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No, non ho sbagliato a scrivere; so bene che il morbo cinese corona virus non ha né può avere ideologia e il titolo sembra suonare, a prima vista, come il discorso illogico di uno squinternato che voglia relazionare a qualunque costo cose diverse e lontane. Eppure...

Parto da un episodio che, tenuto conto di ciò che è accaduto di più tragico tra febbraio e marzo in Lombardia e in Italia e ancora accade purtroppo, sembra ormai lontano, obsoleto, dimenticato dai più e perfino fastidioso a ricordarlo; io, però, ne ho preso appunto – come faccio sempre per tante cose – sul mio calepino privato: verso la fine di gennaio, alle prime avvisaglie del “virus cinese”, i governatori leghisti di Lombardia e Veneto, forse prevedendo il peggio, avevano auspicato misure restrittive per chiunque venisse dalla Cina. La Sinistra immediatamente li accusò di “razzismo” e di “fascio-leghismo”; non solo, ma si videro nelle “televisioni di Stato” scene esilaranti di alcuni spensierati turisti che senza alcun timore partivano per la Cina perfino vantandosene nelle immancabili interviste in aeroporto, altri che scialavano a gruppi sui Navigli e altri, personaggi pubblici anche importanti, che per smacco ai leghisti abbracciavano amici cinesi e brindavano con loro quasi per mostrare chi fra gli italiani chi era “buono” e chi era “cattivo”…

Mentre sono impedito di andare in chiesa per la Santa Messa quotidiana, come facevo prima del coprifuoco, e prego con la Corona del Rosario  affinché la Madonna salvi la nostra Patria da più grossi sacrifici, voglio condividere coi miei “cinque” amici alcune veloci  considerazioni. Ambedue le accuse – “razzismo” e “fascio-leghismo” – non reggono ad una semplice critica che può imbastire perfino un quidam de populo/uomo della strada qual è il sottoscritto.

Infatti, ciò che avrebbe dovuto fare l’Italia in gennaio, lo hanno fatto in marzo tutti i Paesi d’Europa chiudendo le frontiere non solo con la Cina ma anche col nostro Paese.

Domanda: tali nazioni sono, per questo, razziste? E ancora. Misure molto più draconiane di quelle invocate dai “cattivi” governatori leghisti in gennaio, incalzando la “peste”, è stato costretto a prendere, comunque, il Governo “buono” Italiano di Sinistra nei confronti di cinesi e italiani insieme: può per ciò il nostro Governo essere chiamato “razzista”? Ognuno, senza bisogno di “medici e di speziali”, si accorge che la  primitiva accusa di “razzismo” soffiata in faccia ai due governatori dalla Sinistra a gennaio appare, via via che si aggrava la situazione, sempre più ideologica e, quindi, ridicola; e se penso che, iniziando da quella data, forse si poteva circoscrivere meglio e con più efficacia il virus e che l’ideologia di lorsignori ha impedito questo tentativo di contenimento del morbo, mi viene perfino rabbia nei confronti di una manica di intellettuali e politici che definisco cialtroni.

Paragonare, poi, il Fascismo al Leghismo è una contradictio in terminis, cioè due concetti che si eliminano a vicenda, frutto dell’ignoranza di chi non ha studiato e capito la Storia, il Fascismo essendo stato nazionalista, accentratore e statalista (“noi ci siamo definiti totalitari”, “tutto nello Stato, nulla al di fuori dello Stato”, declamava Mussolini!) mentre il Leghismo è federalista, autonomista, talvolta con velleità perfino separatiste da Roma! Come faranno costoro, alla prossima occasione, quando sarà, pretendere il voto di tutti noi se sconoscono la Storia più elementare e pronunciano simili castronerie?

Intendiamoci, chiunque legittimamente avrebbe potuto obiettare qualsivoglia cosa contro la proposta dei suddetti  governatori anche perché in gennaio, forse, non era ancora chiara la portata disastrosa del corona virus cinese e la richiesta leghista poteva apparire esagerata o, peggio, fatta apposta per mettere in difficoltà il Governo ritenuto “incapace”; ma la Sinistra ha preferito imboccare non la critica legittima e magari costruttiva com’era suo diritto e dovere, ma la scorciatoia più facile e veloce, quella suggeritagli dalla ideologia e ha preferito l’insulto parlando subito di “razzismo” e “fascio-leghismo”.

