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Domenica, 07 Giugno 2026

Pompei romana era una città resiliente, a confronto ricercatori da tutto il Mondo. Domani visita alle infrastrutture idrauliche realizzate dai romani per creare le città del futuro.

Vincenzo Naddeo – Università di Salerno: " Pompei  costruita in epoca romana era una città resiliente e lo mostreremo domani con una visita interessante alle infrastrutture d’epoca romana. gli antichi romani sono stati tra i primi al  mondo ad avere studiato e governato le risorse idriche, sia con gli acquedotti ma sia anche  con le fognature, ma non solo, anche la gestione delle piogge e delle acque sotterranee.  Pompei ha tutte queste infrastrutture in questa città e domani nell'ambito delle attività di Urban Water Security avremo un laboratorio in campo".

Vincenzo Marrazzo – Presidente Parco Fiume Sarno :

Dallo studio del passato possiamo recuperare i territori. Pompei è nel Parco Idrografico del Fiume Sarno e ringraziamo il Parco Archeologico di Pompei e l’Università di Salerno per averci voluto come partner Water Intelligence for Urban Resilience, in corso a Pompei. Oggi giornata storica con visita alle infrastrutture idrauliche per capire le città resilienti. La sinergia con il Parco Archeologico di Pompei è fondamentale anche per il rilancio del fiume Sarno".

Con  Dimitri Lekkas dell'Università di Aegean, Grecia, Shadi Hasan della Khalifa University, di Antonis Zopras, dell'Università di Cipro, Kwang – Ho Choo, dell'Università della Sud Corea, Maria Eugenia Suarez – Ojeda, dell'Università di Bacellona, Mohamed Ksibi, dell'Università della Tunisia, di Peter Jarvis, dell'Università di Cranfield e tanti altri ricercatori, archeologi.

"Oggi vedremo attraverso la visita alle infrastrutture idrauliche d’epoca romana che Pompei era una città resiliente, gli antichi romani sono stati tra i primi al  mondo ad avere studiato e governato le risorse idriche, sia con gli acquedotti ma sia anche  con le fognature, ma non solo, anche la gestione delle piogge e delle acque sotterranee.  Pompei ha tutte queste infrastrutture in questa città e domani nell'ambito delle attività di Urban Water Security avremo un laboratorio in campo.  

Con il supporto del Parco archeologico di Pompei andremo a visitare le infrastrutture  idrauliche, i serbatoi, come gli antichi romani hanno costruito questa città  resiliente. Studieremo Pompei antica per capire e far comprendere come dovranno essere le città del futuro". Lo ha annunciato pochi minuti fa Vincenzo Naddeo, ordinario e Direttore Divisione Ingegneria Sanitaria e Ambientale dell’Università di Salerno.

"Quella di Pompei è la seconda tappa del programma "H2Oltre – Oltre l’acqua per lo sviluppo sostenibile del territorio del Parco Regionale del Fiume Sarno" voluto ed ideato dal Parco Idrografico del Fiume Sarno e ringraziamo il Parco Archeologico di Pompei e l’Università di Salerno per averci voluto come partner della due giorni di Urban Water Security per il Water Intelligence for Urban Resilience, iniziato oggi a Pompei e che terminerà oggi, Martedì 19 Maggio. L'obiettivo è sviluppare azioni comuni finalizzate ad una valorizzazione turistica anche del Sarno che sarà in parte reso navigabile per il kayak in vista dell'America's Cup. Siamo dinanzi ad una grande scommessa che sarà basata sull'accordo fatto con il CONI. 

Renderemo navigabile il tratto che arriva a Pompei – ha annunciato Vincenzo Marrazzo, Presidente dell'Ente Parco del Bacino Idrografico del Fiume Sarno -  da Scafati per la navigazione turistica ed in particolare con il kayak. Inoltre andremo ad ospitare rievocazioni storiche. Ricercatori di livello internazionale parteciperanno e daranno i loro contributi di carattere scientifico a questo sforzo che il Parco sta facendo con l'Università di Salerno per far sì che alla fine riesca ad avere più freccie al nostro arco per tenere un fiume meglio tutelato dai cittadini piuttosto che dalle istituzioni.

