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Lunedì, 11 Maggio 2026

Rubio a Palazzo Chigi, vertice di un'ora e mezza con Meloni. 'Spero in una seria proposta dell'Iran' Stretta di mano e scambio di baci tra la premier e il segretario di Stato Usa. Prima il bilaterale col ministro degli Esteri

Si è concluso dopo circa un’ora e mezza il faccia a faccia a Palazzo Chigi tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il segretario di Stato americano Marco Rubio, al centro di una giornata romana dedicata al rafforzamento dei rapporti tra Italia e Stati Uniti e ai principali dossier internazionali.

Il vertice, iniziato poco prima di mezzogiorno, si è aperto con una stretta di mano e uno scambio di saluti davanti ai giornalisti accreditati. “Come stai?”, ha chiesto Meloni al capo della diplomazia americana prima delle foto ufficiali nel cortile di Palazzo Chigi.

Rubio era arrivato poco prima accolto dal consigliere diplomatico della premier, Fabrizio Saggio. Nella delegazione statunitense presente anche l’ambasciatore Usa in Italia, Tilman J. Fertitta.

Prima dell’incontro con il presidente del Consiglio, il segretario di Stato aveva fatto tappa al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per il bilaterale con il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Secondo quanto riferito dal Dipartimento di Stato americano, il colloquio con Meloni è servito a “rafforzare il solido partenariato strategico tra Stati Uniti e Italia”. Rubio ha ribadito l’impegno di Washington a mantenere una stretta collaborazione con Roma sulle priorità condivise, affrontando temi legati alla sicurezza regionale, dal Medio Oriente alla guerra in Ucraina, e sottolineando l’importanza della cooperazione transatlantica per contrastare le minacce globali.

Nel corso della conferenza stampa successiva agli incontri istituzionali, Rubio ha affrontato anche il tema della possibile riduzione della presenza militare americana in Europa evocata dal presidente Donald Trump. “Esistono sempre piani di rotazione all’interno della Nato, ma alla fine la decisione spetta al presidente Trump”, ha dichiarato, precisando tuttavia che durante la visita in Italia non sono stati affrontati dettagli specifici riguardanti la presenza delle truppe statunitensi nel Paese.

Lo stesso Rubio ha poi chiarito di non aver discusso con Meloni del tema delle basi americane in Italia. Pur definendosi un “forte sostenitore della Nato”, il segretario di Stato ha criticato alcuni alleati europei, citando in particolare la Spagna, accusata di aver negato agli Stati Uniti l’utilizzo di alcune basi durante un’emergenza legata alle operazioni contro l’Iran, creando così “rischi inutili” per le forze americane.

Rubio ha inoltre parlato del suo incontro con Papa Leone XIV, definendolo “molto positivo”. “Abbiamo un rapporto molto forte con il Vaticano e questa visita era programmata da tempo”, ha spiegato ai giornalisti, aggiungendo che nel colloquio sono state affrontate diverse aree di crisi internazionali nelle quali la Santa Sede mantiene una presenza significativa.

Alla domanda su eventuali raccomandazioni a Trump riguardo alle critiche rivolte al Pontefice, Rubio ha evitato di entrare nei dettagli, limitandosi a sottolineare che il presidente degli Stati Uniti agirà sempre nell’interesse del Paese, pur mantenendo rapporti “produttivi e importanti” con la Chiesa cattolica.

Ampio spazio anche alla crisi iraniana. Rubio ha spiegato che Washington attende segnali concreti da Teheran nelle prossime ore. “Vedremo cosa accadrà. In Iran ci sono divisioni interne, ma spero davvero che arrivi una proposta seria”, ha affermato.

Sul fronte mediorientale, il segretario di Stato ha indicato anche un possibile maggiore coinvolgimento italiano in Libano, sottolineando come Roma possa offrire “un contributo ulteriore” grazie alla propria esperienza e alla presenza consolidata sul territorio.

Riguardo alla guerra in Ucraina, Rubio ha confermato la disponibilità americana a proseguire gli sforzi diplomatici, pur mettendo in guardia contro negoziati inconcludenti. “Siamo pronti a continuare il ruolo di mediazione, ma non intendiamo perdere tempo se il processo non andrà avanti”, ha dichiarato durante il punto stampa all’ambasciata Usa a Roma.

