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Domenica, 18 Gennaio 2026

Il 23 giugno 2025 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana (Serie Generale - n.143) il testo del disegno di legge S.1265, approvato in via definitiva al Senato il precedente 28 maggio, per il riconoscimento del relitto del regio sommergibile Scirè quale sacrario militare subacqueo.

La proposta, a prima firma del deputato di Fratelli d’Italia Paola Chiesa, oltre che per motivazioni morali e onorifiche, si giustifica perché ancora oggi le imprese del sommergibile che fu assegnato alla flottiglia X Mas e affondato nel 1942 con 60 militari a bordo sono studiate, insegnate e citate in tutti i libri di storia navale, nelle scuole dei sommergibilisti e nelle accademie navali delle maggiori Marine del mondo. E sono grazie a Dio insegnate, per lo più, senza concessioni alla censura del Politicamente Corretto. Quella, ad esempio, che ha caratterizzato l’approvazione del provvedimento a Palazzo Madama e che ha costretto giustamente il relatore del ddl, il senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia, ad astenersi. Ma perché, cosa è mai potuto succedere da indurre uno dei principali promotori di questo storico riconoscimento a tirarsi fuori?

Ecco cos’è successo, che il regio sommergibile è stato comandato durante la Seconda Guerra Mondiale dal “principe nero” Junio Valerio Borghese (1906-1974). I cui meriti, una Medaglia d’Oro al Valor Militare su tutti, tributata nel 1941 per le sue eroiche imprese alla guida dello Scirè appunto, non sono certo riconosciuti in quanto fascista (critico peraltro) bensì in qualità di Comandante della Marina italiana!

Il suo primo merito fu quello di animare e guidare un gruppo di uomini, i suoi sommergibilisti, «tutti legati da un vincolo infinitamente più stretto di quello imposto dalla disciplina… Era la stima che ci univa, la stima nelle reciproche qualità» (Junio Valerio Borghese, Decima Flottiglia Mas, Roma 1965, p. 59).

L’aula del Senato, approvando per alzata di mano il ddl Scirè, ha avuto sì tutti voti favorevoli ma, decidendo pilatescamente di non modificare il testo già passato a Montecitorio, quello con l’imprecisa (e diremmo ideologica) espressione «morti per responsabilità dei regimi nazional-socialista e fascista» (art. 1) con riferimento alle vittime del sommergibile, ha portato giustamente il relatore del ddl in Senato Menia, che aveva chiesto di correggerla, ad astenersi. Una astensione «coerente», ha spiegato all’Ansa il parlamentare di FdI, perché «un sacrario con lo stigma non si è mai visto».

Il sommergibile oggi sacrario militare è sempre stato inviso alla sinistra italiana tanto per il richiamo nell’immaginario collettivo con il “Comandante Borghese” quanto perché trae il nome dalla regione dello Scirè in Etiopia, teatro della storica battaglia tra truppe italiane ed abissine durante la guerra mussoliniana del 1935-36. I paraocchi dell’ideologia impediscono ancora di riconoscere che lo Scirè è sempre stato una unità della Regia Marina italiana, indimenticabile per aver portato a termine con sprezzo del pericolo missioni che sembravano impossibili, come l’affondamento delle navi da battaglia britanniche Valieant e Queen Elizabeth nel dicembre 1941 (la c.d. impresa di Alessandria).

Come ricordato in effetti dal senatore di Fratelli d'Italia Sergio Rastrelli, «il sommergibile Scirè è stato realmente un sommergibile ammantato di gloria, custode di una storia gloriosa e simbolo del valor militare e dei marinai di tutti i tempi, un pugno di italiani che sono diventati leggenda. Quella storia ci impone di custodire quei valori per i quali donarono la vita, con coraggio e per amor di patria» (post del 31 maggio 2025).

