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Giovedì, 14 Dicembre 2017

Morto Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra

Era soprannominato Totò “o curtu”, “la belva”, “il capo dei capi” ma per gli uomini di legge Totò Riina resterà sempre il mafioso più pericoloso di Cosa Nostra e la sua morte segna la fine di un’epoca.

Salvatore Riina nasce a Corleone il 16 novembre 1930 e, a soli 13 anni la sua vita viene sconvolta dalla morte padre Giovanni e del fratello minore Francesco, mentre stavano cercando di estrarre la polvere da sparo da una bomba inesplosa per rivenderla insieme al metallo. 

È in questi anni che Totò conosce il boss Luciano Liggio, che lo affiliò nella cosca mafiosa locale, di cui faceva parte anche suo zio Giacomo. A 19 anni Riina viene condannato a 12 anni di carcere per l’uccisione di un suo coetaneo, Domenico Di Matteo, ma viene scarcerato nel 1956 e due anni dopo diventa uno dei sicari più spietati di Liggio nella guerra contro Michele Navarra. Riina, nel 1963, viene arrestato una seconda volta per cinque omicidi “consumati dal settembre 1958 al luglio 1962, in concorso con Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella e altri ignoti”. 

Nel 1969, però, dopo aver minacciato di morte i giudici, viene assolto per insufficienza di prove per gli omicidi che gli erano stati attribuiti e riceve solo una condanna a un anno e sei mesi di reclusione (già scontati a titolo di custodia cautelare) per furto della patente esibita al momento dell’arresto. Tornato a Corleone, viene nuovamente arrestato e mandato al confino per quattro anni in San Giovanni in Persiceto (Bologna) ma, da quel momento, inizia una latitanza che durerà per ben 24 anni.

Il 29 luglio 1983 Riina ordina l’uccisione del giudice Rocco Chinnici, uno degli ideatori del “pool antimafia” ma, nel 1984, l’estradizione di Tommaso Buscetta e la sua decisione di collaborare dà una svolta nella lotta alla mafia. “Non sono un infame, non sono un pentito, non ho tradito Cosa Nostra. È Cosa Nostra che ha tradito se stessa”, dirà Buscetta davanti a Giovanni Falcone. Il 30 gennaio 1992 la Cassazione sancisce l'attendibilità delle dichiarazioni rese da Buscetta e conferma gli ergastoli del Maxiprocesso. Da quel momento fioccano le condanne all’ergastolo per gli innumerevoli omicidi commessi o commissionati. Questo segna l’inizio della stagione delle stragi di mafia che portano all’uccisione del politico Salvo Lima e dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

II 15 gennaio del 1993 Riina viene finalmente catturato dal Capitano Ultimo dei Ros e dal colonnello Mario Mori davanti alla sua villa dove aveva trascorso alcuni anni della sua latitanza, insieme alla moglie Antonietta Bagarella e ai suoi figli. Alcuni anni dopo la sua cattura dirà:“Io latitante? Per più di vent’anni nessuno mi ha cercato, io prendevo l’autobus, il treno, l’aereo, ho lavorato, ho viaggiato...”. A far discutere, però, è soprattutto la sua deposizione al processo di Palermo del 4 marzo 93, trasmessa dalla Rai, dove Riina dichiarò di essere soltanto un piccolo agricoltore ma questo non lo sottrae dal carcere duro del 41-bis. Il 24 maggio ’94, mentre si trova in Aula per uno dei suoi tanti processi, rilascia a un giornalista delle dichiarazioni minacciose contro il procuratore Giancarlo Caselli e si lamenta per le condizioni imposte dal carcere duro.

Cosi il boss dei boss e' morto alle 3.37 nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma Totò Riina. Ieri aveva compiuto 87 anni. Operato due volte nelle scorse settimane, dopo l'ultimo intervento era entrato in coma. La Procura di Parma ha disposto l'autopsia sulla salma perché, ha spiegato il procuratore Antonio Rustico, il decesso è avvenuto in ambiente carcerario e quindi richiede completezza di accertamenti, a garanzia di tutti".  

Le condizioni cliniche del boss si sono ulteriormente aggravate e poi sono precipitate una decina di giorni fa, quando dal reparto detenuti dell'ospedale Maggiore è stato trasferito in terapia intensiva-rianimazione, dove è rimasto fino alla morte. I familiari del boss Totò Riina non sono riusciti a incontrarlo prima che morisse nonostante il permesso straordinario ricevuto dal ministro della Giustizia che aveva autorizzato la visita.

