Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Mercoledì, 26 Giugno 2019

Matteo Salvini, in un colloquio sulle pagine di Repubblica : Io di pazienza ne avrei, ma la gente si avvicina per fare selfie, stringermi la mano e mi dice: Matteo, ma questi 5 Stelle vogliono continuare ancora così? Ti attaccano sempre? Perché non rompi?".

"Io non voglio fare polemica, nonostante tutto quel che mi è stato detto in queste ore - assicura il responsabile del Viminale - ma mi chiedo se la mia stessa pazienza ce l'hanno ancora gli elettori che hanno voluto questo governo". Quanto a Di Maio, "non l'ho sentito e non rispondo alle provocazioni". Salvini si sofferma dunque sul caso Siri, con il premier Giuseppe Conte chiamato a fare da 'arbitrò, "il presidente del Consiglio è libero di incontrare chi vuole - dice il leader della Lega - Io con Siri ho parlato, mi ha detto di essere tranquillo e tanto mi basta. Per me deve restare al suo posto. Spero abbia modo di spiegare ai magistrati che in un Paese normale lo avrebbero chiamato dopo un quarto d'ora, non settimane dopo".

«Siri resta dov'è». Le uniche tre parole della Lega sull'argomento, le pronuncia a metà mattina Matteo Salvini. Sul resto delle bordate grilline contro il sottosegretario, che il M5S scaglia per l'intera giornata, dal Carroccio filtra solo un lapidario «chiacchiere da bar». Secondo il Messaggero definire il vicepremier Di Maio e il Guardasigilli Bonafede come un paio di perdigiorno che si intrattengono su questioni che non conoscono o sulle quali non hanno potere di incidere, la dice lunga sulla stato dei rapporti tra i due alleati. Per Salvini il sottosegretario resta al suo posto e questo rende alquanto inutile interrogarsi sui meccanismi della sua rimozione. Dimissionare in consiglio dei ministri il sottosegretario Siri senza l'assenso del Carroccio equivale ad aprire una crisi di governo e il M5S ne è consapevole al netto della propaganda.

La vicenda approfondisce via via in più il fossato tra M5S e Lega e mostra la corda l'intesa basata su un contratto che non prevede regole per la contesa elettorale. A Salvini la vicenda pesa anche perché non giova all'immagine del Carroccio essere chiamato a rispondere, in ogni occasione pubblica, su una vicenda che si presta molto alla strumentalizzazione. Di Maio invece ci punta molto e anche ieri ha scatenato tutti i big del movimento contro l'alleato. Il coinvolgimento di Conte da parte del M5S, e il clima di rissa che si generato, non è detto però che giovi. Peraltro Conte ha dalla sua solo l'arma della moral-suasion, mentre per avviare eventuali procedure burocratiche per ottenere le dimissioni, c'è bisogno del via libera di Salvini. Ammesso che si arrivi mai ad una conclusione del genere, dato che il senatore Siri potrebbe a quel punto decidere il passo indietro in assoluta autonomia.

La questione è quindi destinata a trascinarsi ancora. Secondo il Messaggero con il M5S che sfrutta a piene mani l'inchiesta per la campagna elettorale coinvolgendo il presidente del Consiglio che la prossima settimana dovrebbe incontrare il sottosegretario. Giuseppe Conte è da oggi in Cina - dove adottano procedure alquanto diverse per ottenere le dimissioni - per partecipare al raduno dei firmatari il memorandum sulla Via della Seta. Non è comunque detto che l'incontro a palazzo Chigi avvenga lunedì - come sostengono i grillini - e prima dell'incontro di Siri con i magistrati che lo indagano. Prendere tempo significa per Salvini conoscere ancora meglio i contorni dell'inchiesta ed evitare che la faccenda arrivi rapidamente in consiglio dei ministri dove si consumerebbe uno strappo, e quindi la crisi, qualora Conte dovesse proporre le dimissioni senza il via libera leghista.

Resta il fatto che Salvini continua a difendere a spada tratta il suo sottosegretario ma il nervosismo è palpabile. Al punto che ieri il ministro dell'Interno sono scappate un paio di frasi garantiste che a molti leghisti della prima ora non possono non ricordare l'alleato di Arcore: «In un Paese civile se si indaga qualcuno bisogna ascoltarlo un'ora dopo, no una settimana dopo». come dice Salvini sempre secondo il quotidiano Romano è ancora più preciso: «Anche i giudici che sbagliano devono pagare, come tutti gli altri lavoratori». Due concetti garantisti che stridono con il giustizialismo dell'alleato che continua a chiedere le dimissioni di Siri con sempre maggiore insistenza.

Quanto possa durare il teatrino è difficile dirlo, ma anche ieri è riuscito ad oscurare le pessime news che arrivano sul fronte dei conti pubblici e dello spread volato a 270 punti. Per ora il diretto interessato continua a negare ogni addebito, ma è di fatto anche un po' ostaggio della contesa che rischia anche di ripercuotersi su chi indaga qualora dovesse preoccuparsi di non deludere i grillini. Qualora Siri dovesse riuscire ad incontrare il presidente del Consiglio dopo i magistrati potrebbe avere nuovi argomenti per sostenere la sua innocenza o per lasciare spontaneamente il ministero dei Trasporti senza essere brutalmente dimissionato

E così Luigi Di maio decide di rincarare la dose e in un'intervista al Corriere della Sera mette nel mirino proprio il premier Conte che dovrà decidere sulle dimissioni del sottosegretario. I Cinque Stelle chiedono al premier la linea dura e Di Maio su questo punto non usa giri di parole: "Questo attaccamento alla poltrona non lo capisco. Gli abbiamo chiesto un passo indietro. Continui a fare il senatore, non va mica per strada. Parliamo tanto di lotta ai delinquenti e quando un politico è indagato per corruzione stiamo zitti? Eh no, non funziona così. Dove è la coerenza? Certo che Conte dovrebbe spingerlo alle dimissioni. E lo farà, ne sono sicuro".

