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Lunedì, 25 Maggio 2020

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Cominciamo dall'aspetto più tragico, i troppi decessi a causa del letale virus. In un fondo interessante Riccardo Cascioli, riflette sul record di morti in prevalenza anziani in Lombardia e il conseguente loro abbandono. Senza minimizzare l'aggressività del Covid-19, un fattore importante dell'alta mortalità è l'insufficienza delle strutture sanitarie, a cui si è sommata l'incompetenza dimostrata dal governo.

Cascioli punta il dito sui tanti anziani che sono lentamente morti in casa, oppure sono arrivati in ospedale e rimandati a casa, «e non è certo colpa dei medici; semplicemente negli ospedali non ci sono più posti e scarseggiano anche i sanitari, colpiti loro stessi in gran numero dal coronavirus». (R. Cascioli, “Record di morti in Italia, c'entra l'abbandono degli anziani”, 23.3.2020, LaNuovaBQ.it).

«Quello che in altri tempi sarebbe potuto essere classificato come un caso di malasanità, oggi in certe zone è diventato purtroppo ordinaria amministrazione».

Cascioli riporta una serie di dati per evidenziare l'enorme disparità di tassi di mortalità da regione a regione. Il totale dei contagiati e dei morti si trova in Lombardia il 12,7%. La spiegazione di tanti è perchè in Lombardia si trova la popolazione più anziana. Non è affatto vero: delle 4 regioni prese in esame, la Lombardia è la più giovane: gli ultrasessantacinquenni sono il 22,6% della popolazione e l’indice di vecchiaia è 165,5, mentre per il Veneto è 172,1, per l’Emilia Romagna 182,6 e per il Piemonte addirittura 205,9 (vale a dire che ci sono più di 2 anziani per ogni ragazzo sotto i 14 anni).

Inoltre per quanto riguarda Bergamo e Brescia, sono due province, abbondantemente sotto la media regionale in quanto a indice di vecchiaia. Secondo Cascioli «il picco di mortalità in Lombardia non trova una spiegazione esauriente».

La questione è che «non essendoci posti letto sufficienti, le persone vengono lasciate morire. Non per cattiveria dei medici, non perché manchi la volontà di curare, ma semplicemente perché non c’è la possibilità di fare altrimenti».

Inoltre sottolinea Cascioli, «nei giorni scorsi è stato detto da più parti in Lombardia, un po’ sottovoce un po’ indirettamente, che i medici sono costretti a fare delle scelte».

Tuttavia pare che ai decessi dopo la terapia intensiva riportati ufficialmente dalla Protezione civile, si dovrebbero aggiungere quelli degli anziani morti in casa, che sono più numerosi.

Infatti Cascioli scrive: solo negli ultimi tre giorni in Lombardia sono morte 1.288 persone: fossero stati pazienti in buona parte ricoverati in terapia intensiva ne dovremmo vedere l’effetto, visto che questo numero è nettamente superiore a quello dei ricoverati giornalieri in terapia intensiva (ieri erano 1.142 contro i 1.050 di due giorni prima). 

Pertanto secondo il direttore de LaNuovaBQ citando le linee guida di etica clinica emanate il mese scorso dalla SIAARTI (Società Scientifica di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva), indicano «la necessità di non occupare la terapia intensiva con persone anziane e con patologie pregresse. Con buona pace di chi, nei giorni scorsi, di fronte alla strategia annunciata dal premier britannico Boris Johnson, ha rivendicato per l’Italia una sorta di superiorità morale perché noi ci occupiamo di tutti allo stesso modo».

Dunque causa di questo disastro attuale è solo in parte l'aggressività del coronavirus, per Cascioli, parte importante è l’insufficienza del nostro sistema sanitario. E stiamo parlando della sanità lombarda. Poi alla debolezza strutturale si aggiunge il Governo Conte che, a oltre due mesi dalla notizia dell’epidemia in arrivo, non ha provveduto ancora a dotare il personale sanitario delle necessarie protezioni. Mascherine e guanti sono ancora introvabili. In ogni caso è già tardissimo, oltretutto con migliaia di medici ammalatisi a rendere ancora più difficile il lavoro a una categoria già sottodimensionata. Però è molto più comodo prendersela con quelli che fanno jogging.

L'Italia un modello per gli altri Paesi.

Un'altra osservazione frequente sui Media di questi giorni è quella che l'Italia è un modello per gli altri Paesi per come sta combattendo il corona virus. E' un ragionamento falso secondo Paolo Gulisano.

Circolano «narrazioni sui Media, sui social, che la strategia con cui l'Italia sta combattendo l'epidemia di Sars Covid 19 è la migliore possibile, un modello ovviamente invidiato e ammirato come tutto il resto del Made in Italy».(P. Gulisano, “L'Italia un modello? Certo, da non seguire”, 23.3.2020, LaNuovaBQ.it).

Gulisano fa riferimento a un articolo apparso ieri sul New York Times, a firma di Jason Horowitz, esperto di affari italiani. L’analisi di Horowitz è lucida e impietosa. «L’Italia ha commesso una serie di terribili errori strategici nella modalità di affrontare l’epidemia. L’Italia è il Paese in Europa dove l’epidemia si è di gran lunga più diffusa, e questo dovrebbe fare riflettere. Dove il numero di morti ha addirittura superato quello della Cina, che ha un numero di abitanti 25 volte superiore. E’ evidente che qualcosa non ha funzionato. Per certi versi si potrebbe dire che l’Italia sta diventando sì un modello per gli altri Paesi, ma come esempio di come non si debba procedere».

Sostanzialmente l'Italia è arrivata impreparata al conflitto, tra l'altro è accaduto spesso nella Storia. E continuando con i termini bellici «è come se il Governo avesse mandato allo sbaraglio i suoi soldati e ufficiali, come quando nella Prima Guerra Mondiale i generali mandavano i reparti al massacro fuori dalle trincee. Potremmo dire che questa sprovvedutezza è una eredità di anni di tagli insensati alla Sanità».

Continuando nelle riflessioni la situazione è stata poi complicata dalle scelte del governo Conte con l'attendismo, le incertezze di azione, sulla scarsa comprensione del fenomeno, sui mancati controlli sui rientri dalla Cina, motivati dall’intento di non apparire razzisti, di non fare regali alle forze politiche di opposizione. «Se l’esperienza italiana ha qualcosa da insegnare, fa notare Horowitz, è che le misure per isolare le aree colpite e per limitare gli spostamenti della popolazione devono essere adottate immediatamente, messe in atto con assoluta chiarezza e fatte rispettare rigorosamente».

