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Sabato, 05 Settembre 2026

Mentre gran parte delle attività rallentano per la pausa estiva, l’Associazione Meter continua a garantire ogni giorno i propri servizi di ascolto e supporto psicologico rivolti a bambini, adolescenti e famiglie. Un presidio che, proprio nei mesi estivi, diventa ancora più importante.

La chiusura delle scuole e la sospensione di molte attività educative riducono infatti i punti di riferimento per tanti minori. Allo stesso tempo, il maggiore tempo trascorso online e la minore supervisione degli adulti possono aumentare l’esposizione a rischi come adescamento, cyberbullismo, sextortion, diffusione di immagini intime e altri fenomeni di violenza digitale.

«L’estate non mette in pausa il disagio dei bambini e degli adolescenti, né tantomeno gli abusi» afferma don Fortunato Di Noto, presidente dell’Associazione Meter. «Anzi, è spesso un periodo in cui molti ragazzi si ritrovano più soli, con meno occasioni per chiedere aiuto e meno figure educative a cui fare riferimento. Per questo abbiamo scelto di mantenere pienamente operativi i nostri servizi di ascolto: vogliamo che ogni minore sappia di poter trovare un adulto competente pronto ad ascoltarlo e ad accompagnarlo verso un percorso di tutela.»

L’esperienza maturata da Meter dimostra come proprio durante i mesi estivi emergano situazioni che, nel resto dell’anno, rimangono spesso nascoste. Le difficoltà familiari possono accentuarsi, i conflitti aumentare e il tempo trascorso negli ambienti digitali espone bambini e adolescenti a nuove forme di violenza e sfruttamento. Parallelamente, l’associazione prosegue senza interruzioni anche l’attività di monitoraggio e segnalazione del materiale pedocriminale online, svolta in collaborazione con le Forze di polizia e le istituzioni competenti.

Per questo restano sempre disponibili il Numero Verde 800 455270, i moduli di contatto presenti sul sito dell’associazione e i canali social, sempre più utilizzati dai giovani per chiedere aiuto in modo immediato.

«Non dobbiamo aspettare che una situazione diventi irreparabile» conclude don Di Noto. «A volte una richiesta di ascolto, accolta nel momento giusto, può fare la differenza. Ogni bambino ha il diritto di essere protetto, ascoltato e preso sul serio, in ogni periodo dell’anno, anche ad agosto.»

 

La sequenza sismica che ha interessato la provincia di Pisa il 4 agosto rappresenta un nuovo richiamo alla necessità di non sottovalutare il rischio sismico anche nelle aree dove i terremoti si verificano con minore frequenza. È quanto emerge dalle analisi dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e della Società Geologica Italiana, secondo cui l'evento è strettamente legato alla particolare conformazione geologica della fascia costiera toscana.

La sequenza è iniziata alle 10.15 di lunedì 4 agosto nell'area compresa tra la città di Pisa e la costa tirrenica con una scossa principale di magnitudo locale 4.3, seguita da numerose repliche secondo il classico schema "mainshock-aftershock". Nel corso della giornata sono stati localizzati complessivamente tredici eventi sismici, quasi tutti rilevati soltanto dagli strumenti. La replica più intensa ha raggiunto magnitudo 3.2 alle 13.04, mentre soltanto due delle scosse sono state chiaramente avvertite dalla popolazione.

Secondo Carlo Meletti, dirigente tecnologo dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, sezione di Pisa, l'evento si inserisce in un quadro sismico già noto, anche se caratterizzato da una moderata attività.

«Per quanto riguarda la sorgente sismogenetica, come ci suggerisce anche il meccanismo focale che mostra un movimento di faglia diretta, è molto verosimile che si tratti di una delle strutture distensive che bordano la costa, dalla Versilia fino a Livorno, strutture che giustificano l'apertura del Tirreno e il movimento dell'Appennino verso la microplacca adriatica», ha spiegato Meletti.

