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Sabato  5 novembre 2016  alle ore 16.30 presso l’Auditorium di Santa Caterina di Treviso avrà luogo la Cerimonia di Premiazione dei vincitori del Premio Letterario “L’incontro Letterario di ieri e di oggi”, giunto alla Quinta edizione e ideato, organizzato e promosso da EDIZIONI DIVINAFOLLIA (responsabile artistico Silvia Denti , responsabile organizzativo Laura Chiarina).  Il Presidente onorario del Premio è il compianto scrittore Alberto Bevilacqua.

Nel corso della manifestazione, patrocinata dal Comune di Treviso  e che anche quest’anno conta un cospicuo numero di partecipanti, verranno premiati i vincitori delle varie sezioni.

All’evento letterario sarà presente la prestigiosa giuria, presieduta da Silvia Denti e costituita da: Guido Catalano, Daniela Cecchini, Laura Chiarina, Maria Luisa Crosina, Rossella Frollà, Valerio Magrelli, Gian Domenico Mazzoccato, Alessandro Quasimodo, Davide Rondoni, Federico Sanguineti.  Saranno presenti  ancora altri personaggi di spicco nel panorama culturale e dell’informazione.

I Lumen Solis Duo – al flauto Valentina Solidoro e alla chitarra Alessandro Radovan Perini  - eseguiranno un intervento musicale.

Domenica 6 novembre 2016 dalle ore 15.30, sempre nella stessa splendida location, si terrà un interessante incontro sul tema “Ebraismo e Shoah”, al quale quest’anno è stata dedicata una specifica sezione del concorso, analogamente a quanto accadde nella scorsa edizione 2015. Infatti, nell’ambito della manifestazione “Armenia Amica” , per commemorare il  Centenario del Genocidio del popolo armeno, venne dedicata una sezione del Premio letterario ed un incontro sul tema.

All’incontro del 6 novembre2016 parteciperà  Maria Luisa Crosina, la quale  presenterà il suo interessante libro “Le storie ritrovate” – Ebrei nella provincia di Trento (1938/1945), un’opera che racconta anche la storia di una famiglia trevigiana. Sono previste letture e musica: “Rito della memoria: suoni, parole, per ricordare”.

Verrà ripercorsa la Shoah anche attraverso i toccanti pensieri presenti nei testi di Primo Levi e Peter Weiss e nelle poesie dei bambini di Terezin. Nel corso dell’incontro la curatrice Maria Luisa Crosina si soffermerà sulle preziose testimonianze riportate nel suo libro.

E’ prevista la presenza di Franco Perlasca, che porterà la sua testimonianza, attraverso il ricordo del padre Giorgio e dell’omonima Fondazione. Le musiche saranno curate dal chitarrista Roberto Benetton.  Inoltre, verrà proiettato un video composto di filmati originali, rivisitati per l’occasione dal regista Angio Zane.

In entrambi gli eventi legge e presenta Patrizia Ferraro e modera Fabio Cristiano Fioravanzi.

Anche in questa edizione del Premio “L’Incontro Letterario di ieri e di oggi” è stato posto l’accento su una tematica di grande rilevanza sociale. La conservazione della memoria storica di eventi drammatici come la Shoah rappresenta un forte monito rivolto a tutta l’umanità, con il migliore auspicio dell’inizio di un dialogo che  conduca alla fratellanza e al rispettoso e costruttivo confronto fra diverse culture, inteso come fonte di arricchimento reciproco.

 

«[…] “Creare una melodia nell’orecchio* acquieta il dolore e sana la ferita”.* Forse pure lui come me subì un destino*e una perdita? Che senso aveva per lui quel verso?* Capii. Era inutile scendere nel luogo dell’assenza.* Non potevo restare: Euridice non era più lì. […]».

È Orfeo che decide di vivere il suo dolore per la perdita dell’amata, fiducioso che il tempo potrà «ridonare senso a ciò che è stato». Ad aiutarlo in questa decisione è una versione originale del traghettatore più famoso della letteratura latina e italiana: Caronte che, «ormai in pensione», legge versi e fa riflettere sulla preziosità della memoria, equiparata alla cenere di un fuoco spento.

E proprio la memoria è uno dei fili conduttori di Ruah, la seconda raccolta di versi del crotonese Davide Zizza, edito da Ensemble con una bellissima prefazione di Enrico Testa.

