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Lunedì, 23 Maggio 2022

40 anni fa il rapimento di Moro, Gentiloni: Il più grave attacco alla Repubblica

Cerimonia, stamattina, in via Mario Fani in occasione del quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro e dell'uccisione degli agenti della sua scorta. Diversi i rappresentanti istituzionali presenti: dal capo dello Stato Sergio Mattarella al capo polizia Franco Gabrielli, dalla sindaca di Roma Virginia Raggi al presidente della Regione Nicola Zingaretti, fino alla presidente della Camera Laura Boldrini. Sul posto molti rappresentanti delle forze dell'ordine. Applauso alla scoperta della lapide in via Fani, davanti alla quale il presidente Mattarella ha deposto una corona dai colori bianco rosso e verde

Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, parlando dei brigatisti coinvolti nel sequestro Moro durante l'inaugurazione del giardino martiri di via Fani. Gabrielli ha parlato di "una sorta di perverso ribaltamento" in cui "si confondono ruoli e posizioni. Dobbiamo ricordare chi stava da una parte e chi dall'altra". Il rispetto della memoria è anche dire parole chiare - ha sottolineato Gabrielli nel suo discorso pubblico -. 

In via Fani c'erano 6 uomini dalla parte delle istituzioni, cinque sono morti subito e uno dopo 55 giorni, e un commando di brigatisti, terroristi e criminali. Scrivere 'dirigenti della colonna delle brigate rosse' è un pugno allo stomaco. Non so se sia stato scritto mai di Riina dirigente di Cosa Nostra. La parola 'dirigente' nobilita, sarebbe stato più giusto dire criminale e terrorista". 

Cosi Franco Gabrielli, in merito ai brigatisti coinvolti nel sequestro Moro durante l'inaugurazione del giardino martiri di via Fani, ha parlato di "una sorta di perverso ribaltamento" in cui "si confondono ruoli e posizioni". "Oggi riproporli in asettici studi televisivi come se stessero discettando della verità rivelata credo sia un oltraggio per tutti noi e soprattutto per chi ha dato la vita per questo Paese". 

Il 16 marzo 1978, poco dopo le 9, un commando delle Brigate Rosse entra in azione in via Fani, a Roma: blocca le auto del presidente Dc Aldo Moro, uccide i 5 uomini di scorta e portano via Moro su una Fiat 132 blu. Poco dopo rivendicano l'azione con una telefonata all' Ansa. Il sequestro terminerà 55 giorni dopo, il 9 maggio, con l'uccisione dello statista.

Il bersaglio Moro appare più semplice, inizia un pedinamento giornaliero, viene tracciato un piano di attacco in base alle criticità del percorso che quotidianamente compie l'auto del Presidente della Dc. 

L'orologio segna le 9.02, è giovedì, all'incrocio tra Via Mario Fani e Via Stresa, dove c'è lo stop, la Fiat 130 blu del presidente della Democrazia Cristiana con due carabinieri di scorta, seguita da una Alfetta con tre agenti di polizia, viene bloccata dall'auto dei brigatisti che tagliano improvvisamente la strada e si fanno tamponare. 

Seguono momenti concitati: in pochi minuti gli agenti della scorta cadono sotto il fuoco dei terroristi. Moro viene spinto su una seconda auto e portato via. Tutto avviene come da copione. L'organizzazione porta a segno il colpo e lascia a terra cinque cadaveri. Aldo Moro è nella mani delle Brigate Rosse. 

Quei minuti concitati sembrano interminabili. Gli spari scandiscono il tempo e quei tragici fatti rendono a colori la visione opaca dei malcapitati che si trovano nella zona. È il caso di Ernesto Proietti, netturbino in servizio, che pochi minuti prima vede in via Fani un'autovettura con degli uomini a bordo vestiti da aviere; trenta minuti più tardi li rivede nascosti dietro la siepe di un bar: sono immobili, in silenzio. Ernesto non immagina che siano membri delle Brigate Rosse in procinto di rapire Moro. 

L'avvocato romano Lorenzo Vecchione sta prendendo l'auto per recarsi in ufficio quando si imbatte in alcuni uomini vestiti da steward. Francesco Pannofino, all'epoca dei fatti studente universitario, legge il giornale a pochi metri dal luogo del sequestro. Non vede la scena, ma sente tutto: la frenata delle auto, il tamponamento, gli spari dei mitra. Si nasconde, e quando tutto è finito è tra i primi a raggiungere il luogo dell'agguato, a camminare, senza fiato, tra i corpi esamini degli uomini della scorta. Sergio Vincenzi, residente nella zona, si trova a pochi metri dal punto dell'agguato. 