Secondo Gulisano il virus si era da tempo diffuso, silenziosamente, a causa della mancanza di controlli sugli arrivi dalla Cina. Ormai sappiamo che ben prima del celebre caso uno di Codogno il virus era già attivo da settimane in Italia, trasmesso da persone asintomatiche e spesso scambiato per un’influenza stagionale. Tra l'altro si  è diffuso maggiormente in Lombardia, perchè è la regione italiana con le più forti relazioni commerciali con la Cina. (ecco perchè probabilmente in altre regioni d'Italia, in particolari al Sud, ci saranno meno contagi) .

Dagli “aperitivi solidali” allo Stato di polizia.

Infine un altro tema sul quale si sta discutendo a lungo è quello delle misure restrittive, le limitazioni della libertà. Chi avrebbe pensato, fino a poco tempo fa, che ci saremmo ritrovati in uno scenario di sostanziale legge marziale, in cui un’intera nazione è praticamente agli arresti domiciliari? Bisognava arrivare a questo punto per debellare un virus seppure letale? Anche ieri sera nella trasmissione su rete 4 di Barbara Palombelli, il dibattito tra gli intervenuti si è acceso. Certo non sarò io adesso a dover difendere la Costituzione, la Democrazia, sarebbe un paradosso, io che studiando la Storia, spesso mi appassiono per le gesta di combattenti, di generali, di Re e Regine, tra l'altro in gioventù ero perfino abbonato a un periodico dal titolo eloquente,“Monarchia”, io che recentemente ho riscoperto perfino la grande figura del dittatore illuminato, Antonio Oliveira Salazar.

Certo comprendo che di fronte a un nemico invisibile e letale non si può rispondere che con la quarantena più rigida, col risultato che occorre sacrificare momentaneamente la nostra libertà personale. Anche se in Corea del Sud non è stato proprio così. Comunque sia anche qui sono necessarie alcune riflessioni sul comportamento degli uomini di sinistra e del Governo. Siamo passati dagli “aperitivi solidali” allo Stato di polizia, dal relativismo all'autoritarismo, scrive il professore Eugenio Capozzi.

Per questa gente non era facile far accettare in base al realismo e al buonsenso di chiudere immediatamente i confini a quanti provenivano dalla Cina quel o costringere quest’ultimi alla quarantena. Simili misure suonavano radicalmente inaccettabili alle orecchie degli esponenti politici del Pd e dei 5Stelle, così come di tutta l’opinione pubblica “progressista” del paese. «Si trattava naturalmente di un tasto molto dolente, di un tema indigesto per generazioni di progressisti occidentali. Ma in Italia in particolare, nella cultura egemone a sinistra il tema della sicurezza nazionale era stato totalmente rimosso in favore dell’esaltazione di un europeismo astratto e idealizzato, così come della convinzione ingenua che il mondo globalizzato fosse ormai un mondo senza più confini effettivi, in cui la governance sovranazionale fosse in grado di affrontare qualsiasi problema e conflitto».(E. Capozzi, “Dagli “aperitivi solidali” allo Stato di polizia, relativismo e autoritarismo al tempo del Coronavirus”, 22.3.2020, L'Occidentale).

Pertanto chiudere i confini per questi politici omologati al pensiero unico “no border”, era pericoloso in sé, non si poteva dare ragione a Salvini e ai sovranisti. Se non ché arriviamo alla prima settimana di marzo, l'atteggiamento del governo Conte cambia bruscamente , è passato dalla“La situazione è sotto controllo”, dal“Niente allarmismi” alla strategia di un “lockdown” in stile “cinese” massiccio e indiscriminato sull’intero territorio nazionale; completato da misure via via più stringenti di limitazione della libertà di movimento di tutti i cittadini.

Addirittura qualche governatore di sinistra manifesta per l'occasione un piglio militaresco, quasi “sudamericano”, in cerca di facili consensi securitari (esibizione che se fosse stata fatta dall’ex ministro degli Interni avrebbe suscitato commenti di orrore e raccapriccio).

Intanto i Media, gli intellettuali, più o meno organici, si sono adeguati alla nuova linea. In pochi giorni siamo passati all'esaltazione dell'”uomo forte”, alla perentoria esortazione a “stare tutti a casa”. Fino alla pubblica delazione dei presunti “untori”, nella persona dei cittadini che, tra lo stupore dei nuovi zeloti, si ostinavano ancora a pretendere di camminare o correre da soli, pur essendo queste attività ancora legali e assolutamente compatibili con il “distanziamento sociale”.

Praticamente ora tutta l'attenzione viene posta sulla popolazione “indisciplinata”, la responsabilità è sua «dell’aumento dei contagi, scagionando così in un colpo le colossali inefficienze, i ritardi, le esitazioni fatali, le leggerezze, le preclusioni ideologiche da parte del governo che nelle settimane precedenti hanno trascinato il paese in una crisi drammatica con pochi precedenti nel dopoguerra».

Tuttavia Capozzi in questa “libido autoritaria” generale ha visto che viene esercitata anche dalle componenti della cultura politica di destra. Troppi esponenti della Lega e Fdl si sono associati con entusiasmo al governo in questa nuova strategia. Hanno fatto bene, hanno fatto male?

L’Europa non cambia mai. Ritorna il copione Grecia del 2015 .Angela Merkel non ha mai mostrato alcune reale empatia per le sorti dell’Italia. E quella frase di Christine Lagarde sullo spread – quando Piazza Affari crollava sotto i colpi della pandemia e forse delle speculazioni – era stato il segnale arrivato dalla Bce e quindi dalla linea tedesca su cosa volesse ora l’Europa. L’Ue non cerca di aiutare l’Italia: l’Ue vuole semplicemente che l’Italia faccia il suo compito. L’aiuterà, certo, ma non per pietà cristiana. Lo farà finché sarà utile salvare sé stessa, a evitare il crollo sanitario prima ancora che economico. Ma poi non ci saranno sconti.

