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Lunedì, 25 Marzo 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime profonda preoccupazione per le notizie relative al crescente numero di vittime – inclusi diversi minori e donne – e alla fuga di civili su vasta scala a causa del riaccendersi degli scontri nell’enclave di Hajin nel Governatorato di Deir-ez-Zor, nella Siria orientale. Negli ultimi sei mesi gli scontri e gli attacchi aerei nella parte sudorientale del governatorato hanno costretto alla fuga circa 25.000 persone.

Non solo donne e bambini, ma anche molti anziani sono in pericolo.

 Si stima che 2.000 persone continuino a trovarsi ad Hajin, nell’area colpita dal conflitto. Le persone in fuga riferiscono di condizioni sempre più disperate, fra cui una riduzione dei servizi e prezzi per i beni di prima necessità estremamente elevati. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime preoccupazione per i civili bloccati nelle aree controllate dall’ISIS.

Le famiglie sfollate nel campo di Al Hol, nella Siria nordorientale, riferiscono al personale dell’UNHCR che i civili che intendono fuggire si imbattono in diversi ostacoli e difficoltà nel tentativo di abbandonare l’area segnata dagli scontri. L’UNHCR lancia un appello agli attori coinvolti, e a quanti hanno potere di influenza su di essi, affinché siano assicurati libertà di movimento e corridoi umanitari.

 La maggior parte degli sfollati ha cercato rifugio nel campo di Al Hol, presso cui sono arrivate oltre 8.500 persone nelle ultime cinque settimane. Altri, inoltre, hanno trovato riparo nell’insediamento informale di Abu Khashab o presso le comunità locali. Avendo affrontato la fuga a piedi, molti sono esausti ed estremamente sofferenti. Vi sono casi di persone che hanno trascorso quattro o più notti all’addiaccio nel deserto, esposti a forti piogge e a basse temperature quasi senza avere con sè effetti personali, cibo o acqua. E’ stato riferito che il viaggio, difficile e pericoloso, e le condizioni all’interno dell’enclave abbiano causato la morte di sei bambini, tutti di età inferiore ai 12 mesi. Tragicamente, molti di questi sono deceduti dopo l’arrivo ad Al Hol, troppo indeboliti per poter sopravvivere.

 Ad Al Hol, le squadre di pronto soccorso stanno effettuando screening e referral immediati sul posto. La priorità è trattare ferite, arti amputati, lesioni profonde e casi di assideramento. Le persone si presentano in stato confusionale, esauste e sofferenti, anche in seguito a separazioni familiari causate dalla fuga.

L’UNHCR e i propri partner sono sul campo quotidianamente per rilevare le necessità e assicurare protezione, specialmente ai minori separati o non accompagnati e a quanti necessitano di cure mediche. Vengono distribuiti tende e beni di prima necessità ed è garantita assistenza per l’inverno a tutti i nuovi arrivati. Il personale sta preparando nuove aree da adibire all’installazione di tende e ampliando la capacità delle strutture pubbliche ad Al Hol in previsione dell’aumento degli arrivi da Hajin.

 L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati reitera il proprio appello affinché non vi sia alcun ostacolo all’accesso degli aiuti umanitari volti a garantire assistenza cruciale durante questa stagione invernale tanto rigida.

 Nel Governatorato di Hassakeh, l’insediamento informale di Al-Areesha, che offre rifugio ad oltre 9.600 migranti forzati, è stato colpito dalle inondazioni causate dal rapido aumento della quantità di acqua del vicino bacino idrico. Oltre i due terzi del campo sono attualmente sommersi. I residenti si stanno trasferendo verso aree più elevate del campo. I volontari e gli operatori umanitari hanno trasferito oltre 1.200 tende su terreni più elevati e sicuri e hanno installato tende comuni di dimensioni più ampie nel caso in cui dovessero alzarsi il livello dell’acqua e altre famiglie traslocare. Le famiglie sono frustrate, dal momento che molte hanno dovuto trasferirsi più volte nell’ultimo mese a causa del continuo innalzamento del livello dell’acqua.

 L’UNHCR e gli altri attori umanitari stanno preparando il terreno negli altri campi rifugiati per garantire ricollocamenti sicuri, nel caso in cui altre famiglie decidessero di spostarsi.

 Nel frattempo in Libano, questa settimana, la tempesta Norma ha causato devastazioni tanto fra le comunità libanesi quanto fra quelle di rifugiati. Diversi giorni di forti venti, piogge incessanti e neve hanno causato inondazioni e danni nei paesi e nei villaggi di tutto il Paese, che accoglie quasi un milione di rifugiati siriani. Oltre 360 siti che accolgono 11.300 rifugiati sono stati colpiti.