Il titolo è una parola ebraica che significa “vento”, “soffio”, “respiro” e anche “spirito”. È infatti a questa parola che si ricollega l’etimologia dello Spirito Santo. Lo spirito di Dio che con il suo soffio vitale apre questa raccolta:

«Anche Dio nel respirare* inspirò perché potesse* diminuire e far posto al mondo.* Nel liberarlo, il soffio* si assorbì a tutta la terra».

È l’atto della Creazione, dove Dio si fa piccolo per accogliere il mondo, il «Farsi da parte per fare spazio» e consentirci di «vivere nel suo soffio».

Fin dalle prime pagine della raccolta di Zizza è evidente il richiamo ˗ reso esplicito dallo stesso autore con la citazione che apre il libro ˗ alla terminologia e al mondo poetico di Rainer Maria Rilke, sopra tutti.

Il “nome delle cose”, il “soffio”, il “respiro” e la stessa ripresa del mito di Orfeo e Euridice ˗ che ha largamente influenzato la poesia del Novecento ˗  sono sintomo del bagaglio culturale dello scrittore che, fra gli autori della sua biblioteca, riserva un posto di riguardo al poeta austriaco di origine boema.

Caratteristica di Rilke è quel sostrato pagano permeato di una religiosità che porta con sé un messaggio tutto cristiano. In questo senso, in Rilke come in Zizza, il mito di Orfeo simboleggia il regno visibile e quello invisibile, quello dei vivi e quello dei morti. Ma in Ruah non si arriva all’atto più famoso di questo mito ˗ presente anche in Pavese ˗, non si fa riferimento al respicere del protagonista, perché Orfeo avverte ancor prima la necessità di accettare, vivendola, l’assenza dell’amata.

La lettura di Ruah risulta così familiare al lettore che vi si accosta, poiché evoca immagini che abitano nella mente del singolo e riaffiorano in maniera soggettiva in ognuno di noi.

D’altronde, la magia della poesia è proprio questa: le esperienze dell’autore, anche se diverse, sono le stesse del lettore che, elaborandole, le interpreta in maniera del tutto personale. Attraverso una sorta di memoria collettiva si arriva all’intimità della memoria individuale:

«Estate sul balcone:* come ai vecchi tempi, c’è sempre qualcuno* in canottiera, con un giornale come* ventaglio, che inizia ˗ due sorsi di caffè ˗* un cruciverba», come in questo caso, dove il richiamo di una scena dal sapore spiccatamente meridionale, mette il lettore di fronte a una familiarità che lo fa sentire subito a casa.

Anche io mi immedesimo nelle parole del poeta poiché «oggi leggo e scrivo qui, con l’affacciata ad est […] ritorno alle mie pagine, cerco un finale per un articolo».

Siamo nell’era digitale, dei social e del libro elettronico, dove leggere poesie è diventato sempre più un piacere per pochi. Da sempre la poesia, e oggi più che mai, è considerata un genere di nicchia.

In un mondo in cui la fretta regna sovrana, si preferiscono sistemi di comunicazione più immediati che vanno dal romanzo alle serie tv, ai social network. Ma tutti prima o poi abbiamo bisogno di fermarci a pensare, di dedicare un po’ del nostro prezioso tempo alla bellezza della parola, di “accennare” senza “svelare”, di “accarezzare” senza “tradire”, ché «la poesia non è una scuola per scienziati», ma un rifugio per l’anima della mente.

 

Hobbit party | ebook, .epub

Jonathan Witt e Jay W. Richards si persero, per la prima volta nella Terra di Mezzo da adolescenti. Cercavano una bella storia di avventure in cui rintanarsi. E varcare la soglia di casa Baggins fu l’occasione per uscire dal panorama piatto e polveroso che li circondava: lontani dalle High Plains nel Texas, per correre nella Contea. 

Nella ‘Terra di Mezzo’ trovarono, semplicemente, un’espressione più dolce per indicare il mondo. Il mondo abitato dall’uomo, sferico, che si può abbandonare, ma dal quale non si può scappare. Perché Tolkien, con la Terra di Mezzo, ha stagliato in un cielo, cui abbiamo fatto l’abitudine, le sfumature che ci permettono di guardare esattamente la nostra realtà in modo nuovo. 

E così, grazie al minuzioso lavoro di Maurizio Brunetti, anche in Italia veniamo invitati all’Hobbit Party. 

Witt e Richards apparecchiano le pagine in maniera così deliziosa che finiamo per davvero col sentirci intorno ad una tavolata di amici e familiari. L’aria impastata di fumo, e l’odore di pan di Spagna per festeggiare qualcosa che vale la pena. L’Hobbit Party arriva nelle nostre librerie, e ci lascia un momento fuori dal tempo: quando tutto è stato fatto, e possiamo guardare il presente con gli occhi di chi sa che può esserci qualcosa di diverso. 

