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Sabato, 15 Dicembre 2018

Ci avevano detto che a Roma nel 1870 il Papa-Re Pio IX, prima di lasciarsi invadere dall'esercito italiano aveva ordinato, di fare soltanto una difesa simbolica. Invece non è proprio così, l'ho “scoperto”, leggendo il documentato volume del giornalista Antonio Di Pierro, «L'ultimo giorno del Papa Re. 20 settembre 1870: la breccia di Porta Pia», Mondadori (2007). Altro che difesa simbolica, quel martedì mattino del 20 settembre  1870 a Roma, si è combattuta una vera e propria battaglia tra i pontifici e l'esercito regio di Vittorio Emanuele.

Vediamo di entrare dentro al testo del giornalista romano. Roma è circondata da cinque divisioni militari, formata da 50 mila soldati italiani. Mentre la città del Papa Pio IX difesa da 11 mila uomini in armi, pronta a resistere. Ed effettivamente hanno resistito per ben 5 ore, dalle 5,05 fino alle 10,10, quando si è aperta la breccia a Porta Pia.

Il libro nonostante le 326 pagine, note comprese, fa una cronaca dettagliata, ora per ora e in presa diretta, della giornata cruciale per i destini dell'Italia e della Chiesa cattolica. E per seguire questa cronaca il testo offre, sia nella prima che nell'ultima pagina una pianta di Roma, dove si possono individuare i movimenti delle truppe dell'esercito italiano. Inoltre alla fine del libro c'è una guida ai «principali luoghi della Breccia», ma per seguire i momenti, i vari spostamenti delle truppe; però serviva una cartina topografica della città e forse anche una buona dose di cultura militare.

Il testo di Di Pierro, è scritto con una coniugazione dei verbi al presente, è come se chi scrive è testimone diretto di quanto sta accadendo. «E questo contribuisce a ricostruire meglio il mosaico degli avvenimenti anche minuti, lo stato d'animo degli assediati e degli assedianti, il travaglio del papa attaccato così duramente da un re cattolico (Vittorio Emanuele II), il disincanto dei romani, il terrore della nobiltà nera chiusa nei suoi lussuosi palazzi, la gioia dei patrioti che vedevano coronare il sogno vagheggiato da Cavour, da Garibaldi, da Mazzini e dai tanti protagonisti del Risorgimento italiano».

Tuttavia anche per scrivere questo libro, il metodo è sempre lo stesso, utilizzare le fonti negli archivi e nelle biblioteche e così pare che abbia fatto Di Pierro, vista la bibliografia finale pubblicata.

La conquista di Roma, che stanno facendo le truppe italiane, è una strana guerra non dichiarata, un esito che sembrerebbe scontato, viste le forze in campo. La prima ed unica guerra che finora l'ex Regno di Sardegna ha combattuto è stata quattro anni fa a Custoza e l'ha persa pesantemente. Tra l'altro negli anni precedenti, l'esercito piemontese non aveva dato prove esaltanti.

Ce la farà adesso contro il debole Stato Pontificio a conquistare Roma? Pare di sì. Secondo il ministro Visconti Venosta, probabilmente nessuna potenza sarebbe scesa in campo per difendere il papa. Tuttavia come scrive Di Pierro questa guerra, «doveva essere morbida, non doveva dare occasioni alla comunità cattolica – più di quante non ne offra di per sé un attacco armato al capo supremo della Chiesa – di montare uno scandalo internazionale». Ecco perché Raffaele Cadorna, il comandante generale, quello che non ha esitato di bombardare Palermo nella rivolta del “Settemezzo”, era contrario alla partecipazione alla guerra della “testa calda” di Nino Bixio, nel frattempo diventato generale dell'esercito sabaudo.

Tutto è pronto per la battaglia, l'esercito del Re Vittorio è schierato per l'attacco, tutte le porte di Roma, da quella del Popolo a San Giovanni è ormai interamente presidiato dall'esercito italiano. Occupate anche villa Borghese e villa Albani. L'artiglieria è pronta. I cannoni sono puntati contro Roma in attesa dell'ordine dell'attacco. Ma paradossalmente «i primi a far parlare le armi sono i pontifici. E la prima vittima della giornata è un artigliere italiano, il caporale Michele Plazzoli». Peraltro dalla “cronaca”, del giorno prima si apprende che nei pressi di porta Maggiore, c'è stata battaglia, con morti e feriti, addirittura i pontifici hanno fatto anche un prigioniero, il fante Giuseppe Spagnolo.

Di Pierro riporta la notizia di un altro prigioniero, un giovane ufficiale dell'esercito sabaudo, che il Papa in persona ha ordinato di liberare, motivando la liberazione con delle curiose parole: «Per isbaglio quel giovane ufficiale è entrato in Roma, ingannato dai suoi sensi, dal suo orientamento; egli è l'immagine del governo italiano[...]».

Pertanto Di Pierro può scrivere: «Chi prevedeva una resistenza puramente simbolica dell'esercito di Pio IX ora comincia a ricredersi. E a mettere in dubbio che il proposito del pontefice – come qualcuno sostiene – sia di arrendersi presto, giusto il tempo di certificare di fronte alle diplomazie europee che la santa Sede è vittima di un'aggressione militare e cede solo per evitare un inutile bagno di sangue[...]». Doveva essere così ma la battaglia provocata dagli zuavi ai Tre Archi e a Villa Patrizi, «farebbero pensare a un esercito che vuole combattere e resistere il più a lungo possibile».

Infatti secondo Di Pierro, riferendosi al comandante generale Hermann Kanzler «il vero sogno del pro-ministro pontificio, che nel 1867 aveva sconfitto Garibaldi a Mentana, era quello di coprirsi di gloria piegando in campo aperto l'odiato Bixio [...]». Praticamente Kanzler voleva combattere, non ci sta a fare una resistenza simbolica, aveva provato ad esporre la sua strategia al Pontefice, che avrebbe troncato la discussione esclamando: «Vi chiediamo di cedere, non di morire, che è quanto dire un sacrificio maggiore».

Ritorniamo alla battaglia, poco prima delle 5,10, la fucileria papalina ha rotto la quiete del mattino. «Diverso era il piano d'azione degli italiani, che, colti di sorpresa, in un primo momento nemmeno hanno risposto ai tiri nemici». I primi a sparare sono stati gli zuavi della squadra comandata dal tenente Paolo Van de Kerkhove. Seguo quello che scrive Di Pierro: «un vero e proprio inferno di fuoco si è abbattuto sulla 5a batteria causando subito gravi perdite». Ci sono morti e feriti, il giornalista fa i nomi.

 «Tra i soldati del re è il caos». Ma alle 5,15, iniziano le cannonate da parte della 13a Divisione del generale Ferrero. «E, in rapida successione, lungo quasi tutto il fronte delle mura Aureliane, entrano in azione le micidiali artiglierie dei due fronti contrapposti tra nuvole di fumo, boati da far tremare, proiettili e granate che volano da una parte all'altra portando morte e distruzione». A questo proposito sono interessanti le riflessioni del dottore Alessandro Ceccarelli, capo del servizio chirurgico del Santo Spirito, che segnala le capacità distruttive delle armi negli ultimi anni. L'arte della guerra è cambiata, così sono terribili gli strumenti di cui essa si serve. Interessante e raccapricciante la descrizione che fa il dottore sulle fratture, sulle ferite che provocano i nuovi proiettili. E ancora il dottore non aveva conosciuto l'evoluzione delle armi nella prima guerra mondiale.

In pratica in successione nel testo Di Pierro, passo dopo passo riporta i vari passaggi della battaglia. Le incursioni, gli spostamenti, gli assalti, i ripiegamenti e soprattutto la gran massa di fuoco che converge sui grossi muri, tra le varie porte, soprattutto quella di Pia e Salara, dove sono concentrati 52 cannoni dell'esercito regio.

I fronti della battaglia sono tanti, si spara dappertutto, sul versante destro del Tevere e quello sinistro.

Mentre si combatte il Papa Pio IX è nel suo studio. Le cannonate fanno tremare non solo i vetri, ma le pareti, il pavimento, la sua scrivania. Il libro descrive con molta precisione tutta la macchina burocratica vaticana, le stanze, gli uffici, i nomi dei prelati che si trovano vicino al papa. «Le stanze e i punti strategici dei palazzi vaticani brulicano inoltre di soldati e ufficiali che per compito istituzionale sono destinati alla difesa della persona del pontefice e alla rappresentanza d'onore, suddivisi in tre corpi speciali: la guardia nobile, la guardia palatina e la guardia svizzera».

Questi corpi speciali erano disposti a tutto, sorvegliavano i punti strategici anche se non avevano ricevuto ordini precisi sul da farsi in caso di assedio della cittadella del Papa. Intanto mentre infuria la battaglia, sotto le cannonate, alle ore 7,15, il papa celebra la Messa, alla presenza del corpo diplomatico, in una atmosfera surreale.

La guerra continua e lascia sul terreno altri morti, altri feriti. Lo scontro ha acquistato maggiore intensità su tutti i fronti. Ma il fronte principale è a porta Pia, è qui che si giocano le sorti della guerra, il futuro dello Stato Pontificio, il destino di Pio IX e del suo governo. Verso le 8 per una falsa notizia i pontifici cominciano a ritirarsi, ma una volta compreso l'errore, riprendono le posizioni.

Lo scontro si fa sempre più aspro, c'è da registrare che nonostante i combattimenti, nelle strade ci sono curiosi, amici, parenti dei combattenti. Può capitare che le donne cercano i mariti che stanno combattendo, soprattutto quelli di parte pontificia.

Il papa finito di celebrare la Messa, parla al corpo diplomatico, sono in 17, impettiti nelle loro uniformi d'alta rappresentanza. Il Papa è amareggiato. Nessuno è sceso in campo per difenderlo, nemmeno le grandi famiglie, delusione nei confronti dei romani assediati. Rivolgendosi agli aggressori dice: «Non è il fiore della società che accompagna gli italiani quando assale il padre dei cattolici».

Alle 9,05 i vertici militari pontifici, valutando con molto realismo che ogni ulteriore resistenza sarebbe vana, decidono per la resa immediata. Si ordina di mostrare la bandiera bianca su S. Pietro. Ma alle 10 si combatte ancora. Gli zuavi hanno grande voglia di combattere, o almeno di rinviare il più possibile il momento umiliante della resa.

Fermare la macchina della guerra non è semplice, fare arrivare a tutti l'ordine di resa non è semplice. Alcune postazioni in questi momenti drammatici non trovano neanche una bandiera bianca, ci si affanna a trovare qualcosa che assomigli.

Alle ore 10,10, il primo militare dell'esercito regio, il sottotenente Federico Cocito del 12° Battaglione bersaglieri, raggiunge il ciglio della breccia della porta. Mentre verso porta Maggiore, l'ultimo ad arrendersi è il maggiore Castella e siamo alle 10,55.

Alle truppe zuave non rimane che ritirarsi in Vaticano, per evitare di cadere prigionieri degli italiani. «I soldati sono stanchi, molti di loro covano rancore per la bruciante sconfitta, quasi tutti nutrono sentimenti di disprezzo nei confronti del popolo romano che non ha mosso un dito per difendere il Santo Padre dall'ingiustificato attacco nemico». Per la verità per certi versi neanche l'esercito regio ha simpatia per il popolo romano, capita che qualche ufficiale, rimproveri certi scalmanati che inveiscono contro inermi soldati pontifici. “dovevate reagire prima contro i papalini, non ora, che c'è la copertura dell'esercito italiano”.

Comunque sia per Di Pierro, la Roma papalina ha deluso i soldati italiani, che si aspettavano una città diversa. «Ai militari dell'esercito regio arrivati fin qui ancora non è apparso nulla della tanto decantata maestosità della città eterna: piuttosto hanno sentito una diffusa puzza di cavolo bollito, predominante su altri e variegati cattivi odori, e hanno potuto constatare con i propri occhi che la sporcizia è veramente tanta ed è disseminata dappertutto».