A Minieh, nel Libano settentrionale, la tempesta ha causato la morte di Fatima, una bambina rifugiata siriana di otto anni travolta dalle inondazioni. L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati sta assicurando supporto ai suoi genitori e ai suoi fratelli in questo momento tanto difficile. La maggior parte delle devastazioni è stata causata dalle forti piogge e dalle inondazioni negli insediamenti informali. Nella sola Valle della Beqāʿ almeno 600 rifugiati siriani si sono dovuti trasferire a causa delle inondazioni o dei gravi danni alle proprie abitazioni.

In tutto il Libano, l’UNHCR attualmente assiste 166.000 famiglie vulnerabili nell’ambito del proprio programma di assistenza per l’inverno volto a garantire condizioni abitative che consentano di vivere al caldo e all’asciutto. Il supporto assicurato prevede legname e rivestimenti in plastica per proteggere gli alloggi dalle intemperie, e l’erogazione mensile di 75 dollari statunitensi in contanti a famiglia nei cinque mesi freddi per permettere di coprire le spese extra legate alla stagione stessa, fra le quali combustibile per il riscaldamento, medicine e indumenti.
Quest’inverno, l’UNHCR mira ad assicurare assistenza a 3,5 milioni di siriani e iracheni sfollati interni e di rifugiati in Siria, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto. Oltre due milioni di sfollati interni siriani e iracheni e di rifugiati sono stati assistiti grazie al Piano di assistenza per l’inverno.

La strategia di intervento per l’inverno dell’UNHCR prevede l’erogazione di contanti a favore delle famiglie vulnerabili, la distribuzione di beni di prima necessità utili specificamente per la stagione, la preparazione di alloggi resistenti alle intemperie e le risorse utili per le riparazioni, e miglioramenti alle reti fognarie e ad altre infrastrutture nei campi e negli insediamenti informali.

Il budget complessivo per il Piano Regionale di Assistenza per l’inverno (Regional Winterization Plan) è di 180 milioni di dollari statunitensi e copre il periodo che va da settembre 2018 a marzo 2019.

 

L'annuncio della tregua arriva poco dopo l'una di notte, al termine di un vertice di 90 minuti. «Manteniamo l'impegno ad accogliere donne bambini senza dividere nuclei familiari, li affideremo alla chiesa Valdese che si è offerta di accoglierli senza oneri per lo Stato», recita una nota di palazzo Chigi. E ancora: «In attesa dei trasferimenti da Malta di queste poco più di 10 persone, il premier Conte chiederà un incontro urgente con il commissario europeo Avramopoulos per far eseguire la ricollocazione degli oltre 200 migranti che da agosto l'Italia aspetta che siano accolti dalla Germania, Olanda e altri 7 paesi europei che non hanno dato seguito agli impegni».

I migranti da Malta arriveranno, ma soltanto dopo che oltre 200 immigrati già presenti in Italia saranno ricollocati in Europa. E Matteo Salvini esulta: «Io non cambio idea, anzi faccio due passi in avanti. Non ci sarà nessun arrivo in Italia finché l'Europa non rispetterà gli impegni presi (a parole) con l'Italia, accogliendo gli immigrati sbarcati in estate tra Pozzallo e Catania che dovevano già essere ricollocati. Il governo è compatto sulla linea rigorosa, porti chiusi, lotta agli scafisti e alle Ong. Aggiungo che ogni nuovo eventuale arrivo dovrà essere a costo zero per i cittadini Italiani».

Nel governo italiano scatta una mezza crisi. Per un Salvini intenzionato a non cedere («Io non sono stato nemmeno consultato»), c'è un Conte che si è detto pronto ad andare a prendere con l'aereo donne e bambini. Il leader della Lega lancia sui social network una campagna praticamente contro il suo premier: «Io non mollo». Il «Capitano», in missione per le europee a Varsavia in versione federatore sovranista, non fa nulla per dissimulare la propria rabbia contro l'«avvocato del popolo», reo di averlo sfidato nel suo campo. «Serve un chiarimento - dice - io non autorizzo arrivi».  

Per un paio di ore le diplomazie tra M5S e Lega si interrompono. Si parla inizialmente di un vertice a due tra Salvini e Conte. «Ma non a Palazzo Chigi». Di Maio sembra tenersi laterale, dopo l'intervento molto netto del presidente del Consiglio. Addirittura escono anche altre indicazioni dai rispettivi staff: nessun incontro tutto rinviato, niente è sicuro. Fino alla notizia della riunione che comincia poco dopo le undici di sera. A tre, quindi anche con Di Maio. A vertice in corso Salvini twitta: «Sui migranti non cambio idea».

Solo che la trattativa con l'Europa sulla manovra pare in qualche modo aver modificato le carte in tavola. E lo slancio in avanti di Conte sul caso migranti di Malta ne è una conferma. Tanto che ieri, quando La Valletta annunciava l'accordo sui ricollocamento con il coinvolgimento dell'Italia, il ministro dell'Interno non ha nascosto la sua forte irritazione per la decisione del premier. "È un precedente gravissimo, non ha capito che ci facciamo del male", avrebbe sussurrato ai suoi Salvini come riporta La Stampa. Certo: il leghista e "l'avvocato del popolo" hanno sempre avuto posizioni diverse in tema di immigrazione, rigoroso lui e più aperto lui. Ma fino ad oggi aveva sempre prevalso la linea salviniana.  