Occorre, a questo punto, fermarsi e riflettere e studiare il problema di tale “ideologia” onde fare chiarezza a noi e ad altri ed evitare la confusione e il pericolo di dare calci al vento. Per capire meglio qualcosa, occorre partire almeno dal 1945. In quell’anno, finita in Aprile la guerra civile nell’Italia del Nord, completata l’invasione anglo-americana della nostra Penisola semidistrutta dai combattimenti degli eserciti contrapposti e dai bombardamenti terroristici alleati sulle nostre città, si chiuse definitivamente anche la parabola fascista iniziata nel marzo 1919 a Piazza San Sepolcro a Milano; la sua fine tragica a causa della guerra perduta nel peggiore dei modi, fece fin da subito capire che il Fascismo in Italia non sarebbe ritornato mai più. E così è avvenuto.

A tutto questo, per il suo non ritorno, possono aggiungersi vari altri motivi che sono di palmare evidenza e non avrebbero bisogno di essere ricordati fra persone sensate: infatti non si verificarono più, per fortuna, le condizioni storiche che avevano travagliato la nostra Nazione dopo la terribile Guerra 1915-18 e avevano partorito la dittatura; non vi furono più uomini come quelli che cento anni fa avevano combattuto nelle trincee cadendo a migliaia per distruggere l’Impero Austro-Ungarico o come quelli che da Ronchi avevano seguito D’Annunzio a Fiume (1919-20) o come i fascisti e i socialisti che si erano affrontati nelle piazze durante il “biennio rosso” (1920-21) o come chi aveva “marciato” su Roma il 28 Ottobre 1922…

Parlare, dunque, di un “pericolo fascista” oggi perché qualche giovinotto alza il braccio e fa il saluto romano allo stadio o, sconsiderato, verga delle scritte sui muri delle quali  forse non sa manco il giusto significato, vuol dire essere fuori della Storia e “ideologici” a qualunque costo, cioè creare una cosa  fittizia e crederla e farla credere vera ai gonzi. È quello che sembra fare oggi la Sinistra che, fallito il Comunismo da essa fideisticamente accettato, ha bisogno di fabbricarsi un fantoccio contro cui scagliarsi e lo chiama “fascismo” e trascina turbe di ubbidienti – girotondini, pesciolini, sardine, primi della classe – in piazza con “bandiere e trombette” per combattere un “fantasma” e far credere loro di essere perfino salvatori della patria in pericolo; così, avviene che, se non è la Sinistra a convincere l’opinione pubblica ma sono – ad esempio – la Lega o Fratelli d’Italia, allora questi ultimi diventano “fascisti”, “male assoluto”, “pericolo pubblico” da cui difendersi; così è accaduto ai due governatori leghisti che,  avendo tentato di proporre, una volta tanto, qualcosa di sensato, hanno rimediato – ahi loro! – solo insulti.

Questa, in sintesi, è  la mia opinione che, date le giornate dolorose che improvvisamente ci sono piovute addosso e stiamo vivendo con sofferenza, mi permetto di esternare sotto voce sperando che le mie parole non appaiano perfino inopportune in un tale momento drammatico; mi riprometto, comunque, di parlarne più ampiamente in tempi migliori quando, con l’aiuto di Dio, potremo vedere “luce più luce” e saremo fuori da questa tragedia nazionale.

 

 

La canzone del complesso dei Nomadi fu eseguita più volte a suon di chitarra nelle chiese di tutt'Italia. La canzone ebbe uno strano destino fu censurata dalla Rai e trasmessa invece da Radio Vaticana. Lo scrive Roberto Beretta in un agile pamphlet «Cantavamo Dio è morto. Il 68 dei cattolici», Edizioni Piemme (2008).

