combattenti, ruota intorno a un centro ben preciso: Morrone, un borgo in Terra del Lavoro, con il Monte Castello, un'altura dove sorge un antico maniero. Siamo sulla strada per Caserta. Qui l'autore costruisce il suo libro sulla vita di una ragazza, Lucia, che lotta  anch'essa come Filomena, per la libertà, per il riscatto dalla condizione di donna e di contadina. Lucia non esita ad imbracciare le armi per sostenere le sue idee. Dopo una iniziale simpatia per Garibaldi, aderisce ad una formazione “partigiana” e diventa brigantessa, addirittura lei stessa dopo la cattura del tenente Francesco Correale, diventa il capo della banda, sfatando certe mentalità ataviche, che condannava la donna a certe mansioni.

Il testo di Capecelatro, poco romanzato, è costruito intorno alla vita di Lucia, di Ciro detto Ciruzzo e del tenente Correale, ci sono tutti i passaggi della storia reale, dalla fine del Regno di Francesco II alla lotta per dieci anni dei briganti contro i battaglioni savoiardi. Tre episodi fanno cambiare idea ai due protagonisti, Lucia e Ciruzzo. Il licenziamento dei lavoratori presso l'Officina di Pietrarsa, ad opera dei nuovi padroni piemontesi. Questa officina era il più grande opificio industriale d'Italia. Ciro insieme a tanti altri lavoratori è stato licenziato e poi rinchiuso in carcere della Vicaria a Napoli per essersi ribellato al licenziamento. L'altro episodio è stato l'irruzione dei garibaldini che sbrigativamente requisiscono tutti i generi alimentari nella casa della famiglia di Lucia. “Ma non erano venuti a portare la libertà?”.

Il terzo episodio, la morte di Giovanni, fratello di Lucia, a Gaeta nell'ultima resistenza del Re Francesco con Maria Sofia. Il tenente Correale porta la notizia della morte alla famiglia.

“Ma perchè sparare su dei vinti?” domandò sdegnosamente Lucia. “Perchè coloro che hanno mandato qui giù quell'esercito, proclamandosi nostri liberatori, vogliono soltanto conquistare la nostra terra, spogliarci dei nostri averi, calpestarci come padroni”, riprese il tenente. Correale non si arrende e comunica a Lucia di voler continuare la resistenza contro gli invasori. Decide di rifugiarsi nel castello sopra Morrone.

Intanto la famiglia di Lucia deve subire le angherie di Pietro Ajello, il potente proprietario terriero del luogo, il nuovo padrone che aveva comprato a prezzi stracciati le terre demaniali requisite dal nuovo Stato, magari alla Chiesa. Per questo può cacciare via dal terreno e dalla casa la famiglia di Lucia. Per evitare il tracollo economico il padre è costretto a mandare sua figlia a lavorare nel palazzo di Ajello. Qui Lucia in pratica viene sfruttata e umiliata al punto che la ragazza, per sfuggire alle avance del disdicevole personaggio, esasperata, abbandona quella casa per rifugiarsi sul Monte Castello dove c'erano i briganti.

Interessante il dialogo tra la donna e il tenente Correale, per capire la forza degli ideali di quei combattenti.“La resa senza combattere è dei vili o dei traditori e i nostri generali hanno consegnato la nostra terra a chi l'ha usurpata[...] La nostra lotta sarà forse inutile, ma mi resterà pur sempre l'appagamento di poter dire io ci ho provato e l'orgoglio per non avere chinato il capo”. Continua il tenente: “Ci chiameranno briganti, ma siamo partigiani e siamo già in tremila, ed altri ancora si stanno organizzando, per sconfiggere  chi ha occupato il nostro Paese e, se non ci riusciremo, almeno la storia potrà parlare di orgoglio meridionale”. Lucia era affascinata dai discorsi del tenente che parlava di ribellione, di un futuro dove non ci sarebbero state ingiustizie. Entrambi ritornano ad avere voglia di vivere, nonostante siano consapevoli di poter morire da un momento all'altro.

