Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Mercoledì, 22 Febbraio 2017

Stato e diritto nel pensiero di Joseph de Maistre

Per molti aspetti la riflessione ed il pensiero politico di Joseph de Maistre (1753-1821) su Stato e diritto più che al “reazionario” fanno pensare al recupero ed alla rielaborazione in chiave originale dei fondamenti della filosofia giuridica neoscolastica. Il conte savoiardo muove infatti da principi e da una concezionedella vita, della società e dell’uomo di cui siserve come capisaldi per formulare le critiche alla società illuminista del suo tempo che molti, dopo di lui, hanno ripreso. E', insomma, in nome di valori che de Maistre agisce, che scrive, che si impegna e ciò sarà ancorapiù chiaro quando si prenderà egli si prenderà la briga di proporre un piano sistematico per la ricostruzionedel “suo” mondo, cioè quell’ancien régime che, pure, necessitava di adeguamenti. L’Autore delle Serate di San Pietroburgo non crede, dunque, alleteorie e sta ai fatti e la sua è una semplicissima politica, èuna politica sperimentale, l’antidoto più efficace alle specioseideologie che con l’illuminismo si erano diffuse intutto il continente.

Ritornando al tema specifico del pensiero di de Maistre su Stato e diritto, va preliminarmente detto che, il conte savoiardo, come tutti i grandi pensatori della tradizione occidentale, sapeva perfettamente che, per la ricostruzione diun certo tipo di civiltà, di unordinamento politico ordinato in una certamaniera, occorre prendere in esame innanzitutto l’uomo, conoscerlo, studiarlo in tutta la sua realtà, con i suoi difettied i suoi pregi, con i suoi istintitendenti versoil basso ed i suoi slanci ideali; e poi dall'uomo passareagli aggregati sociali: la corporazione, la famiglia, la nazione con alvertice lo Stato che ordina tutte queste forze lequali, altrimenti, tenderebbero ad un moto centrifugo.

Era la lezione di Platone quella che egli aveva recepito,del Platone espressione dell'Ellade dorica e severa e ditutta l'antichità con i suoi insegnamenti perennemente validi. E' chiaro che per de Maistre sarebbe stato utopisticotendere ad uno Stato, tale quale l'aveva delineato il filosofo greco, così organizzato e così strutturato; ma ciò non toglieche i principi eterni, universali ed immutabili potevano dal conte essere utilizzati e messi in pratica anche nel “suo” mondo.

E la lezione di Platone per il Nostro fu questa: importanza preminente va data alla sfera dei valori spirituali,eroiciedideali; al di sotto, essendo di rango inferiore, vaposta la sfera di tutto ciò che sa di economia, di sociale,di materialistico. Proprio per questo de Maistre in quasi tutte le sue opere, tratta dell’uomo, della società, della nazionee dello Stato. Facendo ciò, e negando l'esistenza di uno stato di natura, egli giunge e ripete una affermazione paradossale, apparentementein contrasto con tutto il pensiero settecentesco: «Non esiste l'uomo nelmondo. Nel corso della mia vitaio ho conosciuto francesi, italiani, russi; grazie a Montesquieuso anche che si può essere persiani; ma in quanto all’uomo dichiaro di non averlo mai incontrato: se esiste, esiste senza che io lo sappia» Si rompe così quell'universalismo che aveva imperato durante l'Illuminismo. Non è possibile considerarealla stessa stregua tutti gli uomini e tutti i popoli perché le differenze esistono e pongono scottantiproblemi. De Maistre non rinnega gli uomini, ma l’uomo astratto ed irreale dell'Illuminismo. L'uomo isolato hauna esistenza inconcepibile anche da un punto di vistaesclusivamente teorico. L'uomo reale, viceversa, esiste nelgruppo e dunque nella storia; egli è inimmaginabileal di fuori della società essendo l'aristotelico animale sociale. Per cui l’uomo realizza se stesso, attua la sua libertà proprio vivendo nei corpi sociali che più gli sono naturali: la famiglia, la nazione e così via.

