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Giovedì, 21 Giugno 2018

Adesso ho capito perché la storica Angela Pellicciari nei suoi libri sostiene una tesi singolare: il Risorgimento italiano è un movimento politico religioso culturale per distruggere la Chiesa cattolica e cancellare l'identità cattolica del nostro Paese.

Una verità che viene confermata leggendo la poderosa opera in 3 tomi, «Memorie per la storia de' nostri tempi. 1856-1866» del sacerdote giornalista don Giacomo Margotti. L'opera è stata pubblicata anastaticamente dalla benemerita e gloriosa casa editrice Ares nel 2013 (www.ares.mi.it). La riproduzione è stata calorosamente suggerita da Angela Pellicciari, che è la curatrice dell'intera opera del sacerdote sanremese.

 Originariamente l'opera di don Margotti è stata pubblicata a Torino dall'Unione tipografico-editrice dal 1863 al 1865. Da qualche settimana sto leggendo il 1° Tomo delle Memorie.

Ogni tomo è suddiviso in 2 volumi. Il 1° tomo (384 pag. nel 1Vol e 382 nel 2 Vol.)

Le Memorie di don Margotti sono fondamentali per capire la battaglia culturale e politica che si combatté contro la Chiesa italiana. Margotti, direttore del quotidiano «L'Armonia» e poi de «L'Unità cattolica» è stato testimone oculare che ha vissuto in prima persona gli avvenimenti cruciali della guerra della rivoluzione italiana. Egli racconta, «il Risorgimento come lo ha vissuto giorno per giorno, dando dettagliata cronaca di quanto successe in quegli anni 1856-1866; in uno dei decenni, cioé, più arroventati della storia d'Italia [...]».

Don Margotti nella sua infaticabile attività pubblicistica, utilizzava un giornalismo d'inchiesta, per quei tempi burrascosi, era coraggioso, ebbe una vita avventurosa, scampò miracolosamente a un attentato il 27 gennaio 1856. Tra le sue esperienze, divenne anche deputato, ma la sua elezione fu arbitrariamente invalidata.

L'autore si avvale di una grande e infinita quantità di documenti, economici, politici, ideologici, statistici, e militari. Con quest'opera, intende denunciare, la violenza dell'elité risorgimentale, italiana ed estera, perpetrata in nome della libertà e della monarchia costituzionale contro la Chiesa cattolica e il popolo, che in essa si riconosceva. Sono pagine di storia in presa diretta, che costituiscono una «lettura del Risorgimento assolutamente in controtendenza rispetto a tutta la storiografia tradizionale successiva».

Del resto come scrive Angela Pellicciari, nell'introduzione, sono sempre i vincitori a scrivere la Storia, cancellando le tracce degli oppositori, che denunciano i soprusi e le ingiustizie. Naturalmente Giacomo Margotti, oggi è quasi del tutto sconosciuto, benché in vita abbia goduto di tanta visibilità, ammirato ma anche temuto (dai suoi avversari) per le sue analisi e idee. Identico destino è toccato anche alle sue Memorie per la storia de nostri tempi. Dobbiamo ringraziare le edizioni Ares per aver colmato questa lacuna.

Addentrandosi nello studio dell'opera del sacerdote ligure trapiantato a Torino, le prime pagine sono dedicate al Congresso di Parigi del 1856, dove i diplomatici di Francia, Inghilterra e del Piemonte, intervengono sulla situazione politica degli Stati  della penisola italiana. Questo congresso diventa un punto di riferimento per tutti, perché qui secondo Margotti si proiettano tre strade future per i Paesi europei: l'intervento diplomatico, rivoluzionario e quello armato. Tutto questo secondo il principio del non intervento. Nei tre tomi don Margotti ripropone articoli, già pubblicati nel suo giornale L'Armonia. Vengono fuori delle schede illuminanti. Già in «Tribolazioni della Chiesa in Piemonte», Margotti, dà una rapida occhiata alle condizioni della Chiesa in Piemonte, a partire dal 1847. Scrive il sacerdote, «Si concede la libertà della stampa a tutti, fuorché ai Vescovi», e tutto questo il Governo lo giustifica tra sofismi e gemiti. Poi anno dopo anno si riporta le varie fasi della «guerra» dei liberali alla Chiesa. A cominciare dall'aggressione nei confronti del vescovo di Nizza e del suo palazzo arcivescovile. Marzo 1848, invasione dei conventi e soppressione dei Gesuiti, seguita dalla soppressione degli Oblati, poi le Dame del Sacro Cuore. A novembre, il ministro dell'istruzione Bon-Compagni emette direttive contro l'insegnamento religioso. Seguono calunnie dei giornali nei confronti della Chiesa e del clero tutto. 2 gennaio violenze contro l'arcivescovo di Cagliari. 1850, approvazione della Legge Siccardi; l'arcivescovo di Torino viene imprigionato, stesso trattamento per l'arcivescovo di Sassari.

Marzo 1851, alla Camera dei Deputati si discute un disegno di legge contro i voti religiosi, Brofferio esclama: «Sopprimiamo i conventi, e tutto sia terminato]...] sia snudata la spada contro i preti fino all'ultimo sangue». Il 28 giugno durante una pesante perquisizione del convento dei francescani di Alghero, fu sfasciato tutto, perfino nelle tombe si cercava chissà che cosa. I vescovi protestano contro le varie circolari emanate dal governo che continua a perseguitare e minacciare. Nello stesso tempo i giornali bestemmiano contro PioIX. Viene rubata perfino la statua della Beata Vergine Consolatrice, dono di Carlo Felice e Maria Cristina.

Il 30 marzo1854, i Vescovi delle tre provincie ecclesiastiche di Torino, Genova e Vercelli ricorrono al Senato perché rigetti la legge contro il Clero: «Questo progetto di legge tenda ad opprimere la libertà di parola del ministro di Dio».

C'è un lungo elenco di fatti avvenimenti dove si constata una vera persecuzione della Religione. Religiosi, monaci, cacciati dai conventi: i padri della Certosa di Collegno, le Canonichesse Lateranensi di S. Croce, sono cacciate con viva forza dal monastero a Torino, rompendo la loro clausura. Il 22 agosto del 1854, nella notte mediante la rottura del muro, le forze armate, s'introducono nel monastero delle monache Cappuccine di Torino e vengono espulse. Stessa sorte capita ai Padri Domenicani e agli Oblati di Torino.

Il 20 luglio 1855, gli agenti del governo, sfondano le porte a colpi di scure del convento dei Cappuccini di Ciamberì. Non si contano le circolari del governo indirizzate ai sindaci per vigilare sulla buona condotta del clero, controllare le omelie dei parroci, in particolare se dicono l'Oremus pro Rege; se in pubblico o in privato sparlino delle libere istituzioni, delle leggi e del governo; se il parroco sia amato o detestato dai suoi parrocchiani. Tra i centri religiosi soppressi, don Margotti approfondisce il caso del Monastero della Novalesa, in val di Susa, che era stato invaso dai saraceni, depredati da quei barbari di tutti i beni sacri e profani presenti nel monastero. Ora scrive Margotti, usciamo dal Medioevo ed entriamo nell'evo della libertà, del progresso, delle Costituzioni, dei principi dell'89, il monastero della Novalese, viene di nuovo conquistato e vengono dispersi i monaci. «Ma i conquistatori non sono più forestieri, non Saraceni, non barbari; sono italiani, sono Piemontesi, sono liberali che violano il domicilio altrui, che cacciano i padroni dalla casa propria: italiani e piemontesi che distruggono le loro glorie, e cancellano le nobili memorie che illustrano la propria storia».

In pratica secondo le statistiche pubblicate dal governo risulta che dietro la legge del 29 maggio 1855 contro gli ordini religiosi risulta che vennero «conquistati a viva forza 112 conventi in terraferma di possidenti, e 40 in Sardegna; e 65 collegiate, 1700 beneficii semplici. Le vittime furono 7850!». Peraltro, il libro a pagina 187 pubblica i dati statistici degli Ordini Religiosi presenti nel Regno di Sardegna prima della Legge di soppressione.