L'esperto ricorda che la sismicità della zona non è un fenomeno nuovo. In epoca strumentale si registrano infatti la sequenza del 22 aprile 1984, con una magnitudo massima di 4.6, e il terremoto del 30 giugno 2003 di magnitudo 4.0. Entrambi gli eventi ebbero però epicentro in mare, al largo della costa tra Pisa e Livorno, mentre il terremoto del 4 agosto si è verificato nell'entroterra, a metà strada tra Pisa e il litorale.

Anche la storia sismica dell'area conferma la presenza di eventi significativi. Tra i più rilevanti figura il terremoto del 3 aprile 1814, stimato di magnitudo 5.1, che provocò danni sia a Pisa sia a Livorno con un epicentro localizzato tra le due città. Ancora più devastante fu il sisma del 14 agosto 1846, con una magnitudo stimata di 6.0, il più forte mai documentato nelle province di Pisa e Livorno, che distrusse numerosi centri abitati situati sulle colline livornesi.

Meletti sottolinea inoltre che il modello nazionale di pericolosità sismica classifica quest'area come a pericolosità media, evidenziando come la sismicità sia moderata ma tutt'altro che assente.

Sulla stessa linea anche il presidente della Società Geologica Italiana, Rodolfo Carosi, che invita a non considerare il terremoto come un evento eccezionale, ma come la conferma della complessità geologica del territorio italiano.

L'area interessata dalla scossa, spiega Carosi, si trova infatti sulla prosecuzione verso sud-ovest del bacino di Viareggio, una struttura tettonica ben conosciuta dagli studiosi.

«L'Italia è caratterizzata da due catene montuose attive e da tutti i tipi di rischio. Il terremoto di Pisa dimostra come anche aree dove le scosse sono meno frequenti siano ugualmente soggette a rischio sismico in quanto, nel caso specifico, si tratta di un'area che si trova sulla prosecuzione, verso Sud-Ovest, del bacino di Viareggio. Il bacino di Viareggio è una struttura tettonica estensionale delimitata da faglie dirette, in direzione Nord-Ovest – Sud-Est, e queste faglie si sono riattivate con la scossa di ieri dando un terremoto di magnitudo inattesa, poco frequente e lontana dalla memoria dell'uomo», ha dichiarato il presidente della Società Geologica Italiana.

Carosi ha infine ribadito l'importanza di investire nella conoscenza del territorio e nella prevenzione, sottolineando come la sicurezza passi attraverso un costante monitoraggio geologico.

«In Italia necessita una profonda conoscenza del territorio, uno studio geologico continuo e la prevenzione», ha concluso.

 

«Il bombardiere passerà sempre». Con questa celebre affermazione pronunciata nel 1932 dal politico britannico Stanley Baldwin, quando molti ritenevano che i caccia avrebbero reso superflue le grandi forze terrestri, si apre la riflessione proposta dal columnist Amotz Asa-El in un'analisi pubblicata dal Jerusalem Post e dal sito Middle Israel, rilanciata dall'Hellas Journal. Secondo l'autore, sebbene la storia abbia dimostrato come le guerre moderne abbiano seguito percorsi diversi rispetto alle previsioni dell'epoca, il potere dell'aviazione continua a rappresentare uno degli elementi fondamentali della forza militare e dell'influenza geopolitica di uno Stato.

Da questa premessa prende forma una dura critica al possibile ingresso della Turchia nel programma dei caccia americani F-35. Secondo Asa-El, l'eventuale acquisizione del velivolo da parte di Ankara non costituirebbe soltanto una questione bilaterale tra Stati Uniti e Turchia, ma avrebbe conseguenze strategiche di vasta portata, coinvolgendo direttamente Grecia, Israele, i Paesi arabi e l'intero fronte occidentale.

L'editorialista sostiene che ciascuno di questi attori abbia motivazioni diverse per guardare con preoccupazione all'operazione, ma che tutte convergano nella convinzione che un rafforzamento militare della Turchia possa alterare gli equilibri regionali e internazionali.