Nel colloquio con Tajani, Rubio ha insistito sulla necessità che le nazioni occidentali sappiano difendere i propri interessi economici e strategici. Al centro dei colloqui anche la libertà di navigazione nelle principali rotte marittime internazionali e il coordinamento tra alleati sulle crisi globali.

Dal canto suo, Tajani ha ribadito il valore del legame transatlantico. “L’Europa ha bisogno dell’America e l’Italia ha bisogno degli Stati Uniti, ma anche Washington ha bisogno dell’Europa e dell’Italia”, ha affermato il ministro, definendo il bilaterale “molto positivo”. Il vicepremier ha inoltre sottolineato l’importanza di una presenza americana stabile in Europa per il rafforzamento della Nato, accompagnata da un maggiore impegno degli stessi Paesi europei.

Secondo la Farnesina, nel corso dell’incontro sono stati affrontati i principali dossier internazionali: il conflitto con l’Iran, la crisi nello Stretto di Hormuz, la sicurezza marittima, il cessate il fuoco tra Libano e Israele, il disarmo di Hezbollah, il futuro della missione Unifil, la guerra in Ucraina e le transizioni politiche in Venezuela e Cuba. Sul tavolo anche le relazioni tra Unione Europea e Stati Uniti, compreso il tema dei minerali critici.

A margine della visita, un momento più informale alla Farnesina: Rubio ha ricevuto un albero genealogico che ricostruisce le sue origini piemontesi. Il segretario di Stato ha definito il gesto “un’esperienza speciale” e ha scherzato sulla volontà di imparare l’italiano. “Il mio abbonamento a Babbel è scaduto, devo rinnovarlo”, ha detto sorridendo ai giornalisti, spiegando di comprendere bene la lingua italiana anche senza auricolari durante gli incontri con Tajani.

“Devo imparare una terza lingua e questa è sicuramente la più facile”, ha concluso Rubio. “La prossima volta che tornerò terrò un discorso in italiano”.

Un incontro definito “amichevole e costruttivo”, nel segno del dialogo tra Washington e la Santa Sede. Papa Papa Leone XIV ha ricevuto oggi in Vaticano il segretario di Stato americano Marco Rubio per un colloquio durato circa 45 minuti, al centro del quale ci sono stati i principali dossier internazionali, a partire dalla crisi in Medio Oriente e dalle questioni umanitarie nell’emisfero occidentale.

A riferire è stato il Dipartimento di Stato Usa, sottolineando in una nota come l’incontro abbia evidenziato “la forza del rapporto tra gli Stati Uniti e la Santa Sede” e il comune impegno “per la pace e la dignità umana”. Secondo Washington, Rubio e il Pontefice hanno affrontato anche temi di interesse condiviso legati alla stabilità internazionale e alla cooperazione diplomatica.

Nel corso della visita, Rubio ha avuto un colloquio anche con il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. I due, ha spiegato ancora il Dipartimento di Stato, hanno discusso degli sforzi umanitari in corso nelle Americhe e delle iniziative diplomatiche volte a favorire “una pace duratura in Medio Oriente”. Washington ha inoltre ribadito come il confronto confermi “la solida e duratura partnership tra gli Stati Uniti e la Santa Sede” sul fronte della libertà religiosa.

Dopo l’udienza, Rubio ha condiviso su X alcune immagini dell’incontro con il Pontefice, scrivendo di aver voluto ribadire “l’impegno comune nel promuovere la pace e la dignità umana”.

L’incontro è stato accompagnato anche da uno scambio simbolico di doni. Papa Leone XIV ha consegnato a Rubio una penna in legno di ulivo, definendola “la pianta della pace”. Il Pontefice ha mostrato al segretario di Stato americano anche il proprio stemma inciso sulla penna. Rubio, salutando il Papa secondo quanto riportato dalle immagini diffuse da L'Osservatore Romano, avrebbe detto: “È bello rivederla dopo un anno”.

Il capo della diplomazia statunitense ha invece donato al Pontefice un fermacarte di cristallo a forma di semisfera, scherzando: “Cosa regalare a qualcuno che ha tutto?”.

La tappa vaticana ha inaugurato la visita italiana di Rubio. Domani il segretario di Stato Usa sarà a Palazzo Chigi per un incontro con la premier Giorgia Meloni. In agenda anche i colloqui con il ministro degli Esteri Antonio Tajani e con il ministro della Difesa Guido Crosetto.