Appartenente alla classe “600”, questo sommergibile era dotato di siluri a lenta corsa (Slc), soprannominati “maiali”. Dopo un patto raggiunto dai governi di Italia e Israele, dal 2 settembre al 28 settembre 1984 si sono svolte, le operazioni di recupero di 42 salme. Le parti del relitto recuperate sono conservate al museo della base navale di Augusta, al Museo navale di Imperia, all’Arsenale della Spezia e all’Arsenale di Venezia, mentre il basamento del cannone con parte del fasciame è conservato al Sacrario delle bandiere al Vittoriano. Nel 2002 il relitto è rimasto danneggiato in un incidente dalla dinamica poco chiara: secondo alcune fonti alcune unità della Marina statunitense avrebbero cercato di recuperare, nel corso di un’esercitazione congiunta con forze israeliane, il relitto, mentre secondo altre si sarebbe trattato semplicemente dell’incaglio accidentale delle ancore di tali unità nel relitto dello Scirè. Successivamente a tale evento subacquei della Marina Militare hanno provveduto a sigillare il relitto per impedire a subacquei di penetrarvi.

Il 4 dicembre 1970 il noto giornalista Giampaolo Pansa (1935-2020), allora redattore de “La Stampa”, si presentò al Comandante Borghese chiedendogli un’intervista a pochi giorni del presunto colpo di Stato passato alla storia come “golpe Borghese” (tentato nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970). Contro le previsioni del giovane giornalista di sinistra, Borghese si rese disponibile dandogli un appuntamento il giorno successivo nel suo ufficio di Roma. Da questo incontro di diverse ore nacque un articolo-intervista pubblicato il 9 dicembre dello stesso anno sul quotidiano di Torino allora diretto da Alberto Ronchey (1926-2010). Sarà l’ultima uscita pubblica dell’eroe della Seconda guerra mondiale. Borghese nel 1969 aveva lasciato il Movimento Sociale Italiano al quale aveva aderito nel dopoguerra e, al tempo dell’incontro con Pansa, stava attraversando la fase finale della sua effimera esperienza politica del Fronte Nazionale (1968-71). La versione integrale della sua ultima intervista è stata pubblicata per la prima volta dalla piccola editrice Palazzi di Milano nel 1971 e, da molti anni fuori commercio, è stata riproposta nel 2022 dalla Biblioteca Universale Rizzoli (Milano 2022, pp. 272) con il titolo Borghese mi ha detto. L’ultima testimonianza del Principe nero. Arricchita con vari e interessanti documenti in appendice, compreso un prezioso ricordo scritto da Pansa nel 2004 sul quotidiano la Repubblica nel quale ripercorre la storia del suo incontro con il principe nero, questo libro-testimonianza rappresenta un’analisi lucida e appassionata di una parte della politica e della società italiana dei primi anni Settanta e ripercorre anche le vicende personali che, dopo l’8 settembre 1943, videro Borghese aderire alla RSI per riscattare l’onore dell’Italia, tanto da confessare a questo proposito Pansa: «il fascismo non c’entra, con la X Mas vale l’onore».

Il “Comandante” alla fine della guerra civile italiana fu tra coloro che tentarono tutto il possibile per evitare alla Patria un finale ancora più tragico di quello che è stato poi vissuto, riflettendo quel passato di tensione morale e di scelte coraggiose che hanno coinvolto migliaia di Italiani della sua generazione. Senza tralasciarne anche i gravi errori ma, come testimonia onestamente lo stesso Pansa, neanche la corretta individuazione di limiti, contraddizioni e tradimenti che sono all’origine della Repubblica Italiana. Cattivi auspici di cui siamo ancora oggi costretti a scontare le conseguenze e che, nella sua introduzione al libro del 1971, il grande giornalista registrava “profeticamente” così: «al di là dei limiti del personaggio Borghese, i testi che qui pubblichiamo documentano uno stato di malessere e un’insofferenza che si fanno sempre più strada, soprattutto nella media e nella piccola borghesia. Chiudere gli occhi, immaginare che non esistano, negare che abbiano radici concrete (ad esempio, nella crisi dei partiti), è pericoloso e, alla lunga, potrà diventare suicida» (p. 13).

