Dopo l'ottimo riscontro del primo appuntamento di fine settembre, "CAMMINI IN FESTA" torna sabato 11 ottobre con un nuovo e ricco cartellone di eventi, musica e animazione, celebrando i rinnovati tratti degli antichi itinerari che conducono alla Capitale. La rassegna è organizzata da Zètema Progetto Cultura e promossa dal Comune di Roma - Assessorato all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti, e da Città Metropolitana di Roma Capitale.
L'iniziativa si inserisce nel più ampio programma "Cammini verso Roma", un progetto di valorizzazione culturale e turistica che mira a promuovere gli storici percorsi dei pellegrini. In vista del Giubileo 2025, l'obiettivo è trasformare questi sentieri – che includono l'ultimo tratto della Via Francigena, della Via Francigena nel Sud e del Cammino di San Francesco – in una risorsa fondamentale per il turismo lento, sostenibile e di riscoperta del territorio.
Per l'intera giornata di sabato 11 ottobre, la festa si snoderà in cinque luoghi simbolo che toccano il cuore della città, tutti ad ingresso libero, pronti ad accogliere pellegrini e cittadini:
* Il Roseto Comunale (sull'Aventino, vicino al Circo Massimo)
* Il Parco di Monte Ciocci (nel quadrante ovest, con vista spettacolare sul Cupolone e collegato alla Francigena dalla pista ciclopedonale Monte Ciocci – San Pietro)
* La Riserva naturale di Monte Mario (tappa fondamentale della Via Francigena)
* Il Parco d’affaccio fluviale Prati di Acqua Acetosa (lungo il Tevere, tocca probabilmente la Via Francigena nel Sud)
* Il Parco d’affaccio fluviale Oasi di Ponte Milvio (oasi naturalistica fluviale che si collega idealmente al Cammino di San Francesco)
Sotto Il programma dettagliato degli eventi e degli spettacoli che animeranno le cinque sedi reso noto a breve dagli organizzatori, che invitano tutti a partecipare per vivere una giornata all'insegna della cultura, della natura e del cammino storico.
L’allegoria del Buon Governo in città e nel contado, conservato nel Palazzo Pubblico di Siena di Ambrogio Lorenzetti (1290-1348) realizzato tra il 1338 e il 1340 è l’affresco più rappresentativo sia dello stile del pittore che della cultura di cui è espressione. L’affresco è stato un punto di riferimento per la buona politica e per fare importanti riflessioni. A suo tempo Alleanza Cattolica, aveva realizzato una Mostra proprio su questo eccezionale affresco, con un importante intervento di Lorenzo Cantoni (“Il Buon Governo”. Una lettura, n. 345, cristianità) Quest’oggi voglio presentare una importante e articolata riflessione del Cardinale Angelo Scola, apparsa su Il Domenicale del 2 luglio 2005. Il cardinale inizia proprio dal celebre affresco medievale nella Sala della Pace, del Palazzo Pubblico di Siena. La città dell’uomo s’instaura se c’è vita buona di governanti. Lorenzetti nella celebre allegoria senese, per esprimere il Buon e il Cattivo governo, sceglie la strada della personificazione. Il primo colpo d’occhio possiamo individuare, secondo il cardinale, la figura centrale, il protagonista (l’uomo vestito di nero, il diavolo?) per il cattivo governo e poi la figura del vecchio sapiente monarca, assiso al trono del Buon Governo. Entrambi i personaggi sono attorniati da altri interpreti, ben distinti dal popolo. Attorno al Cattivo Governo viene rappresentata, la crudeltà, la discordia, la guerra, la perfidia, la frode, l’ira, la tirannide, l’avarizia, la vanagloria. Mentre il personaggio centrale del Buon Governo è attorniato dalle figure allegoriche della Giustizia, della Temperanza, della Magnanimità, della Prudenza, della Fortezza e della Pace. Peraltro, non è superfluo sottolineare secondo Scola che sul capo del vecchio saggio monarca sono personificate le tre virtù teologali della Fede, della Speranza, della Carità. Pertanto, si domanda il cardinale, “quale considerazione immediata impone la scelta iconografica del Lorenzetti in questa che è considerata, in un certo senso, la prima opera di carattere ‘totalmente laico’ della storia della pittura italiana?” Perché ci sia Buon Governo non si può separare l’agire virtuoso degli agonisti, cioè di chi governa e di chi è governato. Praticamente, la condizione primaria per attuare