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Giovedì, 28 Ottobre 2021

A Roma la mostra "L'Incanto della fotografia. Negro e Cianfarani"

Il legame di Silvio Negro e Valerio Cianfarani con il Museo di Roma nasce nel 1953, in occasione dell’allestimento della ”Mostra della fotografia a Roma dal 1840 al 1911”, che ha segnato l’inizio di una riflessione storica e critica sulla fotografia romana del XIX secolo e alla quale parteciparono come curatori e prestatori.

La mostra L’incanto della Fotografia riallaccia il filo di questo antico rapporto con il Museo di Palazzo Braschi, offrendo l’occasione per mostrare al pubblico, dal 14 ottobre al 28 febbraio 2016,  una parte delle ricche collezioni di Silvio Negro (1897 - 1959), giornalista, scrittore e storico della fotografia, e dell’archeologo Valerio Cianfarani (1912 – 1977), che fu soprintendente alle antichità dell’Abruzzo e Molise, entrambe acquistate per l’Archivio Fotografico del Museo di Roma rispettivamente nel 2003 e nel  2005. L’esposizione è promossa dall’Assessorato alla Cultura e allo Sport di Roma – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con la cura scientifica di Anita Margiotta.

Una grande amicizia ha legato i due collezionisti, accostatisi alla fotografia per interessi di studio e professionali, ma poi via via sempre più coinvolti e stregati dal fascino delle immagini che mostravano Roma negli ultimi anni del potere papale, decadente e immortale al tempo stesso. Silvio Negro si avvicina alle antiche fotografie in occasione della stesura del suo libro proprio sulla “Seconda  Roma” del 1943, fondendo la ricerca storica con il collezionismo e aprendo la strada ai primi studi analitici sull’arte fotografica.

Più legata ai suoi studi archeologici, la collezione di Valerio Cianfarani contiene rare e preziose fotografie con immagini di una Roma ormai scomparsa, dove l’antico conviveva con il moderno e la campagna si estendeva fin all’interno delle mura cittadine.

Accanto ad antiche e preziose immagini degli anni 1850 - 1870 che documentano la nascita e il diffondersi della fotografia a Roma, tra le circa 90 opere esposte appaiono ritratti sia sciolti sia contenuti in album di pregevole fattura, e vedute di luoghi lontani, fra le quali splendide immagini di Istanbul nella seconda metà del XIX secolo. Con il passare degli anni al nucleo iniziale della raccolta Negro si sono unite fotografie legate alla sua attività professionale: dal 1926 fu giornalista del Corriere della Sera prima a Milano e poi a Roma. Per questo motivo una sezione della mostra prevede l’esposizione di fotografie di agenzie di stampa italiane e estere con le relative veline, su numerosi avvenimenti e fatti di cronaca dei difficili anni a cavallo della Seconda guerra mondiale.

In occasione della mostra saranno visitabili i nuovi depositi per la conservazione delle antiche fotografie e dei negativi storici su lastra in vetro, posti al piano di sopra dei locali della mostra. Inoltre, sarà proiettato in mostra un breve filmato sulla Roma della fine degli anni ’40 dell’istituto Luce (Settimana Incom).

E’ qui esposta  una parte della ricca collezione di oltre seimila opere appartenuta a Silvio Negro (1897 - 1959), giornalista, scrittore e storico della fotografia,  accanto a quella numericamente più contenuta dell’archeologo Valerio Cianfarani (1912 – 1977), entrambe acquistate per l’Archivio Fotografico del Museo di Roma rispettivamente nel 2003 e nel  2005. Una grande amicizia legò i due collezionisti, cultori della storia millenaria dell’urbe,  accostatisi alla fotografia per interessi di studio e professionali, ma poi via via sempre più coinvolti e stregati dal fascino e dall’incanto di quelle immagini che mostravano Roma negli ultimi anni del potere papale, decadente e immortale al tempo stesso.