Insomma dal Movimento è scattato l'ordine su Conte: "Fai dimettere Siri". Il premier molto probabilmente inconterrà lo stesso Siri e solo dopo un colloquio prenderà una decisione. Una decisione che però rischia di far saltare il banco. Secondo il giornale i rapporti tra Lega e Cinque Stelle sono tesissimi e non si esclude nemmeno un ritorno alle urne. Di Maio poi torna ancora sull'indagine e chiede informazioni al Carroccio sui rapporti con Paolo Arata: "Di Salvini mi fido, meno di chi gli sta intorno. Mi riferisco a questo Paolo Arata che avrebbe scritto il programma sull’energia della Lega, che lo propose alla guida dell’Autorità Arera e che, per le inchieste, è il faccendiere di Vito Nicastri, vicino alla mafia. Credo che la Lega debba prendere le distanze da lui e chiarire il suo ruolo, visto che il figlio è stato assunto da Giorgetti". Infine manda un messaggio a Salvini: "Secondo il vicepremier sulla vicenda deve rispondere ai cittadini, non a noi. Noi abbiamo fatto quello che dovevamo, togliendo le deleghe a Siri". Insomma lo scontro adesso è aperto. Conte è sotto pressione e gli esiti di questo braccio di ferro potrebbero essere imprevedibili...

Matteo Salvini prende spunto dal titolo de La Verità per dire la sua sugli ultimi sviluppi del caso Siri. Il sottosegretario leghista alle Infrastrutture è indagato per corruzione dalla procura di Roma perché, secondo gli inquirenti, avrebbe ricevuto una tangente da 30 mila euro dall'ex parlamentare Paolo Arata in cambio di interventi legislativi nel settore dell'energia eolica.

Ci sono, però, stando a quanto pubblicato finora dai giornali, almeno due punti che non convincono nell'impianto accusatorio. Secondo il Giornale Il primo è che la norma per cui Siri si sarebbe speso non è stata approvata. Il secondo è che anche nelle stesse intercettazioni trapelate finora - intercettazioni che non coinvolgono direttamente il sottosegretario, ma riguardano un colloquio tra Paolo Arata e suo figlio - si legge la frase «questa operazione ci è costata 30mila euro», senza che Siri venga citato. Il tutto, peraltro, per una cifra certo non particolarmente allettante per chi percepisce uno stipendio da senatore.

Ora si aggiunge un altro elemento. Secondo una fonte della Procura di Roma riportata da il giornale non ci sarebbero intercettazioni in cui Siri viene nominato. Un vero e proprio giallo, insomma. Il Corriere della Sera, tirato in ballo per aver pubblicato l'intercettazione che non esisterebbe, nella sua edizione on line ha pubblicato la foto del decreto di perquisizione nei confronti dell'imprenditore Paolo Franco Arata in cui i pm scrivono che il sottosegretario Siri è indagato per corruzione in quanto «riceveva indebitamente la promessa e/o la dazione di 30.000 da parte di Paolo Franco Arata». I magistrati, ha sottolineato il Corriere.it, «hanno formulato l'accusa dopo aver ascoltato le intercettazioni delle conversazioni tra Paolo Arata e il figlio Francesco. A destare l'attenzione», scrive il giornale di via Solferino, «è in particolare un colloquio durante il quale l'imprenditore spiega che cosa è stato fatto per cercare di far passare i provvedimenti e parla di un'operazione costata 30 mila euro, riferendosi a Siri». In sostanza nulla che non fosse già emerso in precedenza.

Il problema è che la questione politica - complice la tensione all'interno del governo e la campagna elettorale - resta più che mai vivo. Ieri Luigi Di Maio ha lanciato una nuova stoccata contro Salvini, in visita a Corleone. Secondo il Giornale  «Siri si difenderà e sono sicuro che risulterà innocente. Ma intanto lavoriamo alla sanzione politica, altrimenti che senso ha dire che si festeggia a Corleone volendo eliminare la Mafia? La Mafia la elimini se dai l'esempio». In attesa dell'interrogatorio formale, Siri ha comunque deciso di rilasciare dichiarazioni spontanee. «Tutto falso, lui è pronto a dimostrarlo, ma prima dobbiamo leggere gli atti. Non c'è stata alcuna contestazione, soltanto una proroga di indagine» spiega l'avvocato Pinelli. La Lega è decisa a resistere, con Salvini convinto di poter resistere alle pressioni e ai fendenti degli «alleati». «Siri resta dov'è, ci mancherebbe altro. Ha detto che chiarirà. I magistrati lo sentano al più presto. In un Paese civile se si indaga qualcuno lo si sente un quarto d'ora dopo, non settimane dopo».

Chi ha avuto occasione di sentirlo racconta di un Conte molto irritato, ormai convinto che Di Maio sia pronto a sacrificare anche lui pur di tirare la volata al M5s in vista delle Europee del 26 maggio.  «Luigi, non c'è alcuna alternativa dice il Premier  a meno che tu non voglia far cadere tutto per questa storia. Ma davvero vuoi sacrificare tutti noi solo per rincorrere due punti in più nei sondaggi?».

Scontro durissimo, muro contro muro ed esecutivo in bilico. È questo il quadro che è uscito dal Consiglio dei Ministri. Le urla e i dissidi non si sono fermati dietro le porte chiuse del Cdm. I leghisti di fatto ora sono in pressing su Salvini per portare il Carroccio alla rottura con il Movimento Cinque Stelle: "Non possiamo andare avanti con questi qua. Il 27 maggio, comunque vada, mettiamo fine a questa storia", avrebbero detto i fedelissimi del leader della Lega, secondo quanto riporta Repubblica. 

A innescare l'ira della Lega le resistenze da parte dei grillini sul Salva Roma. I Cinque Stelle hanno chiesto l'approvazione del piano che prevede nuovi fondi per la Capitale che vanno a ripianare il debito, Salvini invece sin da subito si è detto contrario: "I debiti di Roma se li tiene la Raggi". Ed ecco qui che si consuma la rottura. Salvini a Conte dice poche parole: "Se i grillini insistono col Salva Roma, io mi presento con i ministri della Lega al completo e voto contro". A questo punto Conte, come ricorda Il Giornale, mette nel mirino Di Maio: "Non c’è alternativa, vuoi fare cadere tutto per questa storia? Sacrifichi tutto per rincorrere due punti nei sondaggi?".