Dal M5S invece rivendicano l'operazione. Si tratta di «alcune famiglie» dice il presidente della Commissione per le politiche Ue della Camera Sergio Battelli, che poi aggiunge: «L'accordo è stato raggiunto grazie alla mediazione del premier Conte». Ma è proprio questa mediazione e l'evidenza che alla fine la linea del premier ha prevalso che non vanno giù a Salvini. «Quella di Conte - attacca - è una scelta che non ha senso. Cedere alle pressioni e alle minacce dell'Europa e delle ong è un segnale di debolezza che gli italiani non meritano».

Luigi Di Maio si tiene fuori dallo scontro, salvo comparire alle 23 a Palazzo Chigi per un vertice chiarificatore. In Transatlantico, intanto, per tutta la giornata gli uomini vicini a Salvini ammettono: «Non sarà la fine del mondo, ma di sicuro qualcuno qui ci rimette la faccia e dovrà fare un passo indietro». Il sottosegretario Giancarlo Giorgetti getta acqua sul fuoco a metà giornata: «Non penso il governo sia a rischio, ma non credo che la vicenda si possa considerare risolta». Il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano (M5S) alza la tensione: «Su questa vicenda è competente il governo e non un singolo ministro».

Anche se e risolta la situazione dei 10 immigrati dentro al Governo pero qualcosa e successo, chi non ha la memoria corta ricoderà il braccio di ferro che portò alla nomina dell'attuale premier. Indicato in un primo momento, messo da parte poi e infine riesumato in extremis dopo il fallimento di Carlo Cottarelli. Conte nelle intenzioni della Lega e (forse) del M5S sarebbe dovuto essere una figura terza, magari imparziale. A comandare, come è stato per larga parte del mandato di governo, sarebbero stati in sostanza Salvini e Di Maio. Unici soci di maggioranza dell'esecutivo gialloverde.

Non solo. Perché dopo la trattativa sulla manovra, la Lega ha iniziato a fiutare la "sintonia" tra Conte e i commissari Ue, non proprio gli alleati di Salvini (ricordate i continui botta e risposta con Bruxelles?). Ai più intimi, riporta la Stampa, Salvini avrebbe definito i vari Moscovici e Juncker come "i suoi nuovi amici burocrati" (di Conte). E intanto nelle chat leghiste c'è chi protesta: "Così cade il governo, perché non si può andare avanti".

Pero lo sanno tutti che se si votasse oggi, secondo l'ultima rilevazione fatta da EMG Acqua e presentata oggi ad Agorà su Raitre, la Lega sarebbe il primo partito, seguito dal Movimento 5 Stelle. Un risultato analogo ai report degli ultimi tempi. Con un particolare molto interessante: mentre il Carroccio resta sostanzialmente invariato, i grillini guidati da Luigi Di Maio subiscono un nuovo, pesantissimo tracollo. Ormai per i Cinque Stelle la china è rivolta verso il basso e sembra non fermarsi più.

Il 31% degli intervistati da EMG Acqua ha risposto che se si votasse oggi voterebbe per il partito guidato da Salvini (in calo dello 0,45 rispetto alla rilevazione del 20 dicembre), il 26,1% ha risposto che voterebbe per i Cinque Stelle, percentuale in calo dell'1,8%. In totale le intenzioni di voto dei partiti di governo raggiungono il 57,1% (in calo del 2,2%). In leggero calo anche le opposizioni di centrodestra: Forza Italia si attesta infatti 8,3% (-0,2% rispetto a una settimana fa), mentre Fratelli d'Italia si conferma al 4,1% e Noi con l'Italia scende allo 0,8% (-0,1%).

Più in generale, secondo il sondaggio presentatoda Serena Bortone su Raitre, il 43% degli elettori dà un giudizio positivo sull'esecutivo gialloverde. Il giudizio è, invece, negativo per il 32% dell'elettorato. Percentuale sostanzialmente invariata rispetto alla rilevazione del 20 dicembre. In particolare il giudizio positivo sale all'87% fra gli elettori del Movimento 5 Stelle e all'82% fra quelli della Lega. Perdita di appeal invece fra gli elettori di Forza Italia: solo il 38% esprime un giudizio positivo, il 49% un giudizio negativo. Gli elettori del Pd all'11% si esprimono positivamente su questo governo, mentre l'81% esprime un giudizio negativo.