La visita si inserisce in una fase particolarmente delicata dei rapporti tra Stati Uniti e Vaticano. Negli ultimi giorni, infatti, il presidente americano Donald Trump ha rivolto dure critiche al Pontefice, accusandolo di essere “debole” e “terribile in politica estera”, arrivando a sostenere che le sue posizioni potrebbero “mettere in pericolo i cattolici”.

Trump è tornato sul tema anche ieri, accusando Papa Leone XIV di assumere posizioni ambigue sul dossier nucleare iraniano. “Che gli piaccia o no, l’Iran non può possedere un’arma nucleare”, ha dichiarato il presidente americano, sostenendo che il Pontefice avrebbe lasciato intendere il contrario.

Alle parole di Trump ha replicato il cardinale Parolin, ribadendo la posizione della Santa Sede contro ogni forma di armamento nucleare. “Non possiamo accettare il possesso di armi nucleari”, ha affermato il segretario di Stato vaticano, ricordando il sostegno del Vaticano agli accordi internazionali che ne sanciscono l’illiceità.

Il viaggio europeo di Rubio si colloca inoltre in un contesto geopolitico segnato dalle tensioni in Medio Oriente e dalle crescenti preoccupazioni per la sicurezza energetica globale. Roma viene considerata da Washington un partner strategico nel Mediterraneo, anche alla luce delle tensioni legate allo Stretto di Hormuz e delle possibili ripercussioni sui flussi energetici e sull’approvvigionamento internazionale di fertilizzanti. In questo scenario, l’Italia punta a rafforzare il coordinamento internazionale, anche attraverso l’iniziativa diplomatica promossa da Tajani con oltre 40 Paesi e organizzazioni regionali coinvolte.

Fonte varie agenzie 

Il protocollo tra Italia e Albania sulla gestione dei flussi migratori può essere considerato compatibile con il diritto europeo, ma solo a precise condizioni. È quanto emerge dalle conclusioni dell’avvocato generale Nicholas Emiliou, secondo cui l’accordo voluto dal governo guidato da Giorgia Meloni rispetta in linea di principio le norme dell’Unione, a patto che siano pienamente garantiti i diritti dei richiedenti asilo.

Nel suo parere, Emiliou sottolinea che il diritto dell’UE non vieta a uno Stato membro di istituire centri di trattenimento per i rimpatri al di fuori del proprio territorio. Ciò significa che l’Italia può legittimamente aprire e gestire strutture in Albania, come previsto dal protocollo firmato nel novembre 2023. Tuttavia, la responsabilità resta interamente italiana: Roma dovrà assicurare ai migranti accesso all’assistenza legale e linguistica, la possibilità di contattare familiari e autorità competenti, nonché tutte le garanzie previste dalla normativa europea.

Un punto cruciale riguarda la tutela effettiva dei diritti: in caso di trattenimento illegittimo, le autorità italiane dovranno intervenire rapidamente, trasferendo i migranti in Italia e disponendone la liberazione. Particolare attenzione è richiesta per minori e soggetti vulnerabili, che devono poter beneficiare di tutte le misure di protezione previste dal sistema d’asilo, comprese assistenza sanitaria e accesso all’istruzione.

Gli Stati membri sono inoltre tenuti a predisporre adeguate misure organizzative e logistiche per garantire l’effettivo esercizio dei diritti, incluso l’accesso a un giudice e a un rapido riesame giurisdizionale contro eventuali trattenimenti illegittimi. Allo stesso tempo, il diritto europeo non riconosce automaticamente ai richiedenti asilo il diritto di essere riportati nel territorio dello Stato membro durante l’esame della domanda.

In questo quadro, la sostenibilità giuridica dell’accordo dipenderà dall’applicazione concreta: eventuali carenze nell’attuazione potrebbero esporre l’Italia a violazioni delle norme europee in materia di asilo.

Intanto il piano entra nella sua fase operativa. È previsto per mercoledì l’arrivo in Albania del primo gruppo di migranti: 16 uomini, di nazionalità egiziana e bangladese, attualmente a bordo della nave militare italiana Libra. Con il loro trasferimento prenderà ufficialmente il via il nuovo sistema di gestione dei flussi migratori promosso dal governo Meloni.

Il meccanismo prevede che ogni mese una parte dei richiedenti asilo soccorsi in acque internazionali venga trasferita in Albania, dove resterà in attesa della valutazione della domanda presentata in Italia. L’obiettivo dichiarato è duplice: alleggerire la pressione sui centri di accoglienza italiani e scoraggiare le partenze via mare. Tuttavia, diversi esperti mettono in dubbio l’efficacia deterrente della misura, soprattutto nei confronti di chi ha già affrontato viaggi lunghi e complessi prima di imbarcarsi verso l’Europa.