 

Perché l’esegesi cattolica sta vivendo un momento di profondo smarrimento?

Una prima ragione risiede nella defezione da parte di chi, la parola di Dio, dovrebbe trasmetterla e commentarla fedelmente secondo le norme e i criteri di retta interpretazione proposti dal Magistero ecclesiastico. Proprio in vista di una crescente deriva esegetica l’insegnamento pontificio contemporaneo ha avuto premura di richiamare e riaffermare le verità di fede concernenti la Sacra Scrittura che devono essere il fondamento di qualsiasi interpretazione che voglia dirsi cattolica. Esse sono:

  • l’ispirazione divina delle Sacre Scritture,
  • l’inerranza assoluta e
  • l’individuazione della Chiesa quale unica depositaria e interprete autorevole e di ultima istanza della parola di Dio.

Fra i documenti del Magistero che potremmo citare in merito ci sono, fra gli altri, l’Enciclica Divino Afflante Spiritu (1943) di Pio XII, la Costituzione dogmatica Dei Verbum (1965) del Concilio Vaticano II e, infine, l’Esortazione apostolica postsinodale “sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa” Verbum Domini (2010) di Benedetto XVI.

L’allontanamento dall’insegnamento pontificio sull’esegesi biblica risponde in gran parte ad una esigenza, da parte degli studiosi, di percorrere strade ermeneutiche alternative. Seppure legittima, questa istanza ha tuttavia spalancato le porte a visioni arbitrarie che hanno letteralmente distrutto ogni possibilità di fondare l’interpretazione dei testi sacri in armonia con il Depositum fidei tramesso fedelmente e infallibilmente dalla Chiesa. Ciò che emerge da non pochi studi esegetici degli ultimi decenni, con un crescendo esponenziale, è infatti la volontà di affermazione personalistica degli autori o delle specifiche scuole di cui essi sono eventualmente rappresentanti.

Una seconda ragione dello smarrimento dell’esegesi cattolica risiede invece nel malcelato complesso di inferiorità degli studiosi cattolici nei confronti degli esponenti di altre tipologie di esegesi, in particolare quella razionalistica e quella protestante, le sole, a parere di questi autori, a possedere il patentino di “scientificità”. Il dramma è che il fermento anticattolico conseguente a tali visioni ha invaso buona parte dei luoghi di formazione religiosa e degli istituti di ricerca cattolici…

Una terza ragione dello smarrimento riguarda lo “scollamento” tra la dimensione della vita religiosa e quella della vita quotidiana che scontano diversi esegeti, così come non pochi fedeli. In generale assistiamo, come noto, ad un tale sradicamento dell’uomo dal suo retroterra culturale e religioso per cui ciò che resta nel suo bagaglio di pensieri e relazioni non è altro che la dimensione esclusiva di un individuo atomizzato, la cui esistenza non è più permeata e indirizzata dalle istanze etiche proprie della Fede. In quella parte del mondo forgiata negli scorsi secoli dalla civilizzazione cristiana (l’Occidente), questi due piani dell’esistenza umana sembrano quanto mai irrimediabilmente divisi e incomunicabili tra loro. Nel nostro caso, quindi, ne consegue che l’esegeta finisce per mettere tranquillamente da parte la sua (presunta) Fede pubblicando studi che contraddicono, punto per punto, le verità e il Credo cattolico.