E Salvini ha creato un altro successo : L'asse Varsavia-Roma è un grande sviluppo", cui "sono legate grandi speranze". Si è espresso così il primo ministro ungherese in conferenza stampa . A riportarlo su Twitter, il portavoce del leader ungherese, Zoltan Kovacs: "Vorrei che in Europa ci fosse una forza politica che stia alla destra del Ppe, un asse Roma-Varsavia, capace di governare, capace di assumersi la responsabilità e di opporsi all'immigrazione", ha aggiunto il premier dell'Ungheria.

Un annuncio di fondamentale importanza che getta le basi per quello che potrebbe essere il futuro della destra europea in vista delle elezioni di maggio. L'asse fra Lega e Gruppo Visegrad poggia infatti anche sullo spostamento del baricentro del Partito popolare europeo a destra.

Orban, con il suo Fidesz, è molto legato a Salvini. Ma il premier ungherese è anche interno al Ppe e non è intenzionato ad uscirne. Il Ppe non sembra avere rivali per la coqnuista della maggioranza alle prossime elezione. E il piano è cercare di compattare il fronte a destra dei popolari, in modo da pensare a una futura Unione europea a trazione sovranista ma con un'ottica sempre legata al centrodestra.

L'asse fra Salvini e Orban, dunque, si conferma ancora valido. Ma questa alleanze non piace al Movimento 5 Stelle. Ieri, il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano ha detto ai microfoni di Otto e mezzo su La7: "In Europa stiamo cercando di creare una famiglia europea alternativa a quelle attuali. Ovviamente sui temi, e chi sposa le nostre idee è benvenuto nella famiglia. Anche alle Europee proporremo un contratto di governo, ma se il modello di Salvini è quello di Orban, è evidente che non può essere il nostro".

"Con gli scafisti e i trafficanti nessuna complicità". Lo ribadisce il vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini sottolineando che sta lavorando "per diminuire ancora gli sbarchi, agevolare gli arrivi via aereo di chi scappa davvero dalla guerra con i corridoi umanitari e moltiplicare le espulsioni".
Secondo i dati del ministero dal 1 gennaio ad oggi nessun migrante è sbarcato in Italia mentre nello stesso periodo dell'anno scorso sono stati 453.  

Dallo scorso 22 dicembre a oggi giorno in cui Sea Watch non ha ascoltato le indicazioni della guardia costiera libica e ha soccorso in mare 33 migranti La Valletta sta spiegando che non accetta di fare sbarcare i profughi in un suo porto se non vengono ridistribuiti anche in altri Paesi europei i 249 migranti arrivati negli scorsi giorni. Da qui è partito lo scontro e ora il governo maltese alza ancora la testa.

Lo sbarco a Malta dei 49 migranti a bordo della Sea Watch e della Sea Eye sarà permesso solo dopo che "un numero sufficiente di Paesi dell'Ue avranno offerto la loro accoglienza, non prima". La Valletta, quindi, non vuole accogliere gli immigrati se prima non c'è una soluzione condivisa europea. Un po' come la Germania di Angela Merkel. Peccato, però, che questa soluzione condivisa non la cercava nessuno quando i migranti sbarcavano tutti in Italia.
 
"Stiamo parlando di due imbarcazioni di furbetti in acque maltesi, una tedesca e una olandese, facciano il loro dovere Germania e Olanda - ha detto il vice premier leghista ieri sera a Quarta Repubblica -. Cosa c'entra l'Italia. Inoltre, quando sbarcano in Italia siamo lasciati soli ed è un problema nostro. Noi abbiamo fatto la nostra parte ora tocca a qualcun'altro. Sono furbetti che cambiano bandiera ed equipaggio. Non rispettano le regole. Non sono delle ong serie".

E questa mattina ha riconfermato la sua posizione. Su Facebook, infatti, è stato lapidario: "Ho 5 milioni di italiani poveri, quando avrò sfamato loro, penserò agli altri. Io la penso così". Salvini, quindi, difende la sua linea e non ha nessuna intenzione di accogliere i 49 migranti a bordo delle due ong. E di questo parere sembra essere pure Malta.

Monsignor Negri, dalle pagine de La Stampa, ha fatto intendere di essere contrario a quei sindaci che hanno utilizzato un istituto tipico della materia bioetica per contrapporsi alla legge promossa da Matteo Salvini.

Mons.Negri è conosciuto per essere un conservatore. Qualcuno direbbe che è conosciuto per essere un cattolico. L'ex arcivescovo di Ferrara, dalle pagine de Il Giornale, aveva sollevato qualche preoccupazione sulla nascita del governo gialloverde. Fare uso dell'obiezione di coscienza per non applicare un atto derivante dalla politica, però, che è quello che alcuni sindaci hanno annunciato, sarebbe del tutto sbagliato.

L'ecclesiastico lo ha chiarito dichiarando quanto segue: "La Costituzione italiana e una prassi consolidata fanno sì che non si possa tirare fuori l’obiezione di coscienza di fronte a tutto in chiave politica, soprattutto in particolare di fronte a disposizioni amministrative di un governo e magari dagli stessi che l’hanno finora negata proprio lì dove era invece legittima e doverosa. Il diritto all’obiezione va difeso quando sono messi in crisi principi fondamentali".

