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A nostro modesto avviso, si è creato un diverbio, ovvero, una discussione animata e litigiosa, tra la “questione settentrionale” e la “questione meridionale”. Vediamo perché. La “questione settentrionale” sembra la prima, forse l’unica priorità del Paese Italia. Nel particolare, c’ è la questione dell’autonomia delle regioni del Nord; c’è la rappresentazione insistita del disagio del Nord, per alcune misure di politica economica, con iniziative delle associazioni territoriali. Ancora, c’è la vicenda della Tav Torino-Lione che, certo, balza all’attenzione della cronaca, per i contrasti del Governo nazionale; ma che assume, anche, una valenza prioritaria, proprio, perché, viene vista e presentata come un’opera del Nord e per il Nord. Purtroppo, continua a prevalere questa convinzione: il federalismo può essere usato come la “carota” per soddisfare gli egoismi del Nord e il bastone per raddrizzare la schiena del Mezzogiorno, visto che, ad esempio, le Regioni Veneto e Lombardia chiedono un’autonomia rafforzata, cioè, di fare con i soldi loro, quel che vogliono loro, ignorando il resto del Paese. In conclusione, noi diciamo che per evitare che il Paese Italia si spacchi in due, tra Nord e Sud, il Governo nazionale deve preoccuparsi di correggere le disuguaglianze territoriali e di assicurare una parità dei diritti sociali fondamentati, in tutto il territorio nazionale.

 

A nostro modesto avviso, il Reddito di cittadinanza, non agevola lo sviluppo del Mezzogiorno. Vediamo perché. In primis, manca un’analisi approfondita dei veri problemi, delle difficoltà economiche, soprattutto, delle zone del Mezzogiorno. Ancora, se da un lato, la proposta governativa di un reddito di cittadinanza vuole rispondere alla necessità di garantire un sostegno alla parte più povera e disagiata della popolazione italiana, dall’altro lato, ha acceso, un intenso dibattito pubblico, sulle modalità di realizzazione. A questo punto, noi pensiamo che sarebbe, più opportuno, cambiare la denominazione della misura governativa: da “Reddito di cittadinanza” a “Reddito da lavoro agevolato” secondo il quale, i lavoratori del Sud, dovrebbero avere salari monetari più alti, cercando di combattere le c.d. “gabbie salariali”, dispositivo, questo in vigore dal oltre cinquanta anni fa, che discriminava i lavoratori del Sud, da quelli del Nord Italia. A ciò si aggiunge la previsione governativa che il reddito di cittadinanza è condizionato, nel Sud, all’accettazione di un posto di lavoro, anche, in altre regioni del Nord del Paese. In conclusione, diciamo che l’Italia con questo Reddito di cittadinanza, programmato dal Governo nazionale, mette insieme, situazioni economiche   territoriali, molto differenti tra Nord, Centro e Mezzogiorno, rischiando di far perseverare la, ormai, secolare, “Questione Meridionale”.

In seguito al referendum che si è svolto in Gran Bretagna il 51,8% degli elettori hanno scelto di votare per l’uscita del paese rispettivo dall’Unione Europea, decisione che inevitabilmente avrà conseguenze sia immediate che a lungo termine non solo sul paese britannico, ma anche su tutta l’Unione Europea. Partendo dai mercati finanziari per arrivare fino al problema dell’immigrazione, ecco le probabili conseguenze più rilevanti che possono scaturire da questa decisione, specialmente a lungo termine:

Effetti negativi immediati sulla sterlina e sui mercati finanziari in generale

Appena i dati che riguardavano il risultato del referendum sono stati definitivi la sterlina è stata la prima a subire conseguenze, perdendo terreno sui mercati finanziari e anche se piano, piano la valuta si è stabilizzata gli effetti negativi dovuti a questa decisione potrebbero ripresentarsi, anche in maniera più forte.

Non solo, dato che gran parte delle esportazioni della Gran Bretagna sono verso i paesi dell’Unione Europea, ovvero 44% del totale e tante esportazioni diretta verso altri paesi coinvolgono comunque i paesi europei, l’effetto della Brexit sarà rilevante da questo punto di vista e, per tamponare gli effetti negativi che possono verificarsi, costringerà il paese dell’oltre manica a pensare a nuovi accordi commerciali, da stringere con i vari stati membri dell’Unione.

Effetti sull’occupazione in Gran Bretagna e nei paesi dell’Unione

Le delocalizzazioni sono temute da tanti in Inghilterra, mossa che potrebbe essere presa in considerazione da varie multinazionali e aziende di rilievo, quindi l’occupazione potrebbe risentirne dalla Brexit e questo tipo di decisione potrebbe influire anche sull’occupazione dei paesi della UE.

Cambiamenti a livello d’immigrazione

Senza la Gran Bretagna nella UE i numerosi migranti che provengono dai paesi che fanno parte dell’Unione Europea si trovano davanti all’incertezza, in quanto viene minata la libera circolazione ed i diritti acquisiti grazie alle leggi europee, quindi i flussi migratori subiscono delle conseguenze, indipendentemente se si tratta di cittadini UE che hanno necessità di lavorare, studiare o recarsi in Gran Bretagna per business oppure se si è cittadini britannici che devono migrare in uno dei paesi che fanno parte della UE. Infatti ora per lavorare nel paese britannico serve un visto di lavoro da ottenere prima di partire e questo è solo un esempio dei cambiamenti che si stanno verificando.