Altrettanto significativo è il momento quando il tenente insieme ad un drappello di briganti costringe il potente Ajello a restituire il terreno al povero Luigi, padre di Lucia, facendogli firmare l'atto di fronte a un notaio. Il libro di Capecelatro è ricco di episodi interessanti da leggere, nonostante i suoi personaggi si muovono nel ristretto territorio di Morrone, riesce a scrivere sinteticamente quello che già da tempo tanti storici e studiosi con documenti alla mano hanno scritto. Anche nel libro di Capecelatro, appare evidente lo scontro militare e politico tra due mondi diversi: quello del nuovo regno di Sardegna e il Mezzogiorno.“Ormai quella che si combatteva in tutto il Mezzogiorno d'Italia era una guerra civile”. L'unità forzata del Paese, voluta e realizzata dai Savoia,“aveva messo italiani contro italiani”. Scrive Capecelatro,“se in un primo momento la rivolta era portata avanti da tradizionalisti fedeli al Borbone, successivamente assunse un carattere di protesta sociale e, a questi, si aggiunsero i delusi dal nuovo corso e tutti i perseguitati dall'oppressivo regime piemontese.

Nei primi mesi di guerra furono oltre duemila i briganti o presunti tali passati per le armi, quattordici paesi rasi al suolo o dati alle fiamme, molti gli arresti e incarcerati. “Non male come inizio della nuova Italia unita sotto la corona dei signori Savoia”.

Anche lo scrittore napoletano non intende costruire una leggenda aurea intorno ai borboni. E' consapevole che la caduta del Regno è anche colpa del sistema che ruotava intorno al povero Francesco II. Tuttavia, Lucia era consapevole che“i tanto vituperati Borbone avevano comunque assicurato a lei e alla sua famiglia un'esistenza dignitosa, una casa, un lavoro[...]Ora, con Garibaldi prima e i Savoia poi, tutto sembrava crollare, disgregarsi, come se il Mezzogiorno d'Italia andasse abolito, cancellato con tutte le sue tradizioni di storia e di civiltà che ne avevano fatto uno dei principali Stati europei”.

Lucia senza saperlo diventò brigantessa , era stato Francesco a sconvolgere la sua esistenza, ha scoperchiato la sua vera indole: quella di una donna che aveva tutte le potenzialità per elevarsi al di sopra della massa, ascoltare la voce del dissenso, di contestare le regole ingiuste. “E' per istinto di conservazione che bisogna continuare a lottare, combattere”, diceva Lucia. “Per lasciare qualcosa di noi[...]Perchè i nostri figli non abbiano a maledirci, perché non si sentano traditi dai loro padri”. Francesco voleva recarsi a Sorrento dalla sua famiglia, ma è stato tradito e catturato dai soldati. Dopo ripetute violenze, ha la forza di polemizzare con l'ufficiale piemontese, che gli aveva promesso la libertà se giurava fedeltà al suo re.“Che strano concetto di libertà è il vostro. - ribatté Francesco – La libertà è quella di pensiero, quella di poter disporre della propria vita, quella di poter operare delle scelte. Schiavitù è prostrarsi innanzi al vincitore, innanzi ai potenti, è violentare le proprie idee per sacrificarle ad un effimero vantaggio. Ed allora io morirò da uomo libero anche penzolando da una vostra forca, resterò un uomo libero anche se rinchiuso in una delle vostre galere. Ma sarei uno schiavo se abbracciassi per convenienza le vostre idee. Parole piene di grande significato, che possiamo fare nostre; oggi non siamo chiamati a combattere una battaglia armata, ma certamente siamo chiamati a combattere una battaglia culturale delle idee, pronti a non arretrare sui valori che contano. Ce lo ha ricordato l'altra sera il presidente del Comitato“Difendiamo i nostri figli”, Massimo Gandolfini al teatro Rosetum a Milano.

Il libro di Capecelatro ricorda i funesti campi di concentramento dei Savoia, i lager dei Savoia, li ha chiamati, lo storico Fulvio Izzo, dove sono stati rinchiusi a morire i soldati napoletani di Francesco II. La più nota è Fenestrelle, la lugubre fortezza, con tremilanocentonovantasei gradini, a quasi duemila metri, dove il nuovo Stato italiano tentò di rieducare e far diventare civili i napoletani. Qui furono deportati circa venticinquemila meridionali che si opponevano alla conquista e alla successiva annessione delle Due Sicilie al Regno di Sardegna. Se i re Borbone potevano vantare diversi primati, come la ferrovia, il vapore, l'osservatorio astronomico, l'illuminazione stradale a gas, addirittura la prima regolamentazione sulla raccolta differenziata, ora i sabaudi potevano ostentare un loro primato: il primo lager in Europa.