Beretta a distanza di quarant'anni, prova a fare una sintesi del variegato 68 cattolico. E' importante studiare il movimento culturale e sociale del 68 anche perchè ancora ne subiamo i frutti amari di quei “formidabili anni”.

Il testo di Beretta si divide in due parti: “Il Sessantotto cattolico. Il mito” (pars destruens) e il “Sessantotto cattolico. La nostalgia” (pars costruens).

La tesi di fondo del libro è che il movimento studentesco del 68 è nato da leader che erano tutti cattolici e la prima università occupata fu appunto quella della “Cattolica” di Milano, il 17 novembre del 1967. Inoltre ci tiene a precisare Beretta che il primo indumento-simbolo della contestazione non fu l'eskimo bensì un impermeabile da prete.

L'Università fondata da padre Agostino Gemelli fu occupata per ben quattro volte. Il testo racconta dettagliatamente gli avvenimenti, l'arringa di Mario Capanna, davanti all'Ateneo e l'anziano rettore Ezio Franceschini che cerca di reagire punto su punto agli attacchi del giovane Capanna. Beretta fa una breve biografia dei personaggi, a cominciare da Capanna, mandato a studiare a Milano da un paesino dell'Umbria con lettera di presentazione del vescovo monsignor Luigi Cicuttini e del prete locale. Era il migliore della parrocchia.

Beretta cita Filippo Gentiloni, il “vaticanista” del Manifesto che scrive: «[...]fra i protagonisti - leader o no - del 68, molti, moltissimi si erano formati all'ombra dei campanili e nelle varie associazioni cattoliche (scout, Acli, Azione Cattolica, Fuci, e altre sigle meno note)». Anzi spesso questi cattolici con meraviglia dei compagni, li scavalcano a “sinistra”. Il libro fa decine di nomi più o meno noti, protagonisti del 68. Il primo corteo studentesco organizzato dopo l'occupazione della Cattolica, «non andò a finire alla prefettura, o a Palazzo Marino sede del sindaco, o verso altre mete simboliche del potere civile o sociale: bensì – e non a caso – sotto le finestre dell'arcivescovo di Milano Giovanni Colombo».

Il 2° capitolo si occupa sul grado di democraticità del 68. Beretta descrive la tecnica movimentista delle cosiddette “assemblee” che non finivano mai, duravano fino a tarda notte, e poi quando la maggior parte degli studenti esausti abbandonavano il campo, una piccola minoranza di studenti, quelli politicamente più attivi, votava e prendeva le decisioni più importanti. Si comincia a sperimentare la dittatura della minoranza sulla maggioranza, una situazione che lo stesso rettore denuncerà, partecipando alle assemblee. «Tutti potevano parlare, sì, però chi teneva in pugno le decisioni erano pochissimi […] Dominavano le “minoranze attive” che avrebbero dovuto guidare le classi inferiori verso la conquista del potere».

Peraltro Franceschini non era uno di quei retrivi “baroni” dell'università contro cui si scagliavano gli studenti, era un riformista, ma non accettava le rivoluzioni del “tutto e subito”. Eppure Franceschini, passò come “cattivo” secondo i contestatori. Fu secondo Beretta «una vittima 'bianca' del Sessantotto».

Nel 3° capitolo si dà conto del «controquaresimale di Trento», un'altra mitica università, la facoltà di sociologia, dove vengono attirati da tutta Italia, 2500 studenti. Il direttore è Francesco Alberoni, che vuol far diventare la facoltà un “laboratorio” per la fusione delle due culture di massa italiana: quella cattolica e quella marxista. Qui i protagonisti sono tanti, si va dal marxista Mauro Rostagno al cattolico Marco Boato e poi Renato Curcio, e Margherita Cagol, entrambi cattolici.

Beretta racconta dell'episodio della cattedrale di Trento, dove viene interrotta un'omelia di un frate cappuccino che sta parlando delle persecuzioni dei cristiani in Unione Sovietica. L'omelia viene interrotto da uno studente (Paolo Sorbi) che grida: “Non è vero!”. Scoppia una tafferuglio tra i fedeli e il ragazzo. Ben presto il gesto «diventa “profetico”, destinato ad occupare per mesi le pagine dei giornali nazionali, offrendo al suo autore una sorta di tournèe di incontri e testimonianze in varie località non solo trentine». E' sempre così capita ancora ai nostri giorni.