Nell’odierno panorama degli studiosi della parola di Dio, tuttavia, abbiamo avuto alcune voci che si sono alzate con forza a denunciare e contrastare la deriva dell’ermeneutica razionalistica. Basterà citare, stando al nostro Paese, esegeti e biblisti come mons. Francesco Spadafora (1913-1997), mons. Antonino Romeo (1902-1979) e mons. Salvatore Garofalo (1911-1998). A fianco di questi grandi nomi, ve ne sono degli altri, forse meno noti, perché troppo impegnati ad essere vicini alle esigenze della gente comune: essi hanno dedicato la loro vita allo studio della Sacra Scrittura non per aspirazioni accademiche, benché in sé legittime, ma per la salvezza delle anime a loro affidate da Dio.

Don Ennio Innocenti (1932-2021), sacerdote del Clero romano, è uno di questi. Tutta la sua vita è stata consacrata e improntata alla ricerca e allo studio della Parola di Dio. L’esegesi ha trovato un posto centrale nella sua ricchissima produzione libraria. Notevoli sono i suoi sforzi di rendere accessibile alle persone senza studi specialistici alle spalle, le pagine dei Vangeli (Vangelo e coscienza, S. F. A. U, XI ed., 2009) e quelle degli Atti degli Apostoli (Gesù a Roma, S. F. A. U., V ed., 2017). Allo stesso modo sorprendono per chiarezza e incisività le parafrasi delle due complesse lettere paoline (ai romani e agli ebrei) e il commento all’Apocalisse (Il senso teologico della storia, S. F. A. U., III ed., 2011). Tra i numerosi lavori vogliamo segnalarne uno che, per chiarezza e profondità, merita di essere presentato: Tra profezia e storia, edito nel 2016 dalla Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe.

L’opuscolo è diviso in due parti: nella prima don Ennio traccia un quadro sintetico ma efficace della continuità esegetica ravvisabile dall’Antico Testamento, nella forma del profetismo, fino al Nuovo Testamento, con il compimento di tali profezie. Al centro vi è l’evento storico dell’incarnazione - anello di congiunzione tra l’antica e la nuova legge - di Nostro Signore e il suo messaggio di salvezza per l’umanità decaduta in conseguenza del peccato originale e ora redenta attraverso il sacrificio della croce. Il fondamento dell’esegesi, in ultima istanza, è proprio la Rivelazione. Don Ennio, mostrando la perfetta linearità e consonanza tra l’esegesi veterotestamentaria e la nuova attuata inizialmente da Gesù stesso e poi dai suoi apostoli, suggerisce un primo fondamentale criterio ermeneutico: separare il Dogma dall’esegesi vuol dire necessariamente rinunciare a qualsiasi interpretazione autentica e fondata delle Sacre Scritture.

Il secondo criterio di una sana esegesi l’Autore lo ravvisa nell’armonizzazione tra le esigenze e peculiarità proprie dello studioso e l’insegnamento del Magistero ecclesiastico. «Non è ammessa un’interpretazione individualistica incurante di quella della Chiesa - afferma Don Innocenti -: siamo membri di un corpo organico. Ognuno deve avere cura di essere armonico con la Chiesa e perciò anche pronto a rientrare nei ranghi qualora si accorga che il suo discorso è avvertito come dissenziente dal magistero gerarchico sub Petro. Questa armonizzazione è facile perché la Chiesa medita sulle Scritture da venti secoli senza segreti» (p. 15).

Nella seconda parte del testo, sulla scorta di quanto esposto, viene mostrata la legittimità di quei principi, esibendo cinque esempi di esegesi personale: la preoccupazione che lo anima è quella di dimostrare che la dimensione innovativa della ricerca non deve essere necessariamente in contrasto con il rispetto dei principi dogmatici e dell’esegesi comune nella Chiesa. Questo perché il mistero della Resurrezione è il fondamento stesso della fede autenticamente cristiana, mentre la nuova esegesi accentra tutti i suoi sforzi verso due interpretazioni ugualmente esiziali: la prima nega la storicità dell’evento e quindi la possibilità di provare alcunché, la seconda tenta di ridurre l’evento ad un semplice simbolo di salvezza, rielaborazione delle comunità primitive cristiane. Nella prefazione al volume La risurrezione di Gesù di mons. Spadafora, don Ennio aveva già individuato la radice gnostica delle forme esegetiche moderne e lo sforzo di negare la Resurrezione e, quindi, in ultima istanza, la stessa divinità di Cristo.