La prassi promossa da questi primi cittadini, insomma, nasconde pure un'altra problematica: se l'obiezione di coscienza viene chiamata in causa per questa tipologia di questioni, a cosa bisognerà fare appello quando e se si tratterà di discutere di diritti assoluti? Negri, che parte da questo presupposto, rincara la dose: "Quei sindaci che usano dell’obiezione di coscienza - volutamente come strumento politico - nei confronti di legittimi interventi di autorità superiori o pari, abusano del concetto".

L'intervista prosegue per il tramite di un parere parzialmente discostato dalla linea del cardinal Bagnasco, che era intervenuto sull'argomento: "Conosco e stimo sinceramente Bagnasco - ha dichiarato il monsignore - , dico solo che io non mi sarei spinto così lontano in quella “strada” così tecnica. Il tema della sicurezza è un problema del dialogo fra le forze laiche che partecipano alla vita sociale". Insomma, in una fase in cui la Chiesa cattolica sembra guardare con interesse a quelle esperienze amministrative che hanno fatto dell'accoglienza dei migranti un caposaldo, un vescovo, almeno uno, sembra pensarla in modo diametralmente opposto.

Sulla sorte dei migranti a bordo della Sea Watch e della Sea Eye "proseguiamo i contatti intensi con gli Stati membri", ieri nella riunione degli ambasciatori dei 28 ci sono state "discussioni costruttive", la posizione della Commissione, già espressa, resta che "gli Stati devono ora mostrare solidarietà concreta e le persone a bordo devono essere sbarcate in sicurezza e senza ulteriore ritardo": così il portavoce del presidente della Commissione Ue. "Alcuni Stati hanno espresso la volontà di contribuire a questo sforzo comune e ora continuano i contatti".

L'Unione europea dunque continua a lavorare per cercare una soluzione condivisa. Ieri sera l'annuncio che una decina di paesi, tra cui anche l'Italia e la Germania, erano pronte ad ospitare alcuni dei 49 migranti bloccati da giorni al largo di Malta sulle navi Sea Watch e Sea Eye ma solo se La Valletta avesse aperto i porti. Ma il governo maltese ha rilanciato chiedendo di ricollocare anche i 249 migranti salvati nei giorni scorsi. E la questione 'nave' non è all'ordine del giorno del consiglio Affari europei come precisa il ministro degli esteri Enzo Moavero Milanese. "Può darsi che venga evocata, ma non è detto che se ne debba discutere".

Arrivano notizie dalla nave. "Per il diciottesimo giorno siamo ostaggio in mare dei governi europei. La situazione è tesa ma almeno tutti mangiano di nuovo": è l'ultimo messaggio giunto via Twitter dalla Sea watch questa mattina, riferito ai 49 migranti soccorsi da due navi, la Sea Watch 3 e la Sea eye, da 18 giorni in attesa di un permesso di sbarco in un porto europeo del Mediterraneo. Alcuni migranti avevano cominciato ieri a rifiutare il cibo, esasperati dalle condizioni a bordo, ma oggi hanno ricominciato a mangiare. Intanto i media internazionali si sono raccolti negli uffici di Sea Watch a Berlino dove è in corso una conferenza stampa.

Il premier maltese Joseph Muscat ha annunciato il via libera all'accordo europeo sui migranti delle navi delle ong Sea Watch e Sea Eye, da settimane in mare con 49 migranti. Malta trasferirà sulle proprie navi i migranti che saranno redistribuiti tra otto paesi Ue, tra cui l'Italia. «L'operazione per trasferire i migranti sulle navi delle nostre forze armate - ha detto Muscat - inizierà il prima possibile».

Si conclude così l'ennesimo scontro internazionale sull'immigrazione. I Paesi ad ospitare gli immigrati saranno Germania, Francia, Portogallo, Irlanda, Romania, Lussemburgo, Olanda e appunto Italia. "Non attraccheranno nel porto di Malta - spiega Muscat - ma ci sarà un trasferimento sulle nostre barche militari" e alla fine delle operazioni " alle navi delle ong sarà chiesto di lasciare le nostre acque territoriali ". Infine, "i migranti verrano distribuiti in altri Paesi": i 49 delle Ong saranno tutti accolti dagli 8 Stati membri dell'Ue. Per quanto riguarda i 249 salvati da Malta nei giorni precedenti, invece, 131 verranno ridislocati in altri Paesi e 44, provenienti dal Bangladesh, verranno rimpatriati.  