Un ruolo predominante in tutto il Risorgimento lo hanno avuto le Società Segrete, don Margotti a pagina 77 dà conto del loro lavoro cospirativo. In Francia, «le società segrete e il governo francese s'accordano nel desiderare in silenzio», scrive don Margotti. Un silenzio è rotto il conte Walewsky, ministro degli affari esteri del governo imperiale di Francia, al Congresso di Parigi, dove rimprovera fortemente il Belgio, perchè i suoi giornali flirtano con la società massonica detta La Marianna. Ma è Londra, il cuore della Rivoluzione, lo spirito delle società segrete. In una corrispondenza della Gazzetta Universale, si poteva leggere: «il comitato centrale della Marianna risiede a Londra, sotto il nome di Comune rivoluzionario. Sua cura è, che ogni spartimento della Francia s'istituiscono comitati figli, sotto nomi diversi [...]. Se venisse a scoppiare una rivoluzione, questi comitati debbono costituirsi come altrettante convenzioni dipartimentali rivoluzionarie[...] Ogni comitato figlio deve mandare ogni mese al comitato residente a Londra una relazione sopra certi fatti e particolarità, e uno stato del numero delle truppe, dè gendarmi, dè depositi d'armi, delle casse pubbliche, informazioni sui presunti nemici della rivoluzione, ecc.».

Margotti riporta il 5° capitolo del programma della Marianna: «La Chiesa, questa tirannia dell'umanità, sarà abolita, e tutti sacerdoti del paese saranno espulsi». Nota Margotti, qual è la differenza con Cavour moderato, lui vuole espellere i sacerdoti dalle Legazioni del governo pontificio, mentre i libertini, vorrebbero espellerli da tutto il mondo. «Lo scopo finale è il medesimo; e raggiunto in una parte dello Stato Pontificio, si cercherà di raggiungerlo anche nelle altre parti e negli altri Stati».

Tuttavia per Margotti la sede della Rivoluzione in Italia «non è che il Piemonte, e solo dal Piemonte partono gli eccitamenti alla rivolta».

Dalla pagina 143, il libro tratta della «Questione Napoletana», Margotti descrive il «contegno fermo e dignitoso del Re di Napoli. Egli si trovò a' fianchi due colossi, Francia e Inghilterra, che nulla risparmiarono per intimorirlo, né note, né minaccie, né apparecchi di guerra. Eppure non indietreggiò d'un sol punto. Forte del suo diritto, rispose note alle note, proteste alle proteste, pronto a rispondere guerra alla guerra». Più avanti Margotti ripropone l'articolo, «L'Inghilterra e la Sicilia», pubblicato anche questo ne L'Armonia, n. 245, 21 ottobre 1856, dove fa riferimento al Times che espone l'accanimento inglese contro il Re di Napoli. Austria e Francia secondo questo giornale, ma anche l'Inghilterra, hanno un piede in Italia. «Ecco tutta l'umanità, tutto il liberalismo della Gran Bretagna; mettere un piede in Italia, ossia conquistare o prepararsi alla conquista della Sicilia». La Sicilia è il punto più strategico, è la porta dell'Italia; l'Inghilterra ha sempre avuto gli occhi addosso sull'isola.

Rimanendo alla Sicilia, in un intervento del 4 dicembre 1856, si fa riferimento al tentativo di rivolta di un certo Bentivegna, nel comune di Mezzojuso a 24 miglia da Palermo, inalberano il vessillo tricolore, gridando: Viva la Costituzione, via la libertà, viva l'indipendenza della Sicilia. Sono più di sei anni che il giornalismo libertino, che ha il monopolio della pubblica opinione, predica giorno e notte ai Napolitani: Ribellatevi. «Sono più di sei mesi che la diplomazia, con iscandalo inaudito, osò nel Congresso di Parigi condannare il Re di Napoli come reo di lesa umanità, e pigliare sfacciatamente il patrocinio di qualche decina di ribelli, i quali, assumendo il compito di rappresentare il paese delle Due Sicilie, vanno gridando dapertutto contro la tirannia, la crudeltà, la ferocia del loro sovrano[...]”.

La sollevazione scrive don Margotti, non trovò presa, che in un villaggio della Sicilia, il popolo napoletano non ne vuole sapere di ribellarsi. Le navi inglesi sono pronte per sostenere l'eventuale ribellione, ma il popolo napoletano «se ne sta così tranquillo come godesse le beatitudine dell'Eden».

Il popolo napoletano nonostante ha dalla sua parte tutta l'opinione pubblica, tutta la stampa, le due maggiori Potenze del mondo, «un popolo che da tutti questi mezzi incendiari è eccitato alla rivolta contro il suo sovrano, non solo non si ribella contro di lui, ma è preso da indignazione contro un branco di sconsigliati, che alzano l'insegna della rivolta, e, non che aiutarli nella loro sollevazione, piglia le parti del suo sovrano!»

E se tutto questo gran fracasso per far sollevare il popolo, veniva fatto contro il Piemonte? Si domanda Margotti.

Il popolo non si ribella, ma si trova sempre qualche pazzo, qualche fanatico pronto all'assassinio. Eccolo, l'8 dicembre 1856, un giovane soldato napoletano, Agesilao Milano, cercò di uccidere il re Ferdinando II mentre passava in rassegna la truppa. Il soldato viene arrestato e la sfilata continua, mentre il popolo inneggiava al suo sovrano. Scrive Margotti: «L'attentato d'assassinio contro il Re di Napoli è la più solenne e la più incontestabile condanna di tutta quella orda rivoluzionaria che da parecchi anni spira fuoco e fiamme contro quel monarca. Esso mette il suggello all'infamia, di cui si coprirono què plenipotenziarii del Congresso di Parigi, i quali si avvilirono al segno di farsi eco degli schiamazzi della piazza e del trivio. Quell'attentato dà una mentita a tutte le calunnie della stampa inglese, francese e piemontese, ed alle asserzioni che tutto il popolo del regno delle Due Sicilie odia e detesta in modo orrendo la tirannia del suo sovrano».

Comunque sia per il direttore de L'Armonia,  «il dispotismo napoletano non esista che nel cervello dei Francesi, che vorrebbero sostituire Murat a Ferdinando II, e degli Inglesi, che agognano alla Sicilia».

Da pagina 256 le Memorie di don Margotti pubblicano una serie di Circolari contro il Clero Cattolico, da parte del governo piemontese. Dove tra il politichese freddo dei vari ministri sardi si cerca di togliere il più possibile la libertà di pensiero e di azione della Chiesa italiana. Il ministero del signor Peruzzi e del signor Pisanelli è forse il più fecondo in circolari contro la Chiesa ed il Clero.

«In tutti questi documenti (ben 40 Circolari), precisa don Giacomo Margotti, non senza grave fatica, abbiamo raccolti nel presente quaderno, e ci pare che essi riescano a provare vittoriosamente, tre fatti: 1° l'odio che la rivoluzione porta alla religione ed al Clero, e come adoperi ogni arte per iscreditare e incatenare la Chiesa ed il sacerdozio; 2° la pazienza, la lunganimità, il generoso e nobile contegno dei Vescovi e de' preti, che si difendono bensì, ma non si ribellano, e circondati di spie e di sgherri non possono mai venir appuntati di fellonia; 3° le contraddizioni de' ministri che colle loro circolari contro il Clero condannano se medesimi, di guisa che ben sovente una circolare serve per confutare la circolare anteriore[...]». E riferendosi ai vari Siccardi, Cavour, che si spacciano per liberatori, che hanno formulato, la ridicola sentenza: «libera Chiesa in libero Stato! A costoro - scrive Margotti - non conviene rispondere coi discorsi, ma bisogna svergognarli co' fatti e co' documenti[...] in questa filatessa di circolari[...]si hanno le prove degli arbitrii libertini, giacchè le circolari non vengono giustificate da nessuno delitto né anteriore, né posteriore; qui vedesi come i rivoluzionari frequentemente insultassero ad una classe, che é la più ragguardevole della società[...]come cercassero ogni mezzo per aizzare le popolazioni contro il cattolico sacerdozio».

Tuttavia di fronte a tante ingiurie, e a tante provocazioni, nota Margotti, il Clero non insorge mai, si difende come Gesù, nel tribunale di Caifa. Qualunque altra classe, medici, avvocati, militari, si sarebbero ribellati. Per Margotti si può accenno un vero spettacolo di pazienza.

Tra le tante circolari merita un accenno quella «ipocrita circolare al Clero per ottenere gli aiuti contro i così detti briganti». Il signor Peruzzi, ministro dell'interno, «non sapendo più a che santo raccomandarsi per la distruzione del brigantaggio, ha ordinato ai prefetti di pigliare alle buone il Clero».

