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Lunedì, 14 Settembre 2026

"La città come organismo culturale" un libro per riflettere su l'archititettura urbana e qualità della vita

Esiste la città ideale? C’è qualche esempio nel nostro passato e nel nostro presente? Quale influsso può avere l’architettura urbana sulla nostra salute e sul nostro umore? A queste e a molte altre domande rispondono Stefano Serafini, Alessandro Giuliani e Carlo Modenesi, autori di La città come organismo culturale. Dal Neolitico all’utopia smart. Biologia dell’urbanesimo (Lindau, 2026).

Due città rispondono alle prime due domande: Siena e Cagliari. Siena ha una struttura abitativa e un collegamento con la campagna circostante rimasto pressoché immutato dal medioevo. La vediamo ben raffigurata nell’affresco di Ambrogio Lorenzetti al Palazzo Ducale in Piazza del Campo. La città ordinata, laboriosa e la campagna circostante che la rifornisce del necessario e che dalla città prende quanto serve per i lavori dei campi. Le botteghe, gli artigiani, i contadini vivono in un’armonia esemplare. Cagliari, per la sua posizione geografica ha mantenuto dei limiti naturali con una netta «separazione fra spazio urbano (entro le mura) ed extraurbano» e gli scambi avvengono attraverso le porte «come si conviene a una fortezza». «La tesi fondamentale del libro è la progressiva perdita, con l’avvento della modernità, dell’identità cittadina che passa attraverso la dissoluzione di un confine netto tra città e campagna» e queste due città rappresentano in modo esemplare tutto questo. Ma sicuramente se ne possono trovare molte altre, Lucca, ad esempio, o Monteriggioni (SI).