Per Salvini qualsiasi "cedimento riaprirebbe le porte al traffico di essere umani gestito dai mafiosi e dagli scafisti". Per questo era fermamente intenzionato a non cambiare posizione. I numeri, d'altra parte, sono dalla sua parte. Non un solo immigrato ha messo piede sul territorio italiano. Critico il Ministro "Leggo che a Bruxelles fanno finta di non capire e agevolano il lavoro di scafisti e Ong. Sono e rimarrò assolutamente contrario a nuovi arrivi in italia. E continuo a lavorare per espellere i troppi clandestini già presenti sul nostro territorio. Cedere alle pressioni e alle minacce dell'Europa e delle Ong è un segnale di debolezza che gli italiani non meritano

L'anno scorso, quando al governo c'era il Pd con Paolo Gentiloni e al Viminale sedeva Marco Minniti, erano già arrivati 453 clandestini.Un risultato storico che trova anche il favore degli Italiani "Altro che farne sbarcare altri o andarli a prendere con barconi e aerei, stiamo lavorando per rimandarne a casa un bel po'", ha ribadito oggi prima che Malta annunciasse l'accordo raggiunto con Bruxelles. 

Un'intesa che redistribuisce i 49 immigrati a bordo della Sea Watch e della Sea Eye in otto Paesi europei e impegna l'Italia a farsene carico di ben quindici. Al momento dell'annuncio Salvini si trovava in Polonia. La sua reazione è stata tutt'altro che pacata. "Mentre qui parliamo di protezione delle frontiere esterne dell'Europa e di sicurezza - ha attaccato - a Bruxelles fanno finta di non capire e agevolano il lavoro di scafisti e Ong".

«Sono e rimango assolutamente contrario a nuovi arrivi in Italia». Lo ha detto il ministro dell'Interno Matteo Salvini commentando 'accordo raggiunto per la redistribuzioni dei migranti delle navi di Sea Watch e Sea Eye. A Bruxelles, ha aggiunto, «fanno finta di non capire e agevolano il lavoro di scafisti e ong. Cedere alle pressioni e alle minacce dell'Europa e delle ong è un segnale di debolezza che gli italiani non meritano».

«Io sono qui - ha sottolineato Salvini- per proteggere le frontiere esterne ed oggi le forze dell'ordine hanno arrestato diversi nordafricani tra cui uno che inneggiava al terrorismo islamico e uno che parla di rischio kamikaze in Italia e Europa. Da ministro non sarò mai d'accordo con nuovi arrivi, semmai c'è necessità di velocizzare le espulsioni».

"Il numero approssimativo è stato indicato ma non spetta a me renderlo noto", ha dichiarato Muscat. Di sicuro al momento sembra aver prevalso la linea Conte Di Maio  rispetto a quella rigorista di Matteo Salvini. Ieri sera il permier a Porta a Porta aveva sferzato il ministro dell'Interno affermando che esiste "un limite" al rigorismo e che, se non si fosse deciso ad aprire i porti, i migranti sarebbero arrivati via aereo. Sarà così? Difficile da dirsi. Stamattina il leader della Lega in fondo aveva tenuto a precisare: "Altro che prenderli in aereo - ha twittato - ne rimando a casa un bel po'".

La querelle Ong tiene ormai banco da quasi una settimana. Il primo ad aprire uno spiraglio è stato Di Maio, convinto fosse necessario accogliere "donne e bambini" per dare una "lezione di umanità all'Europa". Dichiarazione che non solo ha scatenato le ire di Malta, ma che ha provocato una frattura con l'alleato di governo che considera le pressioni dell'Ue e delle Ong un "ricatto". "Chi ha veramente a cuore il futuro di migliaia di africani deve evitare che qualsiasi barcone arrivi in Italia", ha ribadito ieri sera il vicepremier leghista assicurando a follower e elettori che "non darà mai l'ok" a uno sbarco.

Ciò che sta accadendo in questi giorni in Ue, con uno scontro sempre più aspro sull'accoglienza dei migranti e "le molte situazioni simili che si sono verificate in passato", mostrano "quanto sia indispensabile e urgente che i Paesi Ue si dotino di una vera politica comune per le migrazioni che, in piena condivisione di impegno e oneri, ne affronti i vari profili e risponda compiutamente alle attese dei cittadini". Lo ha detto il ministro degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi alla riunione degli Ambasciatori degli Stati membri dell'Unione Europea.

Il dramma ellenico è tutto in questo grottesco pertugio si farà di nuovo straordinaria voragine: e investe, quindi, la futura infrastrutturazione dell’Ue.  Non solo debiti alle stelle, prestiti in rosso, sofferenze bancarie diversificate, tessuto imprenditoriale ormai inesistente: ma buio pesto tanto sul presente quanto sul futuro. Certo, alla Grecia resta il turismo. Ma quanto è stolto quel marinaio che, anziché puntare al mare aperto in cerca di nuove terre, si accontenta del suo piccolo ruscello. Che finisce per prosciugarsi.