Assiste all'esecuzione degli uomini della scorta. Fissa negli occhi un brigatista, prima di trovare riparo dietro un'auto. Successivamente, di fronte alle foto segnaletiche di alcuni ricercati, riconosce Prospero Gallinari. Seguono rivendicazioni e comunicati: quella foto scattata con la Polaroid a Moro resta impressa nella memoria collettiva. La forza delle Brigate Rosse si consuma nei 55 giorni di prigionia dello statista democristiano. A poco serve la trattativa con i partiti di maggioranza, a poco servono i tre scritti di Moro, tra i quali una lettera di cinque pagine al ministro dell'Interno, Francesco Cossiga. La decisione è presa: la morte di Moro è l'ultimo atto di una crisi irreversibile delle Brigate Rosse.

Aldo Moro era il garante presso americani, inglesi e francesi del grande compromesso fra comunisti italiani e la Democrazia cristiana che rappresentava tutto il potere politico ed economico.

Scrive il quotidiano il Giornale che Moro per questo e soltanto per questo fu catturato con una operazione da commando, rapito, torturato attraverso il terrore e abbandonato da chi poteva salvarlo.

I verbali dei suoi interrogatori furono ritrovati anni più tardi a Milano dietro un termosifone in via Monte Nevoso, trasferiti al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il quale fu a sua volta abbandonato e giustiziato a Palermo con la povera moglie in un modo che non si era mai visto prima. Né dopo. Fu non uno solo, ma una catena di delitti vincenti perché impuniti malgrado le apparenze.

La Cia, continua il Giornale come hanno dimostrato i documenti, era totalmente a favore perché Berlinguer accettava di tagliare il cordone ombelicale con l'Unione Sovietica in cambio della patente di accesso al governo. Aldo Moro aveva accettato di essere il notaio e garante dell'accordo detto «Compromesso Storico» avviato dalla pubblicazione di alcuni articoli di Enrico Berlinguer sul settimanale Rinascita come riflessione sul colpo di Stato in Cile che aveva liquidato il governo filocastrista cileno di Salvador Allende nella crudele logica della guerra fredda. La maggior parte dei dirigenti comunisti italiani aveva più paura dei sovietici che degli americani e alcuni già collaboravano con gli Stati Uniti. Mosca vide la minaccia e decise di disinnescarla seguendo il vecchio adagio di Stalin: «Dove c'è uomo, c'è problema. Non più uomo, non più problema».

Secondo il Giornale i due uomini chiave erano Moro e Berlinguer. Un attentato a Sofia in Bulgaria con il solito camion di traverso, per poco non costò la vita a Berlinguer che fu prontamente recuperato da forze speciali mandate da Francesco Cossiga, braccio destro di Aldo Moro. Coloro che volevano bloccare il compromesso decisero allora di liquidare il garante Moro usando un nucleo di brigatisti rossi agli ordini dei servizi tedeschi orientali della Stasi e del Kgb sovietico. Quando nel 2005 mi recai Budapest con la Commissione parlamentare Mitrokhin di cui ero presidente, il Procuratore generale ungherese ci mostrò una valigia di cuoio verde piena di carte: «Qui ci sono disse tutte le prove sui brigatisti rossi diretti dal Kgb. Purtroppo non ho la libertà di consegnarveli senza l'autorizzazione russa a causa dei trattati bilaterali firmati dopo la fine della guerra fredda».

La posta in gioco, come riferisce il quotidiano allora come oggi, era un grande compromesso non a caso definito «storico» perché era giocato come una carta nel conflitto fra Est e Ovest. Il Pci cambiò linea e seguitò a rifornirsi di finanziamenti sovietici mentre Moro finì sepolto sotto tonnellate di ipocrisia e di menzogne. È così che oggi celebriamo quaranta anni di imbrogli e insabbiamenti che hanno fatto apparire gli agenti brigatisti come bravi ragazzi che avevano un po' esagerato. Oggi assistiamo alle prove generali o almeno ai tentativi di prova per un compromesso che nelle intenzioni non gridate dovrebbe portare al distacco dell'Italia dal nucleo fondante europeo, che non potrà mai essere riformato se non restando fortemente e saldamente in Europa.

I tempi sono diversi, le poste in gioco però non sono troppo lontane. La recente uscita del Regno Unito dall'Europa ha ricucito una nuova grande alleanza anche commerciale fra i popoli di lingua inglese sulle due sponde dell'Atlantico mentre in Europa l'asse franco-tedesco comanda come club esclusivo ma pronto ad accogliere l'Italia in condizioni di sicurezza. Su quel ticket d'ingresso si gioca oggi la partita italiana, senza più mezze misure: dentro o fuori?

