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Martedì, 28 Gennaio 2020

Il Direttore dello SVIMEZ, Luca Bianchi, alla stampa estera

Il Direttore SVIMEZ Luca Bianchi  presentato nella sala Bliblioteca della Stampa Estera il Rapporto SVIMEZ 2019 sull'Economia e la Società del Mezzogiorno. Presenti numerosi giornalisti e foto cine operatori della stampa straniera. Molte le domande sui recenti studi della SVIMEZ sull’impatto della crisi dell'ex Ilva sull'economia nazionale Ha moderato Gianfranco Nitti.

E questa sarebbe in sintesi quello che lui ha parlato con i colleghi della stampa estera

“Nel Sud gli emigrati sono il doppio degli immigrati. Se si va avanti così la Basilicata rischia di scomparire. Ma il problema riguarda tutto il Mezzogiorno. Il rischio è che la soluzione del Mezzogiorno avverrà per assenza dei meridionali”. Ad andare via sono soprattutto i giovani. “Serve un grande piano di investimenti in infrastrutture sociali”. Lo dice il direttore SVIMEZ, Luca Bianchi, alla stampa estera .

"Nel progressivo rallentamento dell'economia italiana, si è riaperta la frattura territoriale che arriverà a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito". Così si legge nelle anticipazioni del rapporto Svimez secondo il quale nel 2019 "l'Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1%. Al Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l'andamento previsto è del -0,3%.

"Si riallarga il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord, nell'ultimo decennio è aumentato dal 19,6% al 21,6%: ciò comporta che i posti di lavoro da creare per raggiungere i livelli del Centro-Nord sono circa 3 milioni". E' quanto emerge dal Rapporto Svimez. "La crescita dell'occupazione nel primo semestre del 2019 riguarda solo il Centro-Nord (+137.000), cui si contrappone il calo nel Mezzogiorno (-27.000)", viene sottolineato.


La SVIMEZ riguardo l ilva ha valutato tale impatto, distinto per le diverse aree geografiche utilizzando il suo modello di previsione econometrico. L’esercizio di valutazione considera gli effetti diretti, indiretti, e indotti.


1)  Il primo riguarda la produzione realizzata e l’occupazione che si perderebbe direttamente nei tre impianti oggetto di valutazione.

2)  Il secondo effetto (indiretto) valuta conseguenza,in termini di minori input e servizi acquistati, che dai tre impianti si diffondono nei restanti comparti, e da questi ad altri ancora. Nell’effetto indiretto, ad esempio, è computato il valore (e l’occupazione) dell’energia elettrica prodotta in regione e/o altrove necessaria ad alimentare le acciaierie.

3)  Il terzo, l’indotto, riguarda la riduzione di consumo che deriva dai minori livelli di occupazione, diretta e indiretta.

L’impatto annuo sul PIL nazionale è stimato, considerando gli effetti diretti, indiretti e indotti, in 3,5 miliardi di euro, di cui 2,6 miliardi concentrata al Sud (in Puglia) e i restanti 0,9 miliardi nel Centro-Nord, pari allo 0,2% del PIL italiano. Se consideriamo l’impatto sul Pil del Mezzogiorno si sale allo 0,7%.

Un impatto negativo si avrebbe soprattutto sulle esportazioni (-2,2 mld) ma anche sui consumi delle famiglie (-1,4 mld), considerando il significativo impatto del venir meno degli stipendi degli addetti dello stabilimento, dell’indotto diretto e degli effetti occupazionali del rallentamento dell’economia. Si ricorda infatti che l’occupazione impegnata da ILVA è di quasi 10 mila addetti (di cui oltre l’80% a Taranto), di circa 3 mila dipendenti nell’indotto e di altri 3 mila addetti legati all’economia attivata dall’azienda. Parliamo di un bacino complessivo di oltre 15 mila persone che rischierebbe di perdere il salario.

Un ulteriore esercizio, più completo, è stato svolto inoltro al fine di valutare non soltanto l’effetto immediato della chiusura rispetto all’attuale situazione che, come detto, è già molto al disotto del potenziale produttivo, ma valutando quanto l’Italia perde dal non portare a termine il piano industriale che l’azienda si era impegnata a realizzare.

Il piano industriale proposto da AM Investimenti prevedeva di portare la produzione di Taranto e dei due siti del Nord a otto milioni di tonnellate, pari a circa il 35% della produzione nazionale di acciaio. Dopo il 2023, con la messa nuovamente in funzione dell’altoforno numero cinque, l’output realizzato a Taranto sarebbe dovuto salire a otto milioni di tonnellate annue (cui si aggiungerebbero i due milioni realizzati nel Nord) e la quota sul totale nazionale sarebbe destinata a salire a oltre il 40%. Nell’arco temporale di implementazione del piano industriale la nuova società avrebbe inoltre realizzato 2,4 mld. di euro di nuovi investimenti, cui si aggiungevano i circa 1,1 mld. di spese destinate alla bonifica del sito oggetto di transazione con la precedente proprietà.

Nel periodo di attuazione del piano industriale (2019-2023), il Pil complessivamente attivato dalla produzione realizzata nel sito di Taranto e negli altri due del Nord sarebbe stato pari a 19 mld. di euro nell’intero arco temporale coperto dal piano industriale.  per avere un termine di paragone, si tratta nel complesso di 1,1% del Pil italiano; nel Sud l’impatto sale al 3,7% del Pil dell’area.

Sotto il profilo occupazionale, nell’intero periodo di attuazione del piano industriale si valuta che la produzione complessivamente realizzata avrebbe creato circa 51,000 posizioni lavorative, di cui 41,000 in puglia e le restanti altrove (anche in questo caso: la gran parte nel Centro-Nord).......