Altrimenti, è il senso del ragionamento del premier, avrebbe evitato quello che Matteo Salvini non poteva non vivere come un atto ostile. Invece è su Siri che il M5s continua a battere, nel tentativo di «sporcare» la leadership legalitaria che Salvini si è sapientemente costruito in questi anni. Non è un caso che la potente comunicazione dei Cinque stelle insista molto sui possibili legami tra l'inchiesta che coinvolge Siri e la mafia che fa infuriare il Ministro degli Interni..

Mi ha stancato questa lite permanente tra un membro del governo e il sindaco di Roma. Si chiariscano se ne hanno bisogno, io penso a lavorare». Lo afferma vicepremier Luigi Di Maio all'indomani dello scontro in Cdm sul « Salva Roma». E subito dopo risponde a distanza Matteo Salvini: «Tutta la Lega è al lavoro per aiutare concretamente i cittadini romani che non hanno bisogno di regali ma di una amministrazione cittadina concreta ed efficiente». Lo afferma in una nota il vicepremier della Lega, tornando sulla questione della norma «Salva Roma» sul debito della Capitale.

Giorgia Meloni all’ultima conferenza programmatica di Fratelli d’Italia ha urlato: «La Capitale d’Italia è Roooomaaa». Un grido diventato virale, paragonato con ironia sui social a quello cinematografico di Leonida. Ora che la norma sul debito storico del Campidoglio divide il governo gialloverde, la leader di FdI si schiera con il M5S: «Siamo pronti a votare il provvedimento in Parlamento e non capisco la posizione della Lega: su questi temi mi sembrava che avesse fatto importanti passi avanti...».

Uno scontro ormai all'arma bianca. Ultimo atto di una giornata trascorsa all'insegna di chi la spara più grossa. Divisi su come trascorrere il 25 aprile, su fronti opposti sulla gestione del debito di Roma, distanti anni luce sulla gestione della vicenda Siri e in guerra pure sull'eventualità di migliaia di sbarchi dalla Libia, tra Di Maio e Salvini ormai c'è la totale incomunicabilità. I due non si parlano neanche e Conte è costretto a tentare disperate mediazioni. 

Come ieri, quando non sono riusciti neanche a mettersi d'accordo su cosa discutere e quando tenere il Consiglio dei ministri, prima convocato per le 18, poi rimandato alle 19 e infine iniziato alle 20. Ma prolungatosi fino a tarda sera, perché Di Maio ci ripensa. Prima annuncia che non ci sarà, perché impegnato in un improrogabile impegno cioè la registrazione di Di martedì su La7, poi cambia idea e si precipita a Palazzo Chigi che sono le nove passate. In mezzo, non un dettaglio, Salvini scende in piazza Colonna e annuncia trionfante lo stralcio del cosiddetto «salva-Roma». «Decisione concordata con Conte e con chi c'era», dice ai giornalisti il ministro dell'Interno. Non a caso, in Consiglio dei ministri sono presenti tutti gli esponenti della Lega e solo Barbara Lezzi, Elisabetta Trenta e Alberto Bonisoli per il M5s.

In verità, pare che più che «concordata» la decisione sia stata «annunciata» da Salvini. Che preso atto della defezione di Di Maio come sottolinea il Giornale sarebbe letteralmente sbottato per poi lasciare il Consiglio dei ministri e andare ad incontrare i cronisti. Una decisione che Conte, allo stesso modo degli affondi di Di Maio, non avrebbe affatto gradito. «Una buffonata», si sarebbe lasciato scappare il premier.

Come tutta la giornata di ieri. Con il M5s che smentisce categoricamente Salvini, giura che il Consiglio dei ministri non ha discusso né il Decreto Crescita né il «salva Roma», e Di Maio che si presenta a Palazzo Chigi per riaprire il confronto. Un braccio di ferro permanente. E di cui oggi parleranno tutti i giornali.

A Palazzo Chigi pero per il Cdm prima previsto per le 18, poi rinviato alle 19 e infine iniziato alle 20 dei ministri grillini si presentano solo Barbara Lezzi e Andrea Bonisoli. I big del M5S non ci sono: assenti per missioni varie Toninelli e Bonafede, lontano per scelta politica Luigi Di Maio. Il vicepremier pentastellato ha preferito andare agli studi di La7 per registrare l'intervista a DiMartedì. Il forfait grillino manda su tutte le furie Salvini e ne provoca la reazione stizzita: poco prima dell'inizio del Cdm, il leghista scende nell'androne del palazzo e annuncia ai giornalisti lo stralcio del "Salva Roma" concordato "con chi c'è". Dunque con Conte. Una piccola bugia (in realtà la discussione non era neppure avviata) da vero animale politico che si rivelerà vincente.

Lo scatto in avanti del ministro dell'Interno è l'affondo come riferisce il Giornale che manda in tilt tutti i piani pentastellati. In settimana Lega e M5S si erano colpiti a distanza sull'affaire Siri e sulla norma per la Capitale. Il Carroccio non voleva votare il "Salva Raggi" nonostante le insistenze grilline. Per forzare la mano, il Movimento aveva anche pubblicato sul blog 4 domande rivolte a Salvini con cui chiedere le dimissioni di Armando Siri. Un atto di guerra nella speranza di piegare le resistenze sul Salva Roma, che però si rivelerà inutile. Così come vana, se non dannosa, si è dimostrata la decisione di disertare in massa il Consiglio dei ministri. Per Salvini è troppo ("chi non c'è ha fatto una scelta") e così decide (prima dell'inizio del Cdm) di "annunciare" come per approvata quella che in realtà, intorno alle 20, è solo una proposta del Carroccio.

Il ministro dell'Interno e quello del Lavoro si parlano ormai a mala pena. Conte sperava di discutere in Cdm i temi caldi della settimana. Ma il confronto si è trasformato in un ring, da cui Salvini scende galvanizzato e Di Maio se ne va con un occhio emaciato. L'annuncio del leghista costringe infatti il grillino a precipitarsi subito a Palazzo Chigi. Di Maio arriva un'ora dopo l'inizio della riunione, quando la discussione sul Salva Roma e il dl Crescita non è ancora iniziata. A porte chiuse si consuma la lite. Conte se la prende con entrambi. "Per due voti fai saltare tutto", grida a Luigino come rivela ilGiornale. "Non siamo tuoi passacarte, non ti devi permettere", grida a Salvini. I nervi sono tesi, ma ormai la Lega ha messo in scacco matto il M5S. Dopo l'annuncio del ministro dell'Interno urbi e orbi ai cronisti, tornare indietro è praticamente impossibile. Anche Di Maio lo sa e alla fine deve cedere.