A questo Di Pierro non fa che citare alcuni celebri viaggiatori che emettono dei giudizi su Roma abbastanza negativi. Il testo descrive dettagliatamente la vita sociale dei romani, dei ceti popolari, in particolare il loro sistema abitativo. Il francese, Paul Desmarie, definisce Roma: la patria dei mendicanti. E qui la storia si ripete, sembra Macron oggi.

Dal XII capitolo il testo fa la cronaca delle trattative di pace, mentre l'esercito occupa la città, spuntano le prime bandiere tricolori. Il giornalista Ugo Pesci, esiliato, ora entra in città insieme ai soldati, anche Nino Costa, esule, ritornato per guidare un governo provvisorio dei romani. Il testo accenna al caso Mortara, che il fratello Riccardo vuole “liberare” dalla segregazione in Vaticano, ma questi rifiuta la liberazione.

Nascono i primi presìdi rivoluzionari, manifestanti, i cosiddetti patrioti, esuli che ritornano. C'è il rischio di scontri con i papalini. Ad un certo punto Di Pierro si pone la domanda: ma chi è questa gente che se ne va in giro a ingiuriare e ad assaltare i soldati del papa? Non è facile rispondere, per alcuni sono i patrioti romani che hanno subito le angherie dello Stato pontificio, per altri, invece sono agenti al soldo del governo italiano, mestieranti dell'anarchia, gente che viene da fuori.

In questi momenti, come in tutte le guerre, ci sono i regolamenti di conti, e poi quelli che saltano sul carro del vincitore.        

Alle ora 14 sembra che ancora la città è fuori controllo, si riscontrano incursioni di gruppi armati, pontifici che improvvisano barricate, sparatorie. La città è ancora in preda all'anarchia. «Nelle zone franche può succedere di tutto: anche che scoppi una vera e propria battaglia. Come per esempio, intorno al Campidoglio».

Intanto a Villa Albani, dove risiede il generale Cadorna, si tratta per le condizioni della resa. Il generale non accetta, nelle condizioni poste dal Papa, la parola “violenza”. Ma alla fine si arriva a una mediazione. Alle ore 17,30, si firma l'intesa. Al Papa rimane il piccolo territorio, della cittadella del Vaticano, il rione Borgo.

I militari pontifici, deposte le armi vengono condotti a Civitavecchia, i 4.800 stranieri instradati ai loro paesi. I 4.500 italiani inviati in diverse località come prigionieri di guerra.

I numeri di questa guerra inutile: 48 morti e 132 feriti tra gli italiani, 20 morti e 49 feriti tra i pontifici. Certo non sono elevati come per altre guerre, ma se il re Vittorio e suoi generali non avessero aggredito un piccolo stato inerme, riconosciuto da tutte le diplomazie del mondo, potevano essere evitati.

 

A che cosa serve ricordare dopo 29 anni il sangue versato di migliaia di giovani sulle strade attorno al viale Chang'an della piazza Tienanmen a Pechino. Nei mesi di aprile e maggio del 1989, oltre un milione di persone, guidate dagli studenti, delle varie università, occuparono pacificamente piazza Tienanmen a Pechino, chiedendo libertà e democrazia. Non solo Pechino, in tutta la Cina, decine di milioni di cittadini appoggiavano le loro richieste. «In totale, quasi cento milioni di persone vi parteciparono».

I leader del Partito comunista cinese respinsero ogni ipotesi di dialogo, e tra la notte del 3 e 4 giugno la piazza fu sgombrata dall'esercito. Ad oggi ancora non si hanno i numeri esatti dei morti e dei feriti di quella tremenda repressione dell'esercito con ogni tipo di arma, compresi i tank. Certamente più di mille manifestanti furono uccisi e migliaia di persone arrestate in tutto il paese. Ancora oggi le madri e il gruppo di parenti delle vittime scrivono lettere al presidente Xi Jimping, «definendo la serie di uccisioni un 'crimine contro l'umanità'. Il gruppo chiede a Xi anche di perseguire i responsabili e di ricompensare le vittime». Riprendo l'informazione dal mensile Asianews, diretto da padre Bernardo Cervellera. «Il Pcc ha sempre difeso il suo operato come annientamento di una 'ribellione controrivoluzionaria'. Qualche leader, come Jiang Zemin ha osato dire che il massacro è stato un 'male minore'[...]». Ogni anno per il 4 giugno, la polizia costringe madri e parenti agli arresti domiciliari. «Sembra – dice la lettera – che questa enorme e potente dittatura del proletariato abbia paura di un fragile gruppo di persone vecchie e malate». (Giugno-Luglio 2018, Asianews).

Esiste un ottimo testo uscito in contemporanea in tutto il mondo che ricostruisce nei minimi particolari la rivolta degli studenti cinesi e quindi la tragica fine in piazza. Si tratta di Tienanmen, curato da Andrew J. Nathan e Perry Link, due accademici, professori americani. Il primo insegna alla Columbia University e il secondo alla Princeton University. Il testo in Italia è stato pubblicato da Rizzoli nel 2001.

Il libro, abbastanza corposo (587 pagine), pubblica centinaia di documenti che provengono dal vertice del Partito comunista e dello Stato. Si tratta di trascrizioni integrali o parziali di testimonianze che riguardano le scelte dei vertici del partito durante quelle drammatiche settimane, della primavera del 1989 a Pechino. «Il movimento democratico che vide la luce in quei mesi fu uno degli eventi più importanti della storia della Cina comunista – scrive Nathan nell'introduzione – e il presente volume ci fornisce il resoconto dettagliato delle decisioni politiche che furono all'origine del tragico epilogo di quelle proteste».

I documenti pubblicati nel libro sono stati rilasciati da Zhang Liang, uno pseudonimo, naturalmente si tratta di un informatore che deve proteggere se stesso e la sua famiglia. Nathan ci tiene a ribadire che «il lettore avrà modo di constatare, questi documenti hanno una coerenza intrinseca, una ricchezza e una credibilità umana che sarebbe impossibile falsificare. Essi riguardano avvenimenti che ebbero luogo a Pechino, nelle province e all'interno dell'esercito; ci rivelano che cosa accadde negli incontri aperti e segreti tra gli studenti e gli intellettuali che li sostenevano [...]».

Quest'opera è un'occasione unica per conoscere dall'interno uno dei sistemi politici più ermetici. Anche perchè, per la verità, non esistono tante pubblicazioni sui fatti del 4 giugno 1989. «Il 4 giugno – scrive Liang - non è stato soltanto una protesta studentesca o un patriottico movimento democratico. Esso segnò il culmine delle più affollate, durevoli e influenti dimostrazioni per la democrazia del XX secolo».

Tra le tante domande il curatore Nathan ne pone una impegnativa: a chi giova questo progetto e chi è danneggiato. Secondo l'accademico professore americano, «la pubblicazione di questo libro avrebbe compromesso le carriere dei due leader più potenti della Cina, Jiang Zemin e Li Peng, favorendo l'ascesa dei loro rivali». Inoltre il volume potrebbe influenzare le carriere di molti dei funzionari del partito comunista.

Comunque sia il compilatore dei documenti, rendendoli pubblici ha costretto il Politburo a confrontarsi con Tienanmen, svelando le gravi responsabilità di Li Peng e dei suoi seguaci.

I documenti di Tienanmen smascherano le dure decisione degli Anziani del partito ( Deng Xiaping, Li Xiannian, Peng Zhen, Yan Shangkun, Bo Yibo e Wang Zhen) che decidono l'evacuazione della piazza senza scrupoli. Tra tutti, la decisione di Deng Xiaping.

«Troppe domande sono ancora senza risposta. - Scrive Zhang Liang- in quanto testimone e partecipante di quell'evento, è mio dovere nei confronti del popolo cinese e della storia pubblicare un fedele e completo resoconto delle decisioni che furono all'origine di quei tragici avvenimenti».

Un altro elemento importante nei processi politici nel 1989 era il peso dell'esercito. Infatti nota il curatore, che era importante per i leader comunisti tenere il comando delle forze armate.

Infine ci sono gli studenti che secondo Nathan, «non avevano intenzione di lanciare una sfida mortale a quello che sapevano essere un regime estremamente pericoloso, né il regime intendeva usare la forza contro gli studenti. I due schieramenti condividevano molti obiettivi e un linguaggio comune, ma gli errori di valutazione e le difficoltà di comunicazione fecero asserragliare entrambi su posizioni che rendevano sempre meno attuabile la possibilità di un compromesso»

Il movimento studentesco ebbe inizio il 15 aprile con la morte del riformatore Hu Yaobang. Nella notte tra il 19 e il 20 aprile i dimostranti e la polizia si scontrarono davanti alla Porta Xinhua del palazzo Zhongnanhai, dove ci sono gli uffici e le residenze dei vertici dello Stato cinese e del Partito comunista. Da questo momento per la classe politica cinese, le organizzazioni studentesche rappresentano un pericolo paragonabile alla rivoluzione culturale. Più avanti il 21 maggio la sicurezza presso la residenza dei leader del Partito centrale fu rafforzata. Venne raddoppiata la guardia armata delle abitazioni degli anziani, e sono state poste mitragliatrici davanti ad ogni palazzo.

Il 22 aprile una enorme folla partecipò ai funerali di Hu Yaobang, i dirigenti comunisti pensarono che dopo le esequie, gli studenti si sarebbero dispersi. Non fu così, anzi gli studenti rafforzarono le loro manifestazioni. Il libro ripercorre scrupolosamente, giorno per giorno quello che è successo. Due mesi intensi di attività politica. I documenti raccontano confronti, discussioni, interventi, reazioni, riunioni più o meno segrete, sia dei vertici politici cinesi che delle associazioni studentesche.

Al centro di questa storia, c'è sempre la piazza Tienanmen, che in quelle settimane, si trasforma in simbolo della Nuova Cina libera. I dirigenti comunisti non potevano sopportare un affronto così grave, del loro luogo sacro e solenne, era inammissibile che la piazza fosse ridotta a una specie di comando di guerra, centro di trasmissione nazionale della controrivoluzione, dove si lanciavano attacchi furiosi al Partito e al governo. Wang Zhen, uno degli anziani, prima di prendere la decisione di evacuare la piazza, così si esprimeva sulla rivolta: «Maledetti bastardi! Chi si credono di essere per calpestare vergognosamente il sacro suolo di Tienanmen per tanto tempo e restare impuniti? Se la sono cercata. Dovremo dare ordine ai soldati di andare ad arrestare questi controrivoluzionari, compagno Xiaping![...] Dobbiamo agire senza indugi, altrimenti non potremo mai perdonarci le conseguenze […] Chiunque tenti di rovesciare il Partito comunista merita la più indecorosa delle morti!».

Tutti erano convinti che bisognava reprimere rapidamente e in modo deciso i disordini. Occorre sradicare il morbo controrivoluzionario e restituire la piazza al popolo. «Dagli altoparlanti installati abusivamente da questa minoranza risuonano senza interruzione attacchi contro il Partito e le più alte istituzioni dello Stato, diffondono propaganda controrivoluzionaria ed esortano ad abbattere il nostro governo». Gli stralci dei rapporti fanno riferimento alla «statua di una Dea davanti al monumento agli Eroi del popolo, come se volessero chiamare a nume tutelare della loro lotta la libertà e la democrazia americana».

Intanto il movimento studentesco si intensifica anche nelle province, e gli interessi non erano solo quelli che riguardavano lo studio, le università. «Gli studenti avevano ampliato i propri interessi, includendo politica, economia, cultura, istruzione, teoria ideologica, costumi e ordine sociale». E quello che contava, stavano suscitando le simpatie dei funzionari e membri del corpo insegnante.

