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Netanyahu ridisegna la dottrina di sicurezza israeliana

Benjamin Netanyahu ridisegna la strategia di sicurezza nazionale di Israele, puntando sul rafforzamento delle alleanze regionali e internazionali, sulla prosecuzione del confronto con l’Iran e sul contenimento delle ambizioni turche in Siria. Nel suo discorso di domenica dedicato alla sicurezza, il primo ministro israeliano ha presentato una dottrina aggiornata destinata a sostituire il modello dell'Esagono dell’Alleanza”, illustrato il 24 febbraio 2026, quattro giorni prima dell’ingresso di Israele nella guerra contro l’Iran al fianco degli Stati Uniti. Un conflitto che, secondo la ricostruzione proposta nel testo, si inserisce in una contrapposizione con Teheran che dura da quasi trent’anni.

La nuova impostazione modifica la rappresentazione degli equilibri regionali e amplia il quadro delle partnership considerate strategiche da Israele. Al precedente schema, che comprendeva Israele, India, Grecia e Cipro, si sostituisce una configurazione incentrata sull’intesa tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, con Grecia, Cipro e altri Paesi inseriti nella rete di alleanze. Nella rappresentazione proposta da Netanyahu, questi ultimi vengono collocati in una posizione subordinata rispetto ai due principali partner.

La revisione della dottrina arriva inoltre in una fase politicamente delicata per il governo israeliano, con le elezioni all’orizzonte. Netanyahu ha collegato il futuro della strategia militare e di sicurezza del Paese all’esito del voto, sostenendo che la scelta degli elettori sarà determinante per stabilire se Israele porterà a termine gli obiettivi fissati oppure tornerà, a suo giudizio, alle «fallite politiche di sicurezza del passato».

«Il regime iraniano deve cadere»

Il primo ministro ha ribadito con fermezza l’obiettivo di rovesciare il regime iraniano, assicurando che il piano predisposto dal governo sarebbe ormai prossimo al completamento.

«Il regime deve cadere, e io lo farò cadere», ha dichiarato Netanyahu, spiegando che il progetto israeliano è stato elaborato per provocare la caduta delle autorità di Teheran. «Questo è il mio piano. Questa è l’istruzione che ho dato a tutti i servizi di sicurezza, e questo è ciò che accadrà», ha aggiunto, affermando che il piano sarebbe stato completato al 90%.

Nel suo intervento, Netanyahu ha espresso anche preoccupazione per le conseguenze di un possibile cambio di governo. «Temo per il futuro dello Stato», ha detto ai giornalisti, descrivendo un’eventuale vittoria dei suoi avversari politici come una «tragedia per molte generazioni».

Il capo del governo ha richiamato inoltre le sfide aperte sul fronte di Gaza e del Libano, soffermandosi sugli sforzi per disarmare Hamas e Hezbollah. A queste si aggiunge il crescente isolamento internazionale di Israele, un problema che il governo deve affrontare mentre cerca di consolidare le proprie relazioni con gli alleati e di costruire una nuova coalizione politica di destra.

Netanyahu ha giudicato i suoi avversari inadatti a gestire le pressioni provenienti dall’Iran, da Hamas e da Hezbollah, presentando la continuità della propria leadership come un elemento decisivo per il completamento degli obiettivi di sicurezza.

La Turchia tra le nuove minacce regionali

Un passaggio significativo del discorso è stato dedicato alle tensioni con la Turchia e al ruolo del presidente Recep Tayyip Erdogan. Netanyahu ha descritto un panorama di minacce in evoluzione, nel quale assumono un peso crescente i missili di precisione, i droni, i sistemi navali senza pilota, la guerra informatica, l’intelligenza artificiale e le tecnologie quantistiche.

Sul piano geopolitico, il premier israeliano ha individuato due principali assi di pressione: quello sciita guidato dall’Iran e quello dei Fratelli Musulmani, che ha associato alla leadership turca. Entrambi rappresenterebbero, nella sua valutazione, sfide rilevanti per la sicurezza regionale.

Netanyahu ha inoltre riconosciuto l’esistenza di divergenze con il presidente statunitense Donald Trump sulla questione turca, illustrando gli sforzi di Israele per impedire ad Ankara di ampliare la propria presenza militare in Siria.

«Spero che non arriveremo a uno scontro diretto con la Turchia. Almeno, è quello che sto cercando di impedire», ha affermato. Senza indicare esplicitamente un Paese, ha aggiunto che Israele deve prendere in considerazione ogni possibile scenario.

Il premier ha anche manifestato la disponibilità a recuperare i rapporti che in passato avevano caratterizzato le relazioni tra Israele e Turchia. Tuttavia, ha espresso forti dubbi sulla possibilità di un miglioramento finché Erdogan resterà alla guida del Paese.

«Non credo che questo accadrà sotto la guida di Erdogan», ha dichiarato Netanyahu, accusando il presidente turco di mantenere una posizione apertamente ostile nei confronti di Israele.

«Dice che lo Stato di Israele deve essere distrutto, che devono tornare a governare Gerusalemme perché è la loro città. Tutte queste dichiarazioni sono estremamente ostili e prendiamo in considerazione ogni possibilità», ha aggiunto.

Le parole del primo ministro evidenziano la complessità del rapporto con Ankara: da una parte, la volontà dichiarata di evitare uno scontro diretto; dall’altra, la necessità, secondo la prospettiva israeliana, di prepararsi anche a un eventuale deterioramento della situazione.