Al lavoro esegetico condotto per oltre mezzo secolo da don Ennio Innocenti va quindi riconosciuto il merito di favorire la necessaria riconquista di campo da parte degli studiosi cattolici, in un momento in cui la teologia biblica sembra nelle mani di cattivi maestri, fautori di una esegesi non più cattolica. Opere come Tra profezia e storia costituiscono uno dei tanti semi gettati durante il periodo della “crisi della Fede”, i cui fiori vedremo presto germogliare, nella speranza di una primavera della Chiesa che non tarderà ad arrivare, nella certezza che Dio l’assisterà sempre con la luce della sua Grazia.

 

Il 29 aprile 2025 è stato ricordato il 50° anniversario del “martirio” politico di Sergio Ramelli, un ragazzo di 18 anni iscritto al Fronte della Gioventù che, per la sua militanza di Destra, è stato colpito a sangue freddo a Milano il 13 marzo 1975 da due squadristi rossi. Sergio fu aggredito mentre parcheggiava il motorino sotto casa sua da un commando di otto persone che, a colpi di chiave inglese, gli hanno distrutto il cranio, mandandolo in coma. Morirà 47 giorni dopo, il 29 aprile appunto, in ospedale.

La brutalità di tale agguato terroristico, dovuto al semplice fatto che Ramelli era un militante dell’organizzazione giovanile del MSI e che a scuola aveva scritto un tema nel quale condannava la violenza politica e le Brigate Rosse, è stato rivendicato da una cellula di Avanguardia operaia, segnando uno dei momenti più bui degli anni Settanta.

Finalmente dopo mezzo secolo dall’omicidio di Ramelli possiamo dire che nella memoria collettiva del nostro Paese è cambiato qualcosa rispetto a quella terribile stagione. Anzitutto in questo 50° anniversario c’è stata sicuramente più attenzione rispetto al passato nei confronti di Sergio e della sua vicenda. Basti solo consultare il sito ufficiale “sergioramelli.it” per rendersi conto di quante sono state nel 2025 le iniziative pubbliche in suo onore. Per non parlare delle espressioni artistiche, solo per fare un esempio citiamo le due canzoni, “Figlio d’Italia”, scritta e interpretata dal vincitore del Festival di Sanremo della Canzone Cristiana 2025 Piero Chiappano (ricordiamo che Ramelli frequentava anche la sua parrocchia aiutando in oratorio), e “Torni sempre in vita” dei Quen Reborn.

Del libro “Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura”, pubblicato originariamente nel 1997, è poi uscita, nel dicembre 2024, la decima edizione per la casa editrice Idrovolante di Roma, presentata in quasi 50 città e Comuni d’Italia.

Direi quindi che siamo arrivati finalmente a un traguardo di ampia condivisione della memoria di Sergio. Fino ad ora, in questi 50 anni, solo piccoli gruppi della Destra politica si erano spesi quotidianamente per raccontarne la storia... Poi, qui e là, sono apparse “timide” forme di apertura, come il libro “Cuori neri” di Luca Telese o la presentazione del francobollo dedicato dal Governo e da Poste Italiane al 50.mo anniversario per finire con l’intitolazione della trentasettesima via a Sergio Ramelli deliberata il 24 aprile 2025 dal Consiglio comunale di Grosseto su mozione presentata dal consigliere leghista Gino Tornusciolo! Ma non basta, nel corso dell’anno anniversario sono programmate altre intitolazioni e sono convinto che – entro il 2025 – ne arriveranno altre ancora, a testimonianza di quello che ritengo ormai assodato: è emersa nel nostro Paese una condivisione importante del ricordo di Sergio Ramelli, che non è – ormai più – solo il martire di una parte politica ma è diventato un simbolo del coraggio, della coerenza e della sempre crescente necessità di riconoscere a tutti la libertà di esprimere le proprie idee.