È un momento complesso un momento importante di crescita dal punto di vista culturale, turistico e ambientale perché non approfittarne anche in vista della possibilità di realizzare i tratti navigabili del fiume Sarno ed aprirli al flusso turistico sia del Parco archeologico di Pompei sia in vista dell'America's Cup e anche e soprattutto per quello che è un panorama turistico regionale di grande impatto, molto forte, che sta crescendo, che può attraversare e vivere la cultura, i saperi e i sapori e i luoghi del Parco e del fiume Salerno".

Un grande evento nell’evento con ricercatori da tutto il Mondo.

Water Intelligence for Urban Resilience il Symposium che vedrà insieme grandi ricercatori del calibro di Dimitri Lekkas dell'Università di Aegean, Grecia, Shadi Hasan della Khalifa University, di Antonis Zopras, dell'Università di Cipro, di Paolo Roccaro dell'Università di Catania, Vincenzo Naddeo dell'Università di Salerno, Kwang – Ho Choo, dell'Università della Sud Corea, Maria Chiara Zanetti del Politecnico di Torino, Claudio Lobello dell'Università di Firenze, Antonio Buonerba, dell'Università di Salerno, Giuseppina Oliva, dell'Università di Salerno, Stefano Cairone, dell'Università di Salerno, Maria Eugenia Suarez – Ojeda, dell'Università di Barcellona, Giovanni Esposito, dell'Università Federico II di Napoli, di Mohamed Ksibi, dell'Università della Tunisia, di Peter Jarvis, dell'Università di Cranfield, di Vincenzo Belgiorno, dell'Università di Salerno e di tanti altri ricercatori, archeologi.

 

La Grecia avvia un graduale rientro dei dispositivi militari schierati nelle ultime settimane nel Mar Egeo e nel Mediterraneo orientale, dopo che il governo di Atene ha valutato come relativamente ridotto il rischio di un’escalation immediata legata alle tensioni tra Iran, Stati Uniti e Israele. La decisione è stata presa durante l’ultima riunione del KYSEA, il Consiglio governativo per la sicurezza nazionale, nel corso della quale il ministro degli Esteri greco, Giorgos Gerapetritis, ha presentato un ampio briefing sulla situazione in Medio Oriente e sugli sviluppi regionali.

Secondo fonti militari, i caccia che erano stati mantenuti in stato di allerta sull’isola di Lemnos, pronti a intervenire in caso di eventuali missili balistici o droni iraniani diretti verso obiettivi americani in Bulgaria o verso infrastrutture strategiche collegate ai movimenti statunitensi attraverso Alexandroupolis, stanno ora tornando alle loro basi operative. Analogo ordine è stato impartito anche alle batterie missilistiche Patriot PAC-3 che erano state schierate a Didymoteicho, nell’Evros, e sull’isola di Karpathos.

Nel primo caso, il sistema aveva il compito di garantire una protezione supplementare alla Bulgaria, su richiesta di Sofia, e all’area strategica di Alexandroupolis, divenuta negli ultimi anni uno snodo logistico cruciale per la NATO. Nel secondo caso, invece, le batterie erano destinate alla protezione della base navale di Suda, a Creta, considerata particolarmente esposta nell’ipotesi di un allargamento del conflitto mediorientale.

Nonostante il ridimensionamento delle misure di emergenza, Atene mantiene comunque un atteggiamento prudente. I caccia schierati a Cipro resteranno infatti operativi ancora per alcuni giorni, in attesa di una nuova valutazione del rischio legato a possibili reazioni iraniane a eventuali future operazioni statunitensi o israeliane. Rimarrà inoltre in zona la fregata “Elli”, equipaggiata con il sistema anti-drone “Kentavros”, ritenuto sufficiente per garantire la copertura difensiva dell’isola contro eventuali attacchi con velivoli senza pilota.

Il rientro delle batterie Patriot nelle basi permanenti dell’Attica rappresenta però molto più di un semplice trasferimento tecnico. Si tratta di una decisione dal forte valore strategico e politico, che riflette i cambiamenti avvenuti nel quadro geopolitico del Mediterraneo orientale negli ultimi mesi.

Per comprendere il significato della scelta bisogna tornare allo scorso marzo, quando il governo greco aveva deciso di spostare rapidamente i sistemi di difesa avanzata verso aree sensibili del Paese. In quel periodo, il deterioramento dei rapporti tra Occidente e Iran e il timore di un’espansione regionale del conflitto avevano portato l’intero fianco orientale della NATO in una fase di massima allerta.