Il Salva Roma esce così stralciato scrive il Giornale a metà dal Consiglio dei ministri. Dei sette commi di cui era formato ne restano solo due, il primo e il settimo. Per Salvini è una vittoria: "Lega soddisfatta - esulta nella notte Salvini - I debiti della Raggi non saranno pagati da tutti gli italiani ma restano in carico al sindaco". Il M5S è nell'angolo, costretto a incassare il colpo e a provare a guardare il bicchiere mezzo pieno: "È un punto di partenza, siamo sicuri che il parlamento saprà migliorare ancora di più un provvedimento che, a costo zero, fa risparmiare soldi non solo ai romani ma a tutti gli italiani", commentano dai pentastellati a caldo. Ma sono parole che hanno la stessa valenza di una bandiera bianca. Stavolta ha vinto Salvini.

Intanto l'attacco del ministro Grillo: "Nella Lega posizioni medievali"  "Questo governo è il frutto dell’unione tra una forza politica non ideologica, il Movimento 5 Stelle, e una forza con valenza ideologica, la Lega, di destra  I conflitti ci sarebbero stati anche col Pd. Quando dobbiamo lavorare sul contratto di governo noi siamo molto affiatati, quando invece c’è da mettere i puntini sulle i diventiamo affilati". Lo ha affermato il ministro della Salute Giulia Grillo.

Intervistata dal Corriere, la Grillo ha parlato delle diversità tra il Movimento 5 Stelle e gli alleati di governo. "Non ci potrà mai e poi mai essere un accordo con la Lega se mettono in discussione l’aborto e pensano che la donna nell’interrompere la gravidanza commetta un omicidio - ha spiegato il ministro -. Non possiamo essere d’accordo con chi pensa che gli omosessuali vadano bruciati come in epoca medievale. Noi in questa epoca medievale non ci riconosciamo. Loro sono oltre il medioevo. Poi però ci ritroviamo sui programmi di buon senso".

 

Che Eurostat ieri abbia certificato che quasi un quarto del debito pubblico dell'area euro è targato Italia - 2.320 miliardi su 9.860 - finirà nascosto nelle pagine interne. Ma su questo dettaglio Di Maio e Salvini ieri non hanno proprio avuto il tempo di confrontarsi.  

L'assalto al Ministro degli interni arriva da più fronti. Quello politico da una parte, quello giudiziario dall'altra. Ma Matteo Salvini tiene duro e fa sapere che non farà alcun passo indietro sull'immigrazione.

Pero la questione per l’Italia è grave. E sono ore frenetiche. L’appello lanciato oggi da Sarraj è stato cristallino. Ha parlato della crisi in Libia parlando di centinaia di migliaia di libici pronti a partire dal loro Paese per raggiungere l’Europa e quindi l’Italia. La rete dei trafficanti di esseri umani è pronta a mettersi in moto per riattivare un circuito criminale che l’Italia, con un lavoro incessante con tutte le fazioni libiche, aveva cercato di frenare. I risultati ottenuto negli ultimi mesi sulla rotta del Mediterraneo centrale potrebbero essere spazzati via in un colpo. E se è un problema per la sicurezza italiana, lo è anche dal punto di vista elettorale per Lega e Cinque Stelle, che sull’immigrazione hanno costruito una grossa fetta del proprio consenso popolare.

"Fate presto", il peggioramento della situazione in Libia potrebbe spingere "800 mila migranti e libici a invadere l'Italia e l'Europa". E in questo enorme numero di migranti ci sono anche criminali e soprattutto jihadisti legati a Isis. Lo sostiene il premier libico Fayez al-Sarraj, in un'intervista all'inviato del Corriere della Sera a Tripoli, pubblicata sul sito del quotidiano.

Intanto infuria la battaglia a Tripoli. Una intera compagnia di Tarhouna delle forze di Khalifa Haftar si è arresa alle forze governative libiche sul fronte di Suani ban Adem, 25km a sudovest di Tripoli. La compagnia, composta da una trentina di militari, si è consegnata uomini e mezzi - tra i quali diversi pick-up e blindati - alla brigata 166 di Misurata, attiva nell'area. E' salito intanto a 130 morti, 560 feriti e 16mila sfollati il bilancio degli scontri in Libia.

Le forze di Khalifa Haftar hanno lanciato cinque missili Grad nel corso della notte sul quartiere di Abu Slim, a ridosso del centro di Tripoli. Lo riferiscono le autorità del municipio e numerosi residenti. Un missile ha centrato un'abitazione, causando almeno tre feriti, e distruggendo diverse auto parcheggiate nei pressi.

"Khalifa Haftar non sta compiendo un'operazione anti-terrorismo, ma un colpo di Stato": lo ha detto l'inviato speciale dell'Onu in Libia, Ghassan Salamè, al programma radiofonico R4 della Bbc.

Il premier del governo di accordo nazionale libico, Fayez al-Sarraj, parla chiaro ai microfoni de Il Corriere della Sera: la battaglia di Tripoli rischia di far sprofondare la Libia occidentale in un abisso in cui la prima vittima potrebbe essere anche l’Italia. L’appello di Sarraj tocca nel profondo le corde del cuore del governo italiano, che sulla questione migranti sembra essersi definitivamente spaccato.

Gli Stati Uniti pero non dimenticano il Mediterraneo. E nel mentre della crisi in Libia, Washington rafforza la sua presenza navale proprio nei pressi della costa nordafricana. Lì dove volano gli aerei del generale Khalifa Haftar e dove infuria la battaglia per Tripoli. Ma soprattutto dove altre potenze stanno muovendo le loro pedine. Ed è per questo che gli Stati Uniti vogliono vederci chiaro.  

