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Incontro con Sebastiano Gavasso: "Recitare mi fa stare bene"

Sebastiano Gavasso, talentuoso e poliedrico attore di teatro e cinema, fa parte ormai da tempo della grande famiglia del daily di Rai 1 “Il Paradiso delle signore”, prodotto da Giannandrea Pecorelli e giunto alla sesta stagione.

Nel contesto di un set molto affiatato, la cui location è situata presso i teatri di posa Videa, si inserisce il regista veneto Orlando Brivio, interpretato con vera maestria e cura dei minimi dettagli da Sebastiano Gavasso. Un personaggio estremamente empatico e intuitivo, un vero comunicatore, che sceglie di ambientare i suoi fotoromanzi e musicarelli fra le accoglienti mura del grande magazzino più famoso di Milano.

Una serie televisiva di grande successo che, nata nel 2015 ed ambientata nell’Italia degli anni ‘50/’60, un periodo di grande rinascita economica, è liberamente ispirata all’omonimo  romanzo di Émile Zola.

Nonostante Sebastiano abbia già lavorato in altre fiction, in teatro ed anche in pubblicità per noti marchi, maturando prove artistiche di notevole rilievo sia in Italia che a livello internazionale, l’esperienza ne “Il Paradiso delle signore” gli ha fornito l’opportunità di farsi conoscere ancor più dal grande pubblico.

A Roma dal 2007 al 2010 ha frequentato l’Accademia di recitazione “Scuola internazionale di Teatro”, dove si è diplomato ed ha partecipato a seminari di recitazione non solo nel nostro Paese, ma anche all’estero. Nel 2008 si trasferisce per un periodo in Australia e segnatamente questa permanenza gli ha consentito di acquisire nuovi prodotti culturali, oltre che una conoscenza dell’inglese tale da poter recitare con pieno possesso della lingua; tutti elementi che vanno ad arricchire un curriculum professionale molto promettente.  

Dopo aver conseguito il diploma presso la Scuola internazionale di Teatro di Roma, hai completato la tua formazione teatrale in Australia. Un ricordo di questa esperienza?

Si è trattato di una delle esperienze più importanti e formative della mia vita. Come spesso accade… avvenuta per caso. Sono tanti i ricordi, uno fra tutti, significativo per la mia carriera, quello di aver studiato recitazione cinematografica con Annie Murtagh Monks, che scoprì proprio a Perth il talento di un giovanissimo Heath Ledger!

Reciti in lingua inglese con ottima padronanza. Questo ti ha aperto le porte all'estero?

Certamente aver studiato in Australia mi ha aiutato anche in questo senso. Oltre alla lingua, anche la quantità di film, cortometraggi e spettacoli fatti in Australia mi ha consentito di accumulare molto materiale utile per poi presentarmi ai casting e ai registi, una volta tornato in Italia. E poi aver vinto il Fringe Festival di Roma con “HorseHead” (spettacolo di un autore australiano che conobbi a Perth) e averlo recitato in inglese al Fringe Festival di  New York, venendo citato dal quotidiano New York Times, ha rappresentato un passaggio rilevante, un’altra importante chiave.

Hai interpretato per il Teatro Bellini di Napoli il drugo Dim, uno dei personaggi di "Arancia meccanica" di Kubrick, in un fortunatissimo adattamento teatrale. Siete stati ben tre anni in tournèe, vorresti parlarmene?

Altra esperienza importantissima. Un sogno realizzato: “Arancia meccanica” è uno dei miei film preferiti, a Carnevale spesso durante l’adolescenza mi sono vestito da drugo e poterlo interpretare in giro per i teatri più belli d’Italia è stato – come direbbero i drughi in Nadsad - “Davvero, davvero, Cinebrivido!!!”

Nel 2016 hai fondato la compagnia "Loft Theatre", dove produci e realizzi spettacoli in cui riesci a contemperare impegno civile e sport. Sebbene tu sia uno sportivo a tutto tondo, ami una disciplina in modo particolare?

In questo momento sicuramente la corsa, che coniuga sia l’aspetto sportivo che quello artistico e lavorativo. Nella mia vita, però, ho praticato moltissimi sport, sia i “classici” (calcio, pallavolo, basket) che quelli legati al mare (vela, nuoto, apnea, sub).

A Febbraio è ripartita la tournée della tua ultima produzione "CORRI - Dall'inferno a Central Park", un'opera teatrale  estremamente interessante in cui affronti la tematica della depressione, un disturbo con una dimensione sempre più sociale. La passione per la maratona salverà il protagonista; un lavoro allettante. Si tratta di un monologo?

È lo spettacolo più bello e importante della mia vita. Una grande sfida nata in un momento “critico”, ma fondamentale per crescere come artista, come professionista e come uomo. Sì, apparentemente è un monologo, ma in realtà è un dialogo continuo con Giovanna Famulari, la straordinaria violoncellista che mi accompagna in scena e che rappresenta la compagna del protagonista della storia, oltre che il suo cuore. Il cuore non si esprime con le parole, ma attraverso la musica, appunto. E poi CORRI è uno spettacolo collettivo, perché si nutre ed esiste solo grazie alla “rete” di persone che ci sostengono e supportano: il nostro pubblico, con noi 365 giorni l’anno, nelle gare, in platea, come anche sulle piattaforme social.

Il grande pubblico ti conosce anche per le tue performance ne "Il paradiso delle signore", il daily di Rai1 con ascolti sempre crescenti, ambientato nella Milano degli anni del boom economico. Orlando Brivio, regista di fotoromanzi e di musicarelli, un genere cinematografico molto in voga in quel periodo, ha conquistato la simpatia del pubblico anche grazie alla tua impeccabile interpretazione in dialetto veneto. Dove hai imparato, hai origini venete?

Ho un legame profondo con il Veneto perché mio padre è di Piovene Rocchette, in provincia di Vicenza; da piccolo durante l’inverno eravamo sempre lí. Durante la mia infanzia il mio “supereroe” preferito era Arlecchino e quando da adolescente ho scoperto i Pitura Freska, mi sono nuovamente appassionato al dialetto veneto. Con il trascorrere degli anni, poter recitare anche in veneto ha costituito senza dubbio un tratto distintivo.

Mi hai raccontato che fra i tuoi amici del mondo dello spettacolo ci sono anche i componenti del gruppo musicale veneziano Pitura Freska. Come vi siete conosciuti?

Come è accaduto a molti, attraverso il brano sanremese “Papa Nero”. Grazie a quella canzone che mi ha letteralmente rapito, sono andato subito a comprare il Cd “Gran Calma” che la conteneva e in breve tempo ho acquistato tutta la discografia, imparato i testi, e partecipato ai loro concerti. Credo di essere stato tra i pochissimi romani a sapere a memoria tutte le strofe di ogni loro canzoni; così alla fine dei concerti, quando li andavo a salutare, penso mi abbiano considerato come una “mascotte” - avevo 16anni - e siamo diventati amici. Una volta ho donato loro anche una musicassetta in cui  strimpellavo con la chitarra e avevo composto alcune canzoni, ma per gioco. Marco “Furio” Forieri fu molto contento di quel regalo, non credo per la qualità dei brani, ma per il gesto. Sono persone splendide.

Una domanda di rito per gli attori teatrali che fanno anche cinema e tv. Quali sono, dal tuo punto di vista, i punti di forza e, se ci sono, di debolezza afferenti a queste due modalità di fare spettacolo?

Non vedo punti di debolezza. Ci sono solo due modi di recitare: in maniera credibile, o in maniera non credibile. Se si è credibili, si arriva al pubblico. Se si arriva al pubblico, si sta facendo bene. Cinema, teatro, Tv, soap, mimo, strada, non conta il “dove”, contano sempre e in modo sinergico il “come” e il “perché”.

Un consiglio ai giovani che vorrebbero intraprendere la carriera di attore?

Fatela, sapendo che sarà complessa, ma meravigliosa. Ma soprattutto, fatela se vi diverte e vi fa stare bene. Non credete a chi dice che è solo sofferenza, o che l’attore debba necessariamente soffrire. Con gli anni ho imparato che il “segreto” sta nel non perdere mai la capacità di sorridere, anche nel pianto. Vale per la recitazione nella stessa misura in cui vale per la vita.

Agli inizi della pandemia qualcuno disse che ne saremmo usciti migliorati. Sei d'accordo?

Vedendo quel che sta accadendo ora, credo di sì. L’emergenza pandemica ci ha abituato a capire che eravamo dei privilegiati. Il modo migliore per capire il valore di un privilegio, è perderlo. C’è una frase che lego molto a questo periodo storico e che mi fa ben sperare per il futuro: “ Tempi difficili creano uomini forti, uomini forti creano tempi facili. Tempi facili creano uomini deboli, uomini deboli creano tempi difficili”, tutto è circolare. Quindi, c’è bisogno di rafforzarci, tutti, per poter essere più utili gli uni agli altri.

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