L'analisi ricorda come le Forze armate turche siano tra le più potenti del pianeta. Ankara dispone infatti di oltre 2.200 carri armati, circa 250 caccia da combattimento, un centinaio di navi militari e quasi un milione di soldati addestrati. Un apparato militare erede dell'esercito ottomano, che dopo la nascita della Repubblica fondata da Mustafa Kemal Atatürk divenne uno dei principali pilastri dello Stato laico e della sua integrazione nel sistema occidentale.

Proprio questa posizione rese la Turchia uno dei membri naturali della NATO. Affacciata sul confine con l'allora Unione Sovietica, Ankara condivideva con gli alleati occidentali il timore dell'espansione comunista e rappresentava una delle principali linee di difesa dell'Alleanza Atlantica durante la Guerra Fredda.

Secondo Asa-El, però, quello scenario appartiene ormai al passato. Il comunismo è scomparso, ma la Russia continua a rappresentare un protagonista della scena internazionale e, con la guerra in Ucraina, è tornata a essere considerata dall'Occidente una minaccia strategica. In questo contesto, osserva il columnist, la Turchia avrebbe assunto una posizione sempre più ambigua.

Tra gli elementi citati figura il rifiuto di Ankara di aderire alle sanzioni occidentali contro Mosca e, soprattutto, l'acquisto nel 2017 del sistema missilistico russo S-400 per un valore di circa 2,5 miliardi di dollari. Una scelta che, secondo l'autore, ha incrinato la fiducia tra Washington e Ankara.

L'eventuale presenza contemporanea degli F-35 statunitensi e dei sistemi S-400 russi sul territorio turco viene indicata come uno dei principali motivi di preoccupazione. Secondo l'analisi, tale combinazione potrebbe consentire alla Russia di raccogliere informazioni utili per sviluppare contromisure contro il più avanzato caccia stealth americano, compromettendone parte delle capacità operative.

L'articolo sposta poi l'attenzione sulle conseguenze regionali di una simile decisione, individuando nella Grecia il Paese maggiormente esposto. 

La Turchia è il nemico storico della Grecia, quella che nel 1974 ha principalmente molestato Cipro e occupa ancora la sua parte settentrionale. C'è una tensione militare costante tra Ankara e Atene, tradizionalmente temperata dalla NATO, a cui entrambe appartengono

A sostegno di questa tesi vengono richiamate le recenti dichiarazioni del ministro della Difesa greco Nikos Dendias, che ha affermato come Atene non accoglierebbe favorevolmente una vendita degli F-35 alla Turchia.

Per Asa-El, la questione va ben oltre una semplice rivalità militare. Grecia e Turchia mantengono infatti da decenni un rapporto caratterizzato da tensioni, alimentate anche dall'occupazione della parte settentrionale di Cipro da parte dell'esercito turco dal 1974. Sebbene entrambe appartengano alla NATO, l'autore ritiene che gli equilibri tradizionali dell'Alleanza siano oggi più fragili.

Nell'analisi viene inoltre richiamato il rapporto personale tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Asa-El ricorda come Trump abbia più volte definito Erdogan "un caro amico" e abbia sottolineato la forza della Turchia, lasciando intendere che tale rapporto personale potrebbe influenzare anche decisioni di carattere strategico.

Ci si chiede cosa sia davvero questa amicizia "stretta". Erdogan non gioca a golf, non beve e non tratta – apertamente – con le donne. Quindi, come è diventato amico di Trump? Conversazioni notturne in lingua dei segni tra un uomo che parla solo turco e un altro che parla solo inglese? Chi lo sa? Quello che sappiamo è che l'aeronautica turca rafforzata rappresenta un problema non solo per la Grecia e Washington, ma anche per il più grande vicino della Turchia, il mondo arabo.

Un'altra parte dell'articolo è dedicata al cambiamento della politica estera turca negli ultimi vent'anni. Secondo l'autore, Ankara avrebbe progressivamente abbandonato l'impostazione filo-occidentale e filo-europea voluta da Atatürk per orientarsi verso una strategia di maggiore influenza nel Medio Oriente sotto la guida di Erdogan.