Neanche con una crisi di proporzioni mondiali e con un Paese, l’Italia, sull’orlo del collasso sanitario. Le vane speranza degli europeisti più convinti si basavano sul fatto che l’Unione europea, per sopravvivere, avrebbe dovuto aiutare per forza il nostro Paese. Altrimenti il rischio catastrofe sarebbe stato dietro l’angolo, con pericoli sempre più crescenti per una struttura ormai a dir poco traballante come quella di Bruxelles. Ma come sempre la realtà supera l’immaginazione e dal Nord è arrivata la sentenza che condanna l’Italia. Su Mes e coronabond nessuna marcia indietro in termini di austerità e eventuali “commissariamenti” da parte del sistema finanziario europeo.

l’Europa continua a commettere lo stesso errore: non salva gli altri proprio pensando di poter salvare se stessa. Ma altro non farà che ampliare una frattura ormai enorme tra popoli e burocrazia, tra Sud e Nord Europa, tra “populisti” e tecnocrati. Nei giorni scorsi, il ministro della Finanze francese, Bruno Le Maire, aveva detto una frase molto chiara: l’Europa non si riprenderà se lascerà cadere l’Italia. Ma sembrano parole vuote di fronte a questa Ue. In un sistema dove i ministri della Sanità non rispondo alle richieste di ventilatori polmonari di un Paese che conta migliaia di morti, come si può pretendere che si possa credere a un’Europa solidale? L’Ue non è per definizione solidale: aspetta, con inquietante lucidità, che l’unica via di uscita sia cedere sovranità per evitare il baratro. Va dato, al ministro tedesco, di averci almeno risvegliato dai sogni.

La decisione è arrivata ovviamente da chi decide davvero sulle sorti dell’Europa. Altro che Ursula von der Leyen, Michel, il Consiglio europeo o altri burocrati messi lì non per decidere ma per rappresentare interessi più grandi di loro. La scelta della linea da seguire è arrivata direttamente dalla Germania, culla dell’Unione europea e probabilmente capitale della nuova Ue post-coronavirus. Il ministro dell’Economia Peter Altmaier è stato cristallino: nessuna concessione all’Italia per un “dibattito fantasma” sulle idee per una maggiore flessibilità in Europa.

Così com’è, il Mes è un’arma a doppio taglio. Il motivo è presto detto: come ricorda Repubblica, per accedere alle sue linee di credito (Eccl) è necessario sottoscrivere un programma con forti impegni sulla riduzione del debito. Certo, dall’altro lato l’intervento del fondo garantirebbe lo sblocco dell’Omt, il programma di acquisto illimitato di titoli da parte della Bce, utile per abbassare tassi e liberare risorse, ma gli impegni citati fanno rima con austerità e Troika. Insomma, il rischio di finire nelle sabbie mobili è altissimo.

Accanto alle valutazioni di natura tecnica ci sono le considerazioni politiche dei singoli Paesi. Austria, Olanda, Finlandia e Germania temono che le nazioni più indebitate, come ad esempio l’Italia, possano abbeverarsi alla fonte del Fondo salva-Stati senza pagare il conto. I governi mediterranei, invece, vorrebbero accedere al Mes senza vincoli. La loro giustificazione? La crisi in corso non è da ricollegare agli errori di un Paese ma è qualcosa che colpisce tutti allo stesso modo e che mette in discussione la tenuta della stessa Ue (tra l’altro le stesse istituzioni dell’Unione europea sottoscrivono in pieno).

Nessun testo condiviso e tanto meno nessun accordo su come utilizzare il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) per far fronte all’emergenza provocata dal nuovo coronavirus in Europa. L’ultima riunione dell’Eurogruppo ha reso ancora più profondo il fossato che divide i due schieramenti in campo: da una parte la Germania e i governi del Nord, dall’altra l’Italia, la Spagna e il “fronte del sud”.

La proposta di Klaus Regling prevede un prestito del Fondo salva-Stati fino al 2% del pil da spendere contro il Covid-19 con l’unica prospettiva futura di rispettare le regole del patto di stabilità. Per i “nordici”, niente da fare.

Nel frattempo il ministro Gualtieri ha fatto capire che l’Italia non chiederà l’intervento del Mes se ci sarà una qualsiasi forma di condizionalità. Ma al momento, e in attesa di ulteriori decisioni, l’unica certezza è che la linea del governo giallorosso si è schiantata contro un muro.

Tutte le opzioni continuano a restare sul tavolo ma intanto l’ennesima riunione tra i ministri delle Finanze Ue ha dato fumata nera. La palla passa ai capi di Stato e di governo, che adesso dovranno decidere il da farsi. In tutto questo una delle posizioni più nette è quella presa dall’Olanda. Secondo il premier Mark Rutte, la cui opinione è sposata anche dall’austriaco Kurtz e, sottotraccia, dalla cancelliera Merkel, le misure fin qui adottate sarebbero più che sufficienti. Tradotto: l’Italia e gli altri si facciano bastare il piano di acquisto di titoli della Bce e la sospensione del patto di stabilità, con il via libera agli aiuti di Stato, l’uso dei fondi strutturali per le spese sanitarie e il piano di prestiti della Banca europea per gli investimenti.

la proposta del premier sul Mes non ha ricevuto il consenso da parte del centrodestra. La leader di FdI, Giorgia Meloni, ha invitato il governo a non cedere ai “diktat franco-tedeschi”, auspicando “le quote versate dai singoli Stati per il Mes ritornino interamente nelle mani dei cittadini”.

Cosi la richiesta di ricorrere al fondo salva stati senza le clausole di condizionalità è arrivata proprio dal presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, dopo il via libera della Commissione Ue alla sospensione del Patto di Stabilità che sarà oggi bloccata dall’Ecofin.

Il punto di maggiore contrasto tra i capi di Stato e di Governo è proprio la flessibilità del fondo salva-Stati. Un nodo sul quale i Paesi nordici, Olanda in testa, sembrano determinati a non cedere, malgrado l’Ue stia affrontando la più grave crisi sanitaria del Dopoguerra. L’Olanda infatti non vuole valutare modifiche sulle condizioni di utilizzo del Mes, spingendo sulla linea dei prestiti con condizioni chiare. Anche la Germania è vicina alla posizione olandese, proponendo però di erogare prestiti ai Paesi che li richiederanno, sempre vincolati a misure precise, anche se ridotte.

Si allontana quindi l’ipotesi dei Coronabond, gli Eurobond dirottati all’emergenza sanitaria del Covid-19 gestita dai singoli Paesi. Ed è ancora più distante l’idea di creare linee di credito speciali per tutti e non solo per alcuni Stati. Ma Italia, Francia, Spagna e Portogallo continuano a spingere per una soluzione europea che non stigmatizzi i Paesi che ricorreranno al Mes.

Ranieri Guerra, direttore vicario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, intervenuto durante il programma Circo Massimo, Guerra non ha fatto nulla per nascondere le proprie rimostranze verso una situazione giudicata “incredibile”, annotata peraltro in uno dei momenti più difficili per la sanità globale, vista la dichiarazioni di pandemia dell’Oms arrivata nelle scorse settimane.