I membri del Partito comunista ordinano a tutto il personale di mescolarsi tra gli studenti per esortarli a rientrare in aula. Il testo mette in evidenza il notevole interesse che ha suscitato l'editoriale del 24 aprile, uscito sul Quotidiano del Popolo, il primo quotidiano del partito. Il testo firmato da Deng Xiaping, divenne una nuova causa di insoddisfazione non solo tra gli studenti, ma anche tra i cittadini. Per il vertice del Partito l'editoriale, invece andava studiato da tutti per uniformare il pensiero e la visione dei fatti. Ogni scuola organizzazioni partitiche, tutte le autorità scolastiche, dovranno svolgere un accurato lavoro di formazione e indottrinamento tra gli studenti. «Dovrete assumere al più presto il controllo della situazione e usare il corretto pensiero politico per risolvere qualsiasi smarrimento e equivoco possa sorgere tra gli studenti». Così si esprimeva il compagno Li Tieying al Forum dei segretari di partito di alcune università.

Bisogna stroncare il fenomeno sul nascere. Non possiamo permettere che quei ragazzini vengano sobillati. La battaglia è complessa e durerà a lungo secondo Li Peng, che presiedeva il Comitato permanente del Politburo. Presso i palazzi dello Zhongnanhai dove erano riuniti i vertici governativi, arrivavano diversi rapporti riguardanti le varie manifestazioni studentesche in tutto il paese. Un'altra preoccupazione si aggiungeva per i dirigenti comunisti, si tratta della visita di Gorbaciov, il segretario Pcus: «mentre Gorbaciov è qui, deve regnare ordine in piazza Tienanmen. Ne va della nostra immagine internazionale. Che figura facciamo se la piazza è nel caos?». Se lo chiedevano in tanti.

I vertici erano convinti che gli studenti non agivano da soli, dagli slogan diffusi nella piazza, sono molto simili a quelle faziose di «Voice of America», inoltre appartengono anche ad alcune testate giornalistiche e radiofoniche di Hong Kong e Taiwan. Naturalmente i comunisti avevano tutto l'interesse di colpevolizzare i media stranieri. Infatti sono convinti che «un elemento importante in questi disordini è stato il grande appoggio, sia morale che materiale, dato direttamente o indirettamente ai cospiratori e organizzatori da diverse forze reazionarie, organizzazioni e singoli individui, in patria e all'estero». Questo appoggio spirituale e materiale secondo gli organismi comunisti di Pechino ha imbaldanzito la Federazione autonoma degli studenti (Fas).

Il 1 giugno il ministero della Sicurezza di Stato, accusa l'Occidente di infiltrazioni, interventi e attacchi sovversivi. Sottoponendo al Centro un rapporto proprio su questo.

I comunisti intravedono una infiltrazione ideologica e culturale da parte di tutte le amministrazioni americane, che non hanno mai rinunciato a queste infiltrazioni. Gli alti vertici cinesi descrivono bene la situazione, scendendo nei dettagli, per quanto riguarda l'aspetto religioso: «In anni recenti gli Stati Uniti hanno anche inviato in Cina dei missionari sotto mentite spoglie di insegnanti uomini d'affari, medici e tecnici per condurre in segreto opera di evangelizzazione». Tra l'altro dai documenti risulta che nell'ambasciata americana si nascondono agenti della Cia, che ogni giorno, la sera si recano in piazza Tienanmen o all'Università di Pechino o alla Normale e incitano ai disordini.

Pertanto secondo i dirigenti comunisti, l'Alleanza cinese per la democrazia (Acd), «non è che uno strumento in mano agli Stati Uniti contro la Cina. Questo ricettacolo della feccia della nostra società ha sede a New York e ha collaborato con l'associazione cinese di sostegno al Kuomintang [...]».

Mentre poi a livello politico, sono presenti le forze reazionarie di Taiwan e Hong Kong, in particolare i servizi segreti militari e il Kuomintang di Taipei.

Il 2 giugno gli Anziani del Pcc decidono l'evacuazione della piazza. Fino all'ultimo  si auguravano che non ci fosse spargimento di sangue. Durante la riunione Deng interviene sulle cause dell'instabilità in Cina, oltre ad essere attribuite ai Paesi Occidentali, che con la scusa dei «diritti umani», vogliono inserirsi nei nostri affari, si fa anche autocritica. Deng dice: «[...] dobbiamo ammettere la nostra parte di responsabilità. Due anni fa  sostenevo che gli errori più grandi hanno riguardato il campo dell'istruzione […] si è trascurato l'aspetto dell'educazione ideologica e molti altri sono rimasti ambigui».

Il 3 giugno nel pomeriggio, i soldati entrarono in città e si scontrarono con la popolazione arrabbiata, le speranze dei leader di evitare spargimenti di sangue, colarono a picco. Ormai hanno capito che avevano a che fare con una «sommossa controrivoluzionaria», che poteva essere repressa solo con la forza. Intanto nel pomeriggio gli alti dirigenti comunisti cinesi si riunirono in seduta d'emergenza per discutere del peggioramento della situazione. Dai verbali dell'incontro del Comitato permanente del Politburo, si nota una certa agitazione, per giustificare la repressione si cerca di trovare innumerevoli giustificazioni. Intanto gli uomini dell'esercito si stanno sforzando  e cercano di contenersi di fronte alle provocazioni degli studenti. Tutti sono d'accordo che la situazione deve tornare alla normalità. E soprattutto di fronte al mondo che ci guarda, occorre far capire che non è colpa nostra degli spargimenti di sangue.

Da questo momento è un susseguirsi di bollettini, di ordini, all'esercito di liberazione.

Per quanto riguarda l'esercito, gli ufficiali erano pronti, determinati a superare ogni difficoltà, appoggiavano incondizionatamente la decisione di instaurare la legge marziale. «Grazie alla grande attenzione data all'educazione politica ed ideologica, tutto il corpo degli ufficiali e degli effettivi è preparato a resistere e a restare saldo in mezzo al tumulto, combatterlo senza risparmiare i colpi e affrontare compatto e unito le tempeste politiche di queste ore».

Nei documenti si evidenziata l'efficienza per raggiungere gli obiettivi fondamentali della sicurezza, si era studiato ogni minimo particolare, esaminato tutte le possibili eventualità, che potevano accadere nella piazza. Viene sottolineato che la maggior parte dei soldati proviene dalle campagne, pertanto entrano per la prima volta in un centro urbano. E soprattutto sia gli ufficiali che la truppa sono consapevoli che stanno espletando una missione speciale. Le truppe sono stazionate nel parco Zhongshan, qui da due settimane, gli ufficiali hanno condotto un'imponente opera di rieducazione ideologica che li ha resi pronti  a procedere all'evacuazione di piazza Tienanmen. 

Il racconto minuzioso dello sgombero della piazza, nella notte del 3 e l'alba del 4 giugno, come si può immaginare fu abbastanza tragico e sanguinoso. Da una parte c'era un esercito tra i più potenti al mondo, dall'altra studenti inermi che si difendevano a mani nude.

Termino con un volantino distribuito dalla Federazione autonoma degli studenti (Fas): «L'intero popolo cinese non può tollerare questo massacro fascista. Il sangue non sarà stato versato invano; la lotta non deve finire qui […] Non abbiamo un esercito nostro, siamo indifesi di fronte a truppe moderne ben equipaggiate. Chiediamo ai cittadini di Pechino e a tutto il popolo cinese di astenersi dal lavoro e di boicottare i mercati. E' necessario inoltre ottenere l'appoggio della comunità internazionale». Ma la comunità internazionale, al di là dei proclami, alla fine non si muove come non si è mossa nel 1956, quando i ragazzi di Budapest combattevano contro carri armati sovietici.

Comunque sia in Cina le proteste continuarono, il libro fa l'elenco di ben 181 località dove si dimostra contro la repressione del governo. Mentre tra il 10 e il 30 giugno ci sono i rastrellamenti di attivisti del movimento democratico che vengono incarcerati. Però molti di quelli che hanno guidato la rivolta riuscirono a fuggire dalla Cina.

Adesso ho capito perché la storica Angela Pellicciari nei suoi libri sostiene una tesi singolare: il Risorgimento italiano è un movimento politico religioso culturale per distruggere la Chiesa cattolica e cancellare l'identità cattolica del nostro Paese.

Una verità che viene confermata leggendo la poderosa opera in 3 tomi, «Memorie per la storia de' nostri tempi. 1856-1866» del sacerdote giornalista don Giacomo Margotti. L'opera è stata pubblicata anastaticamente dalla benemerita e gloriosa casa editrice Ares nel 2013 (www.ares.mi.it). La riproduzione è stata calorosamente suggerita da Angela Pellicciari, che è la curatrice dell'intera opera del sacerdote sanremese.

 Originariamente l'opera di don Margotti è stata pubblicata a Torino dall'Unione tipografico-editrice dal 1863 al 1865. Da qualche settimana sto leggendo il 1° Tomo delle Memorie.

Ogni tomo è suddiviso in 2 volumi. Il 1° tomo (384 pag. nel 1Vol e 382 nel 2 Vol.)

Le Memorie di don Margotti sono fondamentali per capire la battaglia culturale e politica che si combatté contro la Chiesa italiana. Margotti, direttore del quotidiano «L'Armonia» e poi de «L'Unità cattolica» è stato testimone oculare che ha vissuto in prima persona gli avvenimenti cruciali della guerra della rivoluzione italiana. Egli racconta, «il Risorgimento come lo ha vissuto giorno per giorno, dando dettagliata cronaca di quanto successe in quegli anni 1856-1866; in uno dei decenni, cioé, più arroventati della storia d'Italia [...]».

Don Margotti nella sua infaticabile attività pubblicistica, utilizzava un giornalismo d'inchiesta, per quei tempi burrascosi, era coraggioso, ebbe una vita avventurosa, scampò miracolosamente a un attentato il 27 gennaio 1856. Tra le sue esperienze, divenne anche deputato, ma la sua elezione fu arbitrariamente invalidata.

L'autore si avvale di una grande e infinita quantità di documenti, economici, politici, ideologici, statistici, e militari. Con quest'opera, intende denunciare, la violenza dell'elité risorgimentale, italiana ed estera, perpetrata in nome della libertà e della monarchia costituzionale contro la Chiesa cattolica e il popolo, che in essa si riconosceva. Sono pagine di storia in presa diretta, che costituiscono una «lettura del Risorgimento assolutamente in controtendenza rispetto a tutta la storiografia tradizionale successiva».

Del resto come scrive Angela Pellicciari, nell'introduzione, sono sempre i vincitori a scrivere la Storia, cancellando le tracce degli oppositori, che denunciano i soprusi e le ingiustizie. Naturalmente Giacomo Margotti, oggi è quasi del tutto sconosciuto, benché in vita abbia goduto di tanta visibilità, ammirato ma anche temuto (dai suoi avversari) per le sue analisi e idee. Identico destino è toccato anche alle sue Memorie per la storia de nostri tempi. Dobbiamo ringraziare le edizioni Ares per aver colmato questa lacuna.

Addentrandosi nello studio dell'opera del sacerdote ligure trapiantato a Torino, le prime pagine sono dedicate al Congresso di Parigi del 1856, dove i diplomatici di Francia, Inghilterra e del Piemonte, intervengono sulla situazione politica degli Stati  della penisola italiana. Questo congresso diventa un punto di riferimento per tutti, perché qui secondo Margotti si proiettano tre strade future per i Paesi europei: l'intervento diplomatico, rivoluzionario e quello armato. Tutto questo secondo il principio del non intervento. Nei tre tomi don Margotti ripropone articoli, già pubblicati nel suo giornale L'Armonia. Vengono fuori delle schede illuminanti. Già in «Tribolazioni della Chiesa in Piemonte», Margotti, dà una rapida occhiata alle condizioni della Chiesa in Piemonte, a partire dal 1847. Scrive il sacerdote, «Si concede la libertà della stampa a tutti, fuorché ai Vescovi», e tutto questo il Governo lo giustifica tra sofismi e gemiti. Poi anno dopo anno si riporta le varie fasi della «guerra» dei liberali alla Chiesa. A cominciare dall'aggressione nei confronti del vescovo di Nizza e del suo palazzo arcivescovile. Marzo 1848, invasione dei conventi e soppressione dei Gesuiti, seguita dalla soppressione degli Oblati, poi le Dame del Sacro Cuore. A novembre, il ministro dell'istruzione Bon-Compagni emette direttive contro l'insegnamento religioso. Seguono calunnie dei giornali nei confronti della Chiesa e del clero tutto. 2 gennaio violenze contro l'arcivescovo di Cagliari. 1850, approvazione della Legge Siccardi; l'arcivescovo di Torino viene imprigionato, stesso trattamento per l'arcivescovo di Sassari.