Dalla pagina 325 in poi il direttore de l'Armonia, pubblica un minuzioso resoconto dei Quattro viaggi di Pio IX. Il 1° è quello dell'esilio di Pio IX Gaeta nel 1848. Quando il Papa dovette precipitosamente abbandonare Roma, perché i rivoluzionari avevano «appuntato i cannoni contro il suo palazzo». Queste pagine sono ricche di particolari abbastanza significativi, dove soprattutto si può costatare il grande attaccamento delle popolazioni dei territori italiani al Santo Padre. In particolare nel suo esilio a Napoli. «Parecchie volte andò a Napoli; il 6 settembre 1849 vi celebrava la santa Messa, il 9 fu al palazzo reale e benedisse solennemente le truppe, il 16 benedisse il popolo, e ben cinquantamila persone stavano genuflesse nella vasta piazza». Questo primo viaggio per Margotti si dimostra che il Papa deve avere un dominio temporale, per avere soprattutto la sua indipendenza spirituale.

Dopo 16 mesi il Papa ritorna a Roma, un viaggio trionfale, dove ogni grande o piccolo borgo della pianura romana rende omaggio al suo Re, al suo Pontefice, al suo Padre.

Don Margotti non tralascia neanche un particolare della grande festa attribuitagli dal suo popolo al Papa che ritorna trionfante a regnare. E' un continuo citare città, dove l'illustre personaggio attraversa: Frosinone, Alatri, Anagni. C'è una specie di gare tra le varie popolazioni, non mancano quasi mai gli archi trionfali e le luci che illuminano la notte. Riferendosi al 2° viaggio, del 1857, nell'Italia centrale, Margotti, scrive: «Sarebbe troppo lungo il solo enumerare le città visitate dal Pontefice, e dall'altra parte la storia di questo viaggio fu già stampata a Roma in due grossi volumi». Naturalmente l'autore delle Memorie, intende rimarcare il grande attaccamento del popolo italiano al suo Pontefice. Anche qui si snocciola un lungo elenco di città visitate e dovunque, folle immense ad inneggiare il Santo Padre. Addirittura Margotti, pubblica alcune iscrizioni, apparse nelle piazze, davanti ai palazzi, nelle chiese, in occasione del viaggio della santità del nostro Signore Pio IX nell'Italia centrale.

Un testimone oculare, inglese, a proposito dei viaggi del Papa, scrive: «Io seguii il Papa, come semplice curioso, a Velletri, a Frosinone, a Casamari, a Ceprano, e debbo dire che quantunque in mia vita abbia assistito a molte feste popolari, non vidi mai un entusiasmo così spontaneo. I fanatici dell'unità italiana possono dire ciò che vogliono; ma il fatto è che Pio IX è uno degli uomini la cui presenza opera nella moltitudine con una irresistibile attrazione».

Per ora mi fermo nelle prossime occasioni presenterò gli altri volumi della monumentale opera di don Giacomo Margotti.

 

Nel 2007 in occasione del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi (1807-1882) sono state pubblicate numerose biografie sul personaggio. Di notevole interesse è certamente quella della professoressa inglese Lucy Riall, dal titolo accattivante: «Garibaldi. L'invenzione di un eroe», l'opera è stata riedita da Editori Laterza (2017)

Il testo di ben 608 pagine suddiviso in XII capitoli, è coronato da una vasta bibliografia, ma soprattutto come la stessa professoressa inglese scrive nella presentazione, è sostenuto da un vasto supporto di studiosi, che per certi versi hanno contribuito alla nascita del poderoso volume. La Riall segue la nascita e la formazione del mito garibaldino. Un mito che è stato studiato a tavolino, costruito ad arte, anche se su avvenimenti autentici. Garibaldi alla fine diventa protagonista di una «religione civile», che avrebbe alimentato la rivoluzione italiana.

La tesi centrale dell’opera è che «[...] la celebrità di Garibaldi fu il risultato di una precisa strategia politica e retorica» (p. XXVII) e, più specificamente, che il suo culto «[...] fu in realtà concepito, costruito e divulgato con cura, e il suo scopo fu di sostenere, promuovere e giustificare un processo di violento e rapido mutamento di regime» (p. 324); inoltre, dopo la sua morte questo culto venne ufficializzato nel tentativo «[...] di trasformare il Risorgimento in un »luogo della memoria» e di dare agli italiani una educazione politica che avrebbe dovuto contrastare la tradizionale fedeltà nei confronti degli insegnamenti della Chiesa cattolica e degli antichi regimi» (pp. XIV-XV).

Nell'introduzione la Riall sottolinea che la figura del nizzardo è diventata simbolo dell'Italia laica è viene celebrata a tutti i livelli, non c'è città o paesino sperduto che non ha una via o una piazza intitolata a suo nome. Per non parlare dei monumenti o delle lapidi per onorare il luogo nel quale era passato, dove aveva dormito, combattuto, pensato e parlato. Il tutto per conservarne la memoria a beneficio delle generazioni futuro. A questo proposito qualche anno fa mi è capitato di polemizzare con l'installazione di una lapide dedicata a Garibaldi presso Capo Sant'Alessio nel messinese.

Negli anni il culto di Garibaldi si manifesta nel proliferare di opuscoli patriottici, calendari, cartoline postali, figurine. Naturalmente sono uscite numerose biografie di rilevante valore, memorie personali, opere poetiche e teatrali. Furono in molti a mantenere vivo il «garibaldinismo», sia da destra che da sinistra. In particolare nella prima guerra mondiale, per l'emergere del nuovo e agguerrito nazionalismo, la Riall accenna allo scrittore e attivista politico Gabriele D'Annunzio. Garibaldi diventa un eroe futurista, un «Onnipotente Duce», che gli italiani dovevano guardare al suo esempio patriottico per sacrificarsi alla causa nazionale.

Naturalmente di Garibaldi se ne appropriano i fascisti, ma anche per i comunisti, la figura di Garibaldi diventa un simbolo di liberazione popolare.Vediamo le «Brigate Garibaldi» dei comunisti, combattere sia in Spagna che nella guerra civile in Italia.

Ai nostri giorni la figura di Garibaldi, anche se di natura diversa, qualcuno arriva ad accostarla al comandante Ernesto «Che» Guevara. Ma la Riall accenna anche agli anni Ottanta del secolo scorso, dove l'eroe dei due mondi, viene riabilitato, prima da parte del repubblicano Giovanni Spadolini e poi dal socialista Bettino Craxi.

Tra i tanti storici che si sono occupati di Garibaldi, la Riall, fa riferimento ad Alberto Banti, il quale  ha messo in luce l’esistenza di un «canone» risorgimentale che attraverso romanzi, poesie, dipinti e opere liriche ha generato un repertorio di simboli, metafore e immagini popolari; questi hanno prima innescato un significativo mutamento culturale e politico e poi prodotto una narrazione dell’unificazione italiana in termini eroici, non solo conquistando l’interesse di molti contemporanei ma anche ostacolando una riconsiderazione critica del processo risorgimentale, sia in Italia che all’estero.

Il mito — risultato di un complesso sforzo propagandistico volto a presentare la lotta dei «patrioti» come la fase ultima della storia nazionale italiana —«[...] poté essere frutto di una rappresentazione erronea, di un’illusione, o una vera e propria falsità, ma aveva un’innegabile forza retorica e mobilitante, cosa che almeno in parte era l’effetto di un’accurata strategia politica. Di fatto, questa strategia politica ebbe un tale successo che ancora oggi condiziona il nostro modo di comprendere e di rapportarci al Risorgimento e ai suoi protagonisti» (p. XXVIII).

Nel libro la scrittrice inglese intende « proporre una prospettiva diversa sia dall'agiografia delle storie tradizionali che dall'approccio riduttivo della più recente ricerca su Garibaldi. Così, piuttosto che celebrare o ridimensionare il culto eroico per Garibaldi, questo studio affronta direttamente il culto stesso e le sue manifestazioni. Lo scopo che mi sono prefissata è di indagare quali siano state le motivazioni politiche che hanno portato alla sua creazione, il messaggio politico da esso incarnato e reso popolare, e le forme della sua rappresentazione pubblica». (p. XXXI)

Sostanzialmente alla Riall interessa «Garibaldi in quanto simbolo del nazionalismo rivoluzionario piuttosto che il Garibaldi postumo, divenuto simbolo ufficiale dello Stato italiano». Inoltre la scrittrice inglese prende in considerazione l'immagine che il mondo ha avuto di Garibaldi, grazie alla stampa di Londra, Parigi, Berlino, New York. In particolare viene messa in risalto l'esperienza siciliana (dal maggio all'ottobre 1860), peraltro in questo periodo egli si trovò al potere, e «fu anche senza dubbio il momento culminante della sua fama in patria e all'estero».

La nascita della fama di Garibaldi fu il risultato di una deliberata strategia concepita da Mazzini e appoggiata entusiasticamente dai suoi seguaci, compreso lo stesso Garibaldi.