Il dito è stato puntato soprattutto nei confronti di un atteggiamento, notato da Guerra soprattutto in ambito europeo, in cui è mancato ogni tipo di solidarietà tra i vari Paesi e dove ogni governo ha dovuto inizialmente affrontare in solitaria la preoccupante espansione dell’epidemia: “Non c'è coesione, in nessun ambito europeo – ha affermato il direttore vicario dell’Oms – Abbiamo visto un rischio di disintegrazione dell'Unione europea”.

“È incredibile che, a distanza di un paio di mesi dall'inizio dell'epidemia – ha proseguito Ranieri Guerra – ancora gli stati membri non riescano a trovare una risposta comune”. Da qui l’affondo in cui il rappresentante dell’Oms ha denunciato l’isolamento del nostro Paese: “L'Italia all'inizio non soltanto è stata lasciata sola – si legge nelle sue dichiarazioni – ma è stata anche isolata. Questa è una vergogna”.

Parole molto dure, pronunciate da Guerra non soltanto da rappresentante italiano ma anche e soprattutto in qualità del suo importante ruolo ricoperto all’interno dell’Oms. Un modo, quello dell’organizzazione deputata a dettare le regole ed i comportamenti in ambito sanitario a livello globale, per ribadire come la risposta internazionale contro il coronavirus è stata all’inizio insufficiente.

Governi che hanno sottovalutato il problema in Europa o che, come nelle prime settimane di epidemia in Cina, hanno nascosto la gravità della situazione. Atteggiamenti questi che adesso l’intero pianeta sta pagando a prezzi molto salati, tra le migliaia di vittime per Covid-19 già accertate ed i due miliardi e mezzo di persone in isolamento per contenere l’espansione dell’epidemia.

Intanto Ranieri Guerra, direttore vicario dell’OMS ha dichiarato che il picco di contagi del coronavirus in Italia dovrebbe essere raggiunto la prossima settimana.
Ranieri Guerra, direttore vicario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha affermato che la settimana prossima ci si aspetta il picco dei contagi dell’epidemia di coronavirus in Italia.

"Il picco dovremmo averlo entro la prossima settimana, che sarà decisiva"
Walter Ricciardi, membro del comitato esecutivo dell'Oms, ha aggiunto "Se continueremo a stare a casa, le prossime due o tre settimane saranno molto importanti per la risoluzione".

Intanto la Lega presentera’ “una proposta di legge a firma Molinari e Bagnai per la riforma dell’articolo 81″ della Costituzione e “rimuovere il vincolo del pareggio…

Borghi:  Amici del M5S, il pareggio di bilancio fu votato da tutti nel 2011 ed eravate favorevoli anche voi che pur non eravate in parlamento, lo metteste anche nel programma elettorale. Fu un errore? SI. Di tutti. Sono passati 10 anni ed è cambiato il mondo. Adesso togliamolo insieme.

Perché commettemmo questo errore ? Era il 2011... C’era lo spread alle stelle, avevano fatto credere che facendo così si sarebbe diventati credibili e lo spread sarebbe magicamente scomparso. In realtà è un progetto che parte da lontano: farlo approvare senza far capire di che si trattava per tagliare le mani alla democrazia.

 

Chiedo di andare domani in Parlamento per ascoltare, modificare, suggerire, emendare, collaborare. La storia insegna: in Gran Bretagna, durante la Seconda Guerra Mondiale, visto che c'era un nemico, il virus di allora si chiamava nazismo, si istituì un gabinetto di guerra dove tutti furono coinvolti e tutti fecero la loro parte, tutti furono ascoltati, finita la guerra ci si dimise, si andò a votare e il popolo scelse". Così Matteo Salvini a Rtl 102.5.

"Oggi conto di avere, a nome di tutto il centrodestra, una risposta per un incontro positivo e costruttivo. La nostra voglia è quella di collaborare, di metterci a disposizione, di andare in Parlamento che è il nostro luogo di lavoro, come il supermercato per le cassiere. Di ascoltare in Parlamento i ministri, il Presidente del Consiglio, di poter fare suggerimenti, proposte migliorative".  

In queste ore si sente molto parlare di Mes e di Eurobond, o meglio Covidbond. Oltre alle misure già messe in campo dall'Unione, il Movimento 5 Stelle concorda rispetto all'eventuale emissione di bond europei che consentano la suddivisione del rischio e la distribuzione solidale del debito, appoggiandosi al bilancio europeo. Ma non accetteremo mai che quei bond si trasformino in una forma di condizionamento, anche indiretta, sulle scelte di politica economica del nostro Paese, o penalizzanti per i nostri titoli».

«Non siamo disposti ad accettare l'idea di emissione di titoli 'senior', cioè di titoli che prevedono priorità assoluta nel rimborso, perché metterebbero sotto forte pressione i nostri Btp, sollecitando lo spread e condizionando profondamente il nostro Paese. Se dietro le varie proposte di utilizzo del Mes si dovesse annidare questa strategia, noi ci opporremo sia all'emissione di titoli 'senior' sia a qualunque forma di condizionalità».

«Questa emergenza non riguarda solo l'Italia, ma è comune a tanti Paesi europei e del mondo. Un'emergenza che ha drammaticamente svelato tutta la fragilità di quegli strumenti che erano stati pensati dalle economie forti per controllare le politiche economiche dell'Unione. Stiamo affrontando una crisi globale: o ci salviamo tutti insieme, o affonderemo tutti insieme. Mi auguro che questo sia chiaro a tutti. E se qualcuno pensa di riuscire a salvarsi da solo, non andrà lontano. Mi fa sinceramente piacere, infine, che anche il presidente dell'Europarlamento David Sassoli abbia riconosciuto quanto le condizionalità del Mes siano state spesso odiose. Occorre trovare nuovi strumenti, più efficaci e condivisi. Solo così riusciremo a costruire insieme la migliore comunità europea possibile, che metta finalmente al centro i diritti e le esigenze dei cittadini». Lo scrive su Facebook il capo politico del Movimento 5 Stelle Vito Crimi, facendo riferimento a un appello pubblicato sulla rivista Micromega e rivolto ai vertici della UE e alla BCE.  
 
"Tutti litigano sulla chiusura delle fabbriche: sindacati contro industriali, governo contro regioni. Ma la vera sfida dell'Italia è chiarirsi bene su come e quando RIAPRIRE. Nulla sarà più come prima: ci giochiamo tutto. Spero che il Parlamento possa almeno discuterne COVID19". Così su Fb il leader di Iv Matteo Renzi.