Naturalmente l'interruzione era organizzata, e poi tutte le altre, non c'era mai niente di spontaneo. Gli stessi protagonisti lo raccontano. La teologa progressista Adriana Zarri può affermare: «finalmente anche l'Italia si sta svegliando dal suo torpore religioso».

Sulla falsa “spontaneità” del 68 si occupa il 4° capitolo, trattando dell'occupazione del Duomo di Parma. Un gruppo di giovani, dispongono le sedie a cerchio in mezzo alla navata in “assemblea permanente”, leggendo e discutendo sulla povertà nella Chiesa. Così Parma diventa la bandiera del dissenso cattolico e l'occupazione del duomo genera un clamore che va oltre i confini nazionali.

Al 5° capitolo è protagonista la violenza. Beretta ricorda la “battaglia di Largo Gemelli” alla Cattolica, tra gli studenti che occupano l'università e la polizia che cerca di sgomberare l'ateneo. Uno spettacolo desolante, ben presto il disordine si diffonde al centro di Milano. Lo stesso scenario si ripete in altre occasioni, quando i manifestanti cercarono di assalire la sede de “Il Corriere della Sera”, in via Solferino. Si cercava di impedire l'uscita dei camion che trasportavano il quotidiano della “borghesia”. E nonostante tutto, per alcuni il Sessantotto non era violento. A questo punto Beretta racconta il legame del Sessantotto con il terrorismo. Trento è stata una delle“capitali” del Sessantotto cattolico, ma nello stesso tempo è stata anche una delle“culle” delle Brigate Rosse.

C'è un legame tra i due fenomeni? Per Boato No, ma per Renzo Gubert si: «La teorizzazione della violenza come metodo di cambiamento apparteneva già agli studenti trentini e a Boato stesso, anche se oggi lo nega. Le Brigate Rosse sono state la conseguente concretizzazione delle teorie elaborate nel Sessantotto a Trento. Curcio e gli altri si trasferirono a Milano perchè ritenevano che Trento fosse troppo piccola e periferica, non industrializzata, per far partire da lì la 'rivoluzione'».

Beretta insiste sulla provenienza culturale e religiosa di Curcio e la compagna Cagol, soprattutto quest'ultima apparteneva ad una famiglia molto cattolica. Tra l'altro il padre, che morirà pochi mesi dopo l'uccisione della figlia, fino alla fine supplicava i parenti: “Ditemi che non è vero!”.

Il Pdup (Partito democratico di unità proletaria) di area estrema sinistra, aveva una forte percentuale di cattolici. Non si può negare che esista una sorta di “attrazione fatale” tra marxismo e cristianesimo, lo scriveva La Pira a Fanfani nel 1968. E Michele Serra ha notato: «la storia del terrorismo rosso è in larga parte anche storia di militanti di formazione cristiana». Mentre il cardinale Attilio Nicora ammetteva: «E' onesto riconoscere che alcuni giovani delle Brigate Rosse sono nati nei nostri oratori». Sembra che i cattolici erano “più portati” di altri alla lotta armata. Beretta cita la rivista “Concilium” del 1966: «[...] non è possibile escludere a priori la legittimità di un ricorso temporaneo all'illegalità, alla violenza».

«“I cristiani del dissenso” per Giorgio Bocca, “quelli che vogliono il 'vangelo in terra', non conoscono tappe intermedie, non approdano a partiti laici e liberali, vanno di filato in un'altra chiesa, marxista leninista».

Per il sociologo Sabino Acquaviva, «alcune eventi religiosi hanno influito molto sulla dinamica della rivolta». Tra questi il sociologo annovera la secolarizzazione della Chiesa cattolica, e poi la perdita dei valori religiosi. Molti cristiani cercano la totalità religiosa in movimenti che promettono questa senso di totalità.