una vita politica sta in una condizione della società che consente ed esprimere una antropologia adeguata. Negli affreschi di Lorenzetti possiamo vedere che brilla una convinzione inaugurata da Aristotele e poi ripresa da Tommaso pacificamente vissuta all’inizio dell’età moderna; in pratica la convivenza sociale si regge nell’agire degli uomini come un tutto, volto a dare un ordine ai fini e ai beni della vita. Scola insiste a guardare con attenzione all’Etica di Aristotele e a quella di Tommaso che distinguono tra l’etica personale e l’etica pubblica o politica. “Essi sono ben consapevoli della necessità che l’etica politica, come vita buona, richiede non pochi adattamenti realistici rispetto alla vita virtuosa in quanto riferita al singolo”. Il cardinale è convinto che affinché ci sia un Buon governo, anche nella nostra complessa società non può prescindere dall’impegno rigoroso di tutti, teso a perseguire la vita buona mantenendo in unità le due distinte dimensioni personale e comunitaria, dell’umano agire. E’ un filo rosso di tutto l’insegnamento sociale della Chiesa, soprattutto quello che fa riferimento al Magistero pontificio che va dalla Rerum Novarum alla Centesimus Annus. Poi il cardinale affronta le cause che hanno condotto alla rottura di questa visione unitaria e articolata a partire dal tema del Buon governo. Ma io mi fermo chi è interessato oltre allo studio di Cantoni, po' continuare leggendo il settimanale oppure il fascicolo di “Vita e Pensiero” dell’Università Cattolica (maggio-giugno 2005).
E’ il Portogallo, rappresentato dallo chef Tiago Ferreira Silva, il paese vincitore del Bia cous cous World Championship, il Campionato del mondo di cous cous, evento centrale del Cous Cous Fest che ha messo a confronto, a San Vito Lo Capo, chef di 8 Paesi (Filippine, Italia, Marocco, Perù, Portogallo, Spagna, Tunisia e Medici Senza Frontiere), all'insegna dello scambio tra culture nell’ambito del festival prodotto dall’agenzia Feedback e dal Comune di San Vito Lo Capo e con il sostegno della Regione Siciliana (Assessorati del Turismo, dell’Agricoltura e Presidenza della Regione), dei main sponsor Bia CousCous e Conad, edegli official Amadori, Corona, Acqua Maniva, Premiati Oleifici Barbera, Kia, Le Stagioni d’Italia, Electrolux,Oro Sicilia, Tenute Orestiadi e UniCredit.
Tiago Ferreira Silva, executive chef di Immerso Hotel e Emme Restaurante, ad Ericeira, un piccolo villaggio di pescatori vicino Lisbona affacciato sull’Atlantico dove supervisiona l’intera offerta gastronomica dell’hotel, si è imposto sugli altri due finalisti, l’Italia e la Tunisia.
La ricetta portoghese, un cous cous con pollo, vino di Porto e salsa "Cabidela", ha conquistato la giuria tecnica, presieduta da Angelo Mellone, direttore Intrattenimento Day Time Rai, “per essere riusciti a fondere – come si legge nella motivazione - in un dialogo di gusto e sapienza gastronomica la tradizione culinaria portoghese con uno degli alimenti iconici del Mediterraneo, con grande capacità di sperimentazione, ricerca di armonia del gusto e identica armonia cromatica nella presentazione del piatto”.
“E’ una ricetta – ha detto lo chef – che valorizza la sostenibilità attraverso l’uso integrale del pollo e riflette i principi del festival che celebra l’incontro e la contaminazione positiva delle tradizioni mediterranee”.
Lo chef è stato premiato sul palco dal sindaco, Francesco La Sala, e da Francesco Formisano, amministratore delegato di Bia Cous Cous e Bieffe Agroindustriale nell’ambito di un grande show sul palco in spiaggia che si è aperto con una sfilata di moda organizzata da Luca Lo Bosco di LLB Team. In passerella otto abiti, ispirati alle squadre in gara, disegnati dagli studenti del corso di fashion design dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, guidati da Sergio Daricello, docente del corso di design dell’Accademia, hanno sfilato con la colonna sonora del dj set di Miriam Casa.
“E’ un rammarico non avere qui con noi quest’anno– ha detto il sindaco La Sala – i nostri fratelli di Israele e Palestina a causa delle note vicende internazionali ma da San Vito, vogliamo lanciare un appello affinché presto si possa trovare un accordo di pace”.