Oggi come quaranta anni fa si prospetta però una disarticolazione italiana nella rete dei grandi compromessi su cui ruota il benessere e l'indipendenza del nostro Paese. Quaranta anni fa finì male: non solo Moro fu ucciso insieme al progetto che tutelava, ma si instaurò il sistema ferreo di falsi storici trasformati in religione di Stato che ancora comanda nelle televisioni statali che manipolano conoscenza e memoria di chi quaranta anni fa non c'era, non sa e non saprà mai.

Secondo informazioni della agenzia di stampa Italiana ansa a Castelgandolfo, residenza pontificia, 6 maggio 1978. Aldo Moro è prigioniero delle Brigate Rosse da oltre 50 giorni e Papa Paolo VI ne parla con monsignor Cesare Curioni, responsabile dei cappellani carcerari, il quale aveva attivato molteplici contatti per arrivare alla liberazione dell'ostaggio.

 Al colloquio assiste anche mons. Fabio Fabbri, segretario di don Curioni. D'improvviso il Papa, nel suo studio, si avvicina ad una consolle coperta con un panno di ciniglia azzurra e solleva un lembo: compare una montagna di soldi, mazzette di dollari, con fascette di una banca ebraica, del valore di circa dieci miliardi di lire, messi a disposizione per il riscatto. 

Ma tre giorni dopo, il 9 maggio, il corpo senza vita di Moro viene ritrovato in via Caetani, nel centro di Roma. Il fatto è riportato sia in atti giudiziari, sia in atti parlamentari ed è stato ribadito due anni fa davanti alla commissione Moro dallo stesso mons. Fabbri. Ma da dove provenivano tutti quei soldi? E, rimasti inutilizzati, che fine fecero? Nessuno lo sa. Don Curioni è morto nel 1996 senza che quel mistero fosse svelato, mons. Fabbri ha detto di non saperlo, e autorevoli fonti vaticane, recentemente interpellate, hanno ribadito di ignorare chi 40 anni fa procurò quella provvista e dove finì quel fiume di denaro.

 La vicenda di quei soldi si lega direttamente a due foto di Moro ostaggio delle Br e al ruolo di don Curioni che - secondo il racconto del suo segretario mons. Fabbri - investito direttamente da Paolo VI dopo il sequestro del presidente della Dc, nel tentativo di arrivare alla liberazione dell'ostaggio, aveva attivato numerosi canali sia con i brigatisti in carcere, sia con un misterioso interlocutore che incontrava nella metropolitana di Napoli e in alcune città del nord Italia. Peraltro, durante una telefonata notturna, Paolo VI - sempre secondo il racconto di mons. 

Fabbri alla commissione Moro - lesse proprio a don Curioni, che suggerì qualche correzione, la celebre lettera "agli uomini delle Brigate Rosse", che ha la data del 21 aprile 1978, con la quale il Papa invitava a rilasciare Moro "senza condizioni". Attraverso i suoi canali, don Curioni ricevette le due foto di Moro prigioniero, che furono mostrate al Papa. Paolo VI sostenne che la prima non provava che il presidente della Dc era in vita, mentre la seconda - con il presidente della Dc che mostrava la prima pagina del quotidiano la Repubblica - fu ritenuta indiscutibile: Moro era vivo.

Cominciò allora la trattativa, con previsione di un riscatto, e il Papa si fece portare il denaro. All'obiezione che le Br volevano un riconoscimento politico e non una contropartita economica per liberare Moro, Paolo VI replicò che accettare i denari del Papa sarebbe stato già un riconoscimento importante per i terroristi. E così i soldi furono procurati e posati su quella consolle a Castel Gandolfo. 

Da dove arrivarono? Dallo Ior, la banca vaticana? No, non erano soldi dello Ior, ha riferito due anni fa mons. Fabbri alla commissione Moro, aggiungendo interrogativi e allusioni inquietanti: "Chi aveva interesse ad avere in mano il Santo Padre a livello estero? Quale nazione poteva avere interesse a farsi avanti?". E non si sa neppure dove finì quella montagna di dollari. Ancora mons. Fabbri: "Non so dove sono andati a finire. Chi li ha portati li avrà ripresi. Non so". Il giallo resta, ormai quasi irrisolvibile.  