Il Movimento Cinque Stelle sostiene una linea più appiattita sul diritto internazionale e sulle aperture delle porte ai rifugiati libici. La Lega, invece, tira immediatamente il freno. E la scelta di Matteo Salvini di schierarsi contro l’avanzata di Khalifa Haftar – accusando la Francia, tessendo la sua rete con gli Stati Uniti e con il governo di Tripoli e della città-stato di Misurata – è servita a far capire che per il suo partito, l’interlocutore privilegiato resta Sarraj. E con lui Ahmed Maitig, vice premier libico e esponente della la “Sparta libica”: Misurata. Lì dove sono i nostri soldati.

Ma i numeri danno ragione a Salvini. E questo il vicepremier lo sa bene. "Quest'anno abbiamo ridotto del 90% gli sbarchi, abbiamo ridotto di tantissimo i morti e i dispersi - ha continuato - se qualcuno ha nostalgia degli sbarchi a centinaia di migliaia, dei porti aperti, avanti c'è spazio per tutti, accogliamo tutto il resto del mondo, ha trovato il ministro sbagliato - ha poi concluso - Salvini e la Lega dicono no".  

E nella conferenza stampa in Prefettura a Monza Salvini, taglia corto: "I colleghi ministri possono dire quello che vogliono, ma finché faccio il ministro i porti in Italia rimangono chiusi". Ma sull'eventualità di una crisi di governo non è più così categorico. "Non lo so...", si limita a dire.

Intanto la giornata di Salvini è iniziata sotto il fuoco "amico" di due ministri che siedono con lui al governo. Luigi Di Maio ed Elisabetta Trenta hanno criticato duramente la misura di chiusura dei porti alle navi delle Ong. "Chiudere i porti - ha spiegato il capo politico del Movimento 5 Stelle al Corriere della Sera - è una misura occasionale, risultata efficace in alcuni casi quando abbiamo dovuto scuotere l’Ue, ma è pur sempre occasionale". Ben più dura è la titolare della Difesa che, ai microfoni di Circo Massimo su Radio Capital, ha invitato il leader leghista a rivedere la sua linea. "Se si dovesse arrivare alla guerra, non avremmo migranti ma rifugiati - ha detto - e i rifugiati devono essere accolti". Mentre veniva accerchiato politicamente, il ministro dell'Interno finiva anche indagato dalla procura di Siracusa. Il capo d'accusa è lo stesso del caso Diciotti: sequestro di persona. A questo giro i pm se la prendono con lui per la gestione dello sbarco della Sea Watch.

Davanti all'ennesimo blitz giudiziario, Salvini non può che alzare le mani e lasciare che le indagini facciano il loro corso. "Sono nuovamente indagato ma finché faccio il ministro dell'Interno, i colleghi ministri possono dire quello che vogliono, ma i porti restano e resteranno chiusi. Non cambio idea e non cambio atteggiamento". La linea, insomma, resta quella. "I porti con me sono e saranno chiusi, indisponibili e sigillati per i trafficanti di esseri umani. Se Di Maio e Trenta la pensano in maniera diversa, me lo dicano apertamente in Consiglio dei Ministri e ne faremo una sana discussione". In particolar modo al vicepremier pentastellato ha, voluto mandate un messaggio netto: "Rispetto il lavoro del collega Di Maio che si occupa di lavoro e sviluppo economico e non mi permetto di dargli lezioni sulle crisi aziendali che sono ferme sul suo tavolo, chiedo altrettanto rispetto su problemi di difesa dei confini e gestione della sicurezza - ha continuato - credo di aver fatto bene in questi dieci mesi, se a qualcuno dei miei colleghi di governo non va bene non ha che da dirlo, con la differenza che io ci metto la faccia e rischio personalmente". Infine, la stoccata conclusiva: "Ogni consiglio è benvenuto ma ognuno faccia il suo...".

Intanto come sottolinea il quotidiano il Giornale a  rivelare l'iscrizione nel registro degli indagati è lo stesso leader della Lega in conferenza stampa da Monza.  "Sono stato iscritto a giudizio per un altro reato che avrei commesso dal 24 al 30 gennaio 2019 a Siracusa - rivela - Il procuratore Zuccaro mi comunica questa cosa. Ha chiesto l'archiviazione ma anche l'altra volta era andata così". Il segretario del Carroccio ha letto "in diretta" gli articoli del codice che gli vengono contestati e la richiesta di archiviazione della Procura generale per i fatti che riguardano la Sea Watch 3. "È la nave olandese che è intervenuta in acque libiche - attacca il leghista - Se n'è fregata dell'alt e delle indicazioni del governo olandese di andare in Tunisia e ha messo a rischio la vita delle decine di migranti a bordo per arrivare in Italia con un gesto politico". E ancora: "Sono arrivati in Italia, li abbiamo curati e li abbiamo fatti sbarcare e abbiamo lavorato per redistribuirli. Il risultato è che c'è un procedimento penale nei miei confronti".

I fatti che i pm contestano, scrive il quotidiano Italiano, risalgono allo scorso gennaio. In quei giorni la nave umanitaria, battente bandiera olandese, raccoglie 47 migranti al largo della Libia. Per 12 giorni l'imbarcazione rimane in mare alla ricerca di un porto sicuro dove approdare. La decisione di non andare in Tunisia manda su tutte le furie anche il ministro Toninelli e in in primo momento "sosta in acque maltesi". Poi il cambio di direzione. L'Ong si ancora di fronte al porto di Siracusa, aprendo un duro scontro con il ministro dell'Interno. Per cinque giorni la Sea Watch galleggia in rada di fronte al comune siciliano, scatenando l'ovvia polemica politica.

Come scrive la rubrica "occhi alla guerra" del quotidiano il Giornale Il gruppo d’assalto, che comprende la portaerei Uss Abraham Lincoln, il Carrier Air Wing 7, l’incrociatore lanciamissili Uss Leyte Gulf e il cacciatorpediniere del Destroyer Squadron 2, è salpato il primo aprile dalla base di Norfolk facendo rotta verso il Mediterraneo: la sua area di operazioni dalla quella della Sesta Flotta, di base a Napoli, ed è entrata ufficialmente nel nostro mare nelle prime ore dello scorso 8 aprile. Come riporta Agenzia Nova, la rivista specializzata statunitense Stars&Stripes ha dichiarato che la Abraham Lincoln ha passato lo stretto di Gibilterra “per addestrare, pattugliare e mostrare forza nelle regioni in cui la Marina russa è diventata più attiva”.Un messaggio molto chiaro che si può declinare su tre fronti: Libia, Siria e Mar Nero.