Marzo 1851, alla Camera dei Deputati si discute un disegno di legge contro i voti religiosi, Brofferio esclama: «Sopprimiamo i conventi, e tutto sia terminato]...] sia snudata la spada contro i preti fino all'ultimo sangue». Il 28 giugno durante una pesante perquisizione del convento dei francescani di Alghero, fu sfasciato tutto, perfino nelle tombe si cercava chissà che cosa. I vescovi protestano contro le varie circolari emanate dal governo che continua a perseguitare e minacciare. Nello stesso tempo i giornali bestemmiano contro PioIX. Viene rubata perfino la statua della Beata Vergine Consolatrice, dono di Carlo Felice e Maria Cristina.

Il 30 marzo1854, i Vescovi delle tre provincie ecclesiastiche di Torino, Genova e Vercelli ricorrono al Senato perché rigetti la legge contro il Clero: «Questo progetto di legge tenda ad opprimere la libertà di parola del ministro di Dio».

C'è un lungo elenco di fatti avvenimenti dove si constata una vera persecuzione della Religione. Religiosi, monaci, cacciati dai conventi: i padri della Certosa di Collegno, le Canonichesse Lateranensi di S. Croce, sono cacciate con viva forza dal monastero a Torino, rompendo la loro clausura. Il 22 agosto del 1854, nella notte mediante la rottura del muro, le forze armate, s'introducono nel monastero delle monache Cappuccine di Torino e vengono espulse. Stessa sorte capita ai Padri Domenicani e agli Oblati di Torino.

Il 20 luglio 1855, gli agenti del governo, sfondano le porte a colpi di scure del convento dei Cappuccini di Ciamberì. Non si contano le circolari del governo indirizzate ai sindaci per vigilare sulla buona condotta del clero, controllare le omelie dei parroci, in particolare se dicono l'Oremus pro Rege; se in pubblico o in privato sparlino delle libere istituzioni, delle leggi e del governo; se il parroco sia amato o detestato dai suoi parrocchiani. Tra i centri religiosi soppressi, don Margotti approfondisce il caso del Monastero della Novalesa, in val di Susa, che era stato invaso dai saraceni, depredati da quei barbari di tutti i beni sacri e profani presenti nel monastero. Ora scrive Margotti, usciamo dal Medioevo ed entriamo nell'evo della libertà, del progresso, delle Costituzioni, dei principi dell'89, il monastero della Novalese, viene di nuovo conquistato e vengono dispersi i monaci. «Ma i conquistatori non sono più forestieri, non Saraceni, non barbari; sono italiani, sono Piemontesi, sono liberali che violano il domicilio altrui, che cacciano i padroni dalla casa propria: italiani e piemontesi che distruggono le loro glorie, e cancellano le nobili memorie che illustrano la propria storia».

In pratica secondo le statistiche pubblicate dal governo risulta che dietro la legge del 29 maggio 1855 contro gli ordini religiosi risulta che vennero «conquistati a viva forza 112 conventi in terraferma di possidenti, e 40 in Sardegna; e 65 collegiate, 1700 beneficii semplici. Le vittime furono 7850!». Peraltro, il libro a pagina 187 pubblica i dati statistici degli Ordini Religiosi presenti nel Regno di Sardegna prima della Legge di soppressione.

Un ruolo predominante in tutto il Risorgimento lo hanno avuto le Società Segrete, don Margotti a pagina 77 dà conto del loro lavoro cospirativo. In Francia, «le società segrete e il governo francese s'accordano nel desiderare in silenzio», scrive don Margotti. Un silenzio è rotto il conte Walewsky, ministro degli affari esteri del governo imperiale di Francia, al Congresso di Parigi, dove rimprovera fortemente il Belgio, perchè i suoi giornali flirtano con la società massonica detta La Marianna. Ma è Londra, il cuore della Rivoluzione, lo spirito delle società segrete. In una corrispondenza della Gazzetta Universale, si poteva leggere: «il comitato centrale della Marianna risiede a Londra, sotto il nome di Comune rivoluzionario. Sua cura è, che ogni spartimento della Francia s'istituiscono comitati figli, sotto nomi diversi [...]. Se venisse a scoppiare una rivoluzione, questi comitati debbono costituirsi come altrettante convenzioni dipartimentali rivoluzionarie[...] Ogni comitato figlio deve mandare ogni mese al comitato residente a Londra una relazione sopra certi fatti e particolarità, e uno stato del numero delle truppe, dè gendarmi, dè depositi d'armi, delle casse pubbliche, informazioni sui presunti nemici della rivoluzione, ecc.».

Margotti riporta il 5° capitolo del programma della Marianna: «La Chiesa, questa tirannia dell'umanità, sarà abolita, e tutti sacerdoti del paese saranno espulsi». Nota Margotti, qual è la differenza con Cavour moderato, lui vuole espellere i sacerdoti dalle Legazioni del governo pontificio, mentre i libertini, vorrebbero espellerli da tutto il mondo. «Lo scopo finale è il medesimo; e raggiunto in una parte dello Stato Pontificio, si cercherà di raggiungerlo anche nelle altre parti e negli altri Stati».

Tuttavia per Margotti la sede della Rivoluzione in Italia «non è che il Piemonte, e solo dal Piemonte partono gli eccitamenti alla rivolta».

Dalla pagina 143, il libro tratta della «Questione Napoletana», Margotti descrive il «contegno fermo e dignitoso del Re di Napoli. Egli si trovò a' fianchi due colossi, Francia e Inghilterra, che nulla risparmiarono per intimorirlo, né note, né minaccie, né apparecchi di guerra. Eppure non indietreggiò d'un sol punto. Forte del suo diritto, rispose note alle note, proteste alle proteste, pronto a rispondere guerra alla guerra». Più avanti Margotti ripropone l'articolo, «L'Inghilterra e la Sicilia», pubblicato anche questo ne L'Armonia, n. 245, 21 ottobre 1856, dove fa riferimento al Times che espone l'accanimento inglese contro il Re di Napoli. Austria e Francia secondo questo giornale, ma anche l'Inghilterra, hanno un piede in Italia. «Ecco tutta l'umanità, tutto il liberalismo della Gran Bretagna; mettere un piede in Italia, ossia conquistare o prepararsi alla conquista della Sicilia». La Sicilia è il punto più strategico, è la porta dell'Italia; l'Inghilterra ha sempre avuto gli occhi addosso sull'isola.

Rimanendo alla Sicilia, in un intervento del 4 dicembre 1856, si fa riferimento al tentativo di rivolta di un certo Bentivegna, nel comune di Mezzojuso a 24 miglia da Palermo, inalberano il vessillo tricolore, gridando: Viva la Costituzione, via la libertà, viva l'indipendenza della Sicilia. Sono più di sei anni che il giornalismo libertino, che ha il monopolio della pubblica opinione, predica giorno e notte ai Napolitani: Ribellatevi. «Sono più di sei mesi che la diplomazia, con iscandalo inaudito, osò nel Congresso di Parigi condannare il Re di Napoli come reo di lesa umanità, e pigliare sfacciatamente il patrocinio di qualche decina di ribelli, i quali, assumendo il compito di rappresentare il paese delle Due Sicilie, vanno gridando dapertutto contro la tirannia, la crudeltà, la ferocia del loro sovrano[...]”.

La sollevazione scrive don Margotti, non trovò presa, che in un villaggio della Sicilia, il popolo napoletano non ne vuole sapere di ribellarsi. Le navi inglesi sono pronte per sostenere l'eventuale ribellione, ma il popolo napoletano «se ne sta così tranquillo come godesse le beatitudine dell'Eden».

Il popolo napoletano nonostante ha dalla sua parte tutta l'opinione pubblica, tutta la stampa, le due maggiori Potenze del mondo, «un popolo che da tutti questi mezzi incendiari è eccitato alla rivolta contro il suo sovrano, non solo non si ribella contro di lui, ma è preso da indignazione contro un branco di sconsigliati, che alzano l'insegna della rivolta, e, non che aiutarli nella loro sollevazione, piglia le parti del suo sovrano!»

E se tutto questo gran fracasso per far sollevare il popolo, veniva fatto contro il Piemonte? Si domanda Margotti.

Il popolo non si ribella, ma si trova sempre qualche pazzo, qualche fanatico pronto all'assassinio. Eccolo, l'8 dicembre 1856, un giovane soldato napoletano, Agesilao Milano, cercò di uccidere il re Ferdinando II mentre passava in rassegna la truppa. Il soldato viene arrestato e la sfilata continua, mentre il popolo inneggiava al suo sovrano. Scrive Margotti: «L'attentato d'assassinio contro il Re di Napoli è la più solenne e la più incontestabile condanna di tutta quella orda rivoluzionaria che da parecchi anni spira fuoco e fiamme contro quel monarca. Esso mette il suggello all'infamia, di cui si coprirono què plenipotenziarii del Congresso di Parigi, i quali si avvilirono al segno di farsi eco degli schiamazzi della piazza e del trivio. Quell'attentato dà una mentita a tutte le calunnie della stampa inglese, francese e piemontese, ed alle asserzioni che tutto il popolo del regno delle Due Sicilie odia e detesta in modo orrendo la tirannia del suo sovrano».

Comunque sia per il direttore de L'Armonia,  «il dispotismo napoletano non esista che nel cervello dei Francesi, che vorrebbero sostituire Murat a Ferdinando II, e degli Inglesi, che agognano alla Sicilia».

Da pagina 256 le Memorie di don Margotti pubblicano una serie di Circolari contro il Clero Cattolico, da parte del governo piemontese. Dove tra il politichese freddo dei vari ministri sardi si cerca di togliere il più possibile la libertà di pensiero e di azione della Chiesa italiana. Il ministero del signor Peruzzi e del signor Pisanelli è forse il più fecondo in circolari contro la Chiesa ed il Clero.

«In tutti questi documenti (ben 40 Circolari), precisa don Giacomo Margotti, non senza grave fatica, abbiamo raccolti nel presente quaderno, e ci pare che essi riescano a provare vittoriosamente, tre fatti: 1° l'odio che la rivoluzione porta alla religione ed al Clero, e come adoperi ogni arte per iscreditare e incatenare la Chiesa ed il sacerdozio; 2° la pazienza, la lunganimità, il generoso e nobile contegno dei Vescovi e de' preti, che si difendono bensì, ma non si ribellano, e circondati di spie e di sgherri non possono mai venir appuntati di fellonia; 3° le contraddizioni de' ministri che colle loro circolari contro il Clero condannano se medesimi, di guisa che ben sovente una circolare serve per confutare la circolare anteriore[...]». E riferendosi ai vari Siccardi, Cavour, che si spacciano per liberatori, che hanno formulato, la ridicola sentenza: «libera Chiesa in libero Stato! A costoro - scrive Margotti - non conviene rispondere coi discorsi, ma bisogna svergognarli co' fatti e co' documenti[...] in questa filatessa di circolari[...]si hanno le prove degli arbitrii libertini, giacchè le circolari non vengono giustificate da nessuno delitto né anteriore, né posteriore; qui vedesi come i rivoluzionari frequentemente insultassero ad una classe, che é la più ragguardevole della società[...]come cercassero ogni mezzo per aizzare le popolazioni contro il cattolico sacerdozio».