La serata è proseguita con gli interventi di Angelo Bulgarello, assessore al turismo del Comune di San Vito Lo Capo e di Marcello Orlando, ceo di Feedback, società organizzatrice della rassegna.
E’ andato al Marocco, rappresentato dagli chef Zahira Fenouri e Mustapha Hajbi, il premio speciale Amadori per l’utilizzo del pollo, consegnato da Flavio Amadori, presidente dell’azienda.
La migliore presentazione del piatto Food Network, secondo la giuria tecnica, è stata quella degli chef spagnoli, Maria Busta Rosales e Abel Criado Peliz, premiati da Giusi Battaglia e Fabrizio Nonis, volti di Food Network.
Alle Filippine il premio per l’originalità della ricetta promosso da Conad. Gli chef Ann Christine Taglinao e Nicola Mincione sono stati premiati da Giovanni Anania, Direttore Marketing Pac2000A-CONAD e da Riccardo Catania, Direttore area Sicilia pac 2000a Conad. Il riconoscimento per la ricetta più sostenibile è stato assegnato al Perù, rappresentato da Raul Nativitad, da Gianfranco Di Girolamo, Responsabile corporate business management Sicilia di UniCredit.
La serata, presentata dai conduttori Rai, Federico Quaranta, Valentina Caruso e Peppone Calabrese, si è chiusa con il concerto di Anna Castiglia, seguito da un dj-set sulla spiaggia che ha fatto ballare in migliaia. Il festival prosegue oggi, domenica 28 settembre, con cooking show, incontri e si chiuderà stasera alle ore 22 con lo spettacolo di cabaret di Claudio Casisa.
Il 4 ottobre 1925 nasce a Roma Giuseppe Sermonti, si laurea in Scienze biologiche a Roma e in Agraria a Pisa e diventa un maestro nella genetica. Critico dell’evoluzionismo darwiniano e dello scientismo, per queste sue posizioni non riceve i dovuti meriti per le sue qualità accademiche. Muore sempre a Roma nel 2018 dopo aver insegnato a Palermo e a Perugia. Ricordare i cento anni dalla sua nascita vuol dire ricordare un grande personaggio della cultura italiana, un vero signore della scienza, un uomo che ha sempre vissuto difendendo le sue idee senza toni eccessivi, con grande classe. E ricordarlo per un aspetto della sua produzione letteraria che può apparire di secondo ordine, ma di una profondità non sufficientemente apprezzata. L’editore Rusconi, che fin dall’inizio ne riconosce e apprezza le qualità, lo pubblica a cominciare dai primi due saggi: La mela di Adamo e la mela di Newton (1971) e Crepuscolo dello scientismo (1974), fino ai volumi dedicati alle fiabe che solo lui sapeva interpretare in modo quantomeno originale: Fiabe di Luna (1986), Fiabe del Sottosuolo (1989) e Fiabe dei Fiori (1992). Queste tre pubblicazioni sono raccolte in Fiabe di tre reami (La Finestra, Trento, 2004). Sermonti viaggia nel mondo delle fiabe, anche tra quelle più conosciute: Biancaneve, Cenerentola, Cappuccetto Rosso e scopre collegamenti con l’astronomia e con la botanica e i metalli. “Raccontando le fiabe, gli antichi parlavano di scienza e si trasmettevano le vicende e i cambiamenti del mondo, senza svelarli troppo, per non essere noiosi e per mantenere i segreti dei loro mestieri. Forse, sentite questa! La fiaba è così appassionante e incantevole perché dice e non dice segreti lunari, alchemici, floreali, facendo presagire le forme e le trasformazioni del mondo”. Così Giuseppe Sermonti nell’introduzione a La scienza vestita di fiaba. Nove commedie per voci bianche e due indovinelli (Di Rienzo Editore, 2004) dove oltre a Biancaneve, Cenerentola e Cappuccetto Rosso appare anche Raperonzolo, Hansel e Gretel in brevi commedie del genere “Commedie da tavolo” che Sermonti chiama, per l’occasione “Commedie da favola”. Sermonti si era già cimentato in questo genere letterario con due raccolte sempre edite da Di Rienzo: Profeti e professori (1997, 2007) e Scienziati nella tempesta (2002). Anche qui al centro la scienza e il pensiero scientifico attraverso brevi storie di scienziati e delle loro traversie e dei loro drammi: Gregor Mendel (1822-1884), Ignaz Semmelweis (1818-1865), Paul Kammerer (1880-1926), Charles Darwin (1809-1882), ma anche storie che coinvolgono “professori” come nel dramma di Ota Benga (1883-1916), considerato l’”anello mancante”, l’entomologo Bernard Kettlewell (1907-1979) e le