"Le misure restrittive introdotte ci costringono a modificare le nostre più consolidate abitudini di vita. Incidono sulle nostre libertà più amate. Stiamo vivendo un esperimento del tutto inedito nelle democrazie occidentali. Stiamo seguendo un percorso graduale e condiviso per resistere a questa emergenza, senza stravolgere i nostri valori, rispettando i nostri presidi democratici. Teniamo costantemente informate le forze di opposizione e in questi giorni sarò in Parlamento per riferire in dettaglio". Lo dice in un'intervista a La Stampa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Quando finirà questa crisi? "È presto per dirlo. Questi saranno i giorni più difficili perché non abbiamo raggiunto la fase più acuta del contagio e i numeri cresceranno ancora. Siamo in attesa, nei prossimi giorni, degli effetti delle misure adottate", aggiunge il premier. "Lo avevo detto da subito che non si sarebbero visti nell'immediato". "Molto dipende dal comportamento responsabile di ciascuno di noi: se tutti, e ribadisco tutti, rispettiamo i divieti, se ognuno fa la propria parte, usciremo prima da questa prova difficilissima".

La notizia è che da martedì Camera e Senato saranno riuniti. Comicia l'iter del decreto Cura Italia in commissione Bilancio a Palazzo Madama, Salvini e Meloni dedichino il loro tempo a migliorare i provvedimenti per gli italiani, invece che a raccontare fake news. Il Parlamento fa il suo lavoro".Lo afferma il capogruppo dei senatori Pd Andrea Marcucci

Intanto come sottolinea il Giornale, il Nyt inchioda il sedicente avvocato del popolo: "Venerdì, gli stretti collaboratori di Conte hanno concesso un’intervista al premier a condizione che potesse rispondere alle domande per iscritto. Una volta inviate le domande, tra cui ve ne erano alcune in merito alle prime dichiarazioni del Primo Ministro, si sono rifiutati di rispondere". Ecco, non proprio una bella figura. Anzi.

Nell’articolo, dunque, si legge: "La tragedia che l’Italia sta vivendo rappresenta un monito per gli altri Paesi europei e per gli Stati Uniti, dove il virus sta arrivando con la stessa velocità. Se l’esperienza italiana ha qualcosa da insegnare è che le misure per isolare le aree colpite e per limitare gli spostamenti della popolazione devono essere adottate immediatamente, messe in atto con assoluta chiarezza e fatte rispettare rigorosamente".

Cosa che nel Belpaese non è avvenuta: è passato sostanzialmente più di un mese dalla nascita del focolaio di Codogno alla serrata del Paese, scrive il giornale, che comunque continua a rimanere parziale, visto che sono ancora decine le categorie di attività "essenzial" che hanno il diritto di rimanere aperte. "Nei primi fondamentali giorni dell’epidemia, Conte e altri alti funzionari hanno cercato di minimizzare la minaccia, creando confusione e un falso senso di sicurezza che ha permesso al virus di diffondersi", scrive il New York Times, e nel pezzo si legge anche: "Nonostante siano state attuate alcune delle misure più restrittive al mondo, all’inizio del contagio, il momento chiave, le autorità italiane annaspavano tra queste stesse misure, cercando di salvaguardare le libertà civili fondamentali e l’economia del Paese".

Quindi, il Nyt parla di opportunità mancate e passi falsi, che l'Italia sta pagando in toto: "Nei suoi tentativi di interrompere il contagio, adottati uno per volta, (isolando prima le città, poi le regioni, quindi chiudendo il Paese in un blocco intenzionalmente permeabile) l’Italia si è sempre trovata un passo indietro rispetto alla traiettoria letale del coronavirus". E ancora: "Anche dopo aver deciso di ricorrere a un blocco generale per sconfiggere il virus, il governo italiano non è riuscito a comunicare l’entità della minaccia con una forza sufficiente a convincere gli italiani a rispettare le norme, formulate in modo da lasciare grande spazio ai fraintendimenti nella popolazione". Fraintendimenti che continuano, alla pari dei passi falsi (mediatici e non) del premier, a farla da padrone.

Intanto in una nota congiunta i parlamentari del Movimento 5 Stelle delle commissioni Affari Esteri di Camera e Senato dichiarano :    Rivolgiamo un accorato appello alla comunità internazionale, Stati Uniti in testa, per l'adozione di una moratoria umanitaria delle sanzioni economiche che impediscono ai governi di diverse nazioni di fronteggiare adeguatamente l'emergenza Coronavirus, provocando morte e sofferenza evitabili e creando focolai pericolosi per tutto il mondo. Vanno immediatamente sospese le sanzioni nei confronti dell'Iran, in piena crisi pandemica, della vicina Siria, già in ginocchio per la guerra e a rischio ecatombe in caso di contagio, del Venezuela, dove i casi sono in rapido aumento, di Cuba, che nonostante l'embargo si prodiga per aiutare altri Paesi come l'Italia, e anche della Corea del Nord, dove il regime nega un contagio che non sarebbe in grado di fronteggiare».

 
 
 

Le frontiere della Grecia sono le frontiere europee: la Ue rispetta gli impegni presi con la Turchia sulla gestione dei migranti, Ankara deve fare lo stesso. Questo il doppio messaggio che i vertici delle istituzioni europee lanciano da Kastanies, valico di frontiera greca giorni sotto il pressing dei migranti che dal lato turco sperano di entrare in Europa.

La Grecia è "il nostro scudo europeo", dice von der Leyen, utilizzando la parola greca "aspida" per ringraziare Atene. "Queste sono circostanze eccezionali. Le autorità greche sono di fronte a un compito molto difficile nel contenere la situazione - dice - . È importante per me essere qui oggi con voi e dirvi che le preoccupazioni greche sono le nostre preoccupazioni. Questa frontiera non è solo greca, è la frontiera europea".

Il confine è rappresentato da qualche area coltivata e colline brulle. In mezzo scorre il fiume Evros, ed è proprio attraversando queste acque gelide che la stragrande maggioranza dei profughi vorrebbe cercare di arrivare entro il confine greco. In volo diversi elicotteri e numerosi droni equipaggiati con telecamere che trasmettono in tempo reale la situazione ai posti di controllo a terra. Dove possibile i frontalieri greci hanno srotolato metri e metri di quella che gli americani chiamano barbed wire, il filo spinato militare che nasconde anche piccole lamine affilatissime come lamette. 

 
Gli scontri erano già cominciati dai primi giorni non appena Ankara aveva dato il via libera ai profughi.I poliziotti greci hanno effettuato 66 arresti tra i migranti incapucciati ed armati di razzi lacrimogeni come in una vera guerriglia. Come riferisce il media Ekathimerini di Atene, ben 17 di costoro sono stati condannati a una pena detentiva di 3 anni e mezzo.