Tuttavia di fronte a tante ingiurie, e a tante provocazioni, nota Margotti, il Clero non insorge mai, si difende come Gesù, nel tribunale di Caifa. Qualunque altra classe, medici, avvocati, militari, si sarebbero ribellati. Per Margotti si può accenno un vero spettacolo di pazienza.

Tra le tante circolari merita un accenno quella «ipocrita circolare al Clero per ottenere gli aiuti contro i così detti briganti». Il signor Peruzzi, ministro dell'interno, «non sapendo più a che santo raccomandarsi per la distruzione del brigantaggio, ha ordinato ai prefetti di pigliare alle buone il Clero».

Dalla pagina 325 in poi il direttore de l'Armonia, pubblica un minuzioso resoconto dei Quattro viaggi di Pio IX. Il 1° è quello dell'esilio di Pio IX Gaeta nel 1848. Quando il Papa dovette precipitosamente abbandonare Roma, perché i rivoluzionari avevano «appuntato i cannoni contro il suo palazzo». Queste pagine sono ricche di particolari abbastanza significativi, dove soprattutto si può costatare il grande attaccamento delle popolazioni dei territori italiani al Santo Padre. In particolare nel suo esilio a Napoli. «Parecchie volte andò a Napoli; il 6 settembre 1849 vi celebrava la santa Messa, il 9 fu al palazzo reale e benedisse solennemente le truppe, il 16 benedisse il popolo, e ben cinquantamila persone stavano genuflesse nella vasta piazza». Questo primo viaggio per Margotti si dimostra che il Papa deve avere un dominio temporale, per avere soprattutto la sua indipendenza spirituale.

Dopo 16 mesi il Papa ritorna a Roma, un viaggio trionfale, dove ogni grande o piccolo borgo della pianura romana rende omaggio al suo Re, al suo Pontefice, al suo Padre.

Don Margotti non tralascia neanche un particolare della grande festa attribuitagli dal suo popolo al Papa che ritorna trionfante a regnare. E' un continuo citare città, dove l'illustre personaggio attraversa: Frosinone, Alatri, Anagni. C'è una specie di gare tra le varie popolazioni, non mancano quasi mai gli archi trionfali e le luci che illuminano la notte. Riferendosi al 2° viaggio, del 1857, nell'Italia centrale, Margotti, scrive: «Sarebbe troppo lungo il solo enumerare le città visitate dal Pontefice, e dall'altra parte la storia di questo viaggio fu già stampata a Roma in due grossi volumi». Naturalmente l'autore delle Memorie, intende rimarcare il grande attaccamento del popolo italiano al suo Pontefice. Anche qui si snocciola un lungo elenco di città visitate e dovunque, folle immense ad inneggiare il Santo Padre. Addirittura Margotti, pubblica alcune iscrizioni, apparse nelle piazze, davanti ai palazzi, nelle chiese, in occasione del viaggio della santità del nostro Signore Pio IX nell'Italia centrale.

Un testimone oculare, inglese, a proposito dei viaggi del Papa, scrive: «Io seguii il Papa, come semplice curioso, a Velletri, a Frosinone, a Casamari, a Ceprano, e debbo dire che quantunque in mia vita abbia assistito a molte feste popolari, non vidi mai un entusiasmo così spontaneo. I fanatici dell'unità italiana possono dire ciò che vogliono; ma il fatto è che Pio IX è uno degli uomini la cui presenza opera nella moltitudine con una irresistibile attrazione».

Per ora mi fermo nelle prossime occasioni presenterò gli altri volumi della monumentale opera di don Giacomo Margotti.

 

Anche nel 2° tomo della poderosa opera, le «Memorie per la Storia de' nostri tempi», (riprodotta anastaticamente a cura delle Edizioni Ares di Milano 2013) don Giacomo Margotti ci offre dei quadri riassuntivi di cronaca politica religiosa e sociale del decennio che va dal 1856 al 1866, gli anni cruciali del Risorgimento italiano, o meglio come lui stesso li chiama, gli anni della Rivoluzione italiana, figlia della Rivoluzione Francese.

Prima di proseguire è opportuno ribadire qualche precisazione sul testo di Margotti, ristampato  ricordo che è scritto con un linguaggio ottocentesco e che soprattutto risente del momento storico, della conflittualità tra rivoluzionari liberali e I cattolici  fedeli al Papa Pio IX. E soprattutto don Margotti, essendo contemporaneo ai fatti, mi sembra abbastanza informato e ben documentato.

Questa seconda serie di interventi viene suddivisa in 6 periodi, a cominciare dal citato Congresso di Parigi del marzo 1856, dove sono stati gettati i semi della guerra e della rivolta. In questo congresso si sono scontrati unitari repubblicani, monarchici, federalisti, riformisti, avversari della dominazione austriaca, fautori della secolarizzazione del Governo pontificio.

Il 1° periodo si presentano una serie di documenti, di discussioni, interventi,   proclami, lettere, trattati, grandi preparativi che portano alla guerra. Protagonista tra tutti l'imperatore Napoleone III e poi il conte di Cavour con il Piemonte che ascolta il grido di dolore delle altri parti d'Italia.

Il 2° periodo, dopo le battaglie di Palestro, Solferino e San Martino porta alla pace di Villafranca. Qui si stabilisce una Confederazione di tutti gli stati d'Italia. Finisce la guerra ma inizia la rivoluzione, scrive Margotti, e siamo già al 3° periodo, dove il il governo sardo di Torino, dà la Savoia e Nizza alla Francia.

Dopo la pace, Pio IX, scrive una lettera al Cardinale Vicario: «Ringraziare Iddio per la pace ottenuta fra le due grandi potenze cattoliche belligeranti è nostro dovere: ma il seguitare la preghiera è un vero bisogno, giacchè varie provincie dello Stato della Chiesa sono ancora in preda dei sovvertitori dell'ordine stabilito [...]». Pio IX faceva riferimento al proclama di Massimo D'Azeglio ai bolognesi e in particolare alle menzognere stragi avvenute a Perugia.

A questo proposito l'Opinione, parlava di uomini e donne uccisi, ma poi si è accertato che molte di queste passeggiavano liberamente sane e salvi, nella città. A pagina 83 del 1° volume, Margotti polemizza con gli italianissimi che facevano fuoco e fiamma, contro la Confederazione italiana presieduta dal Papa. Allora pubblica il 6 agosto 1859 il panegirico, di questa Confederazione, servendosi dei pensieri e delle parole di Vincenzo Gioberti. «Badino bene i liberali di non contraddire un iota solo di ciò che stiamo per scrivere, altrimenti si darebbero della zappa in sul piede, oppugnando colui che vogliono onorare come l'apostolo dell'italiano risorgimento». Gioberti sosteneva che i Papi erano i capi civili della penisola, pertanto il Papa era destinato dalla Provvidenza,  ad esser duce e moderatore. «Che il Papa sia naturalmente, e debba essere effettivamente il capo civile d'Italia, è una verità provata dalla natura delle cose, confermata dalla storia di molti secoli, riconosciuta altre volte dai popoli e dai principi nostrali».

Sono indicibili i beni che l'Italia riceverà dalla Confederazione, che restituirà l'antico onore in Europa ai vari Principi. L'Unità confederativa, non è una novità per gli italiani, è antichissima.

Margotti ripropone a pagina 89, una lettera di un protestante francese, sig Guizot, che è un inno a favore del governo pontificio. «Il Papa non può sostenere che la causa dell'ordine, della pace e del miglioramento regolare e pacifico delle società.». Il Guizot insiste: «Non si dee chiedere al Papa ciò che non può fare come Papa. E ciò che il Papa può fare o non può fare non deve dirlo né Cavour a Torino, né D'Azeglio a Bologna, né Walewski a Parigi, né Palmerston a Londra; Pio IX è il solo che possa dirlo, e bisogna rimettersene a lui, e venerare la sua decisione. Il Papa non può accettare il Codice Napoleone, non può separarsi dalle Legazioni, non può secolarizzare il Papato.

Il direttore de l'Armonia, cita molte testimonianze a favore del potere temporale del Papa, tanto da riempire dieci pagine. Si tratta di liberali, eretici, gallicani, increduli. Inizia con Fleury che fa riferimento al gran vescovo Bossuet, al suo splendido discorso sull'unità della Chiesa: «Dio che voleva che questa Chiesa, la madre comune di tutti i regni, non fosse dipendente d'alcun regno nel temporale, e che la sede dove tutti tutti i fedeli dovevano conservare l'unità venisse posta finalmente posta al disopra delle parzialità [...]Egli è per una felice conseguenza delle loro liberalità che la Chiesa, indipendente nel suo capo da tutte le potenze temporali, si trova nella condizione d'esercitare più liberamente, per il bene comune e sotto la comune protezione dei re cristiani, quella potenza celeste di reggere le anime, e che, tenendo in mano la bilancia ritta in mezzo a tanti imperi spesso nemici, conserva l'unità di tutto il corpo, ora con inflessibili decreti, ed ora con saggi temperamenti». Mentre Bonnet, poteva testimoniare che il «il popolo romano è il più felice di tutti i popoli d'Europa».

Ancora più chiaro il liberale fiorentino, Leopoldo Galeotti: «La sovranità temporale, garantisce al papato l'indipendenza nel modo stesso che il dominio di beni e rendite proprie garantisce alla Chiesa la libertà […] Se il Papa fosse rimasto in Avignone, egli sarebbe divenuto un grande elemosiniere di Francia, che niun'altra nazione avrebbe riconosciuto fuorchè la Francia: un Papa suddito di Carlo V non sarebbe stato accettato come arbitro di pace da Francesco I». Gioberti sentenzia che «il principato dei Pontefici è uno dei più legittimi del mondo».

Gibbon, filosofo eretico, del potere temporale scrive: «la loro dominazione temporale si trova fondata su mille anni di rispetto, e il loro più bello titolo alla sovranità è la libera scelta d'un popolo che liberarono dalla schiavitù».

Ma se ci sono i lontani che inneggiano al Papa-Re, esistono quelli che gli fanno la guerra. A pagina 157, Margotti dà conto delle dottrine e degli uomini contro il cattolicesimo, come Lelio Socino, con il razionalismo moderno. Burlamacchi, che voleva sbarazzarsi del Papa-Re, senza avvedersi dei tanti Re-Papi, quanti sono i governi degli Stati. La sua teoria ha creato in Europa «una moltitudine di Papa-Re destinati ad assicurarci della verità, ed obbligarci a praticare la vera religione». A pagina 202, si fa una breve storia dei Nemici del Papa-Re. Si va dallo gnosticismo al razionalismo, passando per la rivoluzione francese.

A pagina 240 troviamo una bella apologia del potere temporale dei Papi, non parla Margotti, ma l'Araldo Cattolico: «della ragione tutta provvidenziale, onde il Papato si trova fiancheggiato dal civile principato, e che ogni cattolico dovrebbe riconoscere legittima; la libertà vale a dire che esso procaccia al S. Padre e indipendenza da qualunque pressione esteriore di prepotenti nell'esercizio del suo sublime ministero».

Siamo sempre al 3° periodo e il testo di Margotti si occupa delle varie conquiste dei rivoluzionari nel centro Italia: a partire del Ducato di Modena, da parte del dittatore Carlo Farini, che cerca in tutti i modi di trovare negli archivi del Duca Francesco qualcosa di compromettente, per poi consegnarlo agli italiani all'Europa. Secondo il sacerdote il processo contro Francesco V, si è ritorto contro gli stessi rivoluzionari, anzi è stata una splendida apologia del medesimo.