È Tolkien a raccontarci chi siamo in una storia diversa. Ma sono questi due professori universitari americani, con una maestria unica, a regalarci un intarsio meticoloso, prudente e speranzoso, in cui la filosofia, l’economia, la teologia, le scienze politiche e la letteratura difficilmente trovano la maniera per scindersi le une dalle altre. 

L’uomo che Tolkien vede muoversi per le sue colline è un uomo creato per la libertà. E i nostri autori delineano nitido il suo profilo, mentre, sullo sfondo, si nota il fumo e l’odore di un Occidente che pare liquefarsi sempre più, in una crisi umana, etica, culturale e infine anche economica. Incapace di essere quel contesto in cui l’uomo può trovarsi a suo agio per davvero.

La lente d’ingrandimento, che ci offrono Witt e Richards, offre un’inquadratura privilegiata sul regno fantastico della Contea. E finiamo con l’immergerci, finalmente, in una società che riesce ad essere a misura d’uomo, ed anche a misura del cuore di Tolkien.  Nella Contea si pagano meno tasse, c’è un governo limitato e un mercato più aperto. E la differenza della qualità della vita rispetto alle cosiddette economie libere di oggi arriva puntuale e netta. 

Per esempio, ad un certo punto vediamo Bilbo costretto ad incontrare i Nani. E per superare la diffidenza, subentreranno tanti elementi. C’è tanto di Gandalf e delle sue manovre diplomatiche, ovviamente, in quell’incontro. Ma un ruolo importantissimo lo giocheranno la predisposizione a fidarsi, una propensione alla precisione e un’inclinazione alla puntualità. Dettagli non superflui. Gli autori lo sanno, e non lasciano loro un’importanza apparente. Sanno benissimo che nella puntualità è nascosto un tratto culturale legato proprio allo sviluppo economico. Noti economisti, infatti, hanno riscontrato che un contesto socio-culturale i cui membri non si preoccupano di presentarsi a un appuntamento nell’ora e nel luogo stabiliti, raramente riesce a sollevarsi da una condizione di povertà estrema.  

Nei numerosi piccoli episodi inanellati da Witt e Richards, tra le pagine che D’Ettoris Editori ha rilegato per l’edizione italiana, ci sono tutti gli indizi capaci di enfatizzare quanto Tolkien avesse a cuore la società libera. Il genere fantasy mostra come con un ideale microscopio tutte le differenze tra una società appunto libera, e il suo contrario.

 Il lettore finisce col saltare da un luogo all’altro, cogliendone profumi e fetori. Allora diventa quasi ovvia la puntualizzazione che ci viene offerta nel definire il cosiddetto stato-balia. Quello stato che, pretendendo di prevenire tutti i rischi, ha come effetto collaterale «di inibire lo sviluppo delle libertà per eccellenza; per esempio quando protegge le banche dal fallimento. Se tali istituti fossero tenuti ad accollarsi tutti i costi inerenti alle proprie scelte, e non solo a godere dei benefici, i loro amministratori svilupperebbero la virtù della gestione prudente. A livello individuale, uno stato sociale troppo intrusivo che scoraggi iniziative personali, offusca pure il valore pedagogico dell’esperienza».

Ma soprattutto, lungo le strade tracciate da Tolkien, mentre Witt e Richards ci accompagnano, emerge vivo persino «l’abisso ideologico che separa lo scrittore britannico dall’ecologismo umanofobo dei nostri giorni. Non vedeva in ogni essere umano l’ennesimo fardello a carico del pianeta». È l’idea di uomo in sé ad assumere quelle sfumature capaci di renderlo uomo e basta.

Il mondo fantastico che la penna di Tolkien tratteggiò, non ha mai voluto essere un modo per scappare dalla realtà. Gli autori ci invitano a questo ‘Party’, in cui si finisce a discutere dei limiti dei poteri dello Stato, di proprietà privata, di libero arbitrio, d’ecologia, d’amore e di morte. C’invitano a farci piccoli come un Hobbit, per meglio godere delle attrattive di questo mondo, e guardarle da un’altra prospettiva. Per ricordare la visione della libertà che l’Occidente si è imposto di dimenticare. 

Vale la pena sentirsi tra gl’invitati a questo ‘Party’, foss’anche solo per sentirsi meno rassegnati alle regole minuziose, uniformi e complicate della nostra epoca.

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