Oggi, secondo ambienti militari, la situazione appare relativamente più stabile. I canali diplomatici in Medio Oriente, pur restando fragili, hanno contribuito a ridurre il rischio di un’escalation incontrollata capace di coinvolgere direttamente lo spazio aereo greco. Parallelamente, anche la Bulgaria avrebbe rafforzato i propri dispositivi di sicurezza grazie alla cooperazione con gli alleati NATO.

Dietro la decisione del KYSEA vi sono tuttavia anche motivazioni operative. I sistemi Patriot PAC-3 costituiscono infatti uno dei pilastri della difesa aerea greca e richiedono un supporto tecnico altamente specializzato. Il mantenimento prolungato in postazioni avanzate comporta un notevole stress logistico e operativo sia per le apparecchiature sia per il personale addetto.

Gli analisti militari sottolineano come la capacità di schierare rapidamente questi sistemi nelle aree considerate più esposte e di ritirarli quando la minaccia diminuisce rappresenti un segnale di efficienza e flessibilità strategica da parte delle Forze Armate greche. Allo stesso tempo, Atene vuole ribadire che il sostegno agli alleati non può compromettere in modo permanente la propria struttura difensiva nazionale.

Mentre si attenuano le preoccupazioni sul fronte mediorientale, cresce invece la tensione nei rapporti con la Turchia. Secondo la stampa turca, sarebbe imminente la presentazione al Parlamento di Ankara di un progetto di legge destinato a trasformare la dottrina della “Patria Blu” in una vera e propria strategia statale codificata. Il testo, composto da 14 articoli, consentirebbe al presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, di dichiarare intere aree marittime come zone di status speciale.

La questione è stata affrontata anche durante il KYSEA. Fonti diplomatiche greche hanno spiegato che il governo si sta preparando “a ogni possibile scenario”, ricordando che le mosse di Ankara vengono interpretate come una risposta alle recenti iniziative della Grecia, tra cui l’avvio delle esplorazioni energetiche a sud di Creta e il progetto relativo al parco marino nelle Cicladi.

Atene starebbe già valutando eventuali iniziative diplomatiche presso l’ONU e l’Unione Europea nel caso in cui Ankara procedesse con l’approvazione della normativa. Lo stesso Gerapetritis ha avvertito che il contenuto del disegno di legge potrebbe provocare una nuova escalation delle tensioni nel Mediterraneo orientale, assicurando però che la Grecia dispone sia dei mezzi preventivi sia degli strumenti di risposta necessari.

Sulla stessa linea anche il portavoce del governo greco, Pavlos Marinakis, secondo cui eventuali azioni unilaterali turche avrebbero esclusivamente valore interno e non potrebbero mettere in discussione i diritti sovrani della Grecia.

Nel frattempo, sul piano operativo, Ankara continua a inviare segnali di forza. Durante l’esercitazione militare “EFES”, l’aeronautica turca non ha impiegato soltanto caccia da combattimento, ma anche un aereo cisterna, considerato un asset strategico ad alto valore. Una scelta interpretata dagli osservatori come il tentativo di dimostrare il pieno controllo turco dello spazio aereo nell’area compresa tra Rodi e Kastellorizo, una delle zone più sensibili dell’Egeo orientale.

Il drone marittimo kamikaze recuperato nei pressi di Lefkada viene già definito dagli alti ufficiali delle Forze Armate greche come un vero e proprio “dono dal cielo”. Dietro il ritrovamento dell’USV – Unmanned Surface Vehicle – si nasconde infatti non solo un mistero operativo e strategico, ma anche un’opportunità tecnologica che potrebbe accelerare significativamente i programmi militari di Atene nel settore dei sistemi navali senza equipaggio.

Secondo quanto riportato da fonti vicine agli ambienti della difesa greca, l’attenzione delle autorità è al momento concentrata soprattutto sull’identificazione dell’origine del drone, della sua missione e del possibile obiettivo operativo. Parallelamente, però, i vertici militari stanno già valutando come sfruttare le tecnologie recuperate dal velivolo navale per sviluppare capacità analoghe a livello nazionale.