Tra gli esempi citati figura il tentativo di promuovere un'area di libero scambio con i Paesi arabi, iniziativa che, secondo Asa-El, sarebbe stata accolta con diffidenza dalle monarchie del Golfo e dall'Egitto, timorosi di una rinascita delle ambizioni neo-ottomane della Turchia.

Anche il mondo arabo, prosegue l'analisi, guarderebbe con preoccupazione a un ulteriore rafforzamento delle capacità militari di Ankara attraverso l'acquisizione degli F-35.

La minaccia crescente della Turchia per Israele

Ancora più netta sarebbe, secondo l'autore, la posizione di Israele. Asa-El accusa il governo turco di sostenere apertamente Hamas e di mantenere un atteggiamento ostile nei confronti dello Stato ebraico, ricordando le tensioni seguite agli attacchi del 7 ottobre 2023. Inoltre, sostiene che la crescente influenza esercitata dalla Turchia in Siria abbia avvicinato strategicamente Ankara ai confini israeliani.

L'ultima parte dell'editoriale concentra l'attenzione sull'evoluzione politica interna della Turchia. Secondo Asa-El, il Paese avrebbe progressivamente abbandonato il modello laico costruito da Atatürk, favorendo invece una crescente islamizzazione della società.

Tra gli esempi riportati figurano la revoca del divieto di indossare il velo nelle istituzioni pubbliche, l'inasprimento della tassazione sugli alcolici e il consistente finanziamento delle scuole religiose islamiche, che negli ultimi anni avrebbero conosciuto una forte espansione.

L'autore ritiene che questa trasformazione favorisca la diffusione di un nazionalismo religioso destinato, a suo giudizio, a rappresentare una minaccia per la stabilità internazionale e per i valori dell'Occidente.

A sostegno della propria tesi richiama anche una celebre poesia scritta da Erdogan prima di diventare presidente, nella quale le moschee vengono descritte come caserme, le cupole come elmi, i minareti come baionette e i fedeli come soldati. Asa-El ricorda inoltre le dure dichiarazioni del leader turco contro Israele e denuncia quello che definisce un crescente autoritarismo interno, evidenziando il forte aumento della popolazione carceraria dal 2002 e citando, tra gli oppositori detenuti, anche il leader dell'opposizione Ekrem Imamoglu.

L'editoriale si conclude con un giudizio estremamente severo. Secondo Asa-El, una Turchia sempre più autoritaria e militarmente rafforzata non rappresenterebbe un vantaggio né per gli Stati arabi, né per Israele, né per l'Europa, né per gli Stati Uniti. Per il columnist, l'eventuale consegna degli F-35 ad Ankara finirebbe per aumentare ulteriormente le preoccupazioni della comunità internazionale, in un contesto regionale già segnato da profonde tensioni geopolitiche.

Il Canone di Policleto, uno dei massimi capolavori della scultura greca antica e simbolo senza tempo dell'ideale classico di armonia e proporzione, torna a vivere a Pompei grazie a una nuova ricostruzione scientifica in bronzo. L'opera è stata presentata oggi al Parco Archeologico di Pompei, segnando l'avvio di un importante progetto che unisce ricerca, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, restituendo al pubblico una delle immagini più rappresentative dell'arte del V secolo a.C.

La ricostruzione è stata realizzata utilizzando gli storici calchi matrice dell'ex Fonderia Chiurazzi, autentico patrimonio della tradizione artistica e artigianale italiana, recentemente acquisiti dal Parco Archeologico di Pompei per impedirne la dispersione all'estero e garantire la conservazione e la fruizione pubblica.

Alla cerimonia di presentazione hanno partecipato il ministro della Cultura Alessandro Giuli, il direttore del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel e il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso, che ha dedicato il proprio intervento al tema della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale.