In Italia i capi del movimento rivoluzionario riescono a formare un’opinione pubblica radicale senza avere il controllo del governo o di un partito politico moderno, allora inesistente, utilizzando le nuove tecniche di comunicazione — non ultima la letteratura romantica popolare, destinata in quegli anni al successo commerciale grazie alla sua economicità, accessibilità e standardizzazione —, che creavano e trasmettevano a un grande pubblico una serie di temi-chiave, fra cui quello dell’eroe pronto a sacrificare la propria vita per la libertà e la giustizia: «[...] questo italiano idealizzato, questo eroe audace, virile e onorevole, sembra trovare un suo preciso corrispettivo nella figura di Garibaldi» (p. 13). Il suo carisma fu anche il prodotto di una rielaborazione artificiale, ma corrispondeva alle reali caratteristiche dell’uomo e alle aspettative del pubblico. In questo periodo, Garibaldi diventa un «segno», un «simbolo», nonostante la cattiva fama acquistata negli anni sudamericani (1836-1847). Pertanto, «Nella struttura narrativa e nel ricorso a temi familiari possiamo quindi vedere la creazione di una storia di Garibaldi e della sua legione che ricorda quelle narrate da romanzi, poesie e dipinti popolari, e allo stesso tempo aspira a tracciare una storia fondativa di più ampia portata, sulle cui basi possa sorgere la nuova società italiana» (p. 53). Scrive la Riall, a proposito di Garibaldi: «La sua vita diventò importante per ciò che poteva simboleggiare e per l'immaginazione che era in grado di suscitare, almeno quanto lo era per ciò che poteva  concretamente realizzare» (53).Tuttavia, «La promozione di Garibaldi a eroe nazionale negli anni Quaranta dell’Ottocento deve essere vista come parte di un processo di lotta politica mirante a rendere popolare una specifica visione della comunità nazionale, incarnandola in un personaggio» (p. 66).

La scrittrice inglese nel III cap. precisa che il culto a Garibaldi si inserisce in una vasta tradizione di figure eroiche e di culto dell'eroismo. L'epoca della rivoluzione francese che aveva cancellato la monarchia e la figura del re, ora i nuovi giacobini avevano bisogno di eroi. Vengono presi dall'antichità, ma anche all'epoca medievale.

L'esperienza della Repubblica Romana, nel 1849, rappresenta la seconda tappa nella costruzione del mito: le «rappresentazioni» di cui l’«eroe» si rende protagonista in quei mesi non sono quasi mai improvvisate, i discorsi sono scritti con grande attenzione e spesso dati subito alle stampe, viene curata anche l’eccentricità degli abiti e dei comportamenti, attirando l’attenzione degli osservatori e dei primi inviati speciali. Il primo obbiettivo di questa strategia era di reclutare volontari pronti a combattere con dedizione e coraggio e d’incitare le donne a persuadere i loro uomini in tal senso, il secondo quello di coinvolgere un pubblico di lettori più ampio.

Roma per i rivoluzionari aveva «un significato mistico», era una sfida politica da affrontare. «In quanto capitale del cattolicesimo essa esercitava un fascino simbolico senza confronti [...]» (p.80).

Anche a Roma l'attività militare di Garibaldi viene presentata come un susseguirsi di atti di coraggio in battaglia, con una serie «di quadri dal carattere quasi teatrale: il suo aspetto selvaggio e appassionato in battaglia, i successivi momenti di svago, i suoi affascinanti compagni, i suoi interventi pubblici nei momenti cruciali della lotta» (p.93)I giornalisti accorrono per vederlo combattere, ma anche i pittori, pare che lo «Illustrated London News», ha pagato un pittore, per ritrarre il comandante con i suoi uomini e dipingere scene di guerra. E qui viene descritto l'aspetto fisico di Garibaldi e soprattutto com'era vestito. «Garibaldi appare giovane , passionale, con abiti ampi e dai colori sgargianti. E' forte e fiero, si accampa 'come un indiano', è abbronzato e suda. Il suo aspetto […] è quello di un eroe del Medioevo; e i suoi discorsi esaltano la violenza e il coraggio, fanno anche riferimento a tematiche erotiche e amorose. I garibaldini sono poco disciplinati, fra essi vi sono figure energiche di donne e un ex schiavo di colore, e quando lasciano Roma appaiono 'belli', 'romantici' e 'tristi'». (p. 102) In questo contesto, la morte della brasiliana Anita Ribeiro da Silva (1821 ca-1849) — prima di tre mogli e madre di quattro degli otto figli riconosciuti da Garibaldi — conferisce anche una dimensione sentimentale a un mito altrimenti fondato unicamente sulla guerra e sull’avventura. In questo periodo da segnalare la biografia che scrisse un amico e sostenitore di Garibaldi, Giovanni Battista Cuneo, naturalmente scritta, vissuta come un intervento politico, per creare il mito della rivoluzione romana e di Garibaldi. La biografia di Cuneo è uno straordinario esempio di fusione della politica con la letteratura popolare. Viene costruita, «in modo tale che la vita immaginaria potenzi il fascino di quella vera. Garibaldi stesso è in parte un coraggioso capo politico, in parte un affascinante eroe romantico». (p. 172)

Secondo la Riall, la biografia di Cuneo creò una formula politico-letteraria che rappresentò la struttura di tutti i futuri approcci al personaggio Garibaldi.

Sostanzialmente Garibaldi appare una figura intensamente romantica, ribelle, austera, autoritaria. «In termini politici, egli rappresenta un ideale decisamente democratico e aperto alla partecipazione; cerca di proporsi come l'incarnazione delle aspirazioni popolari [...]». (p.102) Più volte, la Riall, si dilunga nel libro a descrivere l'abbigliamento del comandante nizzardo. Del resto il testo è corredato di 34 tavole, ben selezionate che rappresentano Garibaldi durante la sua esistenza.

Nel IV cap. Lucy Riall, dà conto dell'esilio volontario di Garibaldi. Dopo il fallimento della rivoluzione del 1848-1849 il Nizzardo si ritira dalla vita politica e si dedica, fra l’altro, a propagandare sé stesso e le sue idee, approvando le prime biografie scritte da ammiratori, cominciando a comporre le Memorie e consegnandone copie ad amici di nazionalità diversa affinché ne curassero la diffusione a livello internazionale. Accanto al personaggio reale viene in tal modo a coesistere quello immaginario, generato dagli articoli e dai libri che venivano modellati sulla base di priorità politiche, sviluppando le potenzialità narrative con episodi del tutto inventati, ma che avevano la caratteristica di essere verosimili e di rispondere alle attese popolari.

«La fama che lo riguardava — relativa alle sue azioni, al suo aspetto e alla sua vita privata — venne sostenuta dalla rapida e massiccia offerta di informazioni a stampa [...]. Il suo fascino fu confezionato per venire incontro a quelli che apparivano i gusti e le esigenze di questa nascente cultura politica, ed egli stesso operò per crearla» (pp. 190-191).

Sono i giornali inglesi quelli che non smettono di incensare Garibaldi, qualcuno gli dà il soprannome di «Leone», simbolo medievale della resurrezione, quasi da accostarlo ad Aslan, li leone del romanzo di C. Lewis, «Le Cronache di Narnia».

Comunque sia le memorie su Garibaldi come quelle di Alexander Dumas, sono guardate con sospetto dagli storici, non aiutano alla ricostruzione della verità. George Macaulay Trevelyan, afferma che nella versione francese non vi è modo certo per «distinguere le affermazioni di Garibaldi dalle invenzioni romantiche di Dumas», e che lo storico non la può considerare una fonte attendibile». Inoltre, lo stesso Garibaldi fino al 1872 continuò a rivedere le sue memorie, pertanto, scrive Riall: «l'ampio numero di versioni diverse significa che era diventato difficile separare la 'leggenda dai fatti'». (p.181)

Tuttavia in termini generale, le memorie sono dei tentativi di scrittori attivisti politici, che «mediante la costruzione di una memoria collettiva e il richiama ad essa contribuirono a creare un senso di identità nazionale» (p. 183)

A questo proposito, citando l'antropologo Benedict Anderson, la Riall, può scrivere, «Il nazionalismo, dipendeva dalla cultura stampata. Senza l'espansione della parola e dell'immagine scritta, sarebbe stato impossibile per le complesse società moderne 'dare forma', 'inventare' o 'immaginare un concetto di comunità e di appartenenza nazionale» (p. 190) La fama di Garibaldi fu alimentata dalla massiccia offerta di informazioni a stampa, e ciò fu reso possibile dalla «rivoluzione» in corso in quel settore.