Tre giorni dopo il passaggio dello stretto, i media spagnoli hanno poi confermato la presenza dell’Abraham Lincoln Carrier Strike Group nel porto militare di Palma di Maiorca con la contemporanea unione della fregata Alvaro de Bazan Esps Mendez Nunez alle operazioni della Us Navy.

L’Italia attende l’aiuto degli Stati Uniti in Libia. In questi giorni, i contatti fra il governo italiano e quello statunitense sono all’ordine del giorno. È frenetico il lavoro delle due cancellerie: soprattutto da parte di Roma, che sa che per provare a scardinare la strategia di Khalifa Haftar e dei suoi alleati può fare affidamento soltanto sull’altra sponda dell’Atlantico, che pesano (eccome) nelle scelte della Nato e delle Nazioni Unite, così come in quelle di molti partner mediorientali.

La richiesta da parte di Palazzo Chigi è chiara: “Aiutateci in Libia”. Ma la risposta degli Stati Uniti di Donald  Trump, fino a questo momento, è stata tentennante.Secondo il quotidiano il giornale nella sua rubrica "occhi alla guerra" Washington non vuole abbandonare la Libia al suo destino, almeno non totalmente. Ma è chiaro che scegliere una parte piuttosto che un’altra non è una decisione facile per un governo che, in questo caos libico, vede i suoi alleati scontrarsi fra loro.  

L’Italia secondo il giornale sta provando a convincere Trump a schierarsi apertamente nei confronti del piano di Roma, che è poi quello delle Nazioni Unite e che rappresenta di fatto la declinazione internazionale delle idee del Dipartimento di Stato. L’obiettivo del governo giallo-verde è praticamente ricordare agli Stati Uniti perché dove ribadire la stesse linea americana sulla Libia, che adesso sembra disinteressarsi del caos di Tripoli (almeno in apparenza).  

Un’emergenza continua il quotidiano è tale quando una situazione appare repentinamente variata e cambiata in un lasso di tempo talmente veloce, da richiedere decisioni e sforzi fuori dall’ordinario. Dati alla mano, non esiste un’emergenza immigrazione dalla Libia per via della guerra attualmente in corso. 

L’Italia deve ovviamente valutare tutti gli scenari futuri ed agire secondo una precauzione figlia del buon senso, ma considerare emergenza ciò che emergenza non è potrebbe risultare controproducente. Parlare oggi di necessità di contenere i flussi generati dal conflitto libico equivale a parlare di ricostruzione prima di un terremoto. Al momento non c’è alcun incremento di approdi relativi alla rotta libica: la guerra scatenata dal generale Haftar lo scorso 4 aprile su Tripoli non genera fino a queste ore la temuta ondata di profughi.

Cifre e numeri destinati a creare preoccupazione soprattutto lungo la sponda italiana del Mediterraneo, allarmi volti a sensibilizzare un Paese, quale il nostro, che vive da vicino la questione legata a flussi migratori. Sono giorni in cui dalla Libia, sia dal lato di Al Sarraj che da quello di Haftar, arrivano vere e proprie allerte. L’ultima riguarda quella lanciata dal premier libico e che parla, in particolare, di 800mila migranti presenti in Libia. Un modo per spingere Roma ad adoperarsi affinché il problema venga risolto, magari dando appoggio politico (e soldi) al governo insediato a Tripoli ed impegnato in queste ore a respingere gli assalti dell’Lna. Ma quella sui migranti è reale emergenza?

Immigrazione e terrorismo sono problemi attuali, che esistono prima dello scoppio della battaglia di Tripoli e che non sembrano accentuati nei giorni successivi. Parlare di emergenza sembra forse un tentativo, nemmeno troppo sottile in effetti, di tirare in ballo l’Italia. Dal canto suo, Roma deve valutare ogni scenario e provare in ogni caso a mediare per porre fine all’instabilità libica. Ma le questioni divenute improvvisamente centrali nelle ultime ore appaiono più figlie di mere chiacchiere politiche che di preoccupanti circostanze reali

Fatte queste premesse dunque, ben si intuisce quanto importante sia la prevenzione di determinati fenomeni tenendo ben presente però l’attuale realtà dei fatti, che non parla di emergenza. Anche perché, al contrario, da alcuni giorni risulta che diversi migranti presenti in Libia tornino a gruppi in Niger in quanto preoccupati di rimanere loro malgrado invischiati nel conflitto a Tripoli. E gli stessi libici divenuti profughi per via delle case tremendamente vicine alla linea del fronte, scappano sì ma in altre zone della Libia o in Tunisia. Quando quindi il governo libico, da una parte, parla di pericolo di invasione e quando, dall’altra parte, Haftar mette in guardia dai rischi legati al terrorismo, l’impressione è quella di un’enfatizzazione dei relativi fenomeni per catturare le simpatie (con relativi appoggi politici e di natura economica) dell’Italia.

Ma secondo Il piano Usa, con l’avanzata repentina di Haftar, ha sicuramente subito uno stop importante. E questo sicuramente incide sul fatto che gli Stati Uniti non abbiano intenzione di concedere al maresciallo della Cirenaica la vittoria. Ma è chiaro che, avendo da una parte l’Italia, il Qatar, la Turchia e il governo riconosciuto e dall’altra parte Francia, Emirati, Arabia Saudita ed Egitto, scegliere non è affatto semplice. In qualunque caso, Trump dovrà per forza lanciare un segnale di avvertimento a un alleato.

Intanto sono pronti a colpire in nome del jihad. Sono convinti che sia necessario l'uso della violenza per applicare la legge di Allah. Questa mattina la polizia di Stato li ha fermati entrambi prima che potessero fare del male a qualcuno. Non potendo più andare a combattere in Siria sotto la bandiera dello Stato islamico, i due, che si sono radicalizzati in Italia, erano infatti veri e propri lupi solitari pronti al suicidio.