Il legame di Negro e Cianfarani con il Museo di Roma si rafforzò nel 1953, in occasione dell’allestimento della ”Mostra della fotografia a Roma dal 1840 al 1911” che segnò l’inizio di una riflessione storica e critica sulla fotografia romana del XIX secolo e alla quale parteciparono come curatori e prestatori,  fondendo la ricerca storica con il collezionismo e aprendo la strada ai primi studi analitici sull’arte fotografica.

Parte della raccolta Negro e l’intera collezione Cianfarani sono composte da positivi degli anni 1850 – 1870, che documentano la nascita e il diffondersi della fotografia a Roma,  non mancano numerosi ritratti sia sciolti che contenuti in album di pregevole fattura.

Valerio Cianfarani fu soprintendente alle  antichità degli Abruzzi e del Molise, e compose la sua collezione fotografica spinto da interessi archeologici, con grande attenzione per le antiche e preziose immagini di una Roma ormai scomparsa, dove l’antico conviveva con il moderno.

Silvio Negro iniziò la sua carriera giornalistica a Milano per poi essere inviato a Roma nel 1936 prima come vaticanista e poi come direttore della sede romana del Corriere della Sera. Fu inoltre autore di libri come “Vaticano Minore” del 1936, “Seconda Roma” del 1943 e del postumo “Roma non basta una vita”.

Con il passare degli anni al nucleo iniziale della raccolta Negro si sono unite vedute di luoghi lontani come le splendide immagini di Istanbul nella seconda metà del XIX secolo, e fotografie di fatti di cronaca legate alla sua attività professionale.

Scrive Silvio Negro:  “Città unica al mondo, meta incontestata dei pellegrini del bello, Roma era per i primi fotografi una miniera inesauribile” e ancora: “La Roma di queste fotografie tra il ’50 e il ’70 è sempre assai più deserta di quanto già non fosse nella realtà, assolutamente vuota come la si poteva sorprendere in certi giorni d’estate di primissimo mattino, animata solo da qualche tipo fermo e in posa”. La lunghezza dei tempi di posa rendeva poco praticabile l’istantanea, e solo rari modelli animavano quelle vedute che sembrano come sospese nel tempo.

Il nucleo iniziale della collezione  Negro è composto da fotografie romane dell’Ottocento,  che egli  raccoglieva anche rovistando negli antichi mercatini. Fu per la stesura dei suoi volumi  “Vaticano Minore” del 1936 e, soprattutto,  “Seconda  Roma” del 1943, che Silvio Negro si avvicinò alle antiche fotografie. La seconda Roma è la Roma del papato, nata sui resti della città antica e definitivamente scomparsa con l’unità italiana. L’immagine di quella città ormai perduta, ma che per buona parte del secolo mantenne inalterato il suo fascino fatto di grandezza e quotidianità, viene proposta da fotografi come i Fratelli D’Alessandri, Tommaso Cuccioni o Pompeo Molins, che proprio in quel periodo affiancano la nuova tecnica alle precedenti riproduzioni grafiche di veduta.

Valerio Cianfarani  per molti anni fu a capo della Soprintendenza alle Antichità degli Abruzzi e del Molise, che ebbe il merito di salvare dalla soppressione prima, e poi di rilanciare con una serie di importanti studi e scoperte. Cianfarani fu anche un appassionato studioso di Roma, che apprezzava l’obiettività del mezzo fotografico e la sua qualità documentaria.

Nel corso degli anni costituì una pregevole collezione di fotografie antiche, che pubblicò nel 1976 nel volume Immagini romane.

Il sodalizio con Silvio Negro era basato sul comune interesse per la storia della città e sul senso di una cesura definitiva tra la Roma moderna e quella imperiale e pontificia, percepita come un continuum bimillenario. L’archeologo Cianfarani privilegia, nella sua collezione, le immagini dei monumenti dell’antichità, nel loro rapporto con gli edifici delle epoche successive o con una campagna che allora si spingeva fin dentro le mura, a generare quell’atmosfera fuori dal tempo che aveva incantato generazioni di studiosi e viaggiatori.