La maggior parte dei volontari erano giovani, molti erano professionisti (avvocati, dottori), una significativa presenza era composta da scrittori, giornalisti e artisti.

Nel VI cap. si riflette sul concetto di guerra mediatica, proprio nell'anno del 1859, dove si utilizza la fotografia, lo sviluppo del telegrafo, che permette di inviare subito notizie, articoli di giornali. Ormai i giornali presentavano i conflitti come uno spettacolo, nascono i supplementi illustrati sulla guerra. Il resoconto pubblicato dallo «Illustrated London News», ricorda una guida turistica dell'Italia settentrionale. «La rappresentazione della guerra del 1859 ebbe un’importanza cruciale per dare vita a un culto di dimensioni europee per Garibaldi, e fu una componente essenziale per la costruzione del mito del “risorgimento” italiano, una narrazione completa, ricca di personaggi, in parte inventata e in parte riferita a fatti storici» (p. 243).

Il 1860 fu l'anno d'oro del garibaldinismo, nasce per caso la spedizione dei Mille in Sicilia. Garibaldi non era convinto dell'idea di una rivoluzione in Sicilia, «perse più volte il controllo dei nervi prima della partenza definitiva con i suoi volontari da Quarto, nella notte tra il 5 e il 6 maggio» (p. 217)

Così «nella primavera del 1860, quando Garibaldi si imbarcò per la Sicilia, l'originario obiettivo mazziniano di creare un eroe che simboleggiasse e rendesse visibile l'esistenza di un popolo italiano poteva dirsi pienamente realizzato» (p. 244)

L'VIII cap. la scrittrice inglese si occupa della Spedizione dei Mille che ha inizio non a caso in Sicilia, dove alle secolari aspirazioni autonomistiche della popolazione dell’isola si aggiungono l’orientamento liberaleggiante dell’aristocrazia, che ne aveva attenuato la fedeltà verso la monarchia, e l’endemica turbolenza dei contadini, i quali respingevano in buona parte le sollecitazioni religiose e legittimistiche, cui si mostravano invece sensibili i ceti rurali delle altre zone della Penisola.

 L’intera spedizione è un capolavoro di regia: al seguito del Generale viaggiano gli inviati dei maggiori giornali italiani ed europei, mentre i fratelli pittori lombardi Domenico (1815-1878) e Girolamo (1827-1890) Induno lo ritraggono nelle scene principali della campagna che — nelle pagine del romanziere Alexandre Dumas (1803-1870), auto-investitosi della funzione di storico dei Mille — diventa una festa di colori e di suoni, una marcia gloriosa e pittoresca, e conquista immediatamente i lettori.

L’avanzata garibaldina, inoltre, viene accompagnata da una serie di proclami e discorsi entusiasmanti, che fanno riferimento ai Vespri e all’orgoglio dei siciliani nonché al sentimento religioso delle popolazioni, mentre il ricorso a feste e a celebrazioni serve a elaborare «un’estetica politica» (p. 283) volta a promuovere un senso di appartenenza nazionale e ad accreditare l’impresa come un’avventura popolare giustificata moralmente. Nelle sue apparizioni pubbliche Garibaldi prende in prestito alcuni elementi dei rituali tradizionali, anche monarchici, e nelle stesso tempo è attento a creare un’atmosfera familiare, muovendosi a piedi fra la gente e mostrandosi accessibile a tutti. «Questo eclettico miscuglio di sacro e quotidiano — un’unione fra l’autorità rituale e la rilassata intimità del capo democratico — può aiutare a spiegare il successo popolare del suo culto, e a dare conto della spontanea reazione emotiva alla sua presenza»(p. 279).

Dal racconto della Riall non trapela nulla dei vari tradimenti e inadempienze messi in atto dagli ufficiali borbonici, in particolare dei vecchi generali Francesco Landi e Ferdinando Lanza, a Calatafimi e Palermo. E poi ancora Gennaro Gonzales, Tommaso Clary, Giuseppe Letizia, Fileno Briganti, Giuseppe Ghio. Alcuni nomi di comandanti borbonici corrotti, che avevano un esercito più o meno efficiente e non furono in grado di fermare la rivoluzione garibaldina. Sul grado di corruzione dell'ambiente militare borbonico, scrive Gigi Di Fiore: «In totale, sedici ufficiali furono ritenuti responsabili diretti dei tracolli militari in Sicilia, Calabria e Puglia. Incapaci, forse pavidi, altri probabilmente corrotti. Di certo, molti furono solo cinici calcolatori. Scelsero per opportunismo, quando le cose stavano cambiando[...] Qualcuno si suicidò; altri, passati con l'esercito piemontese poi italiano, furono umiliati, guardati con diffidenza e messi subito in pensione[...] Scrisse ancora Alfonso di Borbone conte di Caserta: 'Io credo che un semplice caporale di buona volontà in quell'epoca, se avesse comandato, avrebbe battuto Garibaldi e tutti gli addetti della rivoluzione'» (Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia, Rizzoli, 2007)

Prima della battaglia del Volturno e poi dell'ultima resistenza nella fortezza di Gaeta, e di Messina, l'unica volta che un ufficiale borbonico non ha tradito, fu nella battaglia di Milazzo, qui  il colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco nonostante con un insufficiente numero di soldati tiene testa ai garibaldini per una settimana.

Ritornando alla mitologia creata intorno al generale vittorioso, concludo utilizzando una recensione al libro della Riall, dello studioso cattolico Francesco Pappalardo. «Dopo l’impresa nell’Italia Meridionale Garibaldi non è più soltanto un generale vittorioso - scrive Pappalardo - ma anche un punto di riferimento per molteplici raggruppamenti d’ispirazione democratica e radicale, che danno vita a quel vasto e autonomo movimento politico noto come «garibaldinismo», termine indicante uno stato d’animo che si traduce in azione, in febbre di combattimento, in spirito di solidarietà fra gli uomini, quasi una fede laica, che subentra alla religione dei padri. Nella politica italiana di quegli anni egli svolge un ruolo centrale attraverso una gran mole di corrispondenza e una presenza instancabile sulla stampa, che tengono alto il suo prestigio e continuano a imporre all’opinione pubblica l’attualità delle questioni di Roma e di Venezia.

Al rafforzamento del mito giova anche l’«esilio» nell’isola sarda di Caprera, che gli garantisce contemporaneamente visibilità e lontananza, aggiunge un tassello ulteriore alla mistica del «Cincinnato» e lo lascia di riserva per le ore grandi della storia. Alla morte del Generale la rivista parigina Revue des deux mondes, pur nell’ambito di un articolo critico su L’ultimo dei condottieri, tributa un omaggio al suo coraggio e al suo senso del teatro: «“gli uomini famosi dovrebbero sempre fare in modo di concludere la propria esistenza su un’isola, niente li rende più grandi della solitudine che ciò crea intorno a loro. Più piccola è l’isola, più grande appare l’uomo, e Caprera è un’isola davvero minuscola”» (p. 438).

In ultimo la Riall si sofferma sul ruolo svolto da Garibaldi e dai suoi seguaci nel «fare» gli italiani e nel costruire una nuova identità nazionale - inasprendo soprattutto gli attacchi alla Chiesa, identificata come il vero avversario -, anche se la loro mitologia si rivela efficace più come ideologia di opposizione alla nuova classe dirigente unitaria che come cemento della nazione.

Infatti nel testo è trascurato l'aspetto religioso della battaglia politica e sociale di Garibaldi. Non trapela l'odio ideologico del nizzardo nei confronti del cattolicesimo. «Il partito “anti-italiano” intende non solo “fare l’Italia” ma anche “rifare” gli italiani, - scrive Pappalardo - sostituendo l’ethos nazionale con un ethos estraneo alla tradizione culturale italiana (cfr. p. 176). Pure Garibaldi si fa promotore di una cultura popolare basata su una nuova religione civile, anticattolica, diffusa con “[…] la distribuzione capillare di opuscoli e di catechismi che attribuiscono a lui la vera rappresentanza della legge di Cristo contro le imposture del Papa” (p. 177), ispirata ad un umanesimo di stampo massonico, che egli ha assimilato in un impressionante cursus honorum in seno alla libera muratoria». (F. Pappalardo, “Il mito di Garibaldi. Una religione civile per una nuova Italia”, Sugarco (2010)

Gli ultimi anni della sua vita hanno un grande valore politico e simbolico, perché indicativi sia degli sforzi e delle difficoltà d’imporre una religione «civile» alternativa al cattolicesimo, sia del tentativo di stimolare un ulteriore fase del processo rivoluzionario in Italia.