Il 6° capitolo del testo si domanda se il Sessantotto fu “figlio del Concilio”. Certo molti contestatori sono convinti di essere “figli del Concilio”, anzi di applicare sulle barricate e con gli striscioni la novità del Vaticano II.

Beretta a questo proposito fa parlare Raniero La Valle, che è convinto che il 68 cattolico interpreta le stesse rivendicazioni del Vaticano II. Del resto fa notare Beretta i leader studenteschi e gli esponenti del dissenso cattolico citano volentieri i testi conciliari e alcuni documenti dei Papi. Per loro alcuni brani erano rivoluzionari. C'era il fondato sospetto che questi signori non avessero letto i documenti conciliari. Citano il Concilio come altri citano Marx senza averlo letto.

Comunque Beretta si dilunga sull'interpretazione del Vaticano II da parte degli esponenti religiosi di allora. Cita Maritain, De Lubac, Enzo Bianchi, fino ad arrivare alla posizione di Paolo VI con i suoi ben sessantanove discorsi critici sulla contestazione nella Chiesa. Beretta fa riferimento ai pronunciamenti di Paolo VI in merito al Credo del popolo di Dio, richiamato da alcuni come il “nuovo Sillabo”. Infine la promulgazione dell'enciclica “Humanae vitae”,  sulla sessualità umana, e qui Paolo VI diventa il nemico numero uno del cosiddetto progressismo all'interno della Chiesa e fuori.

Il 7° capitolo Beretta elenca i vari movimenti interni alla Chiesa, si va da Sant'Egidio a CL e pone una domanda: Il Sessantotto fu “inevitabile”?

Nella seconda parte (la pars costruens), il testo prende in esame il rapporto tra il cardinale Florit e l'Isolotto, l'esperienza di cattolici del dissenso di Firenze. Qui c'era il simbolo di una Chiesa “evangelica”, “povera” contro quella “gerarchica” e “anticonciliare”. Era come un faro l'Isolotto, scriverà Lidia Menapace, ex docente della Cattolica e poi senatrice di Rifondazione Comunista. Il libro evoca diversi nomi e comunità di quel momento, Interessanti alcune citazioni e prese di posizione come quella di don Mazzi che vedeva nel sessantotto una “nuova nascita”. I continui viaggi  tra Milano e Firenze per condividere, partecipare e testimoniare. L'esperienza «dell'Isolotto non si può discutere, come si potrebbero discutere delle idee o delle opinioni». Praticamente questi signori stavano fondando un'altra Chiesa. Mi sembra doveroso fare una precisazione. Sostanzialmente questi cattolici del dissenso, chiamati sbrigativamente cattocomunisti, avevano la pretesa di trasformare, di rinnovare la Chiesa, e di conseguenza il mondo.  Nella lunga storia della Chiesa ci sono sempre stati questi movimenti. Ma chi ha veramente rinnovato, riformato la Chiesa sono stati i Santi, pensate a S. Benedetto, a S. Francesco, a S. Domenico, S. Caterina e poi a quelli più vicini a noi, la schiera dei Santi sociali torinesi da S. Giovanni Bosco a Giuseppe Cottolengo. Questi si che hanno trasformato la Chiesa e il mondo.

Beretta affronta la posizione di don Lorenzo Milani, anche per il giornalista di Avvenire, sembra che il sacerdote di Barbiana sia stato strumentalizzato da parte di queste frange progressiste della Chiesa. Don Milani spesso viene piegato agli usi della contestazione ecclesiale. Don Milani sostiene Beretta, aveva sempre obbedito alla Chiesa e ai suoi superiori gerarchici.

Non è stato così per tanti altri preti che hanno gettato la tonaca all'aria. Il primo nemico era in casa, lo aveva capito lo stesso Paolo VI in un discorso nel settembre 1969: «le difficoltà maggiori oggi sorgono dal seno stesso (della Chiesa), i dispiaceri più pungenti le sono dati dalla indocilità e dall'infedeltà di certi suoi ministri e di alcune sue anime consacrate[...]».