Ma chi era Sergio? Per chi non lo conoscesse, era un giovane di poco più di 18 anni che, come tanti in quegli anni, amava il calcio, giocava nella squadra dell’oratorio, girava in motorino, aveva una ragazza... La differenza stava tutte nelle sue idee: rifiutava la violenza e l’arroganza della sinistra nella sua scuola e in città. Gli Anni 70, infatti, erano caratterizzati da questa quotidiana prepotenza da parte delle più svariate organizzazioni della sinistra che, non solo mettevano a ferro e a fuoco la città, ma imponevano una sorta di dittatura ideologica nelle scuole, come nelle fabbriche, cui nessuno poteva sottrarsi. Ecco, Sergio volle opporsi a questa dittatura aderendo a un’organizzazione di destra, il Fronte della Gioventù, che era il raggruppamento giovanile del MSI-DN. Questa sua scelta lo mise nel mirino degli estremisti della sua scuola e quando scrisse il “famoso” tema (che prendeva spunto dal barbaro omicidio, da parte delle BR, di due missini a Padova) inizio il suo calvario: il “processo popolare”, le aggressioni continue fino a costringerlo a cambiare scuola: poi ancora agguati a lui e al fratello fino a quell’ultimo, tragico e barbaro, del 13 marzo 1975.

Da un’attenta lettura del libro Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura che documenta con atti giudiziari, testimonianze e articoli di giornali cosa avvenne prima, durante e dopo l’omicidio, risulta chiaro che, se la colpa materiale della morte di Sergio è da attribuire alla squadra di otto membri del “servizio d’ordine” di Avanguardia Operaia, la responsabilità morale del delitto è più ampia. Prima di tutto è della scuola, degli insegnanti e del preside che non difesero questo loro alunno; poi delle Istituzioni, per prima la magistratura, che non tutelò mai Sergio e la sua famiglia (nonostante le ripetute denunce), che non garantì il suo diritto allo studio e, infine, non fece nulla per identificare gli aggressori che continuarono per anni a girare armati partecipando ad assalti e aggressioni. Ci volle il coraggio di un giovane magistrato (Guido Salvini) per dissotterrare gli atti dell’inchiesta dieci anni dopo e arrivare – a seguito delle accuse di un pentito di Prima linea – a identificare i colpevoli che, nel frattempo, erano diventati tutti medici in giacca e cravatta, con famiglia e vita più che borghese. Il processo, nel 1987, portò a una sorta di dolorosa “catarsi” per le cattive coscienza della sinistra che era stata complice («tutti sapevano...») e connivente di quelle violenze. Gl’imputati furono, infine, condannati con sentenza definitiva per omicidio volontario (i due che materialmente colpirono Sergio) e per concorso anomalo (gli altri) con pene lievi, considerando il reato, ma ciò che conta è il riconoscimento di quella volontà omicida che era ben sintetizzata in uno slogan che ancora oggi – purtroppo – si sente riecheggiare «uccidere un fascista non è reato».

Il libro Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura, raccoglie in 250 pagine fotografie, immagini e documenti esclusivi riprodotti dall’originale e, non a caso, ha ricevuto per la sua decima edizione l’autorevole Prefazione del presidente del Senato della Repubblica Ignazio La Russa, che al tempo del processo fu avvocato di parte civile nonché la Postfazione di Paola Frassinetti, sottosegretario all'Istruzione e al Merito del Governo Meloni, che è stata amica personale di Sergio Ramelli. Queste pagine e immagini, quindi, rimarranno assieme a tante altre che aspettano di essere riscoperte e condivise nella nostra recente storia nazionale, a conferma della validità sempre eterna del coraggio della libertà.

 

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