Da Le Figaro alla Bbc, da El Mundo al Daily Mail, la notizia della morte di Totò Riina, il "capo dei capi" di Cosa nostra domina questa mattina le homepage delle principali testate europee. «Toto Riina, 'parrain des parrains' de la Mafia sicilienne, est mort», si legge ad esempio sul sito de Le Figaro, dove il «più temuto padrino della storia della mafia siciliana» viene ricordato sopratutto per il suo ruolo nelle morti dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 

Mentre Le Monde scrive: «Toto Riina, l'ancien chef de la mafia sicilienne, est mort, selon les médias italiens». El Paìs, il principale quotidiano spagnolo, titola «Morto Riina, il gran capo della mafia siciliana» e all'interno del lungo articolo elenca alcuni dei più efferati omicidi de "La bestia", sospettato di aver ucciso oltre 150 persone. «Muere Toto Riina, el "capo" que desafió al Estado italiano», scrive El Mundo, accompagnando la notizia con un'immagine in bianco e nero del boss siciliano.

Ricorda i 150 omicidi anche il titolo del Mirror («Ruthless Mafia boss Salvatore "Toto" Riina who ordered 150 "hits" during reign of terror dies aged 87) e quello del Daily Mail, che aggiunge nel titolo anche che «il boss della mafia, noto come "La bestia", ordinò di sciogliere nell'acido il figlio di 13 anni di un informatore». Mentre la Bbc, il New York Times e il Washington Post scelgono un più asettico «Il famigerato Capo dei Capi, Totò Riina, muore a 87 anni». «Il padrino della mafia Totò Riina (87 anni) è morto in prigione», è invece il titolo scelto dal Bild. 

Sua la scelta di lanciare un'offensiva armata contro lo Stato nei primi anni '90. Mai avuto un cenno di pentimento, irredimibile fino alla fine, solo tre anni fa, dal carcere parlando con un co-detenuto, si vantava dell'omicidio di Falcone e continuava a minacciare di morte i magistrati. A febbraio scorso, parlando con la moglie in carcere diceva: "sono sempre Totò Riina, farei anche 3.000 anni di carcere". L'ultimo processo a suo carico, ancora in corso, era quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in cui è imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato. Ieri, nel giorno del suo 87esimo compleanno, il figlio Giuseppe Salvatore, che ha scontato una pena di 8 anni per mafia, ha pubblicato un post di auguri su FB per il padre. 

«Possono tirare un sospiro di sollievo i tanti potenti che in tutti questi anni hanno sempre temuto potessero venir fuori le verità indicibili su trattativa e stragismo del 1992-93: prima Provenzano e ora Riina sono morti senza parlare, portandosi nella tomba i terribili segreti di cui erano a conoscenza». Lo dice l'ex pm antimafia Antonio Ingroia.

«La morte di Riina copre con una coltre di silenzio omertoso le malefatte di un'intera classe dirigente collusa con la mafia. Per non essere complice di quel silenzio - aggiunge Ingroia - il popolo può e deve ribellarsi contro quella classe politica impunita, responsabile di una delle stagioni più buie della nostra storia».

«Ora si apre la corsa alla successione per il capo dei capi - continua - Perché nonostante fosse al 41 bis, Totò Riina è sempre rimasto il capo formale di Cosa nostra in tutti questi anni di detenzione». 

Riina era malato da anni, ma negli ultimi tempi le sue condizioni erano peggiorate tanto da indurre i legali a chiedere un differimento di pena per motivi di salute. Istanza che il tribunale di Sorveglianza di Bologna ha respinto a luglio. Quando ormai era chiaro che le sue condizioni erano disperate, poche ore pirma del decesso, il ministro della Giustizia ha concesso ai familiari un incontro straordinario col boss. Riina stava scontando 26 condanne all'ergastolo per decine di omicidi e stragi.

Il portavoce della Cei, don Ivan Maffeis ha dichiarato che per Riina, "un funerale pubblico non è pensabile. Ricordo la scomunica del Papa ai mafiosi, la condanna della Chiesa italiana che su questo fenomeno ha una posizione inequivocabile. La Chiesa non si sostituisce al giudizio di Dio ma non possiamo confondere le coscienze".

La morte del boss Totò Riina, come quella di Provenzano, «accenderà nuovi problemi all'interno di Cosa nostra per la successione. Perché finché un capo è vivo, anche se in carcere, non viene sostituito». Così il presidente del Senato, Pietro Grasso, a Carrù, nel cuneese, dove celebra la figura di Luigi Einaudi. «La guardia non si è abbassata - aggiunge la seconda carica dello Stato a proposito delle ricerche del super latitante Matteo Messina Denaro. »È sempre ricercato e speriamo presto di arrivare a un risultato positivo».