Una potente “arma impropria” della contestazione cattolica fu la Liturgia. Attraverso il passaggio della messa in latino a quelle in lingua nazionale si fece passar di tutto, messe “beat”, “yè-yè”, “hippy”, con chitarre elettriche e tanto altro. In tanti riti sperimentali si leggevano brani di Camillo Torres, il prete combattente del Sudamerica, invece dei testi biblici. La messa doveva essere “democratica”, si celebrava negli appartamenti, si usavano strumenti “normali”, al posto di quelli sacri (tavoli, bicchieri, giacche e cravatte). Si doveva eliminare il rito e si poneva l'accento sulla “creatività”. Perfino don Giuseppe Dossetti ad un certo punto si scandalizzò della deriva delle sperimentazioni.

Infatti tra le derive liturgiche operate dai contestatori ci fu il boom dello spontaneismo e dei gruppi. Qualcuno ha censito fino a duemila “gruppi giovanili spontanei” esistenti in tutta la penisola. In questi gruppi, nonostante l'origine evangelica, era «prevalente l'impegno politico», soprattutto collocato a sinistra contro il capitalismo, l'imperialismo e l'integrismo. I loro maestri ben presto diventano Marx e Freud. I loro ideali Che Guevara, Mao Tze Tung. «Il vento del sessantotto si era infiltrato persino nei seminari». E qui non mancano i numerosi esempi di derive rivoluzionari negli istituti religiosi.

A poco a poco si arriva al punto che il sacerdote non sa più che cosa è. E quindi vuole reinventarsi. La sfiducia nella dottrina e nella tradizione assale gli uomini di Chiesa. Così nascono i preti “critici”, “solidali”, l'obbedienza sparisce e si fa un ricorso ingenuo e servile ai surrogati delle ideologie.

In questa situazione di sfiducia e di disorientamento è ovvio che le defezioni sacerdotali aumentano, se tra il 1928 e il 1958 si registrano in Italia tra sei e novemila crisi sacerdotali. Tra il 1963 e il 1968 le domande di dispensa s'impennano sopra i settemila. Beretta nota pure che in questo periodo, c'è un forte aumento di saggi sulla “crisi del prete” e peraltro non si tratta di case editrici laiche, pronte a cavalcare la tigre del disorientamento ecclesiale, ma di case editrici cattoliche.

Nel 4° capitolo Beretta racconta le colpe degli intellettuali, dei teologi, che hanno prodotto il nuovo Catechismo olandese. Intellettuali che inneggiavano al Vietnam, al terzomondismo contro l'imperialismo americano. Interessante la scheda di Beretta su Camillo Torres, il prete col mitra e quindi con tutte le giustificazioni morali da parte della “Teologia della Liberazione”, nata in America Latina. Sarebbe interessante soffermarsi sui preti combattenti, che trovavano nel Vangelo, la giustificazione per operare nella società attraverso la lotta armata. Anche qui Beretta racconta fatti e nomi di quel tempo. Gli ultimi capitoli raccontano dei tanti ex sessantottini che nonostante i loro trascorsi fanno carriera e occupano posti importanti nella società. Non a caso il filosofo torinese Augusto Del Noce «aveva segnalato il Sessantotto come rivoluzione intraborghese, che marcava il passaggio dalla vecchia classe dei borghesi con valori cattolici a un neo-capitalismo selvaggio». Sono numerosi gli ex del sacco a pelo che ora “occupano”, profumatamente pagati, i posti borghesi un tempo violentemente aborriti.