Frittitta e Ghafir non parlavano e basta. Erano già passati all'azione. Si legge, infatti, in una chat dal tono inquietante: "Mi sono preso troppo di collera, ho sbagliato due volte strada. Mancava poco e Yusuf faceva un casino in autostrada...". I due si stavano informando su come sabotare i servizi pubblici e si stavano allenando per raggiungere una preparazione fisica e militare idonea a combattere a fianco dei miliziani dell'Isis in Siria o in altre località. Acquisivano in continuazione video che contenevano istruzioni per combattere e studiavano le tecniche di guerriglia a cui si ispirano i jihadisti quando tentano le azioni suicide. "Tutti comportamenti finalizzati a commettere atti di terrorismo - spiegano gli inquirenti - volevano colpire più Paesi, sia mediorientali che europei".

L'obiettivo, secondo i pm, era appunto intimidire gli occidentali destabilizzando o distruggendo "le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di tali Stati". Il timore era che i due potessero passare a un gesto dimostrativo, eclatante, anche utilizzando il camion. Un'ipotesi che ha preso più corpo, secondo gl investigatori, quando lo Stato islamico è stato sconfitto in Siria e si è allontanato, per entrambi, il progetto di andare a combattere per il Califfato. Da quel momento i due avevano iniziato ad agire da veri e propri lupi solitari o anche "mujahediin virtuali". "Il martirio è il miglior modo per morire - diceva il marocchino - che Allah non ci neghi questa possibilità".  

Come sottolinea il giornale "Vorrei accarezzare le loro gole con quello". Quello è un coltello lungo 26 centimentri che Frittitta, che di mestiere faceva l'autista di camion autoarticolati per una impresa di Brescia, portava con sé. Oltre al 24enne palermitano le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Marzia Sabella e dal sostituto Calogero Ferrara, hanno incastrato anche Ossama Ghafir, 18enne marocchino che abita a Cerano, paesino in provincia di Novara. I pm sono convinti che i due estremisti islamici fossero pronti a "usare la violenza" ammazzando "uno ad uno, tutti i traditori mettendoli in fila". Per Frittitta anche i genitori erano "miscredenti". "Non hanno più potere su di me", diceva all'amico. I due lupi solitari avevano aderito "alla linea religiosa islamica salafita" ed erano pronti ad andare contro tutto e tutti. E a far scorrere il sangue.

Frittitta aveva iniziato a radicalizzarsi nel 2017: si era fatto crescere una folta barba nera e si era sposato con una donna di religione islamica. Questo processo è poi maturato in ambienti integralisti del Nord Italia dove si era trasferito dopo che aveva conseguito l'abilitazione alla conduzione di mezzi pesanti. È qui che ha stretto amicizia con Ghafir e altri convertiti all'islam. Via chat si scambiavano materiale di propaganda dello Stato Islamico, informazioni sui combattimenti in corso in Siria, canti di guerra e video sanguinari. Il loro proposito era addestrarsi per andare a combattere nei territori occupati dallo Stato Islamico.

 

 

 

Con l’insediamento al ministero di Matteo Salvini, i contatti diplomatici con Tripoli rimangono molto solidi. Proprio il segretario della Lega è tra i primi ad incontrare Fathi Bishaga, il suo omologo libico, a poche settimane dal suo ingresso all’interno del governo di Al Sarraj. Come rivela il giornale negli articoli di "occhi nella guerra" una mossa favorita anche dai contatti che lo stesso Salvini stringe con il Qatar, a cui sia il premier libico che Bishaga sono ritenuti vicini: “In queste ore stiamo sondando tutti i contatti diplomatici con le parti in causa – dichiarano dal Viminale – L’obiettivo è fare fronte comune e chiede lo stop alle ostilità”. La fine immediata dei combattimenti è del resto la richiesta che viene fatta dal governo di Giuseppe Conte già dalle prime ore dall’inizio della battaglia. Lo ribadisce, nel suo discorso di questo giovedì alla Camera dove riferisce ai deputati, lo stesso Conte. Ed anche Salvini, più volte, dichiara di sostenere lo stop agli scontri: “Il Viminale sta lavorando per questo”, sottolineano dal ministero.

Ma ciò che, dagli uffici del ministero degli interni, preme maggiormente specificare in queste frenetiche ore caratterizzate dalla crisi attorno la capitale libica, riguarda indubbiamente la questione migratoria. Nei giorni scorsi sono parecchie le preoccupazioni circa una possibile ripresa delle partenze dalla Libia. Il caos all’interno della città di Tripoli e l’impiego delle milizie tripoline nelle battaglie, fanno temere un minore controllo lungo le coste del paese africano. Se martedì è lo stesso premier Al Sarraj a tranquillizzare l’Italia, affermando che la sua Guardia Costiera continua a lavorare per arginare i flussi, in questo giovedì è il Viminale a fare quadrato: ” Non si teme, al momento, un incremento delle partenze di immigrati – tagliano corto dal ministero – Stiamo però monitorando la situazione costantemente”.

Proprio nelle scorse ore un barcone in difficoltà con venti migranti a bordo viene soccorso e riportato in Libia dalla stessa Guardia Costiera di Tripoli. Per il momento dunque, la situazione sotto questo fronte sembra sotto controllo. E questo, agli stessi funzionari del Viminale, fa tirare un primo debole ma significativo sospiro di sollievo.

Non solo il volo Bengasi-Roma-Bengasi continua il Giornale di un misterioso Falcon che era presente all’aeroporto di Ciampino lunedì scorso. C’è un altro aereo, sempre dello stesso modello, che ha avuto un percorso diverso ma la stessa base di partenza: Bengasi. Ma questa volta la rotta puntava più a nord, direzione Parigi.

A rivelarlo è sempre Repubblica che, seguendo i tracciati di Flightradar, ha ricostruito un altro viaggio degli uomini di Khalifa Haftar, che in base al monitoraggio dei voli sembra siano atterrati nella capitale francese giovedì 4 aprile per poi ripartire dall’aeroporto di Orly l’alba del giorno dopo. E l’Eliseo ha confermato al quotidiano italiano che “degli emissari di Haftar sono venuti”. Anche in questo caso, c’è chi parla di Saddam Haftar, il figlio del generale, quello che secondo le indiscrezioni sarebbe stato anche a Roma per incontrare il figlio del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Ma c’è un altro aereo misterioso tracciato dai radar sulla rotta Francia-Libia: un jet decollato a un aeroporto secondario di Lione ed è atterrato a Bengasi dopo aver sorvolato per lungo tempo i cieli della Cirenaica: forse in missione di ricognizione.