Nelle prime 24 ore della crisi del confine, 4.000 persone sono state fermate dall’attraversamento del territorio greco, ha detto il portavoce del governo greco Stelios Petsas. Le riprese della scena mostrano grandi folle di uomini mascherati che camminano e corrono vicino alla barriera cantando “Turchia, Turchia”.
 
Ogni 25 Marzo, la Grecia ricorda la liberazione dai Ottomani. Il popolo greco si unisce, come è solito fare, in una grande sfilata che parte da Koukaki e termina a Syntagma  ..Con quello che succede a Evros e alle isole Greche non e mai stata piu attuale di ricordare la storia che per 4 secoli ha messo la Grecia nel periodo piu buia : Iniziando con la caduta di Costantinopoli, e quindi dell’impero bizantino, avvenuta ad opera dell’impero ottomano nel 1453, il suolo ellenico è stato vittima di vessazioni, usurpazioni, ruberie, persecuzioni ed uccisioni da parte dei vicini turchi.

Nel 1814, alcuni rivoluzionari decisero di organizzarsi, dando vita alla cosiddetta Φιλική Εταιρία (Filikì Eterìa), una società rivoluzionaria segreta che aveva il compito di riunire i vari leader delle classi greche con l’obiettivo finale di liberare la patria dall’occupazione ottomana. Questa società venne fondata in particolare da tre greci: Nikolaos Skoyfas, Emmanoyel Xanthos e Athanasios Tsakalof.  
  
Il 25 marzo fu approvato come un giorno di memoria della rivolta nazionale dal Re Otto il 15 marzo 1838 in uno sforzo di abbinare l’evento ecclesiale dell’Annunciazione con la lotta dell’Indipendenza. Fu anche il desiderio di Alexandros Ipsilantis e della Filiki Eteria (Società degli Amici, composta da greci espatriati allo scopo di liberare la Grecia) di associare la rivolta con una grande festa ortodossa per incoraggiare il morale dei greci!

Appoggiando rivoluzioni nel Peloponneso e a Costantinopoli, la società inizia a credere seriamente di poter essere il perno motore della rivoluzione. Non a caso, un primo evento importante  si è verificato con l’appoggio dato alle rivolte nei principati danubiani: capitanata da Αλέξανδρος Υψηλάντης (Alexandros Ipsilantis), nato a Costantinopoli nel 1792, la rivolta del 6 marzo 1821 avrebbe innescato la scintilla per l’esplosione della rivoluzione greca. Nonostante Alexandros sia stato sconfitto dall’impero ottomano, appoggiato dai Russi in quella occasione, il 17 marzo, una popolazione del sud, i manioti, avrebbero dato vita ad una rivolta nel Peloponneso che sarebbe stata seguita dai vicini di tutta la regione. Entro la fine di quello stesso mese, tutto il Peloponneso avrebbe deciso di imbracciare le armi per poter dichiarare guerra al nemico turco.

Ad ogni modo, il 25 Marzo, non a caso giorno dell’Annunciazione alla Madonna che, secondo i cristiani ortodossi, rappresenterebbe il giorno in cui la salvezza sarebbe arrivata grazie alla nascita di Gesù Cristo,   fu dichiarata l’ufficialità della guerra per l’indipendenza. L’insurrezione sarebbe stata fomentata principalmente dall’arcivescovo di Patrasso, Germanòs, appoggiato da Theodoros Kolokotronis alla guida degli Armatolì e Kleftes. Contemporaneamente, Alì Pascià guidava la secessione dell’Epiro, che fu repressa un anno dopo, nel 1822, dai Turchi.

Ricordiamo alcuni degli episodi più grotteschi messi in atto dagli ottomani, in particolare quelli nell’isola di Chio, dove nel 1822 la popolazione venne letteralmente sterminata, e a Costantinopoli, dove si verificò il cosiddetto massacro di Costantinopoli, con l’impiccagione del patriarca. Questi fatti fecero sì che, più tardi, anche l’impero russo, la Gran Bretagna, il Regno di Francia  e altre potenze europee decisero di sostenere la causa greca; dall’altro lato, i turchi furono invece aiutati dall’Egitto, Tripolitania, Algeria e Tunisia.

Lo scontro sarebbe durato fino a quando, nel 1829, con il Trattato di Adrianopoli, venne riconosciuta l’autonomia alla Grecia, seppur sotto il protettorato di Francia e Gran Bretagna. Tuttavia, nel 1830, con il Protocollo di Londra, venne sancita l’indipendenza greca, dopo nove lunghi anni di scontri. Alcune regioni erano rimaste comunque sotto il controllo ottomano, come Macedonia, Creta, Tessaglia, l’Epiro e la Tracia. Due anni dopo, nel 1832, nonostante alcuni rivoluzionari nel 1827 avessero  sancito un primo ordinamento repubblicano sotto la presidenza di Giovanni Capodistria, a seguito  del suo assassinio, le potenze protettrici decisero di imporre la monarchia. Così, nell’agosto del 1832, Ottone di Wittelsbach divenne re, eletto dal popolo a Nauplia.

Con la conquista nel 1460 dell’ultimo territorio bizantino, della Morea (Peloponneso), e del Regno di Ponto, l’impero ottomano ha regnato per circa quattro secoli, seminando terrore e calpestando ogni tipo di libertà dei cittadini. La situazione difficile in cui versava il popolo greco ha favorito la crescita di un senso di ribellione nei confronti dei “padroni”, dando vita ad una forma di organizzazione rivoluzionaria, seppur molto divisa, eterogenea ed in forma embrionale.

Una delle strategie di ribellione messe in atto dai greci era dare appoggio  alle popolazioni straniere che combattevano contro i turchi in numerose guerre. Per esempio, la battaglia di Lepanto avvenuta nel 1571, ha visto numerosi greci appoggiare la “Lega Santa” contro l’impero ottomano. La stessa strategia è stata utilizzata quando i greci hanno deciso di appoggiare le rivolte dei contadini dell’Epiro nel biennio 1600-1601, oppure, ancora, quando hanno appoggiato la Repubblica di Venezia contro i turchi per il controllo del’Egeo e dell’attuale Peloponneso.  

E così via. I risultati furono in un primo momento rincuoranti, portando alla vittoria, seppur in inferiorità numerica, in alcune rivolte, e ottenendo l’indipendenza in alcuni territori. Tuttavia, la situazione poco a poco sarebbe degenerata; la mancata sollevazione popolare ha fatto sì che i “ribelli” fossero una piccola minoranza, sterminata subito dopo dai turchi che avevano messo in atto delle vere e proprie stragi. Si ricorda, per esempio, il caso dell’assassinio nel 1798 di  Ρήγας  Φεραίος Βελενστινλής (Rigas  Fereos Velenstinlis), un precursore dell’indipendenza che aveva messo in circolazione alcuni documenti su una possibile Grecia libera.
 

Durante la rivoluzione greca contro la dominazione ottomana si scrissero fiumi di pagine gloriose, a volte intrise di sangue per la lotta alla libertá, della storia ellenica. Condottieri e capitani irriducibili, uomini valorosi e coraggiosi combatterono e immortalarono l’idea di un popolo libero, anche attraverso le loro gesta: ovviamente il sogno di questi eroi era quello essenzialmente di una Grecia libera e indipendente.

 
 

Oxford Economics, che nel suo ultimo report sullo stato dell’economia globale ha lanciato l’allarme per la possibilità che per Paesi come Grecia e Italia il proseguimento della crisi possa trasformarsi in un dissesto economico di ampia portata.  

Il grave problema politico-economico causato dal coronavirus rischia di colpire, una volta di più, con viva forza i Paesi dell’Europa mediterranea, già duramente messi in ginocchio dalla Grande Recessione e dalla crisi dei debiti sovrani del 2010-2012.

il nostro Paese, che fino ad ora sta subendo le conseguenze peggiori dall’epidemia in termini sanitari, rischia un duro contraccolpo. Per Roma la caduta del Pil nell’anno in corso potrebbe toccare i 2-3 punti percentuali. Il governo di Giuseppe Conte ha messo sino ad ora sul campo 25 miliardi di euro per tamponare gli effetti della crisi in termini di sostegno al reddito, congedi, misure fiscali. Tuttavia, vi sono ancora numerosi scenari aperti. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri non ha spiegato come si movimenterà la massa di risorse fino a 350 miliardi da raggiungere con l’effetto leva senza investimenti di ampio respiro e non sono state date risposte a figure come i lavoratori autonomi e gli imprenditori individuali, potenziali vittime del tributo più salato della crisi  

Il Consiglio Fiscale di Atene ha recentemente stimato che la crescita, nel 2020, è destinata a essere sforbiciata al 2,54 per centro contro il 2,8 per cento presentato come obiettivo dal governo di Kyriakos Mitsotakis. Scenari più foschi prevedono una sforbiciata al +2,1% o addirittura al +1,8%, che se si considerano le ampie problematiche accumulate da Atene negli anni passati può rappresentare una differenza tale da decidere le prospettive reali di ripresa del Paese.

Il tempo stringe e Grecia e Italia devono mettere in campo adeguate misure connesse a investimenti produttivi, stimoli economici e reti di protezione sociale per evitare che il riflusso economico in corso si trasformi in una vera e propria rotta. Le criticità sistemiche dei due Paesi, a cui si aggiunge l’aumento della volatilità degli spread che rende più costosi gli interessi sul debito pubblico in questa fase, possono esplodere o, al tempo stesso, essere sanate con un’efficace politica economica. Capace di anticipare, piuttosto che rimediare, le conseguenze della crisi su produzione, lavoro, servizi essenziali. A patto di agire strategicamente.  

Giuseppe Conte ha chiesto all'Ue di usare "tutta la potenza di fuoco" del fondo di salvataggio da 500 miliardi di euro per affrontare la crisi economica del continente. Non solo per l'Italia, ma per tutti i Paesi colpiti dal coronavirus. "La politica monetaria da sola - spiega in un colloquio con il Financial Times - non può risolvere tutti i problemi. Dobbiamo fare lo stesso sul fronte di bilancio e, come do detto, il tempismo è essenziale.

La strada da seguire è aprire le linee di credito del Mes a tutti gli stati membri per aiutarli a combattere le conseguenze dell'epidemia Covid-19". Il passo fatto dall'Italia arriva il giorno dopo la mossa a sorpresa della Bce, con l'Europa che guarda sollevata alla reazione dei mercati che provano il rimbalzo dopo il profondo rosso dei giorni scorsi. Ma è un sollievo più che temporaneo: tutti, dai Governi alle istituzioni comunitarie, sono consapevoli che Christine Lagarde ha soltanto comprato loro un po' più tempo per decidere i prossimi passi e mettere a punto una strategia credibile ed efficace che non si aspettano solo le Borse.  

L'intervento di Francoforte, che ha annunciato 750 miliardi di nuovi acquisti per tamponare gli effetti negativi a livello economico e monetario del coronavirus sui mercati continentali, ha dato un bello scossone alle Borse del Vecchio Continente, che – non a caso – nella giornata di ieri e in quella di oggi hanno aperto – e proseguito – nel segno della positività.  

Però, secondo l'ex ministro dell'Economia e delle Finanze nel secondo, terzo e quarto governo Berlusconi, intervistato da Il Sole 24 Ore, si è trattata solamente di una mossa per guadagnare tempo nell'immediato, a corta gittata: "Quella della Bce stata un'azione en subite. Più che di un ritrovato slancio europeo, si è trattato di paura per un rischio bancario parigino. Insomma, di positivo, ma non so quanto, si sta solo comprando tempo. La promessa d'acquisto di 750 miliardi significa per l'Italia qualcosa più di 100 miliardi. Ecco, peccato però che noi dobbiamo emettere quest' anno oltre 400 miliardi di titoli…".  

Nel prosieguo della chiacchierata con il quotidiano economico, il tre volte ex titolare del Mef punta il dito contro la finanza in senso stretto invocando la necessità della politica di recuperare il suo primato, affrancandosi – appunto – dallo strapotere dei mercati. E a tal proposito, il giudizio di Tremonti è assai caustico, visto che parla del "decennio perduto, dal 2009 a oggi, in mano alla finanza". Dieci anni persi, dice, "non per colpa dei governi. Perchè il Quantitative easing ha oppiato la politica, ma la colpa è di chi fuma l'oppio o di chi lo spaccia? Come minimo, di entrambi…".

Ed è qui che l'accademico scrive il Giornale torna a battere con forza su una questione a lui molto cara e che potrebbe aiutare la politica (economica) a tornare alla realtà: "Una via potrebbe essere quella degli Eurobond. Che ora sembrano avere molti tifosi ma non sono un'invenzione di oggi. L' idea era nel piano Delors del 1994, poi nel programma della presidenza italiana dell'Unione nel 2003, respinto dalla commissione Prodi, e rientrano nel dibattito con l' articolo che ho firmato nel 2009 sul Financial Times insieme all' allora presidente dell' Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Un articolo che non era una presa di posizione estemporanea, ma rifletteva le discussioni che allora si svolgevano nelle lunghe e gotiche notti dell'Eurogruppo".

Poi però cosa è successo? E qui Tremonti chiosa con un attacco agli alti papaveri dell'Ue: "Poi tutto è crollato con la Grecia, e al posto degli Eurobond arriva la Trojka con Christine Lagarde e soci. Ma gli Eurobond non sono decollati perché il muro del Nord Europa si è rivelato insuperabile. Pensate forse che Jean-Claude Juncker rappresentasse il Sud Europa?".

REF Ricerche rivede nettamente al ribasso la stima sulla contrazione del Pil italiano nel primo semestre -8% dal -1/-3% indicato in precedenza. La caduta -si legge nella nota del centro di ricerche - riguarda con questa intensità solamente l'ultima parte del primo trimestre, che potrebbe chiudere con un possibile decremeto del 3 per cento sul quarto 2019, e manifestarsi pienamente nel secondo, quando la caduta sarebbe di un altro 5 per cento sul primo trimestre".  Un rimbalzo è possibile, secondo il Ref, a partire dal terzo trimestre.  

Il ministro dell'Economia francese, Bruno Le Maire, ha avvertito che se l'Unione europea abbandona l'Italia, l'Ue "non si riprenderà più". Intervistato dalla tv Lci, Le Maire ha lanciato un appello ai Paesi Ue a "essere uniti" per far fronte al Coronavirus. "Se sarà ognun per sé" - ha ammonito - se si abbandonano alcuni Stati, se ad esempio si dice all'Italia 'cavatevela da soli', l'Europa non si riprenderà".

Le modalità con cui si può fare un'operazione di questo genere sono legate alla discussione su questi eurobond, cioè su strumenti che si costruiscono sul mercato e sono a disposizione per tutti i Paesi": lo ha detto il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni a Radio Anch'io. Gentiloni ha sottolineato che la crisi "riguarda tutti", e che visto che abbiamo strumenti coordinati dobbiamo provare ad usarli".

Poi da non sottovalutare, in entrambi i casi, la possibilità che l’epidemia possa portare a un dissesto del sistema di welfare a causa dello sbilanciamento tra nuove spese e minori entrate: proprio per questo motivo per i due Paesi, e soprattutto per l’Italia, è vitale ritrovare in tempi rapidi il sentiero della crescita con opportune manovre anticicliche.

Anche la tutela delle fasce più deboli della popolazione, soprattutto gli anziani, potrebbe essere una priorità capace di richiedere ampie, per quanto assolutamente doverose, risorse di bilancio in maniera tale da anestetizzare gli effetti dell’isolamento sociale e dell’impoverimento che le misure di quarantena e contenimento del Covid-19 inevitabilmente provocheranno. La Grecia ha circa il 21,5% della popolazione oltre i 65 anni, in Italia questa percentuale sale al 22,8%. In terra ellenica, anziani e pensionati sono stati tra le prime vittime delle durissime misure di austerità imposte dalla Troika, che hanno condotto allo smantellamento del sistema sociale e delle misure pensionistiche di sussistenza; in Italia rappresentano la fascia più colpita dalla pandemia del Covid-19, e dunque quella nei cui confronti servirà una più attenta riprogrammazione del sistema sanitario nazionale capace di rafforzarlo adeguatamente.

"Gli strumenti ci sono e li useremo tutti", dice il responsabile dell'euro Valdis Dombrovskis, rassicurando chi teme che l'Ue brancoli nel buio. Ma il presidente dell'Eurogruppo Mario Centeno ammette che si stanno esplorando anche altre strade oltre a quelle esistenti, "per rafforzare la risposta", perché non tutti sono d'accordo che quello che c'è a disposizione sia sufficiente: una frase che letta alla luce della richiesta del premier italiano sembra prefigurare l'ipotesi di un utilizzo del Mes. Intanto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ribadisce che all'Italia sarà concessa "massima flessibilità" sulla spesa e sugli aiuti di Stato. E che le saranno lasciati 11 miliardi di euro di fondi strutturali che avrebbe dovuto restituire a Bruxelles, perché inutilizzati.

La situazione in questi giorni cambia così rapidamente che la Ue non riesce nemmeno a fissare i propri appuntamenti. Già un Ecofin, previsto per domani, è saltato. Grazie alla mossa di Francoforte i ministri non avevano più urgenza di lanciare un nuovo segnale per rassicurare i mercati, e hanno deciso di prendersi più tempo per disegnare la strategia che porterà al riparo l'economia europea. Probabilmente si vedranno - sempre in teleconferenza - in formato Eurogruppo esteso lunedì. Ovvero sempre a 27, ma con Centeno che guida la riunione e decide l'agenda.

Questo anche perché sul tavolo è ora un tema del Fondo Salva-Stati, il Mes, che all'Eurogruppo è nato, e solo in quel contesto può svilupparsi. Centeno ricorda che proprio il Consiglio ha dato mandato ai ministri di esplorare tutte le strade per salvare l'economia europea, incluso il Mes. Al momento, sarebbe lo strumento più semplice da utilizzare: è già pronto ad intervenire ed ha una capacità residua di 410 miliardi di euro. Mettere a punto qualcosa di simile, come alcuni Governi lasciano intendere, sarebbe troppo laborioso. L'impiego del Mes ha però un limite 'politico': se uno Stato chiedesse il suo aiuto, arriverebbe vincolato a condizioni stringenti.

Finora si è trattato di riforme strutturali e risanamento forzato dei conti, come per la Grecia. Si potrebbe però lavorare per rendere più accettabile il suo impiego. Ad esempio, la condizionalità potrebbe essere legata ad interventi per il sistema sanitario oppure per le emergenze legate alla crisi epidemica. E il 'paracadute' potrebbe aprirsi per più Stati o addirittura per tutti, così da evitare stigmatizzazioni di chi lo utilizza. Il dibattito sul Mes però, per ora non è nemmeno iniziato ufficialmente. I dubbi sono molti, e altrettanti sono quelli sull'idea lanciata da Francia, Italia e Portogallo di creare i 'corona bond', che farebbero nascere gli eurobond a cui finora la Germania si è sempre opposta.

La Merkel è infatti la più fredda sull'idea, consapevole che mettere in comune i debiti non avrebbe l'ok del Bundestag. La riflessione dell'Ue prosegue nei prossimi giorni, in vista dell'Eurogruppo e di un nuovo vertice Ue la prossima settimana. In quell'occasione la Commissione dovrebbe proporre di attivare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, che sospenderà gli aggiustamenti di bilancio. Ma anche su questo punto le posizioni non sono unitarie, perché c'è chi vorrebbe attivarla subito e chi fare un'altra discussione in sede di Ecofin prima del via libera.

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