I super poveri hanno ricevuto un bonus natalizio, inoltre il governo offre contributi per olio combustibile e carburante, per la tassa di proprietà, per il salario minimo, per gli agricoltori. E i tagli alle pensioni previsti per il primo gennaio, almeno fino a oggi non sono stati confermati. In sostanza il governo di Atene fa vedere all’Europa un surplus che nella vita reale di cittadini e imprese semplicemente non c’è, con il rischio di far scattare le clausole di salvaguardia, che tradotto in soldoni vuol dire più tasse per il futuro senza una ripresa vera (oggi altamente improbabile). Ma alla classe dirigente, sciatta e senza visione, ciò non interessa, perché orientata sulla cosiddetta politica dello specchietto retrovisore.  

L’Albania ha accusato una crescita doppia rispetto alla Grecia ,figlia di una programmazione orientata all’ingresso nell’Ue, a favorire l’ingresso di investitori stranieri, all’internazionalizzazione degli atenei, a una nuova infrastrutturazione come aeroporti da far realizzare ex novo a quei player che intendono affacciarsi sul costone Balcanico con un determinato peso specifico.
 
Il nodo è sempre lo stesso: la politica non azzarda una mossa perché studiata, programmata e finalizzata verso un obiettivo di crescita ma solo perché tarata sulle prossime urne, contribuendo a peggiorare lo status quo e illudendo ancora una volta cittadini e imprese.La Grecia che ufficialmente e uscita dal programma di prestiti della troika  (Ue, Fmi e Bce) ma è attesa dalla prova del nove: riuscirà ad autofinanziarsi per “mandare avanti la baracca”? Potrà venire fuori dalla paralisi in cui versa la sua economia, asfittica, gravata oggi da una pressione fiscale record e senza un euro investito in formazione e sviluppo tecnologico?  

Il debito greco è al 178% del prodotto interno lordo: altro che successo, se si valutassero gli indici economico-finanziari si potrebbe azzardare che un nuovo default è non solo possibile ma anche probabile per la Grecia. Se ne sta accorgendo anche la stampa internazionale che il premier Alexis Tsipras, in vista delle elezioni anticipate (possibili a maggio con le europee), sta iniziando a distribuire prebende e bonus che però inficiano i conti pubblici già azzoppati dalle ruberie ante 2010 e dall’austerità post crisi.

Intanto 11 Ospedali in Grecia si trovano in difficolta di accendere il riscaldamento e la situazione diventa molto difficile per i malati.

la crisi è davvero profonda. Se la Germania avesse dovuto passare ciò che  passa la Grecia, una pensione di 1200 euro sarebbe ora ridotta a 750 euro, ad esempio, ci sarebbero 14 milioni di disoccupati, negli ospedali i pazienti sarebbero costretti a portare le bende da casa. Tanto per farsi un’idea. E per l’Italia, invece, Grecia è diventata sinonimo di quanto potrebbe essere peggiore la nostra situazione. Nel 2012, per l’Italia il momento più critico della crisi dello spread, i politici si affannavano a dire: non siamo come la Grecia. Quando parliamo di Grecia, però, parliamo di un pezzo di Europa. Come tale, l’Italia (contributore netto del bilancio europeo, NdR) ha partecipato ai pagamenti che l’Europa ha fatto finora, pur se questi non dovevano passare da nostro parlamento, come invece in Germania

Una bancarotta della Grecia potesse causare un effetto-domino, che avrebbe coinvolto altri Stati, in primo luogo quelli chiamati con l’arrogante acronimo P.I.I.G.S. L’Italia è la terza ‘I’.

Nel 2009 il governo greco ha mancato di riconoscere l’effettiva portata del problema, e ha quindi sprecato tempo prezioso. L’ex primo ministro Samaras rimprovera al suo predecessore George Papandreou di aver coperto il deficit con alcune modifiche al bilancio dello Stato, ritoccandolo artificialmente verso l’alto.

Ma anche il resto dell’Europa sembra aver mancato di visione. Le banche europee accordavano prestiti da anni alla Grecia, in particolare banche francesi e tedesche. Queste avrebbero perso un mare di soldi, in caso di una bancarotta. Quanti soldi esattamente è difficile stimare, dato che gli instituti di credito non sono obbligati a pubblicare il loro portafoglio di titoli di stato.

La Bank for International Settlements presume però che le banche tedesche avessero ca 23,8 miliardi di dollari, e quelle francesi 56,9 miliardi di dollari in titoli greci. E queste sono valutazioni piuttosto moderate. Se la Grecia fosse in bancarotta, queste banche, su tutte Société Générale e Deutsche Bank, avrebbero dovuto a loro volta registrare pesanti perdite. Questo i governi francese e tedesco non potevano permetterlo.

L’euro era, ed è ancora una valuta relativamente giovane. Non esiste una via definita per uno stato dell’eurozona di andare in bancarotta. La possibilità, semplicemente, non è stata prevista. Se la Grecia avesse una banca nazionale e una valuta propria, potrebbe semplicemente dichiarare bancarotta. Ma così non è.

