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50 anni dalla pubblicazione di Arcipelago GULag

Nel settembre del 1973 la polizia segreta sovietica entra in possesso del manoscritto di Arcipelago GULag e il suo autore Alexsandr Solzenicyn ne autorizza la pubblicazione all’estero, lo pubblica una casa editrice francese, Seuil. La pubblicazione costerà al suo autore, premio Nobel per la letteratura nel 1970, l’esilio che si consumerà nel 1974, quando l’Arcipelago GULag verrà pubblicato in Italia, da Arnoldo Mondadori Editore. Nel mese di maggio, infatti, esce il primo volume, il secondo esce nel 1975, il terzo nel 1978. In Francia provoca un terremoto culturale nella sinistra. Jean-Paul Sartre, Louis Aragon, Romain Rolland rimasero traumatizzati. Alain Finkielkraut, nel volume L'identità infelice (Guanda, 2013) dice che «Nel '68 ci chiamavamo con orgoglio “compagni”, ma voleva dire soltanto (ormai lo sapevamo) che eravamo cittadini e non sudditi come un tempo, né sospetti come altrove. La lettura di Arcipelago Gulag ci insegnò quanto l'enormità del crimine fosse connessa all'ideologia, e questa rivelazione guarì molti di noi dall'arroganza intellettuale». In Italia le cose andarono molto diversamente, ma ci sarà occasione di riflessione nel 2024. Ma perché nonostante la presenza di decine di libri che parlavano del GULag, solo Solzenicyn ha successo? E’ Adriano Dell’Asta a dare una chiave di lettura interessante: «La pubblicazione dell’Arcipelago Gulag, nonostante il carattere evidentemente politico del testo, rese possibile il superamento di una dimensione riduttivamente politica della questione del totalitarismo. Il caso della Francia fu particolarmente significativo in tal senso anche grazie all’interpretazione di C. Lefort: vinta la logica della propaganda e restituita l’opera di Solženicyn alla letteratura, si riscoprì l’essenza dell’ideologia come forma di pensiero innanzitutto negatrice dell’umano». E ancora Dell’Asta: «Solzenicyn riscopre l'anima come presenza nell'uomo di un nucleo irriducibile ed integrale di umanità, primo elemento di novità, questa riscoperta di qualcosa di irriducibile, dopo che tutta la cultura moderna si era esercitata a mettere in luce invece la riducibilità dell'uomo a certi suoi elementi singoli; questa riscoperta avviene poi in regime di totalitarismo compiuto - è il secondo elemento di novità perché mai, prima del regime sovietico, era stata affermata e realizzata (in teoria e in pratica, e viceversa) una spoliazione così radicale e totale dell'umanità: l'uomo non viene qui ridotto a certi suoi fattori ma semplicemente è spogliato di sé, non gli resta qualche elemento suo sul quale fare forza per affermarsi dopo riduzioni parziali, ma tutto gli è semplicemente sottratto, non è ridotto a qualcosa, ma più radicalmente é ridotto a nulla, non resta qui un uomo razionale, un uomo biologico o razionale, un uomo di desiderio o di pulsioni e neppure un uomo sociale o generico ma semplicemente scompare la realtà "uomo" in quanto tale, sostituita dalla surrealtà: lo stato totalitario assorbe in sé ed annulla la società civile ma per fare questo, prima, annulla la persona umana». La tragica cronaca della vita del popolo sovietico dal 1918 al 1956 è descritta, da Solzenicyn, grazie alle testimonianze di 227 persone che, nelle ultime edizioni pubblicate sono ricordati esplicitamente e rappresentano “tutti i martoriati e uccisi”. Nella prima edizione Solzenicyn non osa nominarli, ricorda solo Dmitrij Petrovic Vitkoskij e la sua “prematura paralisi. Quando già gli mancava la parola ha potuto leggere solo alcuni capitoli terminati e convincersi che tutto SARA’ RACCONTATO”. E tutto non verrà dimenticato anche grazie a chi cerca di tenere viva la memoria. Una mostra resterà visibile fino al 4 febbraio al Memoriale Veneto della Grande Guerra (MeVe, Montebelluna, TV): GULag: storie e immagini dai lager staliniani. La mostra, curata dall’Associazione Memorial-Italia, “documenta la storia del sistema concentrazionario sovietico illustrata attraverso il materiale documentario e fotografico proveniente dagli archivi sovietici e descrive alcune delle principali «isole» dell’Arcipelago: le isole Solovki, il cantiere del canale Mar Bianco-Mar Baltico (Belomorkanal), quello della ferrovia Bajkal-Amur, la zona mineraria di Vorkuta e la Kolyma, sterminata zona di lager e miniere d’oro e di stagno nell’estremo nordest dell’Unione Sovietica, dal clima rigidissimo, resa tristemente famosa dai racconti di Varlam Šalamov. Il materiale fotografico, «ufficiale», scattato per documentare quella che per la propaganda sovietica era una grande opera di rieducazione attraverso il lavoro, mostra gli edifici in cui erano alloggiati i detenuti, la loro vita quotidiana e il loro lavoro. Alcuni pannelli sono dedicati a particolari aspetti della vita dei lager, come l’attività delle sezioni culturali e artistiche, la propaganda, il lavoro delle donne, mentre altri illustrano importanti momenti della storia sovietica come i grandi processi o la collettivizzazione. Non mancano una carta del sistema del Gulag e dei grafici con i dati statistici. Una parte della mostra è dedicata alle storie di alcuni di quegli italiani che finirono schiacciati dalla macchina repressiva staliniana: soprattutto antifascisti che erano emigrati in Unione Sovietica negli anni Venti-Trenta per sfuggire alle persecuzioni politiche e per contribuire all’edificazione di una società più giusta. Durante il grande terrore del 1937-38 furono arrestati, condannati per spionaggio, sabotaggio o attività controrivoluzionaria: alcuni furono fucilati, altri scontarono lunghe pene nei lager”.

 

 

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