L’accordo con Tirana prevede la costruzione di strutture interamente finanziate dall’Italia, con uno stanziamento iniziale di 65 milioni di euro e costi di gestione destinati a salire fino a circa 120 milioni annui dal 2025. Il protocollo riguarda esclusivamente i migranti soccorsi dalle autorità italiane nel Mediterraneo centrale, mentre restano esclusi quelli recuperati dalle navi delle ONG.

Dopo un primo screening a bordo delle unità della Guardia Costiera o della Guardia di Finanza, i migranti vengono trasferiti sulla nave Libra, posizionata nella zona SAR italiana a sud di Lampedusa. Qui avviene una seconda selezione: solo gli uomini adulti, non vulnerabili e provenienti da paesi considerati “sicuri” vengono destinati ai centri in Albania. Donne, minori, famiglie e persone fragili restano invece nel sistema di accoglienza italiano.

Una volta arrivati nel porto di Shengjin, i migranti sono sottoposti alle procedure di identificazione in una struttura gestita dalla polizia italiana. Successivamente vengono trasferiti a Gjader, nell’entroterra, dove sorgono un centro di prima accoglienza da 880 posti e un Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) da 144 posti, destinato a chi riceverà un diniego della protezione internazionale.

Le procedure restano sotto la giurisdizione italiana: i provvedimenti di trattenimento saranno emessi dalla questura di Roma e convalidati dal tribunale civile della capitale. Le domande d’asilo dovranno essere esaminate entro 28 giorni, nell’ambito della procedura accelerata prevista per i cittadini di paesi ritenuti sicuri, una classificazione che resta però oggetto di forti contestazioni.

Restano infine molte incognite operative, soprattutto sui rimpatri: non è chiaro se avverranno direttamente dall’Albania o dopo un eventuale trasferimento in Italia. A ciò si aggiungono i dubbi sulla reale capacità del sistema di rispettare i tempi previsti, in particolare nei periodi di maggiore pressione migratoria.

Venti capi di stato e capi di governo. Circa cinquanta ministri e più di 450 diplomatici di alto rango, accompagnati da delegazioni di più membri. E decine di rappresentanti di organizzazioni internazionali e multinazionali. Tutti compongono il panel dell'Antalya Diplomacy Forum (ADF-2026). 

Siria e oltre


Il tema principale del forum si intitola "Mappare il domani, gestire le incertezze" e i suoi temi spaziano dall'islamofobia e razzismo alla crisi globale dei rifugiati e al futuro dell'economia africana. Tuttavia, nel mezzo dei negoziati di pace tra Stati Uniti-Iran e Israele-Libano, le questioni di sicurezza regionale svolgono un ruolo primario, in particolare quelle che riguardano gli affari nazionali del paese ospitante. La posizione del presidente turco è stata rivelatrice a questa luce, poiché Recep Tayyip Erdogan ha fatto riferimento a tutte le questioni calde della diplomazia internazionale, parlando di una "crisi morale" del sistema internazionale. Tuttavia, i discorsi di due figure chiave per Ankara, con un comune riferimento alla vicina Siria, un campo di confronto negli ultimi anni tra Ankara e Tel Aviv, avevano un peso simile.

Un primo assaggio è stato dato dal presidente siriano Ahmed al-Sarah, che ai margini della conferenza ha scatenato il "fuoco" contro Israele, indicandolo come il responsabile della stagnazione nei negoziati bilaterali. "I negoziati non sono arrivati a uno stallo, ma stanno procedendo con grande difficoltà, a causa dell'insistenza di Israele nel mantenere la propria presenza sul suolo siriano," ha detto al-Sara, riferendosi alle Alture del Golan, che Israele ha conquistato durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Ha persino messo a confronto "il percorso diplomatico" seguito da Damasco con la "brutalità" mostrata dall'esercito israeliano sul suolo siriano. E si riferiva al Libano, dicendo: "Il Libano non può permettersi un conflitto di questa portata. Collegare questi sviluppi al sud della Siria rappresenta una minaccia significativa per la sicurezza regionale, non solo per il nostro paese."

