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Perché non si parla dei cristiani perseguitati

introvigne 1

Perché organizzare un convegno sui cristiani perseguitati e sui rifugiati e immigrati in un momento così difficile per il nostro Paese mentre imperversa la crisi economica e tutti più o meno siamo più poveri. Eppure Alleanza Cattolica insieme a Integra onlus hanno organizzato a Milano un lungo e sostanziosoconvegno proprio su questo tema, “…perseguiteranno anche voi” Gv. 15.20. persone drammi, prospettive, questo il titolo, per ricordare un martirio umano, quello dei cristiani, che ogni giorno si consuma in tutto il pianeta. Il convegno soprattutto voleva denunciare il vergognoso silenzio su queste persecuzioni. Perché il mondo,ma forse non solo il mondo, anche all’interno del mondo ecclesiastico, si continua a nascondere questa persecuzione? A questo proposito, mi diceva un militante siciliano di Alleanza Cattolica che hanno fatto fatica ad organizzare nelle parrocchie un momento di riflessione sui cristiani perseguitati. In pratica non è cambiato nulla, anch’io anni fa ho avuto forti difficoltà ad organizzarlo nella riviera jonica.

Dunque perché si tace sulle persecuzioni dei cristiani? A questa domanda, ha dato una risposta ben articolata il reggente vicario di Alleanza Cattolica, Massimo Introvigne, a chiusura del convegno. Intanto la Chiesa e quindi i sui pontefici ne hanno sempre parlato a cominciare da Papa Francesco, peraltro proprio all’Angelus in piazza S. Pietro nella giornata delle Palme. Ma anche San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. “C’è un paradosso dei cristiani perseguitati. I cristiani sono la minoranza più perseguitata del mondo. Ma sono quella di cui i media parlano di meno”.Tuttavia è doveroso chiarire cosa si intende per “martirio”, ci sono i cristiani che offrono volontariamente la loro vita per Cristo e per la Chiesa, potenzialmente secondo Introvigne, sono circa un migliaio e tra questi, naturalmente c’è ShahbazBhatti (1968-2011) il ministro pakistano barbaramente ucciso dai fondamentalisti islamici. Poi ci sono “i cristiani uccisi a causa diretta o almeno indiretta della loro fede, oltre centomila all’anno. Uno ogni cinque minuti. Eppure se ne parla così poco”.
Fatta questa precisazione, Introvignericordal’importante seduta straordinaria, ed era la prima volta nella sua storia, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dedicato ai cristiani perseguitati in Medio Oriente: o meglio così doveva essere, ma in seguito si è preferito intitolarla alle «minoranze religiose ed etniche perseguitate in Medio Oriente». Comunque sia, è già qualcosa, si è parlato soprattutto dei cristiani, e ha testimoniato davanti al Consiglio il patriarca caldeo-cattolico di Babilonia Louis Raphaël I Sako.

Introvigne ha anche biasimato il comportamento tragico-comico, al limite della vergogna, del Governo italiano che non solo ha affermato che «le prime vittime dell’ISIS sono i musulmani» – affermazione che può certo avere, a patto di spiegarla, un significato politico, ma se parliamo di morti ammazzati dall’ISIS la proporzione fra non musulmani e musulmani è di cento a uno – ma ha minacciato misure veramente finali. Quando è troppo è troppo. Il governo Renzi si è detto pronto a passi estremi e a mandare in Iraq un battaglione di… psicologi. Già immaginiamo il califfo rigirarsi insonne nella sua tenda in preda al terrore: «Arrivano gli psicologi italiani, arrivano gli psicologi italiani…».

Purtroppo di questa importante riunione alle Nazioni Unite, non ne ha parlato nessun giornale, ecco perché il convegno di Milano ha cercato di dare una risposta al “Perché i cristiani sono la minoranza più perseguitata del mondo e quella di cui si parla di meno”.

Il professore Introvigne offre sei piste per rispondere al quesito e possibilmente per riflettere ed agire. Vale la pena citarle e leggerle integralmente.

