Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Lunedì, 14 Settembre 2026

F-35 alla Turchia, cresce l'allarme internazionale

«Il bombardiere passerà sempre». Con questa celebre affermazione pronunciata nel 1932 dal politico britannico Stanley Baldwin, quando molti ritenevano che i caccia avrebbero reso superflue le grandi forze terrestri, si apre la riflessione proposta dal columnist Amotz Asa-El in un'analisi pubblicata dal Jerusalem Post e dal sito Middle Israel, rilanciata dall'Hellas Journal. Secondo l'autore, sebbene la storia abbia dimostrato come le guerre moderne abbiano seguito percorsi diversi rispetto alle previsioni dell'epoca, il potere dell'aviazione continua a rappresentare uno degli elementi fondamentali della forza militare e dell'influenza geopolitica di uno Stato.

Da questa premessa prende forma una dura critica al possibile ingresso della Turchia nel programma dei caccia americani F-35. Secondo Asa-El, l'eventuale acquisizione del velivolo da parte di Ankara non costituirebbe soltanto una questione bilaterale tra Stati Uniti e Turchia, ma avrebbe conseguenze strategiche di vasta portata, coinvolgendo direttamente Grecia, Israele, i Paesi arabi e l'intero fronte occidentale.

L'editorialista sostiene che ciascuno di questi attori abbia motivazioni diverse per guardare con preoccupazione all'operazione, ma che tutte convergano nella convinzione che un rafforzamento militare della Turchia possa alterare gli equilibri regionali e internazionali.

L'analisi ricorda come le Forze armate turche siano tra le più potenti del pianeta. Ankara dispone infatti di oltre 2.200 carri armati, circa 250 caccia da combattimento, un centinaio di navi militari e quasi un milione di soldati addestrati. Un apparato militare erede dell'esercito ottomano, che dopo la nascita della Repubblica fondata da Mustafa Kemal Atatürk divenne uno dei principali pilastri dello Stato laico e della sua integrazione nel sistema occidentale.

Proprio questa posizione rese la Turchia uno dei membri naturali della NATO. Affacciata sul confine con l'allora Unione Sovietica, Ankara condivideva con gli alleati occidentali il timore dell'espansione comunista e rappresentava una delle principali linee di difesa dell'Alleanza Atlantica durante la Guerra Fredda.

Secondo Asa-El, però, quello scenario appartiene ormai al passato. Il comunismo è scomparso, ma la Russia continua a rappresentare un protagonista della scena internazionale e, con la guerra in Ucraina, è tornata a essere considerata dall'Occidente una minaccia strategica. In questo contesto, osserva il columnist, la Turchia avrebbe assunto una posizione sempre più ambigua.

Tra gli elementi citati figura il rifiuto di Ankara di aderire alle sanzioni occidentali contro Mosca e, soprattutto, l'acquisto nel 2017 del sistema missilistico russo S-400 per un valore di circa 2,5 miliardi di dollari. Una scelta che, secondo l'autore, ha incrinato la fiducia tra Washington e Ankara.

L'eventuale presenza contemporanea degli F-35 statunitensi e dei sistemi S-400 russi sul territorio turco viene indicata come uno dei principali motivi di preoccupazione. Secondo l'analisi, tale combinazione potrebbe consentire alla Russia di raccogliere informazioni utili per sviluppare contromisure contro il più avanzato caccia stealth americano, compromettendone parte delle capacità operative.

L'articolo sposta poi l'attenzione sulle conseguenze regionali di una simile decisione, individuando nella Grecia il Paese maggiormente esposto. 

La Turchia è il nemico storico della Grecia, quella che nel 1974 ha principalmente molestato Cipro e occupa ancora la sua parte settentrionale. C'è una tensione militare costante tra Ankara e Atene, tradizionalmente temperata dalla NATO, a cui entrambe appartengono

A sostegno di questa tesi vengono richiamate le recenti dichiarazioni del ministro della Difesa greco Nikos Dendias, che ha affermato come Atene non accoglierebbe favorevolmente una vendita degli F-35 alla Turchia.

