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Mercoledì, 15 Luglio 2020

L'accordo tra Libia e Turchia preoccupa la Grecia

Rispondere all'accordo sulle frontiere marittime tra Turchia e Libia che preoccupa la Grecia - è il compito dei ministri degli esteri dell'Ue riuniti a Bruxelles. Occhi puntati su Jospeh Borrell per capire quali strategie abbia in mente. Il 72enne spagnolo è il nuovo capo degli affari esteri dell'UE e presiederà questi incontri per i prossimi 5 anni secondo Euronews

"Abbiamo dovuto affrontare un protocollo d'intesa firmato tra la Libia e la Turchia. È chiaro che questo documento suscita grande preoccupazione. Abbiamo espresso la nostra solidarietà alla Grecia e a Cipro e continueremo a farlo"ha affermato Joseph Borrell.

Paesi come la Grecia e Cipro, ritengono l'accordo sia contrario al diritto internazionale.

"Ho chiesto la condanna esplicita dell'accordo, la previsione di un quadro di sanzioni eventualmente per la Turchia e il governo di Tripoli qualora non rispettassero il diritto internazionale, e, naturalmente, il sostegno dell'Ue alla Grecia e a Cipro" ha affermato Nikos Dendias, ministro degli affari esteri della Grecia.

I ministri degli esteri hanno anche discusso di un piano tedesco per trovare una soluzione sostenibile all'instabilità in Libia. Per la ONG Amnesty International, è responsabilità di Joseph Borrell porre fine alle violazioni dei diritti umani nel paese.

Per difendere Eni e Total dalle provocazioni di Erdogan Italia e Francia mandano le fregate nel blocco 7 della ZEE ha dichiarato ai giornalisti il ministro della Difesa greco Nikos Panagiotopoulos. Al momento ci sono già gli incrociatori turchi che accompagnano la perforatrice turca Yavuz, impegnata in attività illegali in blocchi che sono stati assegnati tramite regolare banco a players primari come Exxon Mobile, Eni e Total. Ma la Turchia, dopo la zampata in Siria, ne medita un’altra per il prezioso idrocarburo.  

Il memorandum d'intesa firmato tra la Turchia e il governo libico di Tripoli il mese scorso sulle frontiere marittime "è una minaccia per la stabilità regionale".
Lo ha detto il portavoce del governo greco Stelios Petsas in una conferenza stampa, secondo quanto riferisce il sito Ekathimerini. La Grecia ha inviato due lettere all'Onu per chiedere un intervento delle Nazioni Unite, delineando le obiezioni all'accordo, visto come un tentativo di espandere i diritti di trivellazione turca nel Mediterraneo orientale.

Stando a quanto riportato da al Jazeera, il governo di Kyriakos Mītsotakīs avrebbe deciso di inviare una delegazione di navi da guerra a Creta, dopo che Libia e Turchia hanno istituito una ZEE marittima (Zona economica esclusiva) senza tener conto né della presenza dell’isola greca nell’area, né del fatto che la Grecia stessa interpreta quell’area – stando alle leggi internazionali – come una propria zona economica esclusiva.  

Per quanto riguarda i rapporti con la Libia, la Grecia aveva già espulso l’ambasciatore libico da Atene lo scorso 6 dicembre, dopo che gli esponenti del governo di al-Sarraj avevano dichiarato di non voler fare passi indietro sugli accordi.

La situazione resta caratterizzata da una altissima tensione, come dimostrano le parole che giungono da Ankara: fa sapere che non “arretrerà” nella sua ricerca del gas naturale nelle acque del Mediterraneo orientale, nonostante una controversia con l’Unione Europea e con Cipro. Lo ha confermato il ministro dell’Energia Fatih Donmez, condotta che è stata anche al centro di una precisa risposta da parte del segretario di Stato americano Mike Pompeo, che l’ha definita “illegale”.

Ma Donmez non se ne è curato e ha raddoppiato: “Abbiamo già perforato due pozzi nelle acque ad est e ad ovest dell’isola di Cipro, e Yavuz perforerà il nostro terzo pozzo. Tali attività proseguiranno con determinazione”, ha detto in occasione del Summit energetico di Antalya.

Due giorni prima, durante gli incontri del vertice Nato a Londra, Mītsotakīs aveva incontrato Erdoğan «per discutere di tutte le questioni che hanno aumentato le tensioni tra i due Paesi».

Che gli accordi tra Turchia e Libia soprattutto la parte sull’esclusività commerciale avrebbero complicato gli equilibri nell’area era chiaro fin dalle prime ore della firma. Il 28 novembre, data della stipulazione dei memorandum a Istanbul, si era subito espresso il ministro dell’Interno greco, Nikos Dendias, che aveva affermato come, qualsiasi fossero i dettagli dell’accordo tra i due Paesi, questo «ignorava qualcosa di ovvio, e cioè che tra questi due Paesi c’è Creta».

I diritti di estrazione del petrolio, gas e i relativi gasdotti che solcheranno nel Mediterraneo orientale da est a ovest verso l’Europa. Ecco il vero nocciolo della questione. A scatenare la reazione greca è il recente accordo turco-libico che secondo Atene dimentica la sovranità greca di Kastellorizo, l’isola del film Mediterraneo che era parte, in precedenza, del Dodecaneso italiano di Rodi. L’accordo con il governo libico prevede la giurisdizione della Turchia in un tratto delle acque nordafricane, giurisdizione che Ankara rivendica in base all’estensione della propria costa e la posizione delle proprie isole, rigettando le pretese di Grecia e della parte greca di Cipro, basate sull’esistenza dell’isola greca di Kastellorizo, situata a pochi chilometri dalla costa turca.