Gli specialisti delle Forze Armate stanno analizzando in dettaglio il software del drone nel tentativo di ricostruire il percorso fino all’arrivo sulle coste di Lefkada, ma anche la rotta originariamente programmata e i dati relativi all’unità di controllo del sistema. Particolare attenzione viene dedicata alle tracce digitali presenti nei sistemi di navigazione e comunicazione, mentre i numeri di serie individuati in alcuni sottosistemi potrebbero aiutare a chiarire definitivamente la provenienza dell’USV.

Le indagini cercano inoltre di spiegare perché il drone sia finito fuori controllo e abbia raggiunto le acque greche. L’ipotesi ritenuta più probabile dagli investigatori è quella di un guasto al sistema di comunicazione oppure di un malfunzionamento nella navigazione satellitare. Resta però aperto un altro interrogativo considerato cruciale: perché non sia stato attivato il protocollo di autodistruzione previsto per evitare che il sistema finisse in mani straniere.

Dietro l’interesse della Grecia per il drone vi è soprattutto il valore tecnologico del sistema. Nel febbraio del 2025, infatti, l’ELCAC – organismo responsabile dei programmi armamenti – aveva lanciato una gara da 12 milioni di euro per lo sviluppo di navi di superficie senza equipaggio. Molte delle caratteristiche richieste in quel programma sembrano già presenti nell’USV recuperato a Lefkada: autonomia fino a 400 miglia nautiche, velocità di circa 40 nodi, sistemi avanzati di comunicazione, navigazione satellitare, elettronica di bordo, sensori ed equipaggiamenti elettro-ottici.

“Le Forze Armate hanno già tra le mani la tecnologia che volevano sviluppare”, ha dichiarato una fonte di alto livello citata dalla stampa greca, aggiungendo che “ora bisogna capire come copiarla”.

Ed è proprio qui che emergono le difficoltà maggiori. In Grecia, infatti, il reverse engineering – cioè la ricostruzione di un sistema tecnologico a partire da un prodotto esistente – non rappresenta una pratica consolidata nel settore militare. Secondo fonti vicine alla Difesa, non esiste un precedente operativo che consenta di avviare rapidamente un programma di replica di un drone di origine sconosciuta.

Le autorità stanno quindi valutando quale struttura possa occuparsi dell’analisi completa del mezzo: università, aziende private o enti statali. Una questione che apre inevitabilmente anche problemi legati ai brevetti, alla proprietà intellettuale e alla futura produzione industriale.

“Chi effettuerà la radiografia completa dell’USV? Chi arriverà a copiarne persino le viti? Chiunque se ne occupi avrà tra le mani un brevetto dal valore di milioni di euro”, ha osservato la stessa fonte.

Anche nel caso in cui i servizi tecnici delle Forze Armate riuscissero a replicare il sistema, resterebbe aperto il nodo industriale. Le fabbriche militari greche, infatti, non dispongono attualmente di linee produttive dedicate a sistemi navali senza equipaggio. Un ostacolo che si aggiunge ai numerosi passaggi burocratici necessari per trasformare il progetto in una reale capacità operativa.

Nonostante le difficoltà, il ritrovamento viene considerato estremamente importante anche dal punto di vista difensivo. Studiare l’USV permetterà infatti alla Marina greca di sviluppare contromisure efficaci contro questo tipo di minaccia, soprattutto nei campi delle comunicazioni e della guerra elettronica. Gli ambienti militari sono consapevoli che droni kamikaze marittimi dal costo relativamente basso possono infliggere danni enormi a unità navali molto più costose, comprese fregate, sottomarini e mezzi veloci della flotta.

L’esperienza internazionale dimostra inoltre quanto il reverse engineering stia diventando una pratica sempre più diffusa nel settore della difesa. All’inizio del 2024, gli Stati Uniti avviarono infatti un programma per sviluppare un drone kamikaze economico e facilmente producibile in grandi quantità. Nel giro di pochi mesi, l’azienda SpektreWorks ottenne un contratto da 30 milioni di dollari per realizzare il LUCAS (Low-Cost Uncrewed Combat Attack System), sistema considerato un’evoluzione derivata dallo Shahed-136 iraniano, successivamente copiato dalla Russia con il nome Geran-2.

Un precedente che oggi viene osservato con particolare attenzione anche in Grecia, dove il drone recuperato a Lefkada potrebbe trasformarsi da misterioso relitto operativo a preziosa base tecnologica per il futuro della difesa navale del Paese.