 

Intanto la SVIMEZ esprime apprezzamento, ma anche qualche perplessità, sulla legge quadro recante «Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata» presentata dal Ministro per gli affari regionali e le autonomie. Nel corso di un’audizione presso la Commissione (VI) Finanze della Camera dei Deputati, il Presidente e il Direttore SVIMEZ, Adriano Giannola e Luca Bianchi, hanno spiegato che si tratta di «un’importante iniziativa da parte del Governo perché opportunamente orientata a colmare un rilevante vuoto normativo con una leggequadro di attuazione del dettato costituzionale». 

 

E giudicano un notevole passo in avanti i riferimenti ai LEP, agli obiettivi di servizio e ai fabbisogni standard rispetto alle bozze di intesa di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia che evitavano ogni riferimento alla legge 42 del 2009 e al D. Lgs. 68/2011. Oltre al fatto di riconoscere un maggior, anche se ancora insufficiente, protagonismo del Parlamento. Tra le note positive, SVIMEZ ha anche evidenziato che quanto previsto dalla legge quadro in tema di contributo delle Regioni richiedenti al risanamento delle finanze pubbliche consente di scongiurare i rischi di equità territoriale e di tenuta unitaria del sistema unitario dei conti pubblici sottesi alle richieste fin qui avanzate. 

 Così come viene valutato favorevolmente il richiamo che viene fatto, tra gli obiettivi e le previsioni alle quali lo Stato dovrà conformarsi nella sottoscrizione delle Intese, all’esigenza del rispetto dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza delle funzioni decentrate sanciti dall’art. 118 della Costituzione. Accanto ai pregi della bozza di legge, l’Associazione ha esposto alla Commissione Parlamentare alcune perplessità ribadendo la necessità di inquadrare la discussione in tema di autonomia differenziata nel contesto «allargato» di un’attuazione organica, completa ed equilibrata del Titolo V riformato nel 2001 e in conformità della legge 42 di attuazione dell’articolo 119 della Costituzione. Il primo punto che rischia di indebolire fortemente l’impostazione (corretta) della legge-quadro come tassello della riforma complessiva del Titolo V della Costituzione, è quello in cui è previsto che, qualora entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della legge di approvazione dell’intesa che attribuisce per la prima volta la funzione, non siano stati definiti i LEP e i fabbisogni standard, le funzioni siano attribuite e le relative risorse siano assegnate «sulla base delle risorse a carattere permanente iscritte nel bilancio dello Stato a legislazione vigente». 

 L’utilizzo sia pur transitorio della spesa storica, lascia aperto il rischio di una cristallizzazione dei divari di spesa, cui è imputabile una parte non trascurabile della crescita dei divari dell’ultimo decennio denunciata da questa Associazione. Del resto, lo stesso Ministro Boccia, in sede di audizione a questa Commissione, il 23 ottobre 2019 ha confermato che, in carenza di LEP, costi e fabbisogni standard, il criterio di assegnazione della spesa storica ha determinato la sistematica penalizzazione delle aree meno sviluppate e, in particolare, delle regioni meridionali. Nonostante sia comunque da valutare positivamente il tentativo di fornire un ancoraggio «cooperativo» all’autonomia differenziata, il disegno di legge è poi migliorabile con riferimento ad ulteriori due aspetti «sostanziali» tra loro connessi. 

 Il primo riguarda l’assenza della individuazione puntuale di criteri di accesso al regionalismo differenziato «da verificare sulla base di analisi e valutazione accurate e adeguatamente documentate» secondo quanto suggerisce anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio. Il secondo riguarda il fatto che il d.l. non esplicita tra i principi ai quali deve conformarsi l’Intesa Stato-Regione che le concessioni di autonomia rafforzata su singole funzioni vadano motivate dall’interesse nazionale, non da quello particolare delle singole Regioni richiedenti. Non intervenendo su questi due aspetti, il disegno di legge lascia sostanzialmente inevasi due quesiti: le richieste di autonomia rafforzata che verranno accolte, saranno motivate adeguatamente da giustificazioni economiche nell’interesse pubblico nazionale? E, parimenti rilevante, come e quanto verrà valutato il fatto ampiamente certificato di aver fruito dal 2009 di un improprio privilegio nel riparto di risorse pubbliche erariali di conto corrente ed in conto capitale sottratte ad altri territori? La legge Boccia, infine, interviene sul vulnus della perequazione infrastrutturale, in particolare sull’indifferibile esigenza di colmare i divari, soprattutto ma non solo tra Sud e Nord, nelle dotazioni e nella qualità dei servizi erogati.

E a tal fine prevede l’istituzione di un Fondo perequativo con una dotazione iniziale di 100 milioni per il 2022, 200 per il 2023 e 300 per ciascuno degli anni dal 2024 al 2034, al fine di assicurare il recupero del deficit infrastrutturale delle diverse aree geografiche del territorio nazionale, anche infra-regionali. Quanto previsto dall’art. 3 del d.l. può contribuire all’accelerazione del processo di ricognizione dei divari di dotazioni esistenti, ma emergono rilevanti criticità in ordine alla costituzione di un apposito Fondo, che peraltro si aggiungerebbe alle diverse programmazioni già esistenti della spesa ordinaria e aggiuntiva, i cui obiettivi sono chiaramente sproporzionati rispetto alla modesta dimensione finanziaria. Il maggiore rischio è soprattutto quello di costituire un ulteriore fondo di riserva per le aree a ritardo infrastrutturale, rinunciando all’obiettivo di riuscire ad orientare l’intera politica infrastrutturale del Paese all’obiettivo di rimozione di tali deficit, in coerenza con i vincoli di finanza pubblica.

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