L’intesa turco-libica “costituisce un’aperta violazione del diritto della navigazione e dei diritti sovrani della Grecia e di altri Paesi”, ha denunciato Dendias, giudicandolo come un tentativo deliberato di creare tensioni “sia a livello bilaterale che a livello regionale”. Immediata è giunta la reazione di Ankara mai tenera con il vicino greco. Il suo ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu ha definito la decisione “oltraggiosa”.

Il memorandum d’intesa Ankara-Tripoli, siglato una settimana fa a Istanbul da Erdogan con il premier del governo di Accordo nazionale libico (Gna) riconosciuto dall’Onu, Fayez al-Sarraj, attribuisce alla Turchia il controllo su un’ampia porzione del Mediterraneo orientale, rivendicata però anche da Grecia, Cipro ed Egitto. Il patto, fortemente avversato anche dal sedicente Esercito nazionale libico (Lna) guidato dal generale Khalifa Haftar, estenderebbe di circa un terzo i confini della piattaforma continentale turca, coprendo peraltro zone cruciali per le estrazioni di idrocarburi offshore in un’area che Cipro ritiene sua zona economica esclusiva (Zee).

Un ulteriore incremento dell’influenza turca in Libia rischia di versare altra benzina sul fuoco in un Paese fallito e dilaniato da una lunga guerra civile. Le dinamiche della presenza turca in Libia sono molto simili a quelle già osservate in Siria: l’utilizzo di proxy islamisti e jihadisti per raggiungere i propri obiettivi di egemonia, il rifornimento di armi, automezzi e consiglieri militari, presenza istituzionale sul territorio per coordinare le manovre.

Se in Siria per la Turchia era semplice far entrare rifornimenti via terra, in Libia Ankara fa altrettanto con spedizioni aeree e navali, consapevole del fatto che nessuno si metterà di traverso, esattamente come già accaduto durante il conflitto siriano, con la Turchia presa più volte in castagna mentre riforniva di armi i jihadisti  e li curava nei propri ospedali, ma senza alcuna conseguenza.

Per Erdogan, legato all’area della Fratellanza,  il sostegno agli islamisti nella Libia occidentale è una priorità in quanto conta sempre meno alleati in un Medio Oriente che vede i Fratelli musulmani messi al bando in Egitto, Siria, Arabia Saudita ed Emirati e con il Qatar che era stato isolato dai suoi “vicini” del Golfo proprio per il supporto ai Fratelli musulmani e a milizie jihadiste in Siria.

Non bisogna poi dimenticare che Erdogan è acerrimo nemico del presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, fautore del contrasto all’islamismo radicale della Fratellanza e colui che ha militarmente sostenuto la rivolta del popolo egiziano contro l’ex presidente islamista Mohamed Morsi. Non è certo un caso che, proprio in seguito al decesso di Morsi, Erdogan abbia puntato il dito contro il Cairo, definendo Morsi “un martire”.

L’Egitto di Al Sisi, assieme a Emirati e Arabia Saudita, svolge un ruolo fondamentale nel sostegno all’esercito di Khalifa Haftar e la Libia diventa dunque teatro di scontro tra islamisti e jihadisti da una parte e il blocco anti Fratellanza dall’altra.

C’è poi un ulteriore aspetto da tenere bene in considerazione, quello migratorio: un controllo turco sulle coste della Libia occidentale porterebbe infatti l’Europa in una pericolosa morsa in quanto Ankara potrebbe replicare nel Paese nordafricano quanto già fatto sulla rotta orientale e cioè minacciare un esodo di immigrati, pressando così l’Europa sia da sud che da est. In tutto ciò è lecito chiedersi da che parte stia l’Italia.

«Se la Libia ce lo chiedesse, saremmo pronti a mandare» tutte le truppe «necessarie». Dopo l'intervento in Siria contro le milizie curde, Recep Tayyip Erdogan minaccia di gettarsi nella mischia del conflitto libico. «Dopo la firma dell'accordo di sicurezza» con il governo di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj, «non ci sono più ostacoli», ha avvertito il presidente turco, aprendo un nuovo fronte che rischia di metterlo in rotta di collisione anche con «l'amico» Vladimir Putin. «C'è una compagnia di sicurezza russa chiamata Wagner.

Questa compagnia ha mandato il suo staff» in Libia a sostegno del generale Khalifa Haftar, ha accusato Erdogan, riferendosi alle notizie di circa 200 mercenari giunti nell'area, smentite da Mosca. I due leader ne parleranno in una telefonata nei prossimi giorni. Un possibile intervento turco rischia di accrescere le tensioni in Libia, dove da mesi proseguono gli scontri tra le forze fedeli a Tripoli e il sedicente Esercito nazionale libico (Lna) del generale Haftar, sostenuto soprattutto da Emirati Arabi Uniti, Egitto e Russia. Anche l'Italia segue da vicino la situazione e monitora gli sviluppi. Un nuovo vertice si è tenuto oggi a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte e i ministri degli Esteri Luigi di Maio, della Difesa Lorenzo Guerini e dell'Interno Luciana Lamorgese. Una riunione in cui appare scontato si sia parlato anche delle parole di Erdogan.

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