1.“Non si parla dei cristiani perseguitati perché, dal 1989, ci si rifiuta di fare i conti con il comunismo. La necessità di questi conti emerge ogni volta che i cristiani ammazzati dai comunisti ci ricordano due cose: che il comunismo uccide e che il comunismo esiste ancora. Il Paese che ammazza il maggior numero di cristiani è la Corea del Nord. E anche in Cina – sì, in Cina, con tutti quei negozi di Prada – ogni tanto qualche cristiano scomodo sparisce, e non lo trovano più. Cominciare a riflettere sul fatto che ci sono luoghi dove i comunisti esistono ancora e si fanno ancora sentire – che so, la Corea del Nord, la Cina, Milano – sarebbe un buon punto di partenza per affrontare il tema del giudizio storico sul comunismo. Dunque è vietato parlarne”.
2. Non si parla dei cristiani perseguitati perché si dovrebbe affrontare, senza buonismo e naturalmente anche senza uno stolto «cattivismo», il tema dell’ultra-fondamentalismo islamico. In questo convegno è stata ripetuta una verità facile: non tutti i musulmani sono fondamentalisti. Lo dicono in molti, da Papa Francesco al mio barbiere, che evidentemente ha dei clienti islamici. Ed è vero. Io vi propongo anche due verità difficili. La prima è che non tutti i fondamentalisti musulmani sono terroristi e vogliono uccidere i cristiani. Per definizione di fondamentalisti li vogliono sempre in qualche modo discriminare, questo sì. Ma non tutti li vogliono uccidere. Ci sono anche fondamentalisti che vogliono il voto dei cristiani per i loro partiti nelle elezioni. La galassia islamica è molto complessa, e le distinzioni vanno fatte tutte, una per una. La diplomazia e l’arte di salvare vite cristiane non possono ignorare che nel mondo islamico ci sono partiti fondamentalisti con cui il dialogo è possibile e necessario, così come ci sono partiti cosiddetti laici guidati da criminali e da tagliagole. La seconda verità difficile è che, se è vero che non tutti i musulmani sono fondamentalisti e non tutti i fondamentalisti sono terroristi, è altrettanto vero che gli assassini di cristiani di al-Qa’ida, dell’ISIS e di altre formazioni sono musulmani. Sono un problema complesso emerso all’interno della storia del fondamentalismo islamico. Non si può dire che non c’entrano con questa storia. È una storia con cui i musulmani e i non musulmani dovrebbero fare i conti. Dirlo non è politicamente corretto. Di qui nuovi divieti di parlare dei cristiani perseguitati.
3. Non si parla di altri cristiani perseguitati perché si dovrebbero mettere in dubbio certi miti radicati del terzomondismo e dell’anti-colonialismo per cui tutti i mali vengono dall’Occidente e, una volta liberati dal dominio coloniale, i popoli dell’Africa e dell’Asia avrebbero potuto finalmente dedicarsi alla loro occupazione preferita, i balletti folklorici con offerta finale di fiori agli amici e magari anche ai nemici. Certo, lo abbiamo sentito dire in questo convegno, l’Occidente ha le sue colpe e le sue cambiali non pagate. Tuttavia la persecuzione dei cristiani – pensiamo al nazionalismo indù nello Stato dell’Orissa in India, agli orrori della guerra dello Sri Lanka evocati da Papa Francesco, alle tante stragi tribali in Africa che spesso sono stragi di cristiani – costringe a riflettere sulla presenza nei continenti asiatico e africano di etno-nazionalismi e tribalismi spesso violenti e sanguinari. Siccome a parlarne si è scambiati per razzisti e neocolonialisti, ecco che si è invitati a non citare neppure le loro vittime cristiane.
4. Quando anche si riesce a dire qualche parola, si tratta di parole mutilate. Tanti libri neri, rosa o rossi della persecuzione dei cristiani che si trovano in libreria offrono certamente informazioni utili, ma sono come libri gialli cui un libraio impazzito ha strappato le ultime pagine. Morti ce ne sono a profusione, ma non c’è mai il colpevole. Ma il libraio non è pazzo, è solo affetto da prudenza alla Don Abbondio. Il colpevole ci vende il petrolio, ci minaccia con la bomba atomica, compra i nostri prodotti, qualche volta compra anche i nostri buoni del tesoro e se li vendesse tutti insieme chissà che fine farebbe lo spread. Così al massimo si riesce a parlare delle vittime. Ma mai dei colpevoli, e meno che mai delle ideologie che li ispirano.