Poi si interessa del Granduca di Toscana anche qui si registra la stessa strategia dei rivoluzionari, si sono letteralmente “intronizzati” al posto dei loro predecessori. Infatti scrive Margotti: «Se da Firenze voi vi recate a Modena la cosa è ancora più manifesta. Là il primo conservatore è oggidì il dittatore Farini, che trovasi nel palazzo ducale circondato da guardie d'onore, con sei servitori dalle calze di seta e dalle parrucche incipriate che pendono dalle sue labbra, ottima tavola, cuochi con tre livree, e una batteria di cucina da degradarne l'artiglieria francese. Ha titolo d'Eccelso e vive eccelsamente; invita, danza, fa danzare; oh il Ducato di Modena può dirsi oggidì veramente rigenerato!». E ancora il giornalista, continua «Andate nelle altre parti d'Italia dove la rivoluzione trionfa, e troverete che essa ha avuto per unico effetto di mettere gli uomini nuovi al posto degli uomini antichi, e quelli non si peritano di abbracciare le misure medesime che poco prima condannavano in questi, e proibiscono giornali, e comandano obbedienza cieca, e imprigionano, e non si rifuggono da nessuno mezzo per conservarsi».

Il direttore de l'Armonia prende di mira la figura di Farini, che si fa chiamare l'eccelso, e poi riporta dei particolari abbastanza ridicoli, ripresi dai giornali, dove vengono descritte minuziosamente il lusso delle feste e dei banchetti nel palazzo che fu del Duca. Nel testo Margotti riporta le velleitarie proteste dei principi scalzati dai loro regni. Tutti si appellano all'Europa che non ha fatto nulla per impedire le annessioni al Piemonte.

Nel 2° volume a pagina 100 Margotti dà conto di un viaggio nell'Italia centrale dell'avvocato Angiolo Brofferio, il quale racconta dettagliatamente nelle sue Memorie, quello che ha visto a Parma, a Modena, a Bologna, mentre governavano Farini, Lionetto Cipriani, Bettino Ricasoli. Per quanto riguarda Parma: il pranzo allestito nella stessa sala della Duchessa, con gli stessi camerieri, stessi piatti, stessa argenteria, stessi vini. La stessa cosa avviene a Modena nel palazzo Ducale. Tuttavia alla fine del racconto Brufferio tra tante altre riflessioni, riassume: «Che i democratici mangiavano a due palmenti in Parma a spese della Duchessa e del popolo; che Farini rigenerava l'Italia con pranzi da re, e con sontuose feste da ballo;» Sarebbe interessante dilungarci nei particolari del viaggio di Brufferio.

A questo proposito a pagina 360, è interessante un memorandum che Margotti pubblica su come vivevano i sudditi pontifici. «Noi stiamo bene sotto il governo dei Papi; siamo di quei rari popoli che non sono smunti dai balzelli, che godono vera protezione dei loro diritti, e che si sentono favoriti da un'autorità equa e soave in tutto ciò che è onesto e schiettamente utile al ben pubblico». Non possiamo desiderare di più, «Noi siamo i popoli più felici dell'Europa». Sono veramente interessanti le argomentazioni sulla migliore qualità dei governanti religiosi anziché laici. «Abbiamo in vari intervalli assaggiato il reggime dei laici, e ci è sembrato una calamità a confronto del reggime prelatizio. Il prelato presidente si contenta di poco: non ha moglie, non ha famiglia che lo distragga, non impegni secolareschi: è tutto nel suo uffizio: i poveri, i piccoli sono da lui bene accolti, come gli opulenti e i signori [...]». Viene spontaneo il paragone con i governanti laici nelle Romagne ribellate. Basta chiedere alle città di Bologna, di Ferrara, di Ravenna e di Forlì. Chi li ha trattati meglio i Delegati del Santo padre o i Proconsoli di Farini?

Per quanto riguarda il suffragio elettorale in quei territori anche questo sa di farsa. La maggior parte degli elettori si astenne. Più di due terzi si sono astenuti, sulla decima parte dell'intera popolazione che era stata iscritta. A pagina 169, Margotti fa un elenco dettagliato sulle votazioni dell'Italia centrale, sui vari collegi della Toscana.

Importantissime per la Storia sono le parole del conte Cavour, il 12 aprile nella camera dei Deputati: «la cessione di Nizza e della Savoia era condizione ESSENZIALE del proseguimento di quella via politica, che in così breve tempo ci ha condotti a Milano, a Firenze, e a Bologna». Sull'argomento Margotti, così si pronuncia, «provano che se noi andammo a Bologna, ci andammo coll'aiuto, o almeno col consenso della Francia, e che questo aiuto, o consenso, ci sarebbe mancato se il conte di Cavour non se lo avesse comperato colla cessione della Savoia e di Nizza».

Questa via politica, di cui parla Cavour, secondo Margotti è stata indicata bene nell'opuscolo del 22 dicembre 1859: “Il Papa e il Congresso”. Un opuscolo che lo stesso Pio IX è stato costretto a dare una memoranda risposta, definendolo «un monumento insigne d'ipocrisia ed un ignobile quadro di contraddizioni». In pratica le conclusioni finali del libretto sono «che si deve diminuire il territorio e il numero dei sudditi del Papa», è il primo passo per andare ad occupare Bologna.

Secondo Margotti è nell'opuscolo che si manifesta quello che fu veramente la Rivoluzione italiana patrocinata da Cavour: «Promettere e poi fallire alla data parola, stabilire principi e poi rinnegarli, fingere libertà e proclamare tirannia,[...] dare un bacio e macchinare un tradimento, proporre la pace e perpetuare la guerra, riverire la Chiesa e spogliarla, onorare il Papa e metterlo sul lastrico, mentire alla storia, alla logica, al buon senso; ecco le armi di coloro che oggidì combattono contro il Cattolicesimo».

Il testo si occupa del nobilissimo contegno del Papa e del clero, nonostante la palese persecuzione, sia il Papa che la maggior parte dei vescovi e dei preti si mantengono fermi senza arretrare mai. «Accanto ala Papa stanno i prelati cattolici. Essi stringonsi attorno al Padre comune, che diventa tanto più venerato, quanto più ingrossano i nemici, e incalzano i pericoli». Ma non solo quelli della penisola, anche l'episcopato francese, irlandese, spagnolo, tutto il mondo. Tutti erano certi della vittoria, stavano con Pio IX. In più parti del libro, in particolare a pagina 350 del 2° volume, Margotti rappresenta il Santo Padre come Nostro Signore durante la sua Passione. Che cosa si può fare per il Papa? Si chiede Margotti a pagina 366. E' la domanda che si poneva in un libretto uno studioso francese, St-Laurent. Si possono fare tre cose: Pregare, parlare, dare.

Eppure 16 preti in Romagna venivano gettati in carcere come confessa lo stesso Gioachino Napoleone Pepoli. La stessa cosa avviene in Toscana e anche in altre contrade d'Italia. E nell'avvicinarsi il tempo delle predicazioni dell'Avvento si raccomanda ai vescovi di «tenersi lontani nell'esercizio della loro missione da qualsivoglia allusione alla politica», per evitare divisioni di partito, pertubazioni della quiete pubblica.

Nel 2° Volume, il testo si sofferma sull'arresto del Cardinale Arcivescovo di Pisa, Cosimo Corsi, obbligato a recarsi a Torino. Il motivo dell'arresto non lo sa nessuno. Ma non c'è solo lui, anche il vescovo di Faenza d d'Imola gemono in prigione e tanti altri chierici imprigionati, vessati, unicamente per non aver voluto cantare il Te Deum. Tutto questo nel solo mese di maggio del 1860.

Margotti cita il libro di Giuseppe Montanelli, “L'Impero, il Papato e la democrazia in Italia”nel quale dice molte cose utili, dove spiega che cosa si intende per riforme da far fare al Papa. Che cosa si pretende dal Papa? Probabilmente «ciò che Pio IX non può accordare in coscienza». Secondo i rivoluzionari «si vorrebbe che egli adottasse lo Stato Moderno, ossia i principi di Vestfalia, dell'Ottantanove, e di Napoleone». Montanelli si rende conto che il Papa non potrà mai accettare i principi del relativismo, della secolarizzazione dello Stato. «la questione della secolarizzazione non è nello Stato Papale questione di persone – scrive Montanelli – ma questione di principi: Il governo di Pio IX potrebbe essere secolare senza che pur vi entrasse un laico, e clericale senza che vi avesse mano un sol prete. Quando si dice al Papa di secolarizzare il suo governo, si osa chiedergli, secondo il Montanelli, il matrimonio civile, la libertà dei culti, la legge Siccardi, l'università filosofica, l'abolizione della censura ecclesiastica. La rivoluzione non tacerà finchè non abbia ottenuto questo. E si spera di ottenerlo da un Papa, e da un Papa qual è Pio IX?».

Il mese di giugno del 1860, fu il mese dell'invasione della Sicilia di Garibaldi e delle menzogne diplomatiche del conte di Cavour. «Cavour mandava ad offerire a Garibaldi danaro ed armi, come disse la Gazzetta del Popolo del 28 dicembre, e nella Gazzetta Ufficiale Cavour dichiarava: “Il Governo ha disapprovato la spedizione di Garibaldi, ed ha cercato di prevenirla con tutti quei mezzi che la prudenza e le leggi consentivano!” Come protestava d'aver comandato alla flotta reale d'inseguire i due vapori di Garibaldi e impedire lo sbarco dei Garibaldini, e in una nota presentata al rappresentante del Re di Napoli, condannava Garibaldi, come usurpatore, e poi il 2 di ottobre questo stesso conte Cavour diceva Garibaldi è un generoso patriota; “l'autorità e l'impero di Napoli stanno nelle mani gloriose di Garibaldi”».

Nelle Memorie Margotti riporta dettagliatamente i proclami di Garibaldi e poi di tanti documenti inerenti alla rivoluzione siciliana. Naturalmente le proteste del governo napoletano, soprattutto del Re Francesco. Interessante leggere la nota del Patrimonio del Re di Napoli, confiscato da Garibaldi. Perfino la dote dell'illustre regina principessa piemontese, Maria Cristina è stato confiscato tutto in nome del Re di Piemonte. Risulta abbastanza patetica la lettera del Re di Napoli a Napoleone III. Francesco II probabilmente si era fidato dell'imperatore francese e dell'Europa, ma alla fine perde il suo regno.

A questo proposito Margotti titola un suo quadro: “I Misteri di Napoli”. Si pongono alcune domande chiave sulla caduta di un Regno così stabile e florido come quello delle Due Sicilie.

Il testo poi affronta la guerra contro il Papa, siamo ai fatti del mese di settembre con le invasioni delle Marche e dell'Umbria, è il mese del bombardamento di Ancona, è il mese in cui Cialdini, l'11 settembre diceva ai soldati: «Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicarii», naturalmente si riferiva all'esercito Pontificio, agli eroi di Castelfidardo, che avevano difeso il Padre comune e avevano sacrificato la propria vita per Pio IX. «Il settembre del 1860 resterà memorando negli annali d'Italia e della Chiesa, memorando per la fedeltà ed il coraggio dei difensori del Papa, memorando per ciò che patirono quei generosi, fatti prigionieri, memorando per la sublime condotta del generale Lamoricière, memorando per l'assedio di Ancona, memorando per essere stata bombardata una città che aveva innalzata bandiera bianca!».

Novembre del 1860, fu il mese delle fucilazioni e delle reazioni nel regno delle Due Sicilie. Il 2 novembre il governatore di Teramo proclama: «I reazionari presi con le armi alla mano saran fucilati, - Cialdini - fucilò tutti i paesani armati – Pinelli – chi insulta la bandiera nazionale sarà fucilato immediatamente – De Virgili – Colpite i reazionari senza pietà». A questo punto Margotti riporta una fucilazione verificatesi a Milazzo ad opera di Garibaldi di trentanove Milazzesi, mentre Nino Bixio proclamava a Bronte la fucilazione.