Per Asa-El, la questione va ben oltre una semplice rivalità militare. Grecia e Turchia mantengono infatti da decenni un rapporto caratterizzato da tensioni, alimentate anche dall'occupazione della parte settentrionale di Cipro da parte dell'esercito turco dal 1974. Sebbene entrambe appartengano alla NATO, l'autore ritiene che gli equilibri tradizionali dell'Alleanza siano oggi più fragili.

Nell'analisi viene inoltre richiamato il rapporto personale tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Asa-El ricorda come Trump abbia più volte definito Erdogan "un caro amico" e abbia sottolineato la forza della Turchia, lasciando intendere che tale rapporto personale potrebbe influenzare anche decisioni di carattere strategico.

Ci si chiede cosa sia davvero questa amicizia "stretta". Erdogan non gioca a golf, non beve e non tratta – apertamente – con le donne. Quindi, come è diventato amico di Trump? Conversazioni notturne in lingua dei segni tra un uomo che parla solo turco e un altro che parla solo inglese? Chi lo sa? Quello che sappiamo è che l'aeronautica turca rafforzata rappresenta un problema non solo per la Grecia e Washington, ma anche per il più grande vicino della Turchia, il mondo arabo.

Un'altra parte dell'articolo è dedicata al cambiamento della politica estera turca negli ultimi vent'anni. Secondo l'autore, Ankara avrebbe progressivamente abbandonato l'impostazione filo-occidentale e filo-europea voluta da Atatürk per orientarsi verso una strategia di maggiore influenza nel Medio Oriente sotto la guida di Erdogan.

Tra gli esempi citati figura il tentativo di promuovere un'area di libero scambio con i Paesi arabi, iniziativa che, secondo Asa-El, sarebbe stata accolta con diffidenza dalle monarchie del Golfo e dall'Egitto, timorosi di una rinascita delle ambizioni neo-ottomane della Turchia.

Anche il mondo arabo, prosegue l'analisi, guarderebbe con preoccupazione a un ulteriore rafforzamento delle capacità militari di Ankara attraverso l'acquisizione degli F-35.

La minaccia crescente della Turchia per Israele

Ancora più netta sarebbe, secondo l'autore, la posizione di Israele. Asa-El accusa il governo turco di sostenere apertamente Hamas e di mantenere un atteggiamento ostile nei confronti dello Stato ebraico, ricordando le tensioni seguite agli attacchi del 7 ottobre 2023. Inoltre, sostiene che la crescente influenza esercitata dalla Turchia in Siria abbia avvicinato strategicamente Ankara ai confini israeliani.

L'ultima parte dell'editoriale concentra l'attenzione sull'evoluzione politica interna della Turchia. Secondo Asa-El, il Paese avrebbe progressivamente abbandonato il modello laico costruito da Atatürk, favorendo invece una crescente islamizzazione della società.

Tra gli esempi riportati figurano la revoca del divieto di indossare il velo nelle istituzioni pubbliche, l'inasprimento della tassazione sugli alcolici e il consistente finanziamento delle scuole religiose islamiche, che negli ultimi anni avrebbero conosciuto una forte espansione.

L'autore ritiene che questa trasformazione favorisca la diffusione di un nazionalismo religioso destinato, a suo giudizio, a rappresentare una minaccia per la stabilità internazionale e per i valori dell'Occidente.

A sostegno della propria tesi richiama anche una celebre poesia scritta da Erdogan prima di diventare presidente, nella quale le moschee vengono descritte come caserme, le cupole come elmi, i minareti come baionette e i fedeli come soldati. Asa-El ricorda inoltre le dure dichiarazioni del leader turco contro Israele e denuncia quello che definisce un crescente autoritarismo interno, evidenziando il forte aumento della popolazione carceraria dal 2002 e citando, tra gli oppositori detenuti, anche il leader dell'opposizione Ekrem Imamoglu.

L'editoriale si conclude con un giudizio estremamente severo. Secondo Asa-El, una Turchia sempre più autoritaria e militarmente rafforzata non rappresenterebbe un vantaggio né per gli Stati arabi, né per Israele, né per l'Europa, né per gli Stati Uniti. Per il columnist, l'eventuale consegna degli F-35 ad Ankara finirebbe per aumentare ulteriormente le preoccupazioni della comunità internazionale, in un contesto regionale già segnato da profonde tensioni geopolitiche.

Pubblicità laterale

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI