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Per chiunque sia appassionato di storia della medicina, l’epidemia di Corona virus in atto fa pensare ad episodi analoghi che si sono verificati nel corso dei secoli e che hanno visto reagire le popolazioni più o meno nello stesso modo di oggi: paura, caccia alla causa del morbo, tentativo di isolarlo con l’unico rimedio valido che era la quarantena. E così è stato nei secoli. Solo alla fine dell’ 1800 grazie a Koch si è trovata la causa di questi flagelli, ma purtroppo le cure spesso mancano anche oggi. E studiando la storia delle epidemie più famose ci si imbatte in una dato inquietante. La città di Wuhan, ai più sconosciuta fino a qualche settimana fa, si trovò ad aver contribuito in maniera sostanziale alla diffusione di un’altra epidemia nemmeno paragonabile a quella di queste settimane: la peste nera. Il bacillo, scoperto nel 1894 da Alexandr Yersin e da lì il nome di Yersinia pestis, inizia a contagiare animali e persone nel 1280 nell’altopiano del Quinghai, regione a nord del Tibet che adesso fa parte della Cina, e lentamente si sposta proprio verso Wuhan. Questa grande metropoli che conosciamo oggi si forma dall’unione di tre importanti città: Hankou, Hanyang e Wuchang, ma è soprattutto la prima, Hankou, sotto la dinastia Song (970-1279), a diventare uno dei maggiori centri commerciali della Cina. Questo spiega come la peste, fino ad allora rimasta in ambito locale, esploda, si diffonda e parta rapidamente alla conquista del mondo grazie alla presenza di mercanti che provenivano da, India, Arabia, Europa e che tornando indietro contribuirono a diffondere il bacillo fino ad  arrivare in Italia nel 1347. Probabilmente le condizioni igieniche, la promiscuità animali/uomo ha favorito quel salto di specie che oggi come secoli fa sono all’origine del diffondersi delle epidemie. Speriamo che almeno la storia insegni qualcosa.

Nei primi sei mesi dell’anno la spesa farmaceutica nel canale delle farmacie aperte al pubblico è ammontata a un totale di 5.335 milioni di euro per un totale di 943 milioni di confezioni vendute: i farmaci generici equivalenti hanno assorbito il 22,44% del mercato a volumi, per un totale di 211,6 milioni di confezioni e il 14,2% del mercato a valori, per un totale di 756 milioni di euro.

Equivalenti: Avanti Piano

L'aggiornamento semestrale dei trend del mercato degli equivalenti realizzato dall’Ufficio studi Assogenerici su dati IQVIA, documenta per gli off patent non griffati un giro d’affari focalizzato in classe A, dove si concentra l’89% delle confezioni vendute e l’82% del fatturato realizzato, mentre resta decisamente più contenuta l’incidenza dei prodotti in classe C (10% a volumi; 16% a valori) e nell’area dell’automedicazione (1% a volumi e 2% a valori).

Complessivamente nel canale farmacia a giocare la parte del leone sono i prodotti fuori brevetto che assorbono il 74% delle confezioni vendute nel canale, senza distinzione di classe (61% a valori), ma con una netta predominanza dei brand a brevetto scaduto, che quotano il 70% a volumi e il 76% a valori del relativo mercato fuori brevetto.

Classe A: sei mesi al risparmio

Tra gennaio e giugno 2019 i consumi a carico del SSN nel canale farmacia sono complessivamente diminuiti dello 0,5% rispetto allo stesso periodo del 2018: In particolare si registra una flessione delle confezioni relative ai prodotti ancora coperti da brevetto del -4,9% rispetto allo stesso periodo del 2018. In crescita invece il segmento relativo ai farmaci a brevetto scaduto in particolare quello dei generici puri che fa registrare una crescita del +1,7% rispetto al periodo Gennaio-Giugno dell’anno precedente.

Ai minori volumi rimborsati è corrisposta una flessione dello 0,5% della spesa a carico del SSN  rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: In particolare si registra una flessione delle spesa relativa ai prodotti ancora coperti da brevetto del -7,8% rispetto allo stesso periodo del 2018.

In crescita invece il segmento relativo ai farmaci a brevetto scaduto in particolare quello dei generici unbranded che fa registrare una crescita del 7,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

I trend per area geografica

Per quanto riguarda l’analisi dei consumi per area geografica, nel primo semestre 2019 il consumo degli equivalenti di classe A resta concentrato  al Nord (37,1% a unità; 28,8% a valori),  mentre risultano distanziati sia il Centro (27,6%; 22,2%) che il Sud Italia (22,1%; 17,7%), a fronte di una media Italia del 29,9% a volumi e del 23,8% a valori. A separare Nord da Sud sono ancora 10 punti percentuali a unità e 11 punti percentuali a valori.

In particolare, a guidare la classifica dei consumi di equivalenti è la Provincia Autonoma di Trento (42,9 sul totale delle unità dispensate SSN nel periodo gennaio–giugno a fronte di una incidenza degli off patent sul totale dell’84,3%), seguita da Lombardia (39% sull’81,7% di off patent), Friuli Venezia Giulia (37,1% sull’83% di off patent) ed Emilia Romagna (36,8% sull’84% di off patent).

Ultima in classifica la Calabria (20,3% di equivalenti sull’83,3% di off patent rimborsati SSN nel primo semestre dell’anno). Poco sopra Basilicata (20,4% sull’82,6% di off patent), Campania (21,4% sull’83,5% di off patent) e Sicilia (21,7% sull’82,8% di off patent).

Ammonta infine a 569,5 milioni di euro il totale del differenziale di prezzo pagato dai cittadini nei primi sei mesi del 2019 per ottenere il branded a brevetto scaduto invece del generico: la quota più alta in Lombardia (dove il differenziale versato nel semestre ammonta a 75 milioni di euro), seguita da Lazio (73 milioni), Campania (67 milioni) e Sicilia (59 milioni).

Il mercato ospedaliero

Equivalenti in crescita, infine, nel mercato ospedaliero in classe A e H, con i volumi che si attestano nel primo trimestre dell’anno a 29,3% del totale  e  valori ex factory che si attestano al 6,5%: un dato tuttavia “teorico” che realisticamente corrisponde al 2,1% in valori al prezzo medio delle forniture ospedaliere, notoriamente effettuate solo per bandi di gara.

Anche nel mercato ospedaliero dominano i medicinali senza brevetto, che assorbono complessivamente il 68% a volumi e uno striminzito 5,4% a valori, mentre i farmaci in esclusiva (protetti da brevetto o privi di generico corrispondente), assorbono il 32,3% a unità e il 94,6% a valori (prezzo medio).

Nel pool degli off patent non esclusivi di classe A e H, i generici equivalenti quotano il 43% a volumi e il 39% a valori.

Biosimilari: Sei Mesi In Crescita

Prosegue a grandi passi la crescita del mercato italiano dei biosimilari. Nel secondo semestre dell’anno le tredici molecole in commercio sul mercato nazionale (Enoxaparina, Epoetine, Etanercept, Filgrastim, Follitropina alfa, Infliximab, Insulina glargine, Rituximab, Somatropina, Insulina Lispo, Trastuzumab e Adalimumab e Pegfilgrastim biosimilari) hanno assorbito il 28% dei consumi nazionali a volumi (17% il dato consolidato 2018) contro il 72% detenuto dai corrispondenti originator. Su base annua, tra il primo semestre 2018 e il primo semestre 2019 il consumo dei biosimilari risulta in crescita dell’88,2%%, al netto dei nuovi principi attivi biosimilari lanciati a partire dal giugno 2018.

In quattro casi i biosimilari hanno quasi completamente saturato il mercato di riferimento sostituendosi al biologico originatore. Performace da star per il Filgrastim, i cui 5 biosimilari in commercio assorbono ormai il 95,99% del mercato a volumi (93% a valori); seguono le Epoetine biosimilari, che concentrano l’84,01% del mercato di riferimento a volumi (72,77% a valori). Entrambe le molecole citate sono in commercio in versione biosimilare dal 2009.

Ancora più brillante la performance di altre due molecole: l’Infliximab biosimilare - in commercio dal febbraio 2015 – che totalizza l’84,01% del mercato a volumi (69,30% a valori) e il rituximab - in versione biosimilare dal luglio 2017 – che assorbe l’83,77% del mercato di riferimento (58,11% a valori).

Crescite di rilievo si registrano comunque anche per le molecole di più recente registrazione: adalimumab entrato sul nazionale mercato in veste biosimilare nel marzo 2018, concentra già il 41,74% del mercato di riferimento a volumi (11,38% a valori); trastuzumab biosimilare, commercializzato dal settembre 2018, quota dopo neanche un anno di vita il 28,54% del mercato a volumi (18,09% a valori).

E sembra destinato a registrare gli stessi trend anche il neonato pegfilgrastim biosimilare, affacciatosi sul mercato nazionale nel febbraio di quest’anno e già titolare a giugno del 7,60% del mercato a volumi (3,07% a valori).

Ampiamente diversificato e comunque generalmente in crescita il quadro dei consumi a livello regionale: a registrare il maggior consumo di biosimilari per tutte le molecole in commercio sono la Valle d’Aosta e il Piemonte con una incidenza dei biosimilari del 60,90% sul mercato complessivo di riferimento. Seguono Toscana (44,25% di incidenza di biosimilari sul mercato complessivo di riferimento), Marche (41,97%), Emilia Romagna (41,76%). All’estremo opposto, il minor grado di penetrazione dei biosimilari si registra in Umbria (8,14%), Calabria (10,78%) e Puglia (11,74%).

 

Direttamente dalla natura arrivano alcune risposte alla domanda di salute che spesso vengono confortate anche dagli studi della medicina. Esistono, infatti, frutti che utilizzati nelle tradizioni mediche di alcuni paesi anche da migliaia di anni, possono apportare benefici sufficientemente conclamati anche a livello della ricerca scientifica. Questa volta, Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti, vuol parlare dei benefici ed usi di un frutto, già riconosciute fin dall’antichità nel “De Materia Medica” di Dioscoride e riconfermate nel corso del Medioevo nei “Discorsi di Pier Andrea Mattioli sull'opera di Dioscoride”, il mirtillo. Questa bacca è una fonte fenomenale di vitamine e antiossidanti, necessaria per la nostra salute interiore come per la nostra bellezza esteriore. Ma non solo. Secondo i ricercatori della University of East Anglia, nel Regno Unito, questi frutti portentosi mantengono a bada le malattie del cuore e la cosiddetta sindrome metabolica, una situazione clinica in cui diverse condizioni di salute contribuiscono insieme ad innalzare il rischio di sviluppare patologie a carico dell'apparato circolatorio e diabete. Ipertensione, obesità e resistenza all'insulina sono tra questi fattori. Il team del dottor Peter Curtis ha preso in esame 138 partecipanti con una condizione di sovrappeso, di un'età compresa tra i 50 e i 75 anni, affetti da sindrome metabolica. Nei sei mesi di studio, ad un gruppo è stato chiesto loro di consumare i 150 grammi di mirtilli quotidianamente (mirtilli congelati), mentre al secondo è stato offerta un’alternativa simile, ma solo nel gusto: il contenuto dei mirtilli «placebo» era infatti composto da ingredienti e coloranti artificiali. «Abbiamo scoperto che mangiare una tazza di mirtilli al giorno migliora le funzioni vascolari e la rigidità arteriosa, facendo la differenza nella riduzione del rischio di malattie cardiovascolari, un calo tra il 12 e il 15%», ha spiegato dottor Curtis. «Il messaggio, qui, è semplice e accessibile: consumiamo un bicchiere di mirtilli al giorno per migliorare la nostra salute cardiovascolare. Sorprendentemente, abbiamo osservato che una porzione da 75 grammi (mezzo bicchiere) al giorno non offriva gli stessi benefici. È possibile che sia necessaria una dose giornaliera maggiore di mirtilli per ottenere questi benefici nelle persone obese, nella popolazione a rischio, rispetto alla popolazione generale».La ricerca è stata pubblicata nella rivista scientifica American Journal of Clinical Nutrition.

Ottima idea, quella del Porto di Pisa, di riunire autorità marittime e rappresentanti della regione Toscana, della provincia di Pisa e del comune di Pisa, insieme con specialisti scientifici, per presentare nella sua realtà al pubblico il problema dei mari e delle coste invasi da rifiuti di plastica, e le conoscenze attuali su ciò che ne consegue per l’ecosistema e per l’uomo.

Il capitano di vascello Andrea Santini della direzione marittima livornese e il funzionario comunale pisano Marco Redini hanno fra l’altro sollevato la necessità dei controlli per il rispetto delle leggi contro l’abbandono dei rifiuti. La professoressa Cristina Panti dell’università di Siena ha esordito riconoscendo che in sé la plastica è una risorsa preziosa per moltissime attività umane, ma non si può ignorare che nel mondo la sua produzione ha avuto una crescita esponenziale (la docente ha proiettato un grafico che giustifica quest’aggettivo, usato invece molto spesso in modo del tutto errato, come semplice sinonimo di grande). Sicché occorre attenzione, per esempio, alla presenza di additivi dagli effetti sanitari sgraditi, come gli ftalati e il bisfenolo-A.

Che della plastica — o, meglio, delle plastiche, perché di tanti materiali diversi si tratta — non si possa fare a meno l’hanno detto il dottor Antonio Cecchi dei laboratori Archa, azienda privata pisana, e il professor Valter Castelvetro dell’università di Pisa. Il primo ha molto giustamente ammonito che occorre educare le persone a non abbandonare rifiuti nell’ambiente. Su questo punto, chi scrive sostiene da tempo che è necessario sanzionare con severità i contravventori, e dare la massima pubblicità ai casi sanzionati. Se è vero che il mare è grande e cogliere in fragrante i maleducati è difficile, è anche vero che il grosso della plastica arriva al mare dai fiumi, cioè dalla terra, dove sorprendere ogni tanto i colpevoli non è poi così arduo.