Nel 2007 in occasione del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi (1807-1882) sono state pubblicate numerose biografie sul personaggio. Di notevole interesse è certamente quella della professoressa inglese Lucy Riall, dal titolo accattivante: «Garibaldi. L'invenzione di un eroe», l'opera è stata riedita da Editori Laterza (2017)

Il testo di ben 608 pagine suddiviso in XII capitoli, è coronato da una vasta bibliografia, ma soprattutto come la stessa professoressa inglese scrive nella presentazione, è sostenuto da un vasto supporto di studiosi, che per certi versi hanno contribuito alla nascita del poderoso volume. La Riall segue la nascita e la formazione del mito garibaldino. Un mito che è stato studiato a tavolino, costruito ad arte, anche se su avvenimenti autentici. Garibaldi alla fine diventa protagonista di una «religione civile», che avrebbe alimentato la rivoluzione italiana.

La tesi centrale dell’opera è che «[...] la celebrità di Garibaldi fu il risultato di una precisa strategia politica e retorica» (p. XXVII) e, più specificamente, che il suo culto «[...] fu in realtà concepito, costruito e divulgato con cura, e il suo scopo fu di sostenere, promuovere e giustificare un processo di violento e rapido mutamento di regime» (p. 324); inoltre, dopo la sua morte questo culto venne ufficializzato nel tentativo «[...] di trasformare il Risorgimento in un »luogo della memoria» e di dare agli italiani una educazione politica che avrebbe dovuto contrastare la tradizionale fedeltà nei confronti degli insegnamenti della Chiesa cattolica e degli antichi regimi» (pp. XIV-XV).

Nell'introduzione la Riall sottolinea che la figura del nizzardo è diventata simbolo dell'Italia laica è viene celebrata a tutti i livelli, non c'è città o paesino sperduto che non ha una via o una piazza intitolata a suo nome. Per non parlare dei monumenti o delle lapidi per onorare il luogo nel quale era passato, dove aveva dormito, combattuto, pensato e parlato. Il tutto per conservarne la memoria a beneficio delle generazioni futuro. A questo proposito qualche anno fa mi è capitato di polemizzare con l'installazione di una lapide dedicata a Garibaldi presso Capo Sant'Alessio nel messinese.

Negli anni il culto di Garibaldi si manifesta nel proliferare di opuscoli patriottici, calendari, cartoline postali, figurine. Naturalmente sono uscite numerose biografie di rilevante valore, memorie personali, opere poetiche e teatrali. Furono in molti a mantenere vivo il «garibaldinismo», sia da destra che da sinistra. In particolare nella prima guerra mondiale, per l'emergere del nuovo e agguerrito nazionalismo, la Riall accenna allo scrittore e attivista politico Gabriele D'Annunzio. Garibaldi diventa un eroe futurista, un «Onnipotente Duce», che gli italiani dovevano guardare al suo esempio patriottico per sacrificarsi alla causa nazionale.

Naturalmente di Garibaldi se ne appropriano i fascisti, ma anche per i comunisti, la figura di Garibaldi diventa un simbolo di liberazione popolare.Vediamo le «Brigate Garibaldi» dei comunisti, combattere sia in Spagna che nella guerra civile in Italia.

Ai nostri giorni la figura di Garibaldi, anche se di natura diversa, qualcuno arriva ad accostarla al comandante Ernesto «Che» Guevara. Ma la Riall accenna anche agli anni Ottanta del secolo scorso, dove l'eroe dei due mondi, viene riabilitato, prima da parte del repubblicano Giovanni Spadolini e poi dal socialista Bettino Craxi.

Tra i tanti storici che si sono occupati di Garibaldi, la Riall, fa riferimento ad Alberto Banti, il quale  ha messo in luce l’esistenza di un «canone» risorgimentale che attraverso romanzi, poesie, dipinti e opere liriche ha generato un repertorio di simboli, metafore e immagini popolari; questi hanno prima innescato un significativo mutamento culturale e politico e poi prodotto una narrazione dell’unificazione italiana in termini eroici, non solo conquistando l’interesse di molti contemporanei ma anche ostacolando una riconsiderazione critica del processo risorgimentale, sia in Italia che all’estero.

Il mito — risultato di un complesso sforzo propagandistico volto a presentare la lotta dei «patrioti» come la fase ultima della storia nazionale italiana —«[...] poté essere frutto di una rappresentazione erronea, di un’illusione, o una vera e propria falsità, ma aveva un’innegabile forza retorica e mobilitante, cosa che almeno in parte era l’effetto di un’accurata strategia politica. Di fatto, questa strategia politica ebbe un tale successo che ancora oggi condiziona il nostro modo di comprendere e di rapportarci al Risorgimento e ai suoi protagonisti» (p. XXVIII).

Nel libro la scrittrice inglese intende « proporre una prospettiva diversa sia dall'agiografia delle storie tradizionali che dall'approccio riduttivo della più recente ricerca su Garibaldi. Così, piuttosto che celebrare o ridimensionare il culto eroico per Garibaldi, questo studio affronta direttamente il culto stesso e le sue manifestazioni. Lo scopo che mi sono prefissata è di indagare quali siano state le motivazioni politiche che hanno portato alla sua creazione, il messaggio politico da esso incarnato e reso popolare, e le forme della sua rappresentazione pubblica». (p. XXXI)

Sostanzialmente alla Riall interessa «Garibaldi in quanto simbolo del nazionalismo rivoluzionario piuttosto che il Garibaldi postumo, divenuto simbolo ufficiale dello Stato italiano». Inoltre la scrittrice inglese prende in considerazione l'immagine che il mondo ha avuto di Garibaldi, grazie alla stampa di Londra, Parigi, Berlino, New York. In particolare viene messa in risalto l'esperienza siciliana (dal maggio all'ottobre 1860), peraltro in questo periodo egli si trovò al potere, e «fu anche senza dubbio il momento culminante della sua fama in patria e all'estero».

La nascita della fama di Garibaldi fu il risultato di una deliberata strategia concepita da Mazzini e appoggiata entusiasticamente dai suoi seguaci, compreso lo stesso Garibaldi.

In Italia i capi del movimento rivoluzionario riescono a formare un’opinione pubblica radicale senza avere il controllo del governo o di un partito politico moderno, allora inesistente, utilizzando le nuove tecniche di comunicazione — non ultima la letteratura romantica popolare, destinata in quegli anni al successo commerciale grazie alla sua economicità, accessibilità e standardizzazione —, che creavano e trasmettevano a un grande pubblico una serie di temi-chiave, fra cui quello dell’eroe pronto a sacrificare la propria vita per la libertà e la giustizia: «[...] questo italiano idealizzato, questo eroe audace, virile e onorevole, sembra trovare un suo preciso corrispettivo nella figura di Garibaldi» (p. 13). Il suo carisma fu anche il prodotto di una rielaborazione artificiale, ma corrispondeva alle reali caratteristiche dell’uomo e alle aspettative del pubblico. In questo periodo, Garibaldi diventa un «segno», un «simbolo», nonostante la cattiva fama acquistata negli anni sudamericani (1836-1847). Pertanto, «Nella struttura narrativa e nel ricorso a temi familiari possiamo quindi vedere la creazione di una storia di Garibaldi e della sua legione che ricorda quelle narrate da romanzi, poesie e dipinti popolari, e allo stesso tempo aspira a tracciare una storia fondativa di più ampia portata, sulle cui basi possa sorgere la nuova società italiana» (p. 53). Scrive la Riall, a proposito di Garibaldi: «La sua vita diventò importante per ciò che poteva simboleggiare e per l'immaginazione che era in grado di suscitare, almeno quanto lo era per ciò che poteva  concretamente realizzare» (53).Tuttavia, «La promozione di Garibaldi a eroe nazionale negli anni Quaranta dell’Ottocento deve essere vista come parte di un processo di lotta politica mirante a rendere popolare una specifica visione della comunità nazionale, incarnandola in un personaggio» (p. 66).

La scrittrice inglese nel III cap. precisa che il culto a Garibaldi si inserisce in una vasta tradizione di figure eroiche e di culto dell'eroismo. L'epoca della rivoluzione francese che aveva cancellato la monarchia e la figura del re, ora i nuovi giacobini avevano bisogno di eroi. Vengono presi dall'antichità, ma anche all'epoca medievale.

L'esperienza della Repubblica Romana, nel 1849, rappresenta la seconda tappa nella costruzione del mito: le «rappresentazioni» di cui l’«eroe» si rende protagonista in quei mesi non sono quasi mai improvvisate, i discorsi sono scritti con grande attenzione e spesso dati subito alle stampe, viene curata anche l’eccentricità degli abiti e dei comportamenti, attirando l’attenzione degli osservatori e dei primi inviati speciali. Il primo obbiettivo di questa strategia era di reclutare volontari pronti a combattere con dedizione e coraggio e d’incitare le donne a persuadere i loro uomini in tal senso, il secondo quello di coinvolgere un pubblico di lettori più ampio.

Roma per i rivoluzionari aveva «un significato mistico», era una sfida politica da affrontare. «In quanto capitale del cattolicesimo essa esercitava un fascino simbolico senza confronti [...]» (p.80).

Anche a Roma l'attività militare di Garibaldi viene presentata come un susseguirsi di atti di coraggio in battaglia, con una serie «di quadri dal carattere quasi teatrale: il suo aspetto selvaggio e appassionato in battaglia, i successivi momenti di svago, i suoi affascinanti compagni, i suoi interventi pubblici nei momenti cruciali della lotta» (p.93)I giornalisti accorrono per vederlo combattere, ma anche i pittori, pare che lo «Illustrated London News», ha pagato un pittore, per ritrarre il comandante con i suoi uomini e dipingere scene di guerra. E qui viene descritto l'aspetto fisico di Garibaldi e soprattutto com'era vestito. «Garibaldi appare giovane , passionale, con abiti ampi e dai colori sgargianti. E' forte e fiero, si accampa 'come un indiano', è abbronzato e suda. Il suo aspetto […] è quello di un eroe del Medioevo; e i suoi discorsi esaltano la violenza e il coraggio, fanno anche riferimento a tematiche erotiche e amorose. I garibaldini sono poco disciplinati, fra essi vi sono figure energiche di donne e un ex schiavo di colore, e quando lasciano Roma appaiono 'belli', 'romantici' e 'tristi'». (p. 102) In questo contesto, la morte della brasiliana Anita Ribeiro da Silva (1821 ca-1849) — prima di tre mogli e madre di quattro degli otto figli riconosciuti da Garibaldi — conferisce anche una dimensione sentimentale a un mito altrimenti fondato unicamente sulla guerra e sull’avventura. In questo periodo da segnalare la biografia che scrisse un amico e sostenitore di Garibaldi, Giovanni Battista Cuneo, naturalmente scritta, vissuta come un intervento politico, per creare il mito della rivoluzione romana e di Garibaldi. La biografia di Cuneo è uno straordinario esempio di fusione della politica con la letteratura popolare. Viene costruita, «in modo tale che la vita immaginaria potenzi il fascino di quella vera. Garibaldi stesso è in parte un coraggioso capo politico, in parte un affascinante eroe romantico». (p. 172)

Secondo la Riall, la biografia di Cuneo creò una formula politico-letteraria che rappresentò la struttura di tutti i futuri approcci al personaggio Garibaldi.

Sostanzialmente Garibaldi appare una figura intensamente romantica, ribelle, austera, autoritaria. «In termini politici, egli rappresenta un ideale decisamente democratico e aperto alla partecipazione; cerca di proporsi come l'incarnazione delle aspirazioni popolari [...]». (p.102) Più volte, la Riall, si dilunga nel libro a descrivere l'abbigliamento del comandante nizzardo. Del resto il testo è corredato di 34 tavole, ben selezionate che rappresentano Garibaldi durante la sua esistenza.