«In conclusione, il mito di Garibaldi può non corrispondere alla realtà, ma fu senza dubbio straordinariamente efficace. […] la popolarità di cui godette ci offre importanti spunti per comprendere la più generale funzione dei miti nell’ambito dei movimenti nazionali, mostrandoci che i miti vincenti non sono né autentici né inventati, ma scaturiscono da una convincente sintesi di entrambe le cose; e che non sono né spontanei né imposti, ma possono essere molto più appropriatamente definiti come il prodotto di un intricato processo di negoziazione fra “attore” e “pubblico”, nel quale risulta difficile scoprire chi sia l’attore» (pp. 478-479).

 

 

Con Lutero la Chiesa é ridotta ad una struttura pedagogico - formativa e giuridica, di tipo territoriale: la Chiesa perde la sua identità più profonda, che è quella di essere uno strumento di salvezza, nel quale continua a vivere il Signore Gesù, che ci parla attraverso il Magistero Il cuore della sua Riforma, visto che i sacramenti sono annullati ‒ eccetto il Battesimo e l’Eucaristia, ridotta,però, alla consustanziazione ‒ è costituito dal rapporto immediato e diretto del singolo con la  Parola scritta: la Grazia di Dio, che è Cristo stesso, si è, dunque, come cristallizzata nella parola scritta. L’uomo sente, che è salvo o meno, dalla sua reazione alla parola scritta. Una Parola oltremodo vivisezionata e plurinterpretata, oggi, non già dalla coscienza del singolo, quanto piuttosto da un’esegesi radicale, di stampo positivista, che vuole demitizzare tutto. In questa prospettiva, è totalmente negata quell’oggettività scaturita dal Risorto, rappresentata dalla Chiesa,appunto, col suo Magistero. Lo diceva, a chiare lettere, il celebre pastore e teologo valdese Vittorio Subilia (1911-1988), poco incline ad un ecumenismo superficiale tendente ad un facile, quanto vuoto, irenismo. Pur elogiando la demitizzazione delle Scritture, ‒ avviata dal teologo ed esegeta luterano Rudolf Bultmann, il quale, filosoficamente heideggeriano, “imprigionò il messaggio cristiano, all’interno delle categorie interpretative esistenziali, secondo le quali, ogni nostra conoscenza è viziata dalla precomprensione, di essere qui ed ora e di essere parte stessa del problema, frapponendo, così, un ostacolo invincibile, tra noi e il testo sacro, così da rendere impossibile il raggiungimento della verità. Possiamo solo passare da un’interpretazione all’altra ‒, almeno in parte,  affermava avendo di mira la ratio di stampo tomista ‒ ,in un’intervista concessa allo scrittore Vittorio Messori : “La critica libera la fede da ogni stampella creata da noi”. Più avanti, ribadiva il rifiuto di ogni apologetica, che non sia quella dell’evidenza che, sotto l’influsso gratuito dello Spirito, coglie il lettore della Scrittura, facendogli “sentire” con certezza che li sta la verità. Tutto questo, in palese contraddizione con la logica, ma in perfetta coerenza in ottica luterana. Come riportò, infatti, nel 2003, l’allora card. J Ratzinger, nel volume Fede Verità Tolleranza , la “svolta linguistica”, così chiamata dall’esegeta tedesco Marius Reiser, ha inequivocabilmente sancito il rifiuto ufficiale della verità: M. Reiser in tale contesto parla della rinuncia alla convinzione che con mezzi linguistici ci si possa riferire  a quel che è extralinguistico. L’importante esegeta protestante U. Luz constata che la critica storica nell’epoca moderna ha abdicato di fronte al problema della verità. Egli si crede obbligato ad accogliere questa capitolazione e ad ammettere che oggi non si può più trovare la verità al di là dei testi, ma solo proposte di verità concorrenti che si devono presentare nel discorso pubblico sulla piazza del mercato delle Weltanschauungen”. Il padre gesuita Giancarlo Pani, sulla Civiltà Cattolica, parlando dell’opera complessiva di Lutero, ha scritto:”Al di fuori del Caetano, gli altri non avevano capito che Lutero poneva alla coscienza di fede non solo gravi problemi pastorali e quesiti teologici, ma anche un nuovo modo di pensare il cristianesimo”. Padre Pani, a mio avviso, ha colto nel segno; tuttavia, noi abbiamo l’obbligo di farci una domanda: tutto ciò, è compatibile col credo cattolico?

Non obbligato a rincorrere l'attualità, peraltro c'è chi lo fa anche per me, continuo a rimanere fedele ai miei studi storici per conoscere la vera Storia dell'Occidente.

Ci sono alcuni periodi storici, grandi epoche, che continuano ad essere raccontate in maniera distorta, tra questi i più gettonati sono i cosiddetti “secoli bui” del Medioevo, il Rinascimento, l'Illuminismo, la cosiddetta Riforma protestante. Da troppo tempo, a cominciare dal protestantesimo, si accettano versioni distorte della verità storica. Come quella di Cristoforo Colombo che si scontrava con la Chiesa cattolica che sosteneva che la terra era piatta. Tutte balle! Che la terra era rotonda lo sapeva anche la Chiesa.“L'opposizione contro cui Colombo dovette scontrarsi non riguardava la forma della Terra, ma il fatto che, nel calcolare la circonferenza del globo, si sbagliava alla grande”. Colombo era convinto che la distanza dalle Canarie al Giappone era di 14.000 miglia circa, invece gli ecclesiastici“sapevano benissimo che era decisamente maggiore ed erano contrari alla spedizione per il semplice motivo che si rendevano conto che Colombo e i suoi uomini sarebbero morti tutti in mezzo al mare”. Poi sappiamo come andò a finire, intanto nei libri di Storia a scuola si scrisse che Colombo ha dimostrato che la terra è rotonda. Ancora oggi i testi scolastici veicolano questa falsità sulla terra piatta.

Tutto questo è scritto nella prefazione al documentato ultimo lavoro storico di Rodney Stark, “False testimonianze”. Come smascherare alcuni secoli di storia anticattolica”, pubblicato nel 2016 da Lindau.

“Tutto iniziò con le guerre scatenate in Europa dalla Riforma - scrive Stark - che mise cattolici contro protestanti e fece milioni di morti, guerre durante le quali la Spagna emerse come la principale potenza cattolica. Per tutta risposta, Inghilterra e Olanda promossero violente campagne propagandistiche in cui gli spagnoli venivano descritti come barbari fanatici e assetati di sangue”. Hanno orchestrato una specie di “Leggenda nera”, diffondendo libri dove la Spagna era descritta come oscurantista, ignorante e malvagia. Ancora oggi è radicato questo pregiudizio sulla Spagna e i cattolici, basta nominare l'inquisizione spagnola per suscitare sdegno e disgusto.

Rodney Stark nel libro fa nomi e cognomi di questi autori anticattolici, illustri fanatici come Edward Gibbon, il primo di un lungo elenco. Peraltro negli ultimi anni ci sono contributi alla storia anticattolica da parte di ex preti, come John Cornwell, James Carrol, o ex suore come Karen Armstrong.

Nella prefazione, Stark fa l'elenco delle affermazioni più comuni sulla storia occidentale di questi illustri fanatici:

- La Chiesa cattolica ha causato e avuto parte attiva in quasi due millenni di violenza antisemita e anche dopo il Vaticano II, ancora oggi non si è ravveduta per il fatto che Pio XII è noto come il “papa di Hitler”.

- Solo di recente abbiamo conosciuto i vangeli cristiani “aperti”, tenuti nascosti da prelati oscurantisti.

- Appena arrivati al potere i cristiani hanno perseguitato brutalmente il paganesimo fino a eliminarlo.

- La caduta di Roma e l'ascesa della Chiesa causarono il declino dell'Europa, che precipitò in un millennio di ignoranza e arretratezza. I cosiddetti secoli bui del Medioevo.

- Le Crociate, iniziate dal papa, furono il primo sanguinoso capitolo nella storia del colonialismo europeo.

- L'inquisizione spagnola torturò e assassinò un gran numero di persone innocenti per crimini “immaginari”, come stregoneria e blasfemia.

- La Chiesa cattolica temeva e perseguitava gli scienziati, come dimostra il caso Galileo. Pertanto la “rivoluzione scientifica” avvenne soprattutto nelle società protestanti.

- La Chiesa cattolica non fece nulla contro la schiavitù

- La Chiesa è contraria alla democrazia ai governi liberali, appoggia con convinzione le dittature.

- Infine fu la Riforma protestante a spezzare la repressiva morsa cattolica sul progresso e a spalancare le porte al capitalismo, alla libertà religiosa e al mondo moderno.