Con questa iniziativa il Parco Archeologico di Pompei riporta in vita una pratica già diffusa nel mondo romano, quando le copie dei grandi capolavori dell'arte greca, ottenute attraverso matrici fedeli agli originali, permisero di preservare e diffondere le forme nei secoli. Proprio da questa tradizione prende avvio un ambizioso progetto di valorizzazione delle matrici della storica Fonderia Chiurazzi, destinate a diventare il fulcro di una nuova stagione di ricerca e divulgazione.

Il Canone rappresenta il primo risultato concreto di questa iniziativa. La nuova statua in bronzo restituisce attualità a un patrimonio di modelli e calchi che per oltre un secolo ha contribuito alla diffusione dell'arte classica nel mondo, dimostrando come archeologia, filologia e innovazione possano dialogare per offrire nuove chiavi di lettura della civiltà antica.

«Siamo di fronte alla ricostruzione scientifica di una delle più celebri opere d'arte di tutti i tempi, il cui significato supera la dimensione estetica e racchiude un valore filologico, artistico e culturale», ha dichiarato il ministro della Cultura Alessandro Giuli. «L'arte di Policleto è fondata sulla lingua universale dell'armonia. È questo l'insegnamento che ci hanno consegnato i nostri antenati, la scuola pitagorica e Policleto, il cui Canone viene oggi restituito al pubblico». Il ministro ha inoltre ribadito l'impegno del Ministero nel sostenere iniziative di questo tipo, sottolineando come «la cultura sia diplomazia, ricerca, formazione, identità plurale, dialogo e forza creatrice di armonie».

Realizzato intorno al 440 a.C., il Canone di Policleto è considerato una delle opere più iconiche dell'arte classica. Dell'originale greco, tuttavia, non resta traccia, come accade per la maggior parte dei grandi bronzi del V e IV secolo a.C. La conoscenza dell'opera deriva infatti dalle numerose copie romane, molte delle quali rinvenute proprio in Italia, in particolare tra il Lazio e la Campania, nelle aree di Baia e del territorio vesuviano.

Fu proprio il confronto sistematico tra queste copie a dare origine alla cosiddetta "critica delle copie", disciplina fondamentale per la ricostruzione dell'arte greca perduta. Un momento decisivo si ebbe nel 1863, quando lo studioso Karl Friedrichs identificò il Canone in una statua romana rinvenuta nella Palestra Sannitica di Pompei.

Su quelle basi, tra il 1910 e il 1912, venne realizzata in Germania la prima ricostruzione filologica dell'originale greco, ottenuta assemblando elementi provenienti da diverse copie antiche e utilizzando la tradizionale tecnica della fusione a cera persa, la stessa impiegata dagli scultori greci oltre 2.500 anni fa.

A più di un secolo di distanza, il Parco Archeologico di Pompei presenta oggi una nuova ricostruzione, frutto di oltre cento anni di studi e di una collaborazione internazionale che ha coinvolto studiosi e istituzioni di Italia, Grecia e Germania. Un lavoro che conferma Pompei come centro di ricerca di livello internazionale, capace di contribuire alla comprensione dell'intera eredità artistica del mondo classico.

La nuova ricostruzione introduce due importanti elementi innovativi. Il primo riguarda la policromia. Le statue greche, infatti, non erano originariamente bianche, ma dipinte con colori che riproducevano fedelmente la realtà, dagli incarnati ai capelli fino ai dettagli del volto. Questa ricostruzione restituisce quindi anche l'aspetto cromatico originario dell'opera.

La seconda innovazione riguarda l'arma impugnata dalla figura. Le più recenti ricerche archeologiche suggeriscono infatti che il personaggio reggesse un giavellotto, l'akontion greco, piuttosto che una lancia. Questa interpretazione porta a rivedere la tradizionale identificazione del Canone con il celebre Doriforo, il "portatore di lancia" di Policleto. Secondo gli studiosi, fonti antiche ed evidenze iconografiche indicherebbero infatti che si trattasse di due opere differenti e non della stessa statua, come sostenuto per lungo tempo anche dalla manualistica scolastica.