5. Non si parla dei cristiani perseguitati perché è molto difficile farlo senza parlare del cristianesimo. Non li perseguitano perché hanno la pelle di un certo colore, perché sono belli o brutti. Li perseguitano perché testimoniano Gesù Cristo – quello crocifisso. Siccome si vogliono – parafrasando, ma al contrario, san Giovanni Paolo II – chiudere, anzi sbarrare le porte a Cristo, alla sua verità sulla storia, sull’uomo, sull’economia, sulla politica, sulla vita, sulla famiglia, ecco che si preferisce non parlare dei cristiani perseguitati. Perché non si sa mai: si comincia con il parlare dei cristiani ammazzati per la loro fede e poi si rischia di finire a parlare del cristianesimo.
6. Infine – ma non è assolutamente l’aspetto meno importante – non si parla delle persecuzioni perché dire che la libertà religiosa dei cristiani è violata presuppone che ci si chieda, come abbiamo fatto in questo convegno, che cos’è la libertà religiosa. E se da noi, in Occidente, in Europa c’è o non c’è. La risposta è che non c’è. Certamente nessuno neppure immagina di mettere sullo stesso piano le torture e le stragi in Africa e in Asia con la discriminazione e l’intolleranza dei cristiani da noi. Però intolleranza e discriminazione ci sono.
Ieri, 27 marzo, non è stata solo la giornata della seduta straordinaria del Consiglio di Sicurezza. Da quella parte dell’Atlantico è successa anche un’altra cosa. Il governatore dello Stato dell’Indiana ha firmato una legge statale sulla libertà religiosa, come ne esistono in altri Stati degli Stati Uniti. Chi potrebbe essere contrario – negli Stati Uniti, non in Corea del Nord – a una legge sulla libertà religiosa? Eppure il governatore ha ricevuto immediatamente una lettera firmata dagli amministratori delle maggiori aziende multinazionali americane dove lo s’informa che, se resta la legge, gli eventi e i congressi organizzati da queste aziende nell’Indiana saranno cancellati, con grave danno per l’economia dello Stato. Come mai? Perché la legge dell’Indiana ha una clausola che esclude dall’ambito di applicazione delle leggi sull’omofobia i sermoni pronunciati nelle chiese, e permette l’obiezione di coscienza per motivi religiosi anche ai titolari di esercizi privati cui venissero richiesti servizi incompatibili con la loro fede. Si tratta dei famosi fioristi cristiani che rifiutano di preparare composizioni floreali e dei famosi pasticceri che rifiutano di preparare torte con decorazioni e scritte che celebrano un «matrimonio» omosessuale. Chi fa queste cose terribili negli Stati diversi dall’Indiana ha già subito pesanti condanne per omofobia. Ora gli amministratori delegati delle più grandi aziende americane dicono che questa legge è inaccettabile perché, se mandassero a un congresso nell’Indiana i loro dipendenti omosessuali, questi potrebbero andare in chiesa, sentire un sermone omofobo e turbarsi, per non parlare dello choc psicologico che potrebbero patire se un fioraio, richiesto di corredare un bouquet con una fascia «John ama Jim», li invitasse a rivolgersi al collega dell’isolato accanto.
Questa è libertà religiosa? Non la è. Come non c’è libertà religiosa dove si cerca di limitare l’obiezione di coscienza dei medici, dei farmacisti, dei funzionari di stato civile che non vogliono celebrare «matrimoni» omosessuali, oppure – succede anche in Europa – si pretende di vigilare su che cosa si dice nelle prediche in chiesa su vita e famiglia.
Questi attacchi sono sullo stesso piano degli incendi di chiese e dei cristiani gettati vivi nelle fornaci di cui ha parlato Paul Bhatti? No, non lo sono. Però c’è una logica di piano inclinato per cui dall’intolleranza si passa alla discriminazione e dalla discriminazione alla persecuzione. Quando la pallina che scivola sul piano inclinato ha preso velocità, nessuno la ferma più. Bisogna fermarla prima. Per questo dobbiamo fermare subito la discriminazione e l’intolleranza dei cristiani non solo in Africa e in Asia ma qui, in Occidente, in Europa, in Italia, prima che parta la corsa sul piano inclinato e si arrivi alla violenza e alla persecuzione.

 

 

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