Il fondo Cianfarani comprende 200 positivi, per la maggior parte stampe all’albumina della seconda metà dell’Ottocento, e alcune rare carte salate, tra le quali una di Giacomo Caneva, che riproduce il cosiddetto Tempio di Vesta in piazza Bocca della Verità, che risale al 1847, ed è pertanto la più antica calotipia romana a noi nota.

Istanbul nell’Ottocento è un’altra “seconda Roma”.

Le fotografie sulle pareti di questa sala sono state selezionate da uno degli album più preziosi della collezione di Silvio Negro, interamente composto di immagini di Costantinopoli nell’Ottocento. Nel XIX secolo aprirono a Istanbul numerosi studi fotografici, che lavorarono soprattutto per una clientela straniera, producendo in particolare vedute della città e scene di vita popolare, che ben rispondevano alle richieste degli occidentali, interessati alle bellezze del Bosforo e ai souvenir con figure di gusto orientalista.

L’album del fondo Negro include 62 stampe all’albumina del fotografo svedese Guillaume Berggren (1835-1920), che aveva lasciato la madrepatria nel 1855 per apprendere la tecnica fotografica a Berlino. Giunto a Istanbul, aprì il proprio studio nei primi anni ’70, installandosi nel quartiere di Pera, dove avrebbe lavorato fino alla fine del secolo. Le sue immagini documentano una città in piena trasformazione, in cui i monumenti del passato coesistono con i segni della modernità, come il palazzo Imperiale di Dolma-Bagtché e il ponte di Galata.

L’album testimonia il duplice carattere della fotografia ottomana dell’Ottocento, divisa tra l’evocazione di atmosfere alla Mille e una notte e la realistica documentazione di una realtà in rapido mutamento. Da questo punto di vista le fotografie di Berggren non sono poi così distanti da quelle della Roma ottocentesca. In entrambi i casi, infatti, ci viene tramandata l’immagine di una antica capitale travolta dal progresso, in un momento storico di drammatica trasformazione. In questo senso si può ben dire che Istanbul, al tramonto dell’Impero Ottomano, meritò per l’ennesima volta l’appellativo di “seconda Roma”.

Al fiuto del cronista per l’evento che fa notizia e sa catalizzare l’interesse di molti, Silvio Negro unisce l’appetito del collezionista, l’insaziabile desiderio di raccogliere e possedere miscellanee di stampe fotografiche assai diverse tra loro per soggetto, inquadratura, racconto, ma accomunate dal fatto di essere tutte immagini scattate da fotografi di Agenzie giornalistiche: Associated Press Bild Berlin, Atlantic, Istituto Italiano Luce, Agenzia Fotografica Internazionale, Publifoto, Corsera e Fotografia Pontificia Felici.

Sono gli stessi colleghi della carta stampata a metterle da parte per lui, subito dopo la pubblicazione e l’uscita del giornale, ben conoscendo la sua passione e sensibilità per la fotografia e, al tempo stesso, delegandolo di un’impresa (quasi) impossibile per gli addetti alla cronaca: trasformare cioè l’istantanea in un frammento di storia già sedimentata, in un documento visivo cui venga riconosciuta tutta la dignità del ‘pezzo da collezione’ che, in quanto unico, accresce a dismisura il proprio valore. La distruzione di gran parte di quegli archivi fotografici a seguito degli eventi bellici ha, in seguito, sancito in modo perentorio l’eccezionalità degli esemplari posseduti da Negro.

Ne viene fuori un corpus di 1200 foto di Agenzia, accompagnate ciascuna dalla propria velina esplicativa che documenta a parole ciò che l’immagine racconta con l’immediatezza e l’oggettività del fotoreporter.

Sono schegge di un tempo ancora prossimo eppure ormai remoto per noi: la guerra in Cirenaica, la Spagna franchista, il sogno americano e i suoi simboli di libertà e di benessere.

E ci scopriamo tutti debitori nei confronti di questo instancabile collezionista che ci permette di leggere la Storia con l’immediatezza di un testimone oculare, senza la retorica apologetica del tempo e con invece la curiosità e la novità del ‘pezzo giornalistico’ fresco di stampa.

 

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