Ecco tutte“queste affermazioni fanno parte - scrive lo storico americano - della cultura comune, ampiamente accettate e frequentemente ripetute. Eppure sono tutte false e molte sono addirittura il contrario della verità!”. Praticamente il libro di Stark rappresenta una sintesi riveduta di tutti i precedenti suoi libri di “controstoria”che ha scritto in questi anni. Esiste una enorme massa di testi zeppi di falsità, e Stark, con questo saggio vuole fare un'opera essenzialmente di giustizia, che non interessa a chi non c'è più, ma interessa ai vivi, cioè a tutti noi.

Il libro potrebbe sembrare un'opera apologetica, ma non lo è, anche perché Stark,  non è cattolico e questo libro non lo ha scritto per difendere la Chiesa. “l'ho scritto per difendere la storia”.

Nel 1° capitolo Stark smonta la polemica dell'invenzione dell'antisemitismo e della persecuzione degli ebrei da parte della Chiesa ufficiale. Certo ci sono state nella storia singoli ecclesiastici convinti che Dio odiava tutti gli ebrei, ma erano opinioni.“Spesso il clero difendeva gli ebrei locali dalle aggressioni, talvolta rischiando la propria vita”. Peraltro Stark, ha potuto appurare, consultando altri illustri storici, che tra il 500 e il 1600, c'è stato un solo caso di antisemitismo a Clermont nel 554.“Il fatto che non ci siano stati altri incidenti analoghi dimostra che la Chiesa condannasse atti di questo tipo, sottolineando che le conversioni forzate non erano valide e che gli ebrei dovevano essere lasciati stare, posizione ribadita più e più volte dalla Chiesa nel corso dei secoli; il divieto di battesimo forzato fu applicato persino ai musulmani nel periodo delle crociate”.

Tuttavia quando gli ebrei subirono attacchi da parte delle popolazioni come nella Valle del Reno, furono i vescovi che cercarono di proteggerli, il Papa stesso condannò duramente, tutti questi attacchi, in particolare Clemente IV. Tuttavia il numero delle vittime sarebbe stato molto più elevato se non fosse intervenuto San Bernardo di Chiaravalle, che si precipitò in Renania e ordinò di mettere fine ai massacri. E comunque dove ci furono espulsioni di ebrei, avvenne per iniziativa delle autorità secolari, non su istigazione della Chiesa.

Un'altra faccenda da chiarire sono i rapporti tra musulmani ed ebrei a proposito della loro convivenza in Spagna. Qualcuno ha scritto, del “magnifico emirato di Cordova, dove bellezza, tolleranza, sapere e ordine prevalevano[...]”. Anche il più accanito anticattolico non può credere ad affermazioni simili. Naturalmente Stark non ha difficoltà a scoprire come le autorità musulmane non fossero per niente tenere nei confronti degli ebrei e dei cristiani.

Ritornando al rapporto ebrei e Chiesa, Stark conclude il capitolo chiarendo la questione Pio XII e Hitler. La campagna di collegare il Papa a Hitler fu avviata in Unione Sovietica, dove notoriamente si rispettava la verità. Stark sottolinea che questa campagna di diffamazione dei sovietici contro il Papa, fu notevolmente zittita, con un coro di apprezzamenti in difesa di Pio XII, soprattutto dagli ebrei. Negli ultimi giorni della guerra, il premier israeliano incontrò il Papa, e potè dirgli:“a nome del popolo ebraico, il mio primo dovere era ringraziare la Chiesa cattolica, per tutto quello che, in vari continenti, hanno fatto per salvare ebrei”. E poi dopo la morte di Pio XII, Golda Meir, futuro premier di Israele sottolineò i suoi sforzi in difesa degli ebrei europei, definendolo“un grande servitore della pace”: quella generazione di israeliani ben sapeva che papa Pio XII aveva personalmente fatto molto per proteggere e difendere gli ebrei dai nazisti”. Poi arrivò il libro di Cornwell, “Il Papa di Hitler”, quindi la fiction, “Il Vicario”, di Rolf Hochhuth, in cui il papa era descritto come un antisemita.

Il terzo capito affronta la cosiddetta persecuzione dei pagani compiuta da cristiani militanti e quindi dalla Chiesa nascente. Secondo gli storici illuminati, la Chiesa aveva rapidamente abbattuto tutti i templi pagani e schiacciato ogni opposizione. Stark chiarisce la posizione dell'imperatore Costantino che non mise fuorilegge il paganesimo, anzi continuò ad elargire finanziamenti ai templi pagani. Tra l'altro continuò a nominare pagani a ricoprire cariche estremamente importanti, comprese quelle di console e prefetto. “Sia nelle parole che nei fatti, Costantino difese il pluralismo religioso, persino rendendo esplicita la propria adesione al cristianesimo”.

Comunque sia Stark in questo testo, dopo aver approfondito meglio l'argomento, si è reso conto che non bisogna “sottovalutare la profondità del paganesimo”. I pagani di fine IV e inizio V secolo, sono descritti come “nostalgici appassionati di antichità”. “Al contrario, in realtà la loro fu una fede attiva, basata sulla convinzione che il mondo è colmo di divino, e che un sacrificio correttamente eseguito porta l'uomo a un'intima comunione con il divino”.

Il quarto capitolo, si affronta il mito dei “secoli bui”, la Chiesa domina la vita intellettuale per oltre un millennio, al punto che l'ignoranza prevale in tutta l'Europa. “La ragione fu incatenata, il pensiero schiavizzato e il sapere non progredì”, questa è la sintesi dei cosiddetti storici illuminati come William Manchester. Il Medioevo viene descritto come un periodo di “incessanti guerre, corruzioni, illegalità, ossessione per strani miti e una quasi impenetrabile irrazionalità[...]”. E poi arriva il Rinascimento, dove il controllo della Chiesa diminuisce sulle principali città dell'Italia centrale e così si arrivò alla rinascita della cultura classica greco-romana. Questa è la tesi diffusa dai cosiddetti storici illuministi, ed è peraltro lo schema fondamentale di qualsiasi testo scolastico dedicato alla storia occidentale, anche se gli storici seri sapevano che era uno schema completamente falso.

Tuttavia per Stark usare il termine Rinascimento è inappropriato, soltanto perché non possiamo accettare che ci furono, secoli bui.

Si è molto scritto che i popoli del nord erano barbari, attenzione però, i goti che conquistarono Roma, non erano barbari, indipendentemente come i romani li chiamassero. Alarico, aveva prestato servizio nell'esercito romano come comandante e la maggior parte dei suoi soldati erano veterani delle legioni romane. “Allo stesso modo, il 'barbarico Nord' era stato pienamente 'romanizzato' da un pezzo e disponeva di sofisticati centri manifatturieri[...]”. In Svezia, vicino Stoccolma, c'era un centro industriale che sfornava grandi quantità di attrezzi e armi di ferro, gioielli in bronzo, ornamenti in oro. In tutto il Nord Europa, patria dei cosiddetti “barbari”, c'erano numerosi centri industriali.

Rodney Stark, cita lo storico francese Jean Gimpel, per sostenere che fu proprio durante questi secoli che l'Europa compì il grande balzo tecnologico che la pose all'avanguardia rispetto al resto del mondo. Pertanto, non si comprende,“Come è possibile che gli storici abbiano travisato così le cose?”

Comunque per Stark, l'imbroglio che l'Europa sarebbe precipitata nei “secoli bui”, è una macchinazione fortemente voluta da intellettuali antireligiosi come Voltaire e Gibbon, determinati a sostenere la loro “Età dei Lumi”.

Tuttavia secondo Stark, questi storici sono stati incapaci a “valutare, o persino notare, gli elementi fondamentali della vita reale”. Pertanto, “le rivoluzioni in campo agricolo, armamenti e tecnica militare, utilizzo di energie non direttamente fornite dall'uomo, trasporti, manifattura e commercio non vennero presi in considerazione”.

La stessa cosa capitò per il notevole progresso morale, per esempio al tempo del Rinascimento, da molto tempo era sparita la schiavitù, per non parlare della cultura  di alto livello. Hanno snobbato l'enorme progresso che avvenne nel campo della musica, dell'arte, della letteratura, dell'istruzione e della scienza. E poi Stark, non si stanca di elencare i progressi della tecnologia, la rivoluzione dei mulini a vento, con la forza dell'acqua, le dighe. Altra innovazione rivoluzionaria furono gli occhiali, inventati intorno al 1280 e poi prodotti in massa. Nel medioevo fu inventata la cavalleria pesante, i romani non la conoscevano, furono i “barbari” franchi che misero i primi cavalieri con armature pesanti in groppa a cavalli massicci e massacrarono le truppe degli invasori musulmani sul campo della battaglia di Tours, quando li caricarono imbracciando lunghe lance, saldi sulle selle normanne dall'alto schienale e sulle loro rivoluzionarie staffe.