 

Provate ad entrare in una libreria e cercare volumi dedicati al comunismo o alla storia dell’Unione Sovietica. O ancora provate a cercare le opere del premio Nobel per la letteratura Alexandr Solzenicyn (1918-2008). Carneade, chi era costui? Come scriveva Arkadij Belinkov (1921-1970), dissidente sovietico condannato a morte (1944) per un suo romanzo e poi sopravvissuto, un libro sul Gulag sovietico “non suscita affinità elettive, è puro esotismo e l’esotismo non lo prende sul serio nessuno”. Sono trascorsi diversi decenni dalla caduto il Muro di Berlino, l’Unione sovietica non esiste più, ma quella pagina di storia lunga 70 anni e, per qualche miliardo di persone, non ancora conclusa, non esiste. O almeno così è in alcune librerie. Cercare una perla preziosa come Nel primo cerchio (Voland, dicembre 2018), impossibile, come è capitato a Anna Zafesova, giornalista e Russia watcher, in una libreria di Milano qualche anno fa. La Zaferova ha scritto la postfazione del corposo volume (949 pagine) che esce finalmente nell’edizione integrale. Quella stampata da Mondadori era tratta dalla copia uscita nel samizdat, arrivata clandestinamente in Occidente e che gli fece meritare il Nobel, ma che lo stesso Solzenicyn aveva censurato, “spennato” come dice lui stesso, nella speranza, vana, di vederla pubblicata. Nel 1968 ricostruisce la sua opera integrale che viene pubblicata in Russia nel 1990. Nella copia “spennata” mancano nove capitoli. Il volume non è passato inosservato tanto che a gennaio 2019 è uscita una seconda edizione e se ne è parlato sul Corriere della Sera, Il Giornale, Il Foglio, Il Sole 24 Ore, ma provate a cercarlo in una libreria. Un capolavoro della letteratura mondiale, forse il libro più bello dell’anno, del decennio, del secolo, dove in tre giorni, intorno a Natale del 1949, si dipana una storia che coinvolge decine di personaggi molti dei quali prigionieri politici nel miglior girone possibile del Gulag sovietico. Il primo cerchio, la saraska di Marfino dove si vive una vita dignitosa rispetto agli altri reclusi nel sistema concentrazionario sovietico a patto di lavorare per il potere: costruire apparecchiature che consentano di arrestare altri uomini. Anche se il confine tra la prigione e la libertà è labile come dimostrano le pagine dedicate a Josif Vissarionovic Stalin (1878-1953) prigioniero delle sue paure in una società dove la paura è la vera padrona. “Ad avere sempre paura di qualcosa, come si fa a restare uomini” pensa tra sè Innokentij Volodin il protagonista del romanzo (pag. 14). Decine di storie si intrecciano, anche autobiografiche, ma magistrali restano le pagine nelle quali Alexandr Solzenicyn descrive, con un realismo che qualche decennio dopo verrà confermato da molte fonti, il Capo Supremo che vive come un recluso, “un piccolo vecchio dagli occhi gialli, con i capelli biondicci” che incespica nei lembi della vestaglia. Padrone di mezzo mondo che con andatura strascicante entra “nella bassa camera da letto senza finestre, con i muri in cemento armato”. Sono sei capitoli, dal 19 al 23, dove Solzenicyn descrive con tratti taglienti l’uomo che “terrorizzava perché uno sbaglio commesso con Lui era l’unico nella vita”. “Stalin terrorizzava perché non accettava giustificazioni, non accusava nemmeno. La punta di un baffo che sussultava, e la sentenza era emessa, con il condannato che nemmeno se ne accorgeva: se ne andava tranquillamente, poi veniva preso di notte e fucilato” (pag. 169). Descritta magistralmente la solitudine del Saggio dei Saggi che non si fidava di nessuno: madre, Dio, contadini, operai, ingegneri, soldati, generali. “Non si fidava delle persone a lui vicine. Delle mogli e delle amanti. Non si fidava nemmeno dei figli. E aveva sempre avuto ragione!” (pag 175). E si capisce perché, come scrive Anna Zafesova nella postfazione, Aleksandr Tvardovskij obiettò che Solzenicyn non poteva inventarsi “dettagli così precisi e certi della vita del monarca”. Erano dettagli troppo drammatici, crudi, ma veri che andavano nella logica direzione di “dimostrare che Stalin non fosse una tragica “deviazione”, ma il prodotto inevitabile e logico dell’ideologia comunista (…), non un’eccezione, ma la sua massima espressione” (pag. 944). Forse per questo Solzenicyn non si trova nelle nostre librerie.

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