Con la scomparsa di Francesco, Lucia riceve dal duca don Raffaele, il capo del Comitato borbonico, l'incarico di guidare la banda dei briganti. Lucia in un primo momento frena:“Ma voi dimenticate che sono una donna”, ribatté al duca. Teme di non essere obbedita dagli uomini, di non  riuscire nell'impresa. Ma il duca dà una risposta solenne:“Il peggior schiavo è chi  è prigioniero di se stesso. Per spezzare le catene che lo imbrigliano dovrà sapere innanzitutto sconfessare i vincoli cui è sottoposto e mi rendo conto di quanto possa essere difficile rinnegare condizionamenti di una vita. Ma chi vuole essere libero deve trovare il coraggio e la forza per farlo”. E qui si sfata un luogo comune dove si considerano i legittimisti, seguaci del Borbone dei retrogradi e nemici del progresso.

A questo punto è bello ascoltare Lucia, le sue prime parole da capo ai suoi uomini:“Chi è qui non per lottare per un ideale, ma per se stesso, abbandoni tutto e vada via. Queste persone non ci servono, costoro hanno già perso senza combattere. La nostra è la lotta contro l'emarginazione di un popolo e, di fronte al bene comune, nulla valgono gli egoismi personali[...]”.Questa, “è la lotta delle donne e degli uomini delle Due Sicilie contro chi ha voluto strapparci la nostra patria non in nome di un'unità di popoli ma di una sopraffazione tra loro, contro chi fa ricorso allo stupro e alla tortura verso chi chiama fratelli. E' la lotta di contadini senza terra, di soldati senza esercito, di madri senza figli. Noi combattiamo perchè l'oblio non cancelli la nostra storia, perché calunnie e falsità non la consegnino vilipesa ai nostri figli. Se alziamo le nostre bandiere lo facciamo per difendere la nostra identità, non per offendere quella degli altri. Noi combattiamo in nome di chi ha saputo anteporre i doveri di Stato a qualsiasi ambizione. Io sarò soltanto la referente di queste istanze di tutti, così come lo è stato il tenente Correale e, se credete che non possa esserlo solo perché donna, è inutile che combattiate per istanze sociali, non ha senso che vi ribelliate ai soprusi del forte sul debole perché starete facendo esattamente quello di cui accusate i nostri nemici”. Un vero manifesto programmatico, di cui valeva la pena citarlo per esteso.

Il nuovo regno ha impiegato dieci anni per debellare il brigantaggio. Ma quanto è costata questa guerra, voluta dai nuovi padroni, dai Piemontesi, quanti morti, quanti paesi distrutti. Capecelatro quantifica in 123.860 morti, qualcuno ha esagerato scrivendo 1 milione. Certamente sono state molte di più rispetto a tutte le guerre risorgimentali.

Ritornando al personaggio principale del libro, Lucia e la sua banda di briganti alla fine vengono sconfitti, lei stessa catturata dopo aver subito uno stupro brutale dai “liberatori”, viene incarcerata e tiene il figlio, frutto della violenza subita dalla soldataglia sabauda.

Mi piace concludere con delle splendide parole di Lucia che dopo aver catturato sei militari dell'esercito piemontese, in una delle tante sortite contro i militari del Nord, con tono fermo disse: “Veniste da fratelli a volerci portare una libertà che non vi avevamo chiesto, e quella che voi chiamate libertà è stata per noi morte, devastazione, stupro. Veniste da italiani a volerci portare una nuova patria, ma ci avete portato un'Italia costruita sul sangue e sull'odio. E quello che oggi è odio sarà domani rabbia e rancore. Ci chiamate briganti! Ma è brigante chi ruba la vita degli altri o chi difende la propria? E' brigante chi incenerisce case, poderi, paesi o chi in quelle case brucia? E dov'è adesso il vostro coraggio, perché sui vostri volti si è spento quel sorriso beffardo?”. Quei poveri diavoli erano pronti a morire, ma la donna con grande lealtà, concluse: “Adesso andate! La banda di Francesco Correale, così come tutti coloro che combattono per difendere la propria terra e non per offendere quella altrui, non spara su uomini inermi e disarmati”.

Il terzo libro che ho letto è un'ottima sintesi storica sociale e culturale del brigantaggio, scritto dallo storico e valente studioso e dirigente di Alleanza Cattolica, Francesco Pappalardo, “Il Brigantaggio postunitario. Il Mezzogiorno fra resistenza e reazione”. Il breve saggio ha il pregio di essere sintetico, che peraltro da una visione completa della guerra che ha insanguinato tutto il Sud dal 1860 fino al 1870. Naturalmente rinvio ad un prossimo intervento la presentazione dell'opera di Pappalardo.

 

 

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