Fonte stampa ellenica

Un asteroide dalle dimensioni paragonabili a due scuolabus transiterà oggi vicino alla Terra, passando a una distanza minima di circa 91.593 chilometri dal nostro pianeta. Lo rende noto l’European Space Agency, sottolineando che il corpo celeste attraverserà lo spazio a circa un quarto della distanza media tra la Terra e la Luna.

L’asteroide, denominato 2026JH2, è stato individuato il 10 maggio dagli astronomi del Mount Lemmon Survey, uno dei principali programmi internazionali dedicati all’osservazione e al monitoraggio degli oggetti vicini alla Terra. La scoperta è avvenuta presso l’osservatorio situato nei pressi di Tucson, nello stato americano dell’Arizona.

Secondo le stime degli esperti, il diametro di 2026JH2 sarebbe compreso tra i 15 e i 30 metri. Sebbene le sue dimensioni possano sembrare relativamente contenute su scala astronomica, si tratta comunque di un oggetto capace di attirare grande attenzione da parte della comunità scientifica, soprattutto per la distanza ravvicinata del passaggio.

Nel punto di massimo avvicinamento, l’asteroide si troverà a una distanza pari al 24% di quella che separa abitualmente la Terra dalla Luna. Sarà inoltre circa due volte e mezzo più lontano rispetto all’orbita geosincrona utilizzata da numerosi satelliti per telecomunicazioni, trasmissioni televisive e servizi meteorologici.

Gli scienziati, tuttavia, rassicurano che non esiste alcun rischio per il nostro pianeta. L’asteroide non entrerà infatti nell’atmosfera terrestre e continuerà la propria traiettoria nello spazio senza provocare effetti sulla Terra.

Il confronto con alcuni eventi del passato aiuta però a comprendere perché questi corpi vengano monitorati con grande attenzione. Nel 2013 un meteorite di circa 15 metri esplose nei cieli sopra Čeliabìnsk, in Russia, generando un’onda d’urto che mandò in frantumi migliaia di finestre e provocò oltre un migliaio di feriti. Ancora più devastante fu l’evento di Tunguska del 1908, in Siberia, attribuito a un oggetto celeste stimato intorno ai 30 metri di diametro: l’esplosione in atmosfera rase al suolo immense aree di foresta.

A differenza di quei casi, però, 2026JH2 non rappresenta alcuna minaccia diretta. A chiarirlo è stato anche Richard Binzel, professore di scienze planetarie al Massachusetts Institute of Technology e ideatore della Scala di Torino, il sistema internazionale utilizzato per classificare il rischio di collisione degli oggetti spaziali con la Terra.

“L’asteroide passerà in totale sicurezza vicino al nostro pianeta”, ha spiegato Binzel, ricordando che transiti di questo tipo sono molto più frequenti di quanto si possa immaginare. Secondo l’esperto, piccoli oggetti delle dimensioni di un’automobile attraversano regolarmente la regione compresa tra la Terra e la Luna ogni settimana, mentre corpi grandi quanto uno scuolabus transitano nelle vicinanze del nostro pianeta diverse volte all’anno.

Binzel ha inoltre sottolineato come soltanto negli ultimi anni la tecnologia abbia consentito di individuare con precisione oggetti di queste dimensioni. In passato molti di questi asteroidi passavano inosservati, semplicemente perché gli strumenti di osservazione non erano abbastanza sensibili per rilevarli con anticipo.

Gli astronomi spiegano che 2026JH2 proviene dalla fascia principale degli asteroidi, la vasta regione situata tra Marte e Giove che ospita milioni di frammenti rocciosi. Le collisioni tra questi corpi, unite all’influenza gravitazionale esercitata da Giove, possono modificare nel tempo le loro orbite e spingerli verso le regioni interne del Sistema Solare, avvicinandoli occasionalmente alla Terra.

Proprio per questo motivo le agenzie spaziali internazionali mantengono attivi programmi di monitoraggio continuo degli oggetti vicini al nostro pianeta. L’obiettivo è individuare con largo anticipo eventuali corpi potenzialmente pericolosi e studiare traiettoria, velocità e caratteristiche fisiche.

Il passaggio di 2026JH2 rappresenta quindi soprattutto un’opportunità scientifica: un’occasione per osservare da vicino un piccolo asteroide e testare i sistemi di sorveglianza spaziale che, negli ultimi anni, stanno diventando sempre più sofisticati e precisi.