Il confronto, inclemente, è con la moderna megalopoli: milioni di persone in un unico agglomerato che comporta la perdita di qualsiasi identità e l’alienazione totale evidente specialmente nelle periferie, se è ancora possibile parlare di periferie. Gli autori descrivono la storia della crescita dell’urbanizzazione che ha visto un’accelerazione negli ultimi decenni: la maggior parte della popolazione mondale vive in queste megalopoli, «attualmente nel mondo si contano 34 città con oltre 10 milioni di abitanti. (…) Secondo stime ONU, il numero delle megalopoli dovrebbe salire a 43 entro il 2030». «Nella maggior parte dei paesi ad alto reddito, cioè Europa occidentale, Australia, Giappone e Medio Oriente, oltre l’80% della popolazione vive in aree urbane». Un’urbanizzazione che inizia, in modo pesante, negli ultimi due secoli quando «i flussi migratori di massa dalle campagne agli ambienti urbani hanno coinvolto il 40% dell’umanità». Questo afflusso comporta un sovraccarico di consumi sostenuti da una agricoltura industriale che incide notevolmente sui consumi idrici ed energetici. Questo tipo di agricoltura comporta la cancellazione progressiva di quella tradizionale col suo ruolo sociale ed economico e la perdita di qualsiasi «rapporto organico tra ambiente rurale e ambiente urbano». Ambiente urbano che gli autori paragonano ad un organismo molto complesso, un organismo vivente che, come la vita, che rimane misteriosa nella sua origine, ha una nascita. Gli autori, nel capitolo III, “La città-mondo tra passato e un futuro incerto”, denso di significati, partono dall’origine del linguaggio che, come quelli sull’origine della vita e dell’uomo restano «senza una risposta concreta e verificabile» e analizzando gli stili di vita dei primi gruppi umani, si arriva alla «scoperta dell’agricoltura» con il progressivo abbandono del nomadismo e «la costruzione di villaggi e accampamenti stabili e ben organizzati». «Nasce la città», e nasce, si sviluppa e spesso muore. Le città moderne «sono una meta attraente per masse di esseri umani provenienti da zone sfortunate» e così «la città diviene allora, per molti, il luogo delle “opportunità” ma anche il luogo in cui si concentrano enormi problemi di varia natura». I ritmi di vita sono sempre in continua crescita e seguono la crescita della popolazione, le malattie si diffondono più rapidamente, rapidamente nascono e muoiono anche le imprese. Il progresso tecnologico da solo non basta e, gli autori, propongono uno sforzo nella «comprensione dei processi di urbanizzazione e dei loro effetti sulla società umana» con la previsione che «molte delle crisi di portata internazionale siano destinate ad aggravarsi tra qualche decennio» con oltre la metà della popolazione che vivrà in città sicuramente diverse, ma con «problemi e caratteristiche comuni». Quello che inciderà maggiormente sarà il reperimento delle risorse alimentari che vedranno l’agricoltura di prossimità, «sana e sostenibile», sempre meno adatta alle richieste delle megalopoli. Cambiano le richieste alimentari per sfamare le popolazioni urbane che incidono su tutta la filiera che spesso è anche molto distante geograficamente. La soluzione? Riconnettere le «città con l’ambiente rurale e naturale» e torniamo a Siena o Cagliari. «Città più piccole con confini chiari, un paesaggio correlato che produca cibo ed energia sufficienti per i suoi abitanti e una popolazione di dimensioni tali da consentire una democrazia deliberativa basata su un dialogo eco-civico». Città così possono «valorizzare il sistema agro-alimentare locale (…). Il cibo è una risorsa primaria nella vita della comunità e può anche assumere forti connotazioni simboliche e materiali per il territorio». La terza domanda riguardava la salute. Diverse ricerche dimostrano che gli abitanti delle città non a misura d’uomo, vanno più facilmente incontro a disturbi correlati all’ansia o disturbi psichici in generale. “Dimmi il tuo indirizzo e ti dirò quanto vivrai”, così si esprimeva il dott. Richard Jackson, medico epidemiologo statunitense specializzato nelle patologie “da città”: «diabete, obesità, ipertensione e depressione». E poi il grande problema della solitudine «inevitabile in luoghi troppo densamente popolati, dove la presenza della folla anonimizza e accentua la sfiducia reciproca» e «l’architettura moderna la favorisce». Allora che fare? «L’esempio per noi più prossimo e preclaro è la gloriosa esperienza dell’Italia comunale fiorita tra i secoli XI e XIII», ma come non tenere presente che, nella storia dell’umanità, la città si inserisce «a pieno titolo nella penosa condizione del peccato e la oppone anche simbolicamente al giardino dove Adamo ed Eva dialogavano con Dio». E come non inserire in questa storia della città, Babele. «Al termine del nostro percorso dobbiamo intendere la realtà urbana come un male irredimibile» o è «un errore nel modo di fare città?». »Noi, dicono gli autori, propendiamo per l’idea che esista un modo di costruire una città (…) umile abbastanza da riconoscere e far propria l’esigenza della connessione con i suoi contorni e con quell’economia più grande che chiamiamo “ecologia”. Avrà confini chiari, emergerà dal contado, coltiverà la campagna e sé stessa», al contrario la città moderna è sempre più dipendente da «flussi (incluse le decisioni politiche) provenienti da fonti globali e delocalizzate. Ciò le ha rese come organismi al limite della morte clinica» e basterebbe un nulla per spegnerle, ma la “città come organismo culturale”, per riprendere il titolo del volume, è qualcosa di vivo «con tutte le sue gloriose epifanie fatte di generosità, musica, bambini, architettura, letteratura, paesaggio, ideali, religione, coraggio, dolcezza e gioia di vivere…». Qualcosa che non si deve spegnere, ma deve rifiorire come è stato per Roma che ha rischiato di fare la fine delle megalopoli sparse nel mondo ma, come la gramigna, che ha la sua forza “nell’invisibile rete che corre sotto il terreno” ha visto rifiorire la base di questa città che sono i vari quartieri. Quartieri che si sono svuotati, rivitalizzati, trasformati in nuovi “centri storici” rendendo di nuovo la città viva “e questo ci infonde speranza”. E speranza anche per altre grandi città.

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