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Acqua di sole, un romanzo appassionato per riscoprire l'essenziale

Bianca Rita Cataldi, laureata in filologia, diplomata al conservatorio, editor, correttrice di bozze e traduttrice è anche autrice giovanissima di respiro internazionale. Alle spalle ha già numerose pubblicazioni e diversi riconoscimenti. Il suo nuovo romanzo “Acqua di sole”, il secondo edito da Harper Collins, non tradisce le aspettative del suo pubblico e non smette di stupire col suo “tocco” appassionato, coinvolgente e mai banale. 

“La vita è ciò che viene prima della morte”: una certezza incrollabile all’inizio del romanzo e un evento che subito capovolge i termini del discorso, ed è un bambino a prenderci in contropiede dandoci una prospettiva nuova: “Forse la vita poteva anche venire dopo la morte, dopo il respiro sospeso, dopo l’assenza”. I bambini spesso sono portatori di quelle piccole verità che mettono gli adulti con le spalle al muro. Una scelta forte per l’inizio di questo romanzo. Raccontaci il perché.

Mi è sempre piaciuto scrivere dal punto di vista dei bambini perché la loro è una prospettiva pulita, scevra da tutti i condizionamenti e anche dalle paure dell’età adulta. Il bambino si chiede il perché di ogni cosa ed è molto più obiettivo di un adulto nel darsi le risposte. Magari gli sfuggono le sfumature, senz’altro ci sono cose che è ancora troppo presto per capire, ma al tempo stesso è difficile che un bambino si prenda in giro da solo e si racconti mezze verità semplicemente per paura di affrontare la realtà così com’è. Penso che gli adulti spesso sottovalutino ciò che un bambino prova. Dicono ‘oh, se ne dimenticherà’, e sminuiscono i piccoli, grandi dolori di chi ancora vive nel mondo dell’infanzia. Non penso sia vero: il bambino soffre, gioisce e ricorda, e ciò che prova è alla base della persona che diventerà un giorno.

Gesti dal sapore antico di cui spesso il braciere è testimone: fondi di caffettiere colmi d’acqua per umidificare l’aria, storie raccontate ai bambini dinanzi al fuoco, la cerimonia del bucato. I Gentile, uno scorcio di umanità vero, onesto, brillantemente caratterizzato, del quale si sente nostalgia man mano che la narrazione va avanti. La stessa nostalgia che attanaglia Adriano Fiorenza ogni volta che la semplicità si fa accoglienza. È il troppo benessere che ci fa perdere di vista l’essenziale?

Purtroppo sì, molto spesso. Siamo abituati a ottenere tutto e subito, a comprare tutto ciò che ci serve senza pensarci neppure un secondo. Per hobby, mi piace lavorare a maglia e all’uncinetto. Quando ho iniziato, ho dovuto cominciare per necessità di cose dalle noiosissime sciarpe, dai cappellini sbilenchi e dalle presine. Un’amica un giorno mi ha detto «Ma perché non fai i maglioni?» e io sono cascata dal pero perché, semplicemente, non ero pronta per i maglioni: ci vuole tempo. Abbiamo fretta, sempre. Fretta di raggiungere i nostri obiettivi, solo per poi accorgerci che, adesso che li abbiamo raggiunti, abbiamo bisogno subito di qualcos’altro, altrimenti la vita non avrà più senso. Covid-19 ci ha costretti a scendere a patti con la realtà, a renderci conto che le cose importanti sono altre: stare con le persone che amiamo, raccontarci storie intorno al fuoco, tramandare i ricordi e la vita di generazione in generazione, non dimenticarci delle nostre radici.

I Gentile e i Fiorenza, due paesaggi umani allo specchio. Curiosa la geniale specularità di due scene: il gioco senza età delle cognate Gentile con le palle di neve e quello della zia Betta e la nipote Vittoria con la sabbia. Qual è la reale distanza di queste due famiglie?

Nel profondo, i Gentile e i Fiorenza non sono poi molto diversi. Tutti loro desiderano essere ascoltati, amati per ciò che sono, accettati senza se e senza ma dal resto della famiglia. Ciò che li divide è il contesto sociale e, di conseguenza, la diversa risposta ai loro bisogni. Giulio Gentile invidia i bei denti dritti e bianchi di Adriano Fiorenza e i suoi soldi, ma anche Adriano ha qualcosa da invidiargli: l’amore sincero che lo lega a sua moglie, la semplicità della sua vita apparentemente più felice. Entrambe le famiglie sono insoddisfatte, sebbene per motivi diversi, e ciascuna vorrebbe qualcosa che l’altra ha, che è un po’ il destino di ogni uomo.