Conseguenze sulla Scozia e sull’Irlanda

Ben 62% degli scozzesi hanno optato per rimanere nell’unione europea, dato considerevole che ad Edimburgo ha toccato il 75%, ma visto che buona parte degli elettori britannici non l’hanno vista allo stesso modo questo influirà a corto e lungo termine sulla Scozia, in quanto potrebbero saltare diversi accordi e programmi politici che erano previsti, infatti la Scozia è sempre più orientata verso l’indipendenza e questo aspetto preoccupa ancor di più i mercati finanziari che non hanno preso bene la Brexit sin da quando era ancora una semplice ipotesi.

Influenza negativa sull’economia globale

Anche il Fondo Monetario Internazionale ed altre organizzazioni mondiali si dichiarano preoccupate per questa decisione e la paura che una “hard Brexit” possa verificarsi non lascia indifferente nessuno, in quanto le conseguenze possono influire su numerosi aspetti. Si tratta di preoccupazioni a medio e lungo termine, di ipotesi che riguardano specialmente decisioni particolari e decisioni radicali che, correlate tra loro possono generare effetti negativi per tutti. Ecco gli eventuali risvolti più temuti:

  • L’indipendenza della Scozia;
  • Gli effetti negativi dovuti alla perdita dei fondi europei;
  • Perdita di una grande fetta di produzione e di conseguenza perdita del lavoro da parte di tanti cittadini;
  • Uscita dall’Unione Doganale;
  • Effetti negativi dovute alle restrizioni a livello di circolazione.

Tutti questi aspetti vengono temuti anche dai mercati finanziari e anche se ancora non si sa quali di queste possibili conseguenze potranno verificarsi realmente l’attenzione resta alta.

A nostro modesto avviso, è sorta una diatriba, ovvero, un discorso aspro e polemico, sul progetto del Governo nazionale di “Autonomia regionale rafforzata” che dovrebbe essere concordato con le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia- Romagna. Ancora, la cosiddetta “autonomia differenziata”, ovvero, il cosiddetto federalismo asimmetrico, è un lusso che le regioni del Sud non possono permettersi; ci troviamo di fronte: da una immagine dell’Italia divisa in due, ad un rischio per l’unità nazionale; l’autonomia del Nord danneggia la sanità del Sud, ogni regione meridionale rischia di perdere tra uno e due miliardi di euro; nel Mezzogiorno welfare azzerato (Cfr. Il Messaggero del 6 gennaio 2019). Poi dai dati statistici risulta che Lombardia, Veneto ed Emilia- Romagna hanno un Pil complessivo, superiore ai 700 miliardi di euro, poco più del 40% del totale italiano. Negli ultimi anni queste regioni hanno avuto una crescita economica migliore di quella media: dell’intero Centro-Sud. Sono aumentate, così, le disparità fra le suddette regioni del Nord ed il resto del Paese Italia. In conclusione, diciamo che tutto il Mezzogiorno deve trovare la forza per combattere: questa autonomia rivendicata dal Nord ed una secessione dei redditi, a spese del Sud d’Italia.

A nostro modesto avviso, le imprese 4.0, ovvero, la cosiddetta “Quarta rivoluzione industriale” (espressione di alcuni studiosi informatici) consistente in processi di automazione e digitalizzazione dei processi produttivi, stanno registrando delle divergenze regionali tra il Nord e il Sud del Paese Italia. Vediamo perché. In base ad una fonte di notizie del Ministero dello sviluppo economico, nel Centro – Nord d’Italia la diffusione delle tecnologie digitali è intorno al 9,5% nel confronto con la diffusione di tecnologie mature- contro il 6%, circa, del Sud. Ancora, non sembra casuale il fatto che il Ministero dello sviluppo economico abbia selezionato alcune sedi universitarie, prevalentemente localizzate al Nord, con una sola eccezione di Napoli e Bari, per sostenere i processi innovativi delle imprese 4.0. Nel particolare, per il 2018 sono 11 le università telematiche riconosciute dal Ministero dell’Istruzione. In prima fila, c’è l’Università telematica, Niccolò Cusano di Roma che si collega a due università “sorelle” di proprietà Unicusano, una a Londra e una a Parigi. In queste università ci sono docenti altamente qualificati e studenti che frequentano, a scelta, in via telematica; ma c’è di più, viene creato un collegamento tra i laureati e le aziende, in modo che abbiano almeno, 4-5 colloqui dopo la laurea e dopo un anno e mezzo del conseguimento del titolo di studio, la maggior parte ha un impiego coerente, con il percorso telematico svolto. In conclusione, diciamo che è necessaria una guida politica nazionale, dell’innovazione, che preveda delle traiettorie della “Quarta rivoluzione industriale”, anche, nel Sud del Paese Italia.

 

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