Per la ricostruzione sono stati utilizzati due modelli differenti. Il corpo deriva dalla celebre statua marmorea rinvenuta nel 1793 nella Palestra Sannitica di Pompei, la più completa tra le oltre cinquanta copie romane conosciute, mentre la testa è stata ricostruita prendendo come riferimento il busto bronzeo proveniente dalla Villa dei Papiri di Ercolano, ritenuto dagli studiosi particolarmente vicino all'originale greco. Il giavellotto è stato invece realizzato con legno, cuoio e metallo.

Questo risultato è stato possibile grazie anche all'acquisizione della collezione dell'ex Fonderia Chiurazzi attraverso il diritto di prelazione esercitato dal Ministero della Cultura. Si tratta di uno straordinario patrimonio che il Parco sta progressivamente recuperando e valorizzando, con l'obiettivo di attivare anche, in forma controllata, le attività di fusione e commercializzazione delle riproduzioni.

«Avevo chiesto se una limitata ripresa della produzione potesse danneggiare le matrici in gesso», ha raccontato il direttore Gabriel Zuchtriegel. «La risposta è stata l'esatto contrario: il gesso si deteriora se non viene utilizzato. È una bellissima metafora del nostro patrimonio classico, che rischia di distruggersi se non continua a vivere nelle scuole, nei musei e nella nostra vita culturale. Noi siamo convinti che il mondo classico sia ancora vivo e possa produrre crescita culturale, economica e sociale».

L'obiettivo del progetto è infatti duplice: da una parte ampliare le attività di valorizzazione del Parco Archeologico di Pompei, dall'altra sostenere una tradizione artigianale unica, creando nuove opportunità di sviluppo e occupazione. A Napoli sopravvivono ancora fonderie che utilizzano la tecnica della fusione a cera persa, tramandando un sapere antico che unisce arte, archeologia e manifattura. La realizzazione della nuova statua ha rappresentato anche un'importante esperienza di archeologia sperimentale, utile a comprendere meglio i processi produttivi dell'antichità.

«Abbiamo scelto di iniziare la valorizzazione della collezione Chiurazzi proprio con questa statua», ha spiegato ancora Zuchtriegel, «per dimostrare che la conoscenza dell'arte greca del periodo classico non può prescindere dall archeologia romana e dallo studio dei contesti vesuviani che hanno restituito numerose copie del Canone. Senza le case, gli edifici pubblici e i contesti archeologici nei quali queste statue erano collocate, non possiamo comprendere realmente il fenomeno delle copie romane».

L'intero progetto scientifico è stato coordinato da Maria Rispoli, Alessandro Russo, Maria Chiara Scappaticcio, Giuseppe Scarpati e Gabriel Zuchtriegel, con il contributo di numerosi studiosi italiani e internazionali. Alla realizzazione hanno collaborato anche la Fonderia Ruocco, gli esperti impegnati nella ricostruzione digitale e numerose istituzioni accademiche e museali di Italia, Grecia e Germania, confermando il valore internazionale dell'iniziativa.

L'approfondimento dedicato alla nuova ricostruzione del Canone e alle più recenti scoperte sul Doriforo di Policleto sarà infine protagonista della puntata di "Noos – L'avventura della conoscenza", condotta da Alberto Angela su Rai1, con un intervento del direttore del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel.

Si ringrazia inoltre: Olimpia Vikatou (Direttrice Generale delle Antichità e dei Beni Culturali, Grecia), Demetrios Athansoulis (Eforia delle Cicladi), Eleni Kalavria (Museo Archeologico Nazionale di Atene), Carmela Capaldi (Università di Napoli “Federico II”), Angelo Meriani (Università di Salerno), Martin Maischberger e Agnes Schwarzmaier (Musei di Berlino).