Per decenni è stato sinonimo di una socialdemocrazia di successo, con tasse elevate e una spesa sociale di corrispondenza generosa che garantiva la vita delle persone "dalla culla alla tomba", come veniva comunemente chiamata, con ospedali, scuole, asili e case di riposo tutti di proprietà statale. Stiamo parlando della Svezia, il cui modello sociale è stato ammirato da molti paesi europei per anni, ma che è cambiato drasticamente e ha adottato la logica capitalista. La Svezia secondo informazioni della Stampa Ellenica ha ora privatizzato quasi tutto e ha sostituito la concezione sociale della collettività con l'individualismo.

Una scuola superiore su tre è privata, così come metà delle cliniche.

Oggi, in Svezia, quasi la metà delle cliniche è di proprietà privata e molte sono controllate da società di investimento che collocano fondi in società non quotate. Una scuola superiore pubblica su tre è gestita da enti del settore privato, mentre nel 2011 la percentuale corrispondente era del 20%. E le aziende che gestiscono scuole e università sono quotate alla borsa del paese. La spesa sociale nel suo complesso, inclusa la sanità, l'istruzione e lo stato sociale in generale, è stata ora ridotta al 24% del PIL ed è quindi paragonabile a quella degli Stati Uniti. E naturalmente, sono chiaramente inferiori al 30% del PIL che paesi come Francia e Italia rappresentano.

Alta Crescita

In breve, la Svezia ha ridotto le dimensioni dello stato, dando al governo margine per tagliare le tasse e incoraggiare l'imprenditorialità e la crescita in crescita.

La ministra delle Finanze Elizabeth Svanteson ha tagliato le tasse per tre anni consecutivi, mentre in molti paesi europei le stanno aumentando. Così, la massima imposta sul reddito in Svezia è stata ridotta al 50% rispetto al quasi 90% degli anni '80. Secondo le stime del FMI, l'economia svedese crescerà del 2% all'anno fino al 2030, un tasso sostanzialmente pari a quello dell'economia statunitense e il doppio di quello di Francia e Germania. Parlando al Wall Street Journal, Connie Jonson, miliardaria e fondatrice della società di investimenti EQT a Stoccolma, sottolinea che "dal punto di vista fiscale, la Svezia è ora più attraente degli Stati Uniti", mentre il ministro delle finanze descrive anche la Svezia di oggi come una "terra di opportunità". Tuttavia, non tutti sono così entusiasti dell'inversione dell'orientamento economico e ideologico del paese.

I critici del suo nuovo modello indicano un aumento drammatico della disuguaglianza in un paese che tradizionalmente si è basato sull'uguaglianza. Dopotutto, la violenza e soprattutto le gang sono esplose in decine di sobborghi dove vivono principalmente immigrati, con il risultato che intere aree sono diventate un regno di reti criminali locali e un santuario per le forze di polizia e il potere statale. E la questione delle scuole private a scopo di lucro domina il dibattito politico che, secondo i loro critici, si arricchisce degradando la qualità e i benefici di spazi, biblioteche e personale.

La Svezia non è sempre stata un paese con un grande settore pubblico e tasse elevate. È stato uno dei paesi più poveri d'Europa ed è cresciuto fino a diventare uno dei più ricchi in poco più di 100 anni. Ci riuscì senza tasse elevate. Ma cambiò negli anni '60, quando il Partito Socialdemocratico al potere aumenta drasticamente tasse e spese che, negli anni '90, avevano raggiunto il 70% del PIL del paese.

A questo seguì un lungo periodo di bassi tassi di crescita, entrate fiscali stagnanti e grandi deficit di bilancio e debito che culminarono in una crisi bancaria all'inizio degli anni '90. Da allora, e per due decenni, il governo ha portato avanti riforme drastiche sotto la pressione degli investitori. Tra questi vi sono la riduzione dei sussidi di disoccupazione e dei sussidi per l'affitto, la privatizzazione dei servizi pubblici, la riduzione delle tasse e la riforma del sistema pensionistico che lo ha reso più sostenibile.

Debito al 36% del PIL


Furono stabiliti limiti rigorosi al debito pubblico, che oggi rappresenta il 36% del PIL rispetto al 129% negli USA. E a metà degli anni 2000, abolì le tasse di eredità e sul patrimonio, attirando così ricchi uomini d'affari che erano tornati nel paese.

 

 

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