Margherita, Maria, Elisa. Donne diverse ma che con la loro dignità e la loro bellezza ci fanno riflettere. Siamo abituati a pensare che la “modernità” sia sinonimo di “progresso” ma spesso non è così. C’è della preziosità da conservare nella nostra storia perché ci sia vero progresso. Cosa ha perso oggi la donna rispetto al passato e perché?

Non so se l’ha già persa, ma forse rischia di perdere la sua naturalità, l’attaccamento alla terra e alle radici e, soprattutto, un ‘centro’ che si mantenga costante. Siamo costantemente bombardate dai media che vorrebbero dirci come dovremmo essere, anche dal punto di vista fisico. Per anni si è parlato delle modelle scheletriche e, adesso che finalmente abbiamo le modelle curvy, il bullismo si fa al contrario. Ora c’è il/la tipo/a X che guarda me, che sono una stecca piatta come una tavola da surf, e mi fa «Che schifo, tutta ossa. Una vera donna ha le curve». Come ti giri e ti volti, trovi un muro. La lotta per l’uguaglianza e per il rispetto è ancora lunga e, se da un lato la consapevolezza di ciò ci dà la forza di andare avanti per la nostra strada, dall’altro ci tiene in costante tensione. Dobbiamo tenere gli occhi aperti, vigilare su ciò che ci viene detto e fatto, filtrare le informazioni che riempiono i social. È una bella fatica, ma ne varrà sempre la pena.

Cito testualmente: «Quello fu il primo di una lunga serie di pomeriggi caratterizzati dalla quiete profonda che soltanto l’infanzia può regalare […]. La sensazione di essere al sicuro, come sottovetro, in un mondo protetto che niente e nessuno avrebbe potuto scalfire». La libertà, la vita, la morte, il pericolo. Il rischio di vivere sembra non tocchi il mondo dell’infanzia, ma in verità, nel tuo libro, sembra che solo i bambini non abbiano paura di assumersi il rischio della vita. È per questo che non siamo più capaci di assumerci i rischi di una vita piena? Perché non abbiamo saputo conservare il nostro “bambino interiore”?

Molto probabilmente sì. Non sono un’esperta, ma secondo me risolveremmo gran parte dei nostri problemi se ci ricordassimo di essere stati bambini e se, di tanto in tanto, ci chiedessimo se il bambino che siamo stati sarebbe orgoglioso di ciò che siamo diventati. Da bambina, intorno agli otto anni, ho scritto una lettera alla me adulta, da leggere dieci anni dopo. Quando l’ho letta, mi sono sentita felice perché quella Bianca lì, nella sua lettera dal passato, mi aveva scritto che avrei dovuto avere ‘i capelli lunghissimi’ (mia madre voleva che li portassi corti, all’epoca) e che avrei dovuto scrivere libri, e avevo tenuto fede alla promessa. Certo, poi mi immaginavo anche sposata a vent’anni, ma insomma... A volte i desideri e i sogni cambiano nel tempo, ed è giusto che sia così. Al tempo stesso, però, è importante chiedersi cosa farebbe il bambino che siamo stati, al nostro posto. Quel bambino, molto spesso, custodisce la risposta alle nostre domande.

Acqua di sole, un titolo che riassume perfettamente la bellezza contenuta in questo romanzo. Da un lato ricorda il gesto di lasciar scaldare l’acqua ai raggi del sole per lavare i bambini, dall’altro richiama il nome di una nota fragranza, evocando un mondo fatto di benessere. In sé, però, ha la delicatezza di due elementi, l’acqua e la luce, che ci riassumono un po’ la metafora della vita: la morte non è una sola e dopo ognuna di esse ci può essere la vita, la sofferenza ha un senso, la vita in tutte le sue sfumature, porta sempre con sé la luce. Ora dicci la tua: come mai questo titolo?

All’inizio, come spesso accade, avevo in mente un titolo diverso, ma non mi convinceva e sapevo che in seguito l’avremmo cambiato. Acqua di sole era già presente nel romanzo, proprio come il titolo della fragranza, per l’appunto. Un profumo che segna un momento importante nella vita di Adriano Fiorenza e, indirettamente, delle due famiglie. Durante il lavoro di editing, abbiamo deciso che questo titolo sarebbe stato più adatto a rappresentare il mondo dei Fiorenza e dei Gentile, la loro corsa verso la luce e l’importanza del profumo e dei fiori nelle loro vite. Mi piace il leggero ossimoro tra acqua e sole. Sembrano incompatibili, a una prima occhiata. Proprio come i Fiorenza e i Gentile.

 

 

 

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