Ma vediamo come sono le tappe del piu grande attacco terroristico delle Br alla Repubblica Italiana : 

 - 16 marzo: poco dopo le 9 un commando delle Brigate Rosse entra in azione a via Fani, a Roma. In pochi minuti, dopo aver bloccato con un tamponamento le auto del presidente Dc Aldo Moro, le Br uccidono i 5 uomini di scorta e portano via Moro su una Fiat 132 blu. Poco dopo rivendicano l'azione con una telefonata all' Ansa. Cgil, Cisl e Uil proclamano lo sciopero generale. In serata il governo Andreotti, il primo con il voto favorevole del Pci, ottiene la fiducia alla Camera e al Senato.

 - 18 marzo: Arriva il 'Comunicato n.1' delle Br, che contiene la foto di Moro e annuncia l'inizio del 'processo'.

-  19 marzo: Papa Paolo VI lancia il suo primo appello per Moro.

- 20 marzo: al processo di Torino, il 'nucleo storico' delle Br rivendica la responsabilita' politica del rapimento.

- 21 marzo: Il governo approva il decreto antiterrorismo.

- 25 marzo: Le Br fanno trovare il 'Comunicato n.2'.

- 29 marzo: Arriva il ''comunicato n. 3'' con la lettera al ministro dell'Interno Cossiga in cui Moro dice di trovarsi ''sotto un dominio pieno e incontrollato dei terroristi'' e accenna alla possibilita' di uno scambio. Moro non voleva renderla pubblica, ma i brigatisti scrivono di averla resa nota perche' ''nulla deve essere nascosto al popolo''. Recapitate anche altre lettere indirizzate alla moglie e a Nicola Rana.

- 4 aprile: Arriva il 'Comunicato n. 4', con una lettera al segretario della Dc Benigno Zaccagnini.

- 7 aprile: Il ''Giorno'' pubblica una lettera di Eleonora Moro al marito. La famiglia tiene un linea del tutto autonoma rispetto alla ''fermezza'' del governo.

- 10 aprile: Le Br recapitano il 'comunicato n.5' e una lettera di Moro a Taviani, che contiene forti critiche.

- 15 aprile: Il 'Comunicato n.6' annuncia la fine del 'processo popolare' e la condanna a morte di Aldo Moro.

- 17 aprile: Appello del segretario dell'Onu Waldheim.

- 18 aprile: Grazie ad un' infiltrazione d' acqua, polizia e carabinieri scoprono il covo di via Gradoli 96. I brigatisti (Moretti e Balzerani) sono pero' assenti. A Roma viene trovato un sedicente 'comunicato n.7' in cui si annuncia l' avvenuta esecuzione di Moro e l' abbandono del corpo nel Lago della Duchessa. Il comunicato, falso in modo evidente, e' ritenuto autentico e per giorni il corpo di Moro sara' cercato, con un grande schieramento di forze, in un lago di montagna, tra le province di Rieti e L'Aquila, ghiacciato da mesi.

- 20 aprile: Le Br fanno trovare il vero 'Comunicato n.7', a cui e' allegata una foto di Moro con un giornale del 19 aprile.

- 21 aprile: La direzione Psi e' favorevole alla trattativa.

- 22 aprile: Messaggio di Paolo VI agli ''Uomini delle Brigate rosse'' perche' liberino Moro ''senza condizioni''.

- 24 aprile: Il 'Comunicato n.8' delle Br chiede in cambio di Moro la liberazione di 13 Br detenuti, tra cui Renato Curcio. Zaccagnini riceve un' altra lettera di Moro, che chiede funerali senza uomini di Stato e politici.

- 29 aprile: E' il giorno delle lettere. Messaggi di Moro sono recapitati a Leone, Fanfani, Ingrao, Craxi, Pennacchini, Dell' Andro, Piccoli, Andreotti, Misasi e Tullio Ancora.

- 30 aprile: Moretti telefona a casa Moro e dice che solo un intervento di Zaccagnini, ''immediato e chiarificatore'' puo' salvare la vita del presidente Dc.

- 2 maggio: Craxi indica i nomi di due terroristi ai quali si potrebbe concedere la grazia per motivi di salute.

- 5 maggio: Andreotti ripete il 'no alle trattative'. Il 'Comunicato n. 9' annuncia:''Concludiamo la battaglia cominciata il 16 marzo, eseguendo la sentenza''. Lettera di Moro alla moglie:''Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine di esecuzione''.

- 9 maggio: Verso le 13,30, in via Caetani (vicino alle sedi di Dc e Pci), dopo una telefonata di Morucci avvenuta poco prima delle 13, la polizia trova il cadavere di Moro nel portabagagli di una Renault 4 rossa. Era in corso la direzione Dc, dove sembra che Fanfani stesse per fare un discorso aperto alla trattativa. Moro sarebbe stato ucciso la mattina presto nel garage di via Montalcini, il covo usato dai brigatisti come ''prigione del popolo''.

 

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