Mistero a Marina di Ragusa: centinaia di migliaia di euro lanciati in mare da un motoscafo. Sequestrati quasi 700 mila euro, tre arresti

Un episodio dai contorni ancora tutti da chiarire ha scosso Marina di Ragusa, sulla costa meridionale della Sicilia, dove centinaia di migliaia di euro in contanti sono finiti in mare prima di essere trascinati dalle correnti fino alla spiaggia. La vicenda, che ha richiesto l'intervento della Guardia Costiera e delle forze dell'ordine, è ora al centro di un'indagine che punta a ricostruire l'origine del denaro e le responsabilità delle persone coinvolte.

Secondo quanto ricostruito dalle autorità italiane, tutto avrebbe avuto inizio quando un piccolo motoscafo è rimasto senza carburante nelle acque antistanti il porto turistico di Marina di Ragusa. A bordo dell'imbarcazione si trovavano quattro persone. Due di loro sarebbero sbarcate per cercare benzina, mentre un uomo e un minorenne sono rimasti sul natante in attesa del loro ritorno.

Nel frattempo, sospinta dalle correnti marine, l'imbarcazione ha iniziato ad allontanarsi dal punto in cui era stata lasciata, avvicinandosi progressivamente alla riva. La situazione ha attirato l'attenzione di alcuni bagnanti e di persone presenti sulla spiaggia, che, temendo un possibile affondamento del motoscafo, hanno allertato la Guardia Costiera chiedendo un intervento di soccorso.

Il lancio dei pacchi di banconote in mare

Quando l'unità della Guardia Costiera si è avvicinata all'imbarcazione per prestare assistenza, si è verificata una scena del tutto inattesa. Secondo quanto riferito dagli investigatori, i due occupanti rimasti a bordo hanno iniziato a gettare in mare numerosi pacchi contenenti banconote.

Le confezioni, trasportate dalle correnti, sono rapidamente arrivate fino alla spiaggia, dove diversi bagnanti si sono precipitati a raccoglierle. Poco dopo sono intervenuti gli agenti della Polizia di Stato, i Carabinieri e i militari della Guardia di Finanza, che hanno delimitato l'area, recuperato il denaro disperso e rintracciato alcune persone che avevano già preso con sé parte delle banconote.

Secondo quanto riportato dai media italiani, il denaro era confezionato in pacchi e comprendeva banconote di diverso taglio, dai 5 ai 100 euro.

Sequestrati quasi 700 mila euro

Al termine delle prime operazioni, le autorità hanno comunicato di aver sequestrato quasi 700.000 euro in contanti. Gli investigatori, tuttavia, non escludono che una parte del denaro possa essere ancora dispersa o non sia stata ancora recuperata.

Il motoscafo è stato trainato nel porto di Marina di Ragusa e posto sotto sequestro. Successivamente è stato sottoposto a un'approfondita ispezione da parte degli investigatori e delle unità specializzate impegnate nelle indagini.

Nell'ambito dell'inchiesta sono state arrestate tre persone. A bordo dell'imbarcazione era presente anche un minorenne che, secondo quanto emerso finora, non avrebbe alcun legame di parentela con gli altri tre indagati.

Indagini sull'origine del denaro

Le autorità stanno ora cercando di accertare la provenienza del denaro e il motivo per cui i suoi possessori abbiano deciso di disfarsene gettandolo in mare all'arrivo della Guardia Costiera. Al momento gli investigatori mantengono il massimo riserbo sulle ipotesi al vaglio e non escludono alcuna pista.

Marina di Ragusa, una delle principali località balneari della provincia di Ragusa, si trova in una posizione strategica nel Mediterraneo, a breve distanza sia dalle coste del Nord Africa sia da Malta. L'area è da tempo monitorata dalle forze dell'ordine anche per la sua collocazione lungo alcune rotte marittime utilizzate da organizzazioni criminali dedite a traffici illeciti e operazioni di riciclaggio di denaro, sebbene al momento non siano stati resi noti eventuali collegamenti tra questi fenomeni e il caso oggetto dell'indagine.

Fonte Rai/Radio 1

 

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