«La pietà di fronte alla morte di un uomo non ci fa dimenticare quanto ha commesso nella sua vita, il dolore causato e il sangue versato. Porta con sé molti misteri che sarebbero stati fondamentali per trovare la verità su alleanze, trame di potere, complici interni ed esterni alla mafia, ma noi, tutti noi, non dobbiamo smettere di cercarla» ha poi scritto Pietro Grasso, in un post pubblicato su Facebook. «Totò Riina, uno dei capi più feroci e spietati di Cosa nostra, è morto. Iniziò da Corleone negli anni 70 una guerra interna alla mafia per conquistarne il dominio assoluto, una sequela di omicidi che hanno insanguinato Palermo e la Sicilia per anni. Una volta diventato il Capo la sua furia si è abbattuta sui giornalisti, i vertici della magistratura e della politica siciliana, sulle forze dell'ordine, su inermi cittadini, sulle persone che con coraggio, senso dello Stato e determinazione hanno cercato di fermarne il potere. 

La strategia di attacco allo Stato ha avuto il suo culmine con le Stragi del 1992, ed è continuata persino dopo il suo arresto con gli attentati del 1993. Quando fu arrestato, lo Stato assestò un colpo decisivo alla sua organizzazione. In oltre 20 anni di detenzione non hai mai voluto collaborare con la giustizia». «La pietà di fronte alla morte di un uomo non ci fa dimenticare quanto ha commesso nella sua vita, il dolore causato e il sangue versato. Porta con sé molti misteri che sarebbero stati fondamentali per trovare la verità su alleanze, trame di potere, complici interni ed esterni alla mafia, ma noi, tutti noi, non dobbiamo smettere di cercarla», conclude il presidente del Senato.

Totò Riina «è morto da capo» di Cosa Nostra. E «fino alla fine non si è pentito» ha detto il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo uscente, Franco Roberti, sottolineando che la morte del boss dei boss apre ora nuovi scenari. «Ora bisognerà vedere con molta attenzione - spiega - i riflessi che la sua scomparsa avrà su Cosa Nostra, per capire chi punterà a prendere il suo posto». In ogni caso, dice ancora Roberti, anche nell'ultimo atto della vita di Riina, lo Stato a dimostrato la sua forza. «La sua condizione carceraria è stata nient'altro che la conseguenza delle sentenze di condanna. Ma è stato assistito da tutte le garanzie di legge, compresa la possibilità di essere assistito all'ultimo dai familiari. Lo Stato - ha concluso - ha vinto ancora una volta». 

Per il ministro della Giustizia Andrea Orlando, la firma della deroga al regime del 41 bis per permettere ai familiari di Totò Riina di incontrarlo è stato «un gesto giusto». Il guardasigilli lo ha detto a Bologna, a margine di un convegno sul tema delle migrazioni, ammonendo tuttavia che «la sua morte non ci induca ad abbassare la guardia». «Lo Stato in tutte le occasioni deve marcare la propria differenza e distanza dalla mafia - prosegue Orlando - e fare ciò che la mafia non ha fatto con chi è caduto sotto i suoi colpi, manifestando quella pietà che loro non hanno saputo esprimere. 

Non significa però sottovalutare il pericolo che ancora oggi la mafia rappresenta: muore un protagonista di una stagione, ma la stagione di oggi, seppur forse meno rumorosa e sanguinaria, non è meno pericolosa.La mafia sa cambiare, l'impressione che in qualche modo con questa morte si chiuda una pagina non ci deve indurre in alcun modo ad abbassare la guardia». Il ministro ha concluso affermando che « Riina ha avuto un'assistenza sanitaria e cure adeguate fino all'ultimo momento, lo Stato ha garantito cifra di civiltà che corrisponde alla sua natura democratica».

Non gioisco per la sua morte, ma non posso perdonarlo. Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito, ma da lui nessun segno di redenzione è mai arrivato». Così Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dalla mafia ha commentato all'ansa la morte del boss Totò Riina.

«Per quello che è stato il suo percorso mi pare evidente che non abbia mai mostrato segni di pentimento», ha aggiunto. «Basta ricordare le recenti intercettazioni in cui gioiva della morte di Giovanni Falcone», ha concluso Maria Falcone riferendosi alle conversazioni registrate in carcere tra Riina e un compagno di detenzione in cui il capomafia rideva ricordando di aver fatto fare al magistrato «la fine del tonno».

«Il nostro sistema giudiziario garantisce e protegge la dignità dell'uomo. Lo ha fatto anche con Riina fino alla fine, anche attraverso la decisione del ministro della Giustizia di consentire ai familiari di incontrarlo nei suoi ultimi istanti di vita».

«Meno se ne parla meglio è». Giuseppe Costanza, autista del giudice Giovanni Falcone e unico sopravvissuto alla strage di Capaci, chiede di attenuare il clamore sulla morte di Totò Riina. «Cerchiamo di ridimensionare - dice - la figura di questo signore. Mettiamolo all'angolo. Non merita altro per quello che è stato e per quello che ha fatto. E se ne vada in silenzio con tutti i suoi segreti». 

 

   

 

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