Nel IV cap. Lucy Riall, dà conto dell'esilio volontario di Garibaldi. Dopo il fallimento della rivoluzione del 1848-1849 il Nizzardo si ritira dalla vita politica e si dedica, fra l’altro, a propagandare sé stesso e le sue idee, approvando le prime biografie scritte da ammiratori, cominciando a comporre le Memorie e consegnandone copie ad amici di nazionalità diversa affinché ne curassero la diffusione a livello internazionale. Accanto al personaggio reale viene in tal modo a coesistere quello immaginario, generato dagli articoli e dai libri che venivano modellati sulla base di priorità politiche, sviluppando le potenzialità narrative con episodi del tutto inventati, ma che avevano la caratteristica di essere verosimili e di rispondere alle attese popolari.

«La fama che lo riguardava — relativa alle sue azioni, al suo aspetto e alla sua vita privata — venne sostenuta dalla rapida e massiccia offerta di informazioni a stampa [...]. Il suo fascino fu confezionato per venire incontro a quelli che apparivano i gusti e le esigenze di questa nascente cultura politica, ed egli stesso operò per crearla» (pp. 190-191).

Sono i giornali inglesi quelli che non smettono di incensare Garibaldi, qualcuno gli dà il soprannome di «Leone», simbolo medievale della resurrezione, quasi da accostarlo ad Aslan, li leone del romanzo di C. Lewis, «Le Cronache di Narnia».

Comunque sia le memorie su Garibaldi come quelle di Alexander Dumas, sono guardate con sospetto dagli storici, non aiutano alla ricostruzione della verità. George Macaulay Trevelyan, afferma che nella versione francese non vi è modo certo per «distinguere le affermazioni di Garibaldi dalle invenzioni romantiche di Dumas», e che lo storico non la può considerare una fonte attendibile». Inoltre, lo stesso Garibaldi fino al 1872 continuò a rivedere le sue memorie, pertanto, scrive Riall: «l'ampio numero di versioni diverse significa che era diventato difficile separare la 'leggenda dai fatti'». (p.181)

Tuttavia in termini generale, le memorie sono dei tentativi di scrittori attivisti politici, che «mediante la costruzione di una memoria collettiva e il richiama ad essa contribuirono a creare un senso di identità nazionale» (p. 183)

A questo proposito, citando l'antropologo Benedict Anderson, la Riall, può scrivere, «Il nazionalismo, dipendeva dalla cultura stampata. Senza l'espansione della parola e dell'immagine scritta, sarebbe stato impossibile per le complesse società moderne 'dare forma', 'inventare' o 'immaginare un concetto di comunità e di appartenenza nazionale» (p. 190) La fama di Garibaldi fu alimentata dalla massiccia offerta di informazioni a stampa, e ciò fu reso possibile dalla «rivoluzione» in corso in quel settore.

La maggior parte dei volontari erano giovani, molti erano professionisti (avvocati, dottori), una significativa presenza era composta da scrittori, giornalisti e artisti.

Nel VI cap. si riflette sul concetto di guerra mediatica, proprio nell'anno del 1859, dove si utilizza la fotografia, lo sviluppo del telegrafo, che permette di inviare subito notizie, articoli di giornali. Ormai i giornali presentavano i conflitti come uno spettacolo, nascono i supplementi illustrati sulla guerra. Il resoconto pubblicato dallo «Illustrated London News», ricorda una guida turistica dell'Italia settentrionale. «La rappresentazione della guerra del 1859 ebbe un’importanza cruciale per dare vita a un culto di dimensioni europee per Garibaldi, e fu una componente essenziale per la costruzione del mito del “risorgimento” italiano, una narrazione completa, ricca di personaggi, in parte inventata e in parte riferita a fatti storici» (p. 243).

Il 1860 fu l'anno d'oro del garibaldinismo, nasce per caso la spedizione dei Mille in Sicilia. Garibaldi non era convinto dell'idea di una rivoluzione in Sicilia, «perse più volte il controllo dei nervi prima della partenza definitiva con i suoi volontari da Quarto, nella notte tra il 5 e il 6 maggio» (p. 217)

Così «nella primavera del 1860, quando Garibaldi si imbarcò per la Sicilia, l'originario obiettivo mazziniano di creare un eroe che simboleggiasse e rendesse visibile l'esistenza di un popolo italiano poteva dirsi pienamente realizzato» (p. 244)

L'VIII cap. la scrittrice inglese si occupa della Spedizione dei Mille che ha inizio non a caso in Sicilia, dove alle secolari aspirazioni autonomistiche della popolazione dell’isola si aggiungono l’orientamento liberaleggiante dell’aristocrazia, che ne aveva attenuato la fedeltà verso la monarchia, e l’endemica turbolenza dei contadini, i quali respingevano in buona parte le sollecitazioni religiose e legittimistiche, cui si mostravano invece sensibili i ceti rurali delle altre zone della Penisola.

 L’intera spedizione è un capolavoro di regia: al seguito del Generale viaggiano gli inviati dei maggiori giornali italiani ed europei, mentre i fratelli pittori lombardi Domenico (1815-1878) e Girolamo (1827-1890) Induno lo ritraggono nelle scene principali della campagna che — nelle pagine del romanziere Alexandre Dumas (1803-1870), auto-investitosi della funzione di storico dei Mille — diventa una festa di colori e di suoni, una marcia gloriosa e pittoresca, e conquista immediatamente i lettori.

L’avanzata garibaldina, inoltre, viene accompagnata da una serie di proclami e discorsi entusiasmanti, che fanno riferimento ai Vespri e all’orgoglio dei siciliani nonché al sentimento religioso delle popolazioni, mentre il ricorso a feste e a celebrazioni serve a elaborare «un’estetica politica» (p. 283) volta a promuovere un senso di appartenenza nazionale e ad accreditare l’impresa come un’avventura popolare giustificata moralmente. Nelle sue apparizioni pubbliche Garibaldi prende in prestito alcuni elementi dei rituali tradizionali, anche monarchici, e nelle stesso tempo è attento a creare un’atmosfera familiare, muovendosi a piedi fra la gente e mostrandosi accessibile a tutti. «Questo eclettico miscuglio di sacro e quotidiano — un’unione fra l’autorità rituale e la rilassata intimità del capo democratico — può aiutare a spiegare il successo popolare del suo culto, e a dare conto della spontanea reazione emotiva alla sua presenza»(p. 279).

Dal racconto della Riall non trapela nulla dei vari tradimenti e inadempienze messi in atto dagli ufficiali borbonici, in particolare dei vecchi generali Francesco Landi e Ferdinando Lanza, a Calatafimi e Palermo. E poi ancora Gennaro Gonzales, Tommaso Clary, Giuseppe Letizia, Fileno Briganti, Giuseppe Ghio. Alcuni nomi di comandanti borbonici corrotti, che avevano un esercito più o meno efficiente e non furono in grado di fermare la rivoluzione garibaldina. Sul grado di corruzione dell'ambiente militare borbonico, scrive Gigi Di Fiore: «In totale, sedici ufficiali furono ritenuti responsabili diretti dei tracolli militari in Sicilia, Calabria e Puglia. Incapaci, forse pavidi, altri probabilmente corrotti. Di certo, molti furono solo cinici calcolatori. Scelsero per opportunismo, quando le cose stavano cambiando[...] Qualcuno si suicidò; altri, passati con l'esercito piemontese poi italiano, furono umiliati, guardati con diffidenza e messi subito in pensione[...] Scrisse ancora Alfonso di Borbone conte di Caserta: 'Io credo che un semplice caporale di buona volontà in quell'epoca, se avesse comandato, avrebbe battuto Garibaldi e tutti gli addetti della rivoluzione'» (Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia, Rizzoli, 2007)

Prima della battaglia del Volturno e poi dell'ultima resistenza nella fortezza di Gaeta, e di Messina, l'unica volta che un ufficiale borbonico non ha tradito, fu nella battaglia di Milazzo, qui  il colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco nonostante con un insufficiente numero di soldati tiene testa ai garibaldini per una settimana.

Ritornando alla mitologia creata intorno al generale vittorioso, concludo utilizzando una recensione al libro della Riall, dello studioso cattolico Francesco Pappalardo. «Dopo l’impresa nell’Italia Meridionale Garibaldi non è più soltanto un generale vittorioso - scrive Pappalardo - ma anche un punto di riferimento per molteplici raggruppamenti d’ispirazione democratica e radicale, che danno vita a quel vasto e autonomo movimento politico noto come «garibaldinismo», termine indicante uno stato d’animo che si traduce in azione, in febbre di combattimento, in spirito di solidarietà fra gli uomini, quasi una fede laica, che subentra alla religione dei padri. Nella politica italiana di quegli anni egli svolge un ruolo centrale attraverso una gran mole di corrispondenza e una presenza instancabile sulla stampa, che tengono alto il suo prestigio e continuano a imporre all’opinione pubblica l’attualità delle questioni di Roma e di Venezia.

Al rafforzamento del mito giova anche l’«esilio» nell’isola sarda di Caprera, che gli garantisce contemporaneamente visibilità e lontananza, aggiunge un tassello ulteriore alla mistica del «Cincinnato» e lo lascia di riserva per le ore grandi della storia. Alla morte del Generale la rivista parigina Revue des deux mondes, pur nell’ambito di un articolo critico su L’ultimo dei condottieri, tributa un omaggio al suo coraggio e al suo senso del teatro: «“gli uomini famosi dovrebbero sempre fare in modo di concludere la propria esistenza su un’isola, niente li rende più grandi della solitudine che ciò crea intorno a loro. Più piccola è l’isola, più grande appare l’uomo, e Caprera è un’isola davvero minuscola”» (p. 438).

In ultimo la Riall si sofferma sul ruolo svolto da Garibaldi e dai suoi seguaci nel «fare» gli italiani e nel costruire una nuova identità nazionale - inasprendo soprattutto gli attacchi alla Chiesa, identificata come il vero avversario -, anche se la loro mitologia si rivela efficace più come ideologia di opposizione alla nuova classe dirigente unitaria che come cemento della nazione.

Infatti nel testo è trascurato l'aspetto religioso della battaglia politica e sociale di Garibaldi. Non trapela l'odio ideologico del nizzardo nei confronti del cattolicesimo. «Il partito “anti-italiano” intende non solo “fare l’Italia” ma anche “rifare” gli italiani, - scrive Pappalardo - sostituendo l’ethos nazionale con un ethos estraneo alla tradizione culturale italiana (cfr. p. 176). Pure Garibaldi si fa promotore di una cultura popolare basata su una nuova religione civile, anticattolica, diffusa con “[…] la distribuzione capillare di opuscoli e di catechismi che attribuiscono a lui la vera rappresentanza della legge di Cristo contro le imposture del Papa” (p. 177), ispirata ad un umanesimo di stampo massonico, che egli ha assimilato in un impressionante cursus honorum in seno alla libera muratoria». (F. Pappalardo, “Il mito di Garibaldi. Una religione civile per una nuova Italia”, Sugarco (2010)

Gli ultimi anni della sua vita hanno un grande valore politico e simbolico, perché indicativi sia degli sforzi e delle difficoltà d’imporre una religione «civile» alternativa al cattolicesimo, sia del tentativo di stimolare un ulteriore fase del processo rivoluzionario in Italia.

«In conclusione, il mito di Garibaldi può non corrispondere alla realtà, ma fu senza dubbio straordinariamente efficace. […] la popolarità di cui godette ci offre importanti spunti per comprendere la più generale funzione dei miti nell’ambito dei movimenti nazionali, mostrandoci che i miti vincenti non sono né autentici né inventati, ma scaturiscono da una convincente sintesi di entrambe le cose; e che non sono né spontanei né imposti, ma possono essere molto più appropriatamente definiti come il prodotto di un intricato processo di negoziazione fra “attore” e “pubblico”, nel quale risulta difficile scoprire chi sia l’attore» (pp. 478-479).

 

 

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