Le professoresse Patrizia Cinelli e Maurizia Seggiani dell’università di Pisa hanno chiarito un errore molto frequente nella mentalità diffusa, che confonde l’origine vegetale di certi materiali plastici con la biodegradabilità: non è affatto detto che queste due qualità si trovino nello stesso polimero. Hanno anche mostrato vasetti e bicchieri sperimentali fatti con PHA (poli-idrossi-alcanoati) che si degradano bene nell’acqua di mare, per quanto i loro effetti sulla fauna marina siano ancora allo studio.

Castelvetro ha smontato certe illusioni eccessive sul riciclo, che di fatto è possibile solo per alcuni tipi di plastica. La Germania — ha detto — sta risolvendo il problema con l’incenerimento. Ha poi insistito sul contributo enorme che alle microplastiche e nanoplastiche marine (la differenza sta nelle dimensioni delle particelle) viene dato dal lavaggio dei tessuti sintetici, in particolare dai tessuti in poliestere: le microfibre rilasciate finiscono nelle fogne e poi raggiungono i mari, entrando nella catena alimentare: non si sa con quali effetti per noi consumatori di pesce.

In sostanza, saremmo portati a concludere, pensar di risolvere il problema eliminando la plastica monouso (piatti, bicchieri, posate, bastoncini con fiocchi di bambagia, cannucce per bibite…) è una pia illusione, nel migliore dei casi.

Gianni Fochi, chimico della Normale di Pisa e giornalista scientifico

 

Miracolo a Milano. Qualcuno ha sentito parlare la marijuana e lanciare questo messaggio: “Io non sono una droga”. Allora cominciamo con la classica explicatio terminorum: a. la marijuana è una sostanza psicoattiva che si ottiene dalle inflorescenze essiccate della cannabis indica; b. una sostanza psicoattiva è quella sostanza che è in grado di modificare lo stato psico-fisico di una persona; c. droga è una sostanza che provoca un temporaneo cambiamento psicofisico di chi ne fa uso; d. quando la usi la senti parlare. Marijuana è, quindi, una droga. Nel mondo anglosassone non c’è divisione terminologica tra farmaco e droga, entrambe si traducono col lemma drug e per i fautori della marijuana “terapeutica” se traduciamo in inglese le parole pronunciate a Milano: “I’m not a drug”, si rischia di smontare il castello della cannabis che deve essere prodotta massicciamente per “curare” tanti malati sempre più bisognosi. La cannabis rientra tra le droghe con effetti allucinogeni e Milano ci sta dando la prova di questo: l’erba parla! Ma la svolta epocale che si sta preparando al prossimo International Cannabis Expo di Milano è quella lanciata con lo slogan, col passaggio della cannabis da droga “leggera” a “non-droga” quando, invece, nelle ultime due edizioni della kermesse il titolo era European Psychedelic Hemp Fest. Spudoratamente adesso la kermesse milanese fa sparire tutto e rimane solo che non è una droga. Forse un po’ troppo, oppure gli organizzatori smerceranno cannabis senza principi attivi, senza effetti, o sperano che, dicendo che non è una droga, possano spianare la strada alla legalizzazione? Il mondo, invece, sembra accorgersi degli effetti preoccupanti dell’uso della cannabis. Dagli Stati Uniti, che sono un laboratorio a cielo aperto e che da anni ne sperimenta l’uso libero, arrivano ricerche che ne provano la pericolosità specialmente per gli adolescenti. Ovviamente la pericolosità per gli adolescenti può essere aggirata solamente dalla frase: “Io non sono una droga”. E allora via libera per tutti con buona pace della letteratura internazionale che da anni si spende per mostrare i danni diretti e indiretti sul sistema nervoso centrale tanto lanciare un grido di allarme, un appello a fare marcia indietro prima che sia troppo tardi. E proprio nell’interesse dei più giovani. Per non parlare poi del tema cannabis e gravidanza che sta diventando molto grave, e parliamo sempre degli Stati Uniti, ovviamente. E anche sull’uso alimentare arrivano i primi segnali di pericolo, sempre dagli States, gli Annals of Internal Medicine (aprile 2019) lanciano l’allarme sulla pericolosità (psicosi, intossicazione, disturbi cardiovascolari) per effetto di accumulo e perché si tende ad esagerare dato che l’effetto atteso tende a ritardare.  La storia ci insegna che mode e problemi arrivano presto anche da noi.

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