Tutte le società del mondo erano schiaviste. “In questa situazione di schiavismo universale, una sola civiltà respinse la schiavitù di esseri umani: il cristianesimo”.

Per non parlare della cultura come si fa a chiamare secoli bui, una civiltà che ha prodotto le grandi cattedrali gotiche, le prime università, gli ospedali.

Il quinto capitolo, dedicato alle Crociate. Scatenati da “papi assetati di potere”, desiderosi di espandere la cristianità mediante la conversione di masse islamiche. Inoltre secondo questi storici illuminati, “i cavalieri europei erano dei barbari che massacravano chiunque si trovasse sul loro cammino, lasciando 'l'elevata cultura islamica[...] in rovina'”.

Nel 2015 il presidente Obama non volendo identificare come musulmani i terroristi che trasmettevano video delle numerose decapitazioni di nemici, ricordava che “le crociate e l'inquisizione avevano commesso azioni terribili in nome di Cristo”. Non si tratta di accuse nuove, a condannare le crociate ci ha pensato il solito Voltaire che definì le crociate “un'epidemia di furia che durò per duecento anni[...]”. Poi ci ha pensato David Hume, quindi Denis Diderot. Le crociate erano viste come fanatismo e crudeltà dei cattolici. In pratica i crociati sono stati visti come imperialisti occidentali ante litteram, che usarono una motivazione religiosa per andare alla ricerca di terre e bottino. Per questi signori, durante le crociate,“una cristianità espansionista, imperialista, dominata dal papa, brutalizzò, saccheggiò e colonizzò un tollerante e pacifico islam”. Naturalmente Stark smonta tutte queste fandonie.

Le crociate essenzialmente furono un evento difensivo e Stark lo dimostra, non con gli slogan, ma con i documenti. Sull'argomento non possiamo ulteriormente approfondire, vi lascio alla lettura del libro.

Il sesto capitolo si occupa dei “Mostri dell'inquisizione”, anche qui soprattutto per l'inquisizione spagnola si sono scritte un cumulo di menzogne, inventate e diffuse dai propagandisti inglesi e olandesi nel XVI secolo. Tuttavia “l'inquisizione spagnola fu un notevole strumento di giustizia, moderazione, giusto processo e saggezza”. Prendendo in considerazione il periodo pienamente documentato, dei 44.674 casi le persone giustiziate furono soltanto 826 (1,8%, di quelli processati). Nel periodo compreso tra il 1480 e il 1700, “in tutta la Spagna le sentenze di morte inflitte dall'inquisizione furono circa dieci all'anno, una percentuale minima delle molte migliaia di luterani, lollardi e cattolici (oltre a due delle sue mogli) che Enrico VIII avrebbe fatto bollire, bruciare, decapitare o impiccare”. Peraltro i pochi condannati spagnoli erano dei veri delinquenti abituali, che non si sarebbero pentiti.

E comunque l'Inquisizione spagnola fu istituita per affrontare una crisi sociale riguardante i conversos, i convertiti ex-ebrei ed ex-musulmani diventati cattolici. La storiografia ufficiale, ripete che l'inquisizione è nata per smascherare i finti cristiani. “La verità è che quasi tutti gli ebrei e la maggior parte dei musulmani convertiti erano sinceri, e l'Inquisizione fu istituita per eliminare le croniche esplosioni di violenza da parte di folle inferocite e sostituirle con regolari processi, così come per smascherare coloro la cui conversione non era sincera”.

Del settimo capitolo ce ne siamo occupati presentando il libretto di Agnoli su il misticismo dei matematici. Stark qui descrive tutti i protagonisti della cosiddetta “rivoluzione scientifica”, scienziati, tutti cristiani e per giunta anche religiosi, quindi molto vicini a Dio, altro che agnostici o atei.

Nell'ottavo capitolo si smonta il mito della Chiesa che benedici la schiavitù. Nel nono capitolo a proposito dell'autoritarismo, si smantella un altro mito, quello che la Chiesa favorisce i regimi tirannici. Qui Stark fa un breve riferimento alla rivoluzione francese, a quella bolscevica, ma sopratutto a quella spagnola del 1936-39, quando la Chiesa fu costretta a scegliere il governo nazionalista del dittatore Francisco Franco, che ha “salvato” tantissimi religiosi e credenti dalla furia iconoclasta anarco-comunista.

Infine nel decimo capitolo, sulla Modernità Protestante. Tra i sociologi, per troppo tempo, si è falsamente creduto che fu la Riforma a determinare l'ascesa del capitalismo in Europa e, con il capitalismo, l'età moderna.

 

 

È necessario approfondire, seppur in termini divulgativi, il discorso avviato nel pezzo precedente sui concetti di Grazia e ragione all’indomani dell’occamismo. La ragione umana, insomma, lungi dal farsi misurare dalle cose – Res sunt  e ad esse adeguarsi – adaeguatio intellectus et rei –, si riduceva a mera tecnica: l’uomo si salvava solo per mezzo della volontà. In questo modo, l’occamismo respinse una delle conquiste più profonde della Scolastica, soprattutto nella versione tomista: l’analogia entis. Tramite essa,  accompagnata dalla fiducia nella ragione dell’uomo, la Scolastica aveva costruito un “ponte” sicuro tra Dio e l’uomo. San Tommaso, infatti, combinando in modo originale la dottrina della partecipazione platonica dell’essere, con elementi aristotelici, spiegò, che essendo essere sia Dio, sia – seppur in grado infinitamente inferiore- l’uomo, esisteva un’analogia tra il Creatore e la creatura. Questo fattore rendeva possibile, conoscere qualcosa di Dio, a partire dalla realtà naturale. L’occamismo, come abbiamo visto, proprio perché aveva rifiutato la recta ratio, rescisse questo legame, rendendo separati,non distinti, Dio e uomo, fede e scienza, natura e grazia: date queste premesse, ne conseguiva, che l’intelletto umano non poteva più esplorare razionalmente i contenuti della fede, per comprendendoli sempre meglio. La Grazia, in questa costruzione, diveniva un elemento secondario. Nel binomio Dio-Volontà, vinceva la Volontà. Lutero, dall’occamismo, assorbì una certa sfiducia nella ragione, ma per dirla con il già ricordato Lortz, in base all’idea del volere arbitrario di Dio, sostenuta da Occam, s’insinuò – in lui – l’idea micidiale che fosse dannato. Da lì, ebbe poi la spinta, verso quello che può essere considerato il suo contributo teologico specifico: l’uomo è giustificato solo dalla fede e non servono a nulla i suoi sforzi soggettivi, per ottenere la salvezza. Nel binomio prima ricordato, scelse l’unilateralità dell’azione di Dio; dimentico dell’insegnamento del suo maestro, S. Agostino, ( Dio che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te), significante,che lo sforzo dell’uomo, per ottenere la salvezza, pur essendo oggettivamente povero e assolutamente insufficiente dinanzi alla Maestà di Dio, manifesta, tuttavia, soggettivamente, la necessità, richiesta dal nostro essere persona, di cooperare alla propria salvezza. Necessità saldamente legata alla libertà di ciascuno. Il grande filosofo e sacerdote stimmatino padre Cornelio Fabro,  stretto collaboratore di Paolo VI (1963-1978) , che a lui ricorreva, per dirimere le massime controversie filosofiche e teologiche; in merito alla giustificazione, così si espresse: «Il Regno di Dio è vicino, non compiuto, perché il Regno di Dio si compie mediante la libertà. Sarebbe comodo se tutto fosse fatto da Dio. Dio dona l’immensità della Sua Misericordia, ma l’uomo deve donare la libertà della sua scelta. L’uomo deve entrare nel banchetto divino non come giumento, non come una bestia che riceve il cibo, ma come un figlio che mostra sulla sua fronte e nell’intimo del suo spirito l’Immagine del suo Padre». In sintesi: la concezione cattolica considerava la persona, che nasce con il peso del peccato originale, inclinante al peccato; “ferita” da esso, ma non “uccisa”; salvata, poi, dal suo rapporto con Cristo, venendo incorporata, mediante il Battesimo, nel Suo Corpo, la cui presenza viva continua nella Chiesa, che ha, quindi, valore sacramentale. Questa struttura sacramentale immette, chi la vive con pienezza, nella vita stessa di Cristo.

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