Scrive il Giornale le domande sorgono spontanee: dopo il sostegno malcelato dei francesi per l’uomo forte della Cirenaica, che cosa ci faceva l’alta delegazione di Haftar a Parigi? Il sospetto è che quell’incontro arrivato dopo la visita degli emissari a Roma serva per dare e ottenere garanzie. La Francia vuole vederci chiaro: ha sostenuto Haftar in ogni modo, anche bloccando la condanna Ue alle operazioni dei suoi miliziani (anche se Parigi nega qualsiasi tipo di “boicottaggio”), ma adesso potrebbe sfuggirgli di mano.

L’Eliseo infatti teme che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti abbiano preso il sopravvento sui piani dell’Esercito nazionale libico. E adesso il generale può diventare una scheggia impazzita tanto che la francia vuole iniziare a far vedere di avere ancora il polso della situazione anche per non perdere la leadership sulla possibile futura transizione libica in cui è chiaro che Emmanuel Macron abbia giocato tutte le sue carte.

Dalla Francia continuano a negare qualsiasi sostengo diretto ad Haftar. Parlano di un sostegno a entrambe le parti in causa, di volontà di arrivare a una pacificazione, di sostegno all’operato delle Nazioni Unite e dell’inviato Ghassan Salamè. Addirittura continuano a sostenere che non esiste alcuna rivalità tra Parigi e Roma, con l’Italia che non è “rivale” ma addirittura alleata della Francia.

Parole che però inutile nasconderlo non svelano l’altra verità,come rivela "occhi della guerra"  quella fatta di un continuo lavorio diplomatico, di intelligence e politico per farsi fuori a vicenda ed evitare che uno dei due governi prenda il sopravvento sulla crisi libica. In questo senso, è chiaro che Francia e Italia debbano cooperare necessariamente in Libia: perché due Paesi Nato e Ue non possono non condividere informazioni fondamentali specialmente se confinanti e se coinvolte entrambi direttamente in un conflitto e con proprie forze sul campo. Ma la divergenza strategica è del tutto evidente: Parigi non ha alcun interesse a fare in modo che Roma si prenda un ruolo di guida della transizione. E stessa cosa può dire l’Italia, visto che a nessuno, specialmente in questo governo, interessa che Macron prenda in mano la guida del conflitto.

Sotto questo profilo, sempre come riporta Repubblica, le parole di Michel Scarbonchi, “ex deputato europeo che si presenta come una sorta di ambasciatore di Haftar nella capitale francese” sono molto più realistiche: “Nessuno vuole dirlo, ma tutti sperano che il Generale prenda Tripoli e diventi l’ uomo forte capace di stabilizzare la Libia”. Anzi, lo stesso Scarbonchi rivela come oramai anche l’Italia abbia di fatto capito che l’unico con cui si può realmente interloquire è Haftar. Ma è evidente che i suoi uomini siano andati a Parigi per chiedere l’assenso alle operazioni. Mentre in Italia è venuto per garantire che non colpirà i nostri interessi.

­

Il caos in Libia non significa che qualcun non stia vincendo.E tra i possibili “vincitori” di questo conflitto, c’è sicuramente la Russia di Vladimir Putin che, nella peggiore delle ipotesi, in ogni caso riuscirebbe a mantenere più di un piede in un Paese che, con la caduta di Muhammar Gheddafi, poteva anche perdere del tutto. Perché la caduta del colonnello libico non è stata solo la fine di un governo partner dell’Italia, ma anche della Russia, considerati i contratti siglati fra Mosca e Tripoli nel corso degli anni precedenti la caduta.

Con la guerra in Libia, tutto sembrava perduto per Mosca. Secondo il quotidiano il Giornale ma così non è stato. E il fatto che adesso il caos imperi nel Paese nordafricano è comunque un segnale che la sfida per Tripoli e dintorni non si è conclusa e che il Cremlino non ha mai messo la parola fine alla sua strategia per la “conquista” della Libia. In questo senso, le parole rivolte ad Agenzia Nova da Lev Dengov, direttore del gruppo di contatto russo per la Libia, sono particolarmente importanti. Il funzionario russo ha infatti affermato che il suo Paese rappresenta “la piattaforma di dialogo ideale per la soluzione pacifica del conflitto” in Libia e ha citato in particolare la figura di Ramzan Kadyrov che “opera come ponte nelle relazioni tra il mondo musulmano e Mosca”.

 

­

Il sottile filo rosso che lega Libia e Federazione russa è rappresentato, come sostenuto da Dengov, da Kadyrov. Il governatore della repubblica di Cecenia, musulmano e sunnita, è un elemento essenziale per comprendere la strategia del Cremlino in Medio Oriente e Nord Africa, perché, come spiegato dal funzionario russo, “ha svolto un grande lavoro nel fondare delle relazioni con la Libia ed ha buone amicizie in Medio Oriente, negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita“. Una lista di nomi che appare essenziale per comprendere su chi verte la “simpatia” di Putin visto che sia Riad che Abu Dhabi puntano sul comandate dell’Esercito nazionale libico e anche l’Egitto, sponsor fondamentale del maresciallo di Bengasi.

 

­

Per la Russia, sottolinea il Giornale avere legami con tutte le parti del conflitto significa ergersi a possibile leader della transizione del Paese nordafricano dopo la guerra civile, ma soprattutto avere un nuovo avamposto nel Mediterraneo. Proprio per questo motivo, il fatto che gli Stati Uniti abbiano fisicamente abbandonato la Libia con l’immagine di Africom che comunica l’uscita dei soldati Usa dal territorio del Paese, ha un significato molto profondo.

Di fatto, gli Stati Uniti hanno già delegato alle Nazioni Unite il compito di guidare la transizione libica. E mentre Donald Trump dimostra disinteresse nei confronti del conflitto libico, anche grazie agli errori commessi dal governo italiano cher hanno abbandonato la linea più apertamente vicina al governo statunitense, la Russia può incunearsi cercando di prendere non il controllo della situazione, ma quantomeno di diventare, ancora una volta, una potenza necessaria. Ed è questa la vera vittoria di Putin.

 

 

 

 

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI