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Domenica, 20 Settembre 2020

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Federica Michisanti e Giovanni Falzone in due album Parco della Musica

Feederica Michisanti Horn Trio, Jeux de Couleurs, Parco della Musica.

Che sinfonia di colori, nel nuovo album del Federica Michisanti Horn Trio, Jeux de Couleurs, prodotto da Parco della Musica!
A partire dall'apertura, col brano Qualb-Il verde, tinta che Gustavo Rol, da buon sensitivo, legava alla quinta musicale e al calore, elementi che nel disco non mancano.
Ma ciò che colpisce, nell'ingresso della composizione firmata, come le altre, dalla leader (tranne l'ottava, alla fine, Improvvisation des couleurs che è del trio) è il climax con cui la tromba di Francesco Lento richiama il Miles Davis di Ascenseur pour l'èchafaud. 
Nel successivo, orientale, Aka (rosso o azzurro?) insistono due mani di pennellature nelle quali si esalta Francesco Bigoni, saxtenorista di spessore indiscusso. Il vocio dei fiati è fitto e il contrabbasso fornisce loro sostegno armonico/metrico caricando sulle proprie robuste spalle il "peso" del lavoro di una sezione ritmica tradizionale. È vero, non ci sono piano e batteria ma la Michisanti si sostituisce senza far avvertire sensazioni di "arte fantasma" fornendo talora persino accurate linee melodiche degli otto pezzi in scaletta.
In Blau le 4 corde si confermano cinghia di trasmissione di un pensiero autoriale che si imprime, anche con astrazioni improvvisative, su tele pittoriche su cui son tessuti i colori della notte, le ombre della sera.
Purple, titolo più appropriato, che so, di magenta, purple è più deep e s'intona con 5 minuti e passa di musica che procede con momenti di libertà che si sovrappongono si intrecciano scavano in profondità.
Amarillo e Orange, a seguire, hanno improvvisazioni in qualche modo collegate fra loro mentre quando arriva il momento di Weiss la jazzista la si immagina con gli occhi chiusi inseguire biancori nitidi e sfocati, interi e sfaccettati, chiari e inscuriti, schiacciati e allungati, in una articolata pigmentazione di suoni, cinquanta sfumature di jazz.

Giovanni Falzone Open Quartet, L'albero delle fate, Parco della Musica

Come in diversi sport, anche nella musica esistono due tipologie inerenti l'ambiente in cui si esegue: quella indoor e quella open. 
Il jazz, nello specifico, quando è suonato, e registrato, in concerti live all'aperto, a sentirlo su disco appare circondato da "impurità" come clac, parolii, oggetti che cadono, cigolii di sedie, rumori sparsi che neanche il più abile dei sound engineers potrebbe eliminare.
L'incisione in studio è tutt'un'altra cosa, il suono è più pulito, limpido, incontaminato rispetto a quello extra moenia.
Tranne in alcuni casi in cui la musica ti "porta fuori" per essere respirata. È il caso di L'albero delle fate, il nuovo album di Giovanni Falzone, edito da Fondazione Musica per Roma Parco della Musica Records, con il suo Open Quartet. 
È il medesimo trombettista a spiegare come vi si racconti di un luogo del tutto particolare, il lago di Èndine, in Val Cavallina, nel bergamasco, un posto in cui camminare, pensare, ideare a contatto con una natura autentica tutta da narrare in musica.
Suggestioni intense che si traducono in brani come Sentiero, Neve, La Fonte, Madre Terra; che rappresentano Il mondo di Wendy, Il Magico Sasso... immagini talora avvolte da un fantastico alone di folletti scespiriani e poi sagome (Frida, Capelli d'Argento) il cui principale carattere è questo senso di schiusura a trecentosessanta gradi, compartecipata dal pianista Enrico Zanisi, dal contrabbassista Jacopo Ferrazza e dal batterista Alessandro Rossi. Sguardo dunque proteso verso l'"aria" pura, in un album che sfoggia interpretazioni che paiono raccolte dopo aver posato il mixer sull'erba, coi raggi solari sul crepuscolo che affondano nel bosco e i pescatori che raccolgono il frutto della giornata mentre un gruppo di bici sfila in movimento ordinato. Ciclisti che praticano, anche loro, una disciplina outdoor.

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