Il fattore Trump e la necessità di consolidare le alleanze

Un altro elemento centrale della nuova strategia riguarda il rapporto con gli Stati Uniti e, in particolare, con Donald Trump. Netanyahu ha sottolineato che il tempo a disposizione per lavorare con l’attuale presidente americano costituisce una variabile importante per il futuro della sicurezza israeliana.

«C'è un limite di tempo di altri due anni con il presidente Trump», ha dichiarato, collegando direttamente la questione alle prossime elezioni israeliane. «Una delle domande in queste elezioni è: chi lavorerà con Trump? Chi completerà il resto del progetto?».

Il premier ha quindi invitato a sfruttare al massimo il periodo di collaborazione con Washington, senza trascurare la possibilità che le condizioni politiche e internazionali possano cambiare.

«Dobbiamo fare del nostro meglio in questi due anni – e nei due anni successivi – per agire quando le cose vanno bene, ma anche quando vanno male», ha aggiunto.

In quest’ottica, Netanyahu ha spiegato di aver intensificato gli sforzi per ampliare la rete di relazioni diplomatiche di Israele, coinvolgendo Paesi del Medio Oriente e altri partner al di fuori della regione. Tra gli esempi citati figura l’India, considerata un interlocutore importante nell’ambito della strategia di diversificazione delle alleanze.

Il rafforzamento dei rapporti internazionali dovrebbe consentire a Israele di mantenere una maggiore libertà d’azione anche nel caso in cui i suoi partner più stretti non condividono determinate scelte. Netanyahu ha insistito, infatti, sulla necessità di combinare la cooperazione con gli alleati con la capacità di intervenire autonomamente quando lo ritenga necessario.

«Vivremo della spada per molti anni ed è importante che la spada sia affilata», ha affermato. Un’espressione che, nel contesto del discorso, richiama la prospettiva di un lungo periodo caratterizzato da minacce e confronti militari, nel quale la preparazione alla guerra resta una componente essenziale della dottrina israeliana.

La nuova mappa delle alleanze: Israele ed Emirati al centro

La revisione della strategia è stata accompagnata dalla presentazione di una mappa geopolitica che rappresenta le alleanze, le rivalità e le aree d’influenza in Medio Oriente e nelle regioni circostanti.

Nello schema illustrato da Netanyahu compare l’Asse della Resistenza, l’insieme delle forze legate all’Iran, rappresentato in tonalità bordeaux e borgogna. La mappa comprende inoltre le milizie irachene, Ansar Allah in Yemen e le forze presenti nel sud del Libano.

Sul fronte opposto, Israele e gli Emirati Arabi Uniti vengono indicati come i principali Paesi sovrani dell’alleanza. Attorno a loro sono collocati altri Stati, territori e gruppi, tra cui Somaliland, Etiopia, le Forze di supporto rapido (RSF) in Sudan, le comunità druse in Siria, Puntland in Somalia, Grecia, Bahrein e Cipro. La rappresentazione li inserisce nella rete di partner e soggetti vicini all’alleanza, attribuendo loro una posizione subordinata rispetto ai suoi principali protagonisti.

La classificazione comprende anche il Consiglio di transizione meridionale dello Yemen, il Governo di stabilità nazionale della Libia e l’Azerbaigian, indicati come interlocutori comuni di Israele e degli Emirati, ma anche dell’alleanza sunnita associata alla Turchia.

Quest’ultimo raggruppamento, denominato «Alleanza sunnita del diamante», comprende Arabia Saudita, Pakistan ed Egitto. Nella mappa, la sua rete di Paesi e territori collegati si estende inoltre a Somalia, Stato nordorientale somalo, Yemen, Siria, Giordania, Cisgiordania, Eritrea, Qatar, Kuwait e Sudan, oltre alle forze armate turco-cipriote e al Governo di accordo nazionale libico, secondo la classificazione riportata.

La Russia, infine, viene rappresentata come un Paese considerato amico dall’Iran, mentre il colore grigio identifica generalmente gli Stati neutrali.

La mappa propone dunque una lettura degli equilibri regionali basata non soltanto sulle alleanze formali tra governi, ma anche sui rapporti con milizie, autorità territoriali e gruppi politici. Si tratta della rappresentazione strategica presentata dal governo israeliano, che non va confusa con una classificazione universalmente condivisa o con il riconoscimento formale di tutti i soggetti elencati come alleati.

Una strategia tra deterrenza e autonomia

Il discorso di Netanyahu delinea una dottrina nella quale la sicurezza israeliana viene collegata a più fronti contemporaneamente: il confronto con l’Iran, il disarmo di Hamas e Hezbollah, la competizione con la Turchia, il rafforzamento delle relazioni con gli Emirati Arabi Uniti e la collaborazione con gli Stati Uniti.

La prospettiva di una lunga fase di instabilità spinge il premier a insistere sulla necessità di mantenere elevate le capacità militari e di ampliare il numero dei partner internazionali. Al tempo stesso, il riferimento alle elezioni dimostra quanto la politica interna sia intrecciata con le scelte strategiche del governo.

La nuova dottrina, con la sua rete di alleanze e la rappresentazione di diversi assi regionali, riflette la volontà di Netanyahu di ridefinire le priorità di Israele in un contesto segnato da conflitti aperti, rivalità geopolitiche e rapporti diplomatici sempre più complessi. Resta da vedere in quale misura questo progetto potrà tradursi in accordi concreti e quanto le tensioni con Teheran e Ankara condizionano la possibilità di consolidare il nuovo assetto regionale.

Fonte stampa ellenica

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