Nello stesso spirito, seppur con un tono più mite, l'ambasciatore statunitense in Turchia e inviato speciale per la Siria, Tom Barak. Sebbene abbia elogiato il ruolo del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, parlato di progressi ed espresso ottimismo per il futuro del paese, non ha negato che "ci siano grandi difficoltà". Infatti, aprendo la "tavolozza", ha smentito le affermazioni secondo cui la Turchia si sta evolvendo in una minaccia strategica per Israele, e ha invitato Tel Aviv a cooperare con Ankara a Gaza, tramite la Forza Internazionale di Stabilizzazione, affermando caratteristicamente: "La cosa migliore che Israele debba fare a Gaza è abbracciare la Turchia."

Interpretazioni e paure

Come vengono interpretati gli interventi dei due uomini? "Il semplice fatto della loro presenza congiunta ha dimostrato che la Turchia continua a essere un alleato prezioso, chiave per il trasferimento di energia e commercio verso il più ampio Medio Oriente", osserva il quotidiano tribale Daily Sabah, riecheggiando le aspettative nazionali. Aspettative che si sono riflesse con forza nella partecipazione del paese al quadrilatero incontro di Islamabad (Pakistan, Turchia, Egitto, Arabia Saudita), che mirava a trovare una via d'uscita diplomatica in Iran. E che sono anche collegate alla strategia di Erdogan di essere in costante movimento diplomatico, creando sinergie capaci di respingere la pressione dell'unica potenza nucleare della regione.

"La Turchia sta cercando di contenere Israele coinvolgendo gli Stati Uniti", osserva Alper Çokçun, membro del think tank Carnegie. Sottolinea che qualsiasi tentativo da parte della Turchia di garantire il ritiro di Israele nel campo militare ha la sua spiegazione nella stretta cooperazione tra Damasco e Ankara sulla questione curda. "Un indebolimento della Siria a seguito del coinvolgimento di Israele, in un momento in cui Ankara si sente a suo agio riguardo all'integrazione delle forze curde nelle fila dell'esercito siriano, è considerato un inaccettabile contrattempo," aggiunge.

Crisi e opportunità

Si ricorda che i due paesi hanno interrotto le relazioni diplomatiche nel 2010, dopo che commando israeliani attaccarono un convoglio di aiuti umanitari, causando la morte di nove passeggeri turchi. Le loro relazioni sono state ristabilite nel 2016, con la mediazione statunitense, ma la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele ha portato a una nuova declassazione. Il culmine della frattura è stato l'attacco terroristico di Hamas, il 7 ottobre 2023, che ha scatenato la sanguinosa invasione dell'IDF nella Striscia di Gaza e ha portato a un feroce scontro verbale tra Erdogan e Netanyahu. Da allora, molte voci in Israele considerano la Turchia il "nuovo Iran", la più caratteristica dell'ex primo ministro Naftali Bennett, che aveva descritto l'asse sunnita Ankara-Doha come "la prossima grande minaccia strategica".

Tornando al panel di relatori, tuttavia, la decisione degli organizzatori di includere il Vice Primo Ministro della Giordania e il Ministro degli Affari Esteri dell'Egitto allo stesso tavolo è percepita come un tentativo di mantenere forti legami con gli Stati che mantengono rapporti normali con Israele. Allo stesso modo, la decisione di assegnare pari tempo con Barak al capo della diplomazia russa, Sergei Lavrov, viene spiegata in modo simile, il che conferma l'interessante avversione del primo, che nel contesto del suo discorso ha parlato di "un nuovo ordine delle cose che conferisce un ruolo guida agli attori regionali".

 

 

Cresce l’inquietudine tra gli alleati europei per l’andamento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran sul dossier nucleare. Secondo fonti diplomatiche con lunga esperienza nei colloqui con Teheran, il team negoziale di Washington — ritenuto “inesperto” — starebbe puntando a un’intesa rapida, più utile a produrre un effetto mediatico che a risolvere i nodi strutturali della crisi.

Il timore, condiviso da diversi funzionari europei, è che l’amministrazione di Donald Trump voglia ottenere in tempi brevi un accordo quadro da presentare come successo politico, rinviando però le questioni più complesse a una fase successiva. Un approccio che, avvertono i diplomatici, rischia di consolidare problemi già noti invece di risolverli.