E' chiaroche per de Maistre sarebbe stato inaccettabileuna vita che si esaurisse sul piano sociale: infatti ciòvorrebbe significare fermarsi alla sfera naturalistica, umana, mentre l’uomo non può e non deveperdere di vista il suo legame con la Trascendenza, con Dio, perché, altrimenti «l’uomo in rapporto con i1 suo creatore è sublime, e la sua azione è creatrice: al contrario, dacché ci si separa da Dio e opera da sé solo non cessa di essere possente perché questo è un privilegio della sua natura; mala sua azione è negativa e non tende che a distruggere» (J. De Maistre, Sul principio generatore delle costituzioni, par. XLV).

La forza dell’uomo sta nel riconoscere la sua condizione, la necessità di qualcosa di superiore che deve essereinvocato, al momento del bisogno, con le preghiere e con l’assoluta sottomissione.

De Maistre capì che la crisi del suo tempo si ponevacome crisi dell'uomo, come conseguenza dello smarrimento di quella missione, che è simile nell'uomo aristocratico, conquistatore delle più alte responsabilità, e nell'uomo semplice che sa compiere il proprio dovere al posto assegnatogli dalla Provvidenza nella società. Inoltre, comprese cheerano due concezioni dell'uomo che, innanzitutto, si scontravanoe che il mondo cosiddetto moderno aveva ingaggiatola sua lotta contro l’uomo ormai abbandonato à sestesso, atomo in una massa di atomi, sciolto dai legami chelo tenevano avvinto ai naturali corpi sociali, solo senza nemmenoil conforto della preghierae di Dio; e, quindi, sapevache la rivoluzione e le sue idee non avrebbero avutoragione dell'uomo, come egli lo intendeva, nella misura incui l'uomo stesso avesse avuto ragione di sé e della suaparte tendente verso il basso, cioè nella misura in cuiavesse riacquistato la coscienza delle sue potenzialità maanche dei suoi limiti, congiuntamente alla consapevolezzadella necessità di ripristinare e ricostruire il legame con ilCreatore.

Ed è proprio per questo morivo che de Maistre tentavadi riancorare l'uomo a Dio,

 

Della società, della nazione

Il problema centrale dell'Illuminismo era stato quellodella ricerca dell'origine della società. Dopo la rivoluzionequesto è già un problema dimenticato per cui lo stesso deMaistre lo trascura non avendo per 1ui alcun interesse lediscussioni sull’origine contrattuale o meno della società.

La società è sempre esistita o se vi è stato un periodoorecedente,questononhaalcun interesseper noi.Soprattutto non è mai esistito uno stato di natura: «Non c'è mai stato per l'uomo un periodo precedente 1a società, perché prima della formazione delle società politiche l'uomonon è realmente uomo».

La vita dell'uomo in società è comportata dalla sua stessa natura e poiché questa, al pari di tutte le cose create, deriva da Dio, anche là società è il risultato della volontà divina. Infatti la legge divina è il vero principio generatore e rigeneratore delle società. Le istituzioni politiche e sociali saranno perfette e durevoli nella misura ín cui tenderanno al vero bene.

Ora i gruppi fondamentali per 1a storia sono le nazioni, chedeMaistre intende ancora come «il sovrano el’aristocrazia». Era troppo presto, senza dubbio, perché nell'acceso clima de1la rivoluzione un contro-rivoluzionario potesse intendere per nazione la totalità dei membri di essa sia pure con compiti diversi e diversi gradi di partecipazione.

Ogni nazione ha le sue caratteristiche che si esprimonoattraverso i “pregiudizi” nazionali. Perpregiudizi de Maistre intende quel complesso di idee che formano il patrimoniospirituale di un popolo e che non può essere tradito senza snaturare le istituzioni stesse, come invece intendevafare 1'Illuminismo.

L'Illuminismo volle sostituire la ragione individuale dipochi ideologhi al patrimonio dottrinario accumulato neisecoli, che solo può, oggi come allora, dare la forza di progredire.

Proprioin questo tenere nella giusta considerazione il patrimoniospirituale di un popolo, Benedetto Croce ha visto una affinità di impostazionitra de Maistre e Giambattista Vico. Infatti, parlando dellecorrenti culturali del tempo, il filosofo napoletano ha tenuto a dire, con un insegnamento da riconsiderare a mio avviso anche ai nostri tempi, che l’«affinità di concetti, se non di tendenzepolitiche, tra vichiani e storicisti da una parte, e reazionarie romantici dall'altra, rende naturale che essi sicercassero, si istruissero e si rafforzassero a vicenda».

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie.

LEGGI