Sono due maniere di vedere la questione. Alcuni credono che la crisi sia stata generata in casa, cioè quando la quota di debito ha superato la soglia del 3% del prodotto nazionale lordo, la corruzione, un apparato statale inefficiente, e spese militari sovradimensionate avrebbero portato al disastro attuale. L’altra opinione invece sottolinea che la crisi degli ultimi anni è stata una crisi dell’intero sistema euro, che ha poi colpito in maniera più pesante la Grecia, che ne è un membro debole.

Secondo fonti ben informate nel 2009 Il direttore generale del Fmi Christine Lagarde e la cancelliera Merkel erano pronte a considerare un'uscita di Atene dall'euro ma vennero frenati dall'allora governatore della Bce, Jean Claude Trichet, e dal ministro delle Finanze di Berlino, Wolfgang Schäuble che temevano ripercussioni per le banche tedesche, francesi e olandesi piene di bond greci (più redditizi dei bund) e ritenuti senza pericolo perché nell'eurozona (moral hazard). Germania e Francia decisero di non applicare l'haircut (il taglio del debito) come chiedeva insistentemente il Fmi per evitare di dover poi salvare a proprie spese le rispettive banche nazionali pesantemente coinvolte. Ci si limitò all'austerità e ai prestititi statali (non c'era ancora il Fondo salva stati) e a consentire alla Bce di acquistare bond greci sul mercato secondario venduti dalle banche francesi, tedesche e olandesi a piene mani.

Nel 2012 le cose erano cambiate: il debito greco non era più in mano a creditori privati che rischiavano a loro volta il default ma era in mani pubbliche e a piccoli risparmiatori e pensionati greci. Così si fece il più grande haircut (200 miliardi di euro) della storia moderna. Successivamente le posizioni di Merkel e Schäuble si invertirono nel 2015 e il ministro delle Finanze tedesco, esasperato dal ministro greco Varoufakis, preparò un piano che presentò a Bruxelles secondo cui Atene poteva uscire dall'euro per un periodo di 5 anni perché non era più preoccupato per la sopravvivenza dell'euro stesso. Era la fine di un tabù.

Schaeuble per essere certo della Grexit aggiunse una richiesta che Tsipras non avrebbe potuto accettare; chiese la creazione di un fondo che avrebbe dovuto incamerare i fondi delle privatizzazioni greche da collocare in Lussemburgo. L'Italia di Matteo Renzi e la Francia di François Hollande si opposero a questa proposta di Grexit che però venne fatta con il sostegno dei paesi nordici. I negoziati durarano 17 ore a margine del vertice di Bruxelles alla presenza di Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, la cancelliera Merkel, il presidente francese François Hollande, Alexis Tsipras e il nuovo ministro delle finanze greco Euclid Tsakalotos. Alle fine l'accordo fu trovato e Atene accettò il terzo piano di aiuti da 86 miliardi di euro con le relative richieste di aumentare le imposte e diminuire le spese sociali.

La Grecia, umiliata, accettò i patti e ora si appresta ad agosto ad uscire dal terzo piano di salvataggio con il ritorno sui mercati ma i controlli dei capitali sono ancora in vigore e senza avere nemmeno una linea di credito precauzionale così come richiesto dal capo della missione della Bce in Grecia, sostenuto per tale linea di credito cautelare dall'Fmi e persino della banca centrale greca.

Alcune cifre per capire cosa avvenuto: in 8 anni, la Grecia ha beneficiato di 326 miliardi di euro di crediti a disposizione, di cui 273,7 miliardi di euro erogati, e di cui 241,6 miliardi a carico dagli stati membri dell'area dell'euro. Una cifra enorme.

In cambio di questi prestiti, la Grecia ha attuato un'ondata di austerità senza precedenti e un maxi pacchetto di riforme. Il Pil è stato ridotto del 25%, le pensioni hanno subito tagli per 13 volte e al primo gennaio 2019 ce ne sarà un'altro con un altro aumento delle imposte dirette. L'Fmi ha ammesso di aver sbagliato i calcoli del moltiplicatore sottostimando gli effetti recessivi che hanno aumentato le fasce di povertà nella popolazione e ha chiesto inutilmente anche nell'ultimo report del 29 giugno 2018

La Grecia ha varato 450 riforme nel corso degli ultimi tre anni che hanno avuto l'effetto di consolidare le finanze pubbliche, ripristinare la stabilità finanziaria, modernizzare lo stato e l'amministrazione fiscale. Le ultime 88 riforme sono state varate la scorsa settimana ma restano dubbi sulle capacità di implementare queste leggi. Secondo Rania Ekaterinari, responsabile del fondo sulle privatizzazioni, la Grecia rispetto ai 50 miliardi di euro previsti dalle cessioni statali ha finora incassato solo 6,8 miliardi di euro: 3,4 nel 2016, 1,4 miliardi nel 2017 e 2 nel 2018. Noccioline.

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