“La preoccupazione non è che non si arrivi a un accordo, ma che si arrivi a un cattivo accordo iniziale destinato a creare difficoltà infinite”, ha spiegato un alto diplomatico europeo, uno degli otto che hanno parlato con Reuters. Secondo questa linea di analisi, un’intesa superficiale sul nucleare e sulla revoca delle sanzioni potrebbe aprire la strada a mesi — se non anni — di negoziati tecnici estremamente complessi.

Dalla Casa Bianca, tuttavia, arrivano segnali di fermezza. La portavoce Anna Kelly ha respinto le critiche, sottolineando che il presidente “ha un comprovato curriculum nel raggiungere buoni accordi” e che accetterà solo intese che tutelino gli interessi degli Stati Uniti.

L'accordo del 2015 abbandonato da Trump

Il confronto attuale si inserisce nel solco dell’accordo nucleare del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action, negoziato con il contributo decisivo di Europa e Stati Uniti e poi abbandonato unilateralmente da Trump nel 2018, durante il suo primo mandato. Un precedente che pesa oggi sul clima di fiducia tra le parti.

Diplomatici di Francia, Gran Bretagna e Germania — impegnati sul dossier iraniano fin dal 2003 — lamentano di essere stati progressivamente messi ai margini del processo negoziale. Una marginalizzazione che, unita a stili negoziali divergenti e a una diffusa sfiducia reciproca, aumenta il rischio di un’intesa fragile, difficilmente sostenibile sul piano politico.

A ricordare la complessità del percorso è stata anche Federica Mogherini, che coordinò i colloqui culminati nell’accordo del 2015: “Ci sono voluti dodici anni e un lavoro tecnico enorme. Davvero qualcuno pensa che si possa fare in poche ore?”.

Gli scenari per l'accordo

Sul tavolo restano questioni altamente sensibili. Tra queste, lo stock di circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, materiale che potrebbe essere ulteriormente raffinato per scopi militari. Le opzioni in discussione includono il cosiddetto “downblending” — ovvero la riduzione del livello di arricchimento all’interno dell’Iran sotto la supervisione della Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica — oppure soluzioni ibride che prevedano il trasferimento parziale del materiale all’estero, con Paesi come Francia o Turchia tra le possibili destinazioni.

Tuttavia, anche queste ipotesi comportano complesse operazioni tecniche e logistiche: dalla verifica delle quantità allo stoccaggio sicuro, fino al trasporto. A complicare ulteriormente il quadro è il nodo politico sul diritto dell’Iran ad arricchire l’uranio. Washington insiste per un “arricchimento zero”, mentre Teheran rivendica il diritto all’uso civile del nucleare.

Un possibile compromesso potrebbe passare attraverso una sospensione temporanea delle attività, seguita da una ripresa a livelli molto bassi e sotto stretto controllo internazionale. In questo scenario, il ruolo dell’AIEA viene considerato centrale, con la necessità di ispezioni rigorose e accesso illimitato agli impianti.


Revoca delle sanzioni e dell'arsenale missilistico

Accanto al dossier nucleare, resta aperta la questione economica. L’Iran chiede l’accesso immediato ai fondi congelati all’estero e, nel medio periodo, una più ampia revoca delle sanzioni. Un passaggio che richiede inevitabilmente il coinvolgimento europeo, dato il peso del mercato dell’Unione per l’economia iraniana.

Non meno rilevanti le richieste sul piano della sicurezza. Teheran sollecita garanzie di non aggressione dopo le tensioni degli ultimi anni, mentre gli alleati regionali degli Stati Uniti spingono per includere nei negoziati anche il programma missilistico iraniano e il ruolo del Paese nello scacchiere mediorientale. In particolare, Israele chiede restrizioni severe sull’arsenale, mentre gli Stati del Golfo temono l’espansione dell’influenza iraniana.

Dal canto suo, l’Iran considera il proprio programma balistico un elemento chiave di deterrenza e difficilmente accetterà di limitarlo senza garanzie di sicurezza più ampie.


L'Europa ai margini

In questo quadro complesso, l’Europa cerca di ritagliarsi nuovamente un ruolo, pur riconoscendo di aver contribuito in parte alla propria marginalizzazione, anche sostenendo in passato il ripristino delle sanzioni ONU e misure contro le Guardie della Rivoluzione.

Resta però una convinzione diffusa tra i funzionari europei: la complessità del dossier iraniano richiede esperienza, tempo e precisione. “Una negoziazione con l’Iran deve essere estremamente dettagliata: ogni parola conta”, ha osservato un diplomatico. “Non è qualcosa che si può chiudere in fretta”.

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