falene, o la storia del cranio di Piltdown circondato da tanti … “professori”. Le commedie sono l’occasione per spiegare che la verità che la scienza costruisce è tale attraverso vie complesse, sofferenze, incomprensioni come quelle degli scopritori della bomba atomica (Il progetto Manhattan), o di Semmelweis, che scoprì la causa delle infezioni puerperali e non creduto finì con l’impazzire. Commedie da tavolo, brevi, semplici da recitare ma di una grande profondità e che “testimoniano di una scienza arrivata a contatto con l’origine della malattia, con la creazione della vita, con il cuore della materia, con il divino”. E ancora Sermonti, tornando alle fiabe, ci dice che queste “e la scienza sono più vicine tra loro di quanto si creda, nei contenuti, nelle forme espressive, nel rapporto con il mondo”. Sermonti fornisce delle tracce “con la levità, la chiarezza e l’ironia del saggio, al fine di superare la grande frattura tra umanesimo e scienza” come scrive Fausto Gianfranceschi (1928-2012) nella presentazione al volume La danza delle silfidi (La Finestra Editrice, 2004) e, ancora, sottolinea che i racconti “favoriscono la riscoperta della bellezza trasparente di ogni fenomeno; e non essendo i frutti arbitrari di una pura fantasticheria, delineano implicitamente canoni di una nascosta etica naturale cui ci accorgiamo che tutto riconduce se riusciamo a penetrare oltre le apparenze”. È quello che ha sempre insegnato il prof. Giuseppe Sermonti, cercare di capire e andare oltre a quello che sembra.
In questi giorni ho letto diversi interventi sulla strategia comunicativa dell’attivista conservatore americano Charlie Kirk che andava a parlare nei vari campus universitari per dialogare con gli studenti sui più svariati argomenti. Abbiamo appreso, che lo seguivano in molti convinti dalle sue argomentazioni, che non erano di poco conto a cominciare dal rispetto della vita contro l’aborto, del matrimonio tradizionale rispetto a quello tra lo stesso sesso, la sua critica all’ideologia del Gender. Temi che portano a scontrarsi facilmente con tutto quel marasma di associazionismo esplosivo che va dal transgender ai Black Lives Matter, alle femministe pro-aborto, agli anarcocomunisti, ai transantifa e pro-Pal, tutti più o meno giovinastri che usano la violenza più estrema. Ricordo che nel 2020 dopo la morte del nero George Floyd, nelle manifestazioni di protesta di questi signori, ci furono 30 morti e 14mila arresti e danni alle proprietà per 2 miliardi. Con questa situazione non è facile poter esprimere le proprie idee magari opposte a tutto questo culturame ben presente per esempio nelle università americane. Ecco perché non c’è da meravigliarsi della notizia inquietante pubblicata il 19 settembre scorso dal blog Ifamnews. (International Family News) di un Rapporto dove rivela che l’88% degli studenti universitari teme di esprimere le proprie vere convinzioni.
Praticamente questi studenti universitari affermano “di aver finto di sostenere idee più progressiste o liberali di quanto non credano realmente, tutto in nome dell’integrazione sociale o per assicurarsi il successo accademico”. I risultati provengono da interviste confidenziali con oltre 1.400 studenti della Northwestern University e dell’Università del Michigan. L’indagine mostra una forte pressione sugli studenti a conformarsi. Circa il 78% degli intervistati afferma di autocensurarsi sull’identità di genere, il 72% sulla politica e il 68% sui valori familiari. La maggior parte degli studenti non è d’accordo con l’idea che l’identità di genere dovrebbe prevalere sul sesso biologico in ambiti come lo sport, l’assistenza sanitaria o i dati pubblici—ma la maggior parte non è disposta a parlare apertamente. Questa riluttanza riflette la paura di ritorsioni sociali o accademiche per questo nascondono le proprie opinioni. Più di un terzo si descrive come “moralmente confuso”, incerto se parlare onestamente valga la potenziale esclusione. E questo comportamento adattivo non si limita alla classe—si estende ad amici e relazioni, dove molti evitano di discutere convinzioni profondamente radicate, tipo religiose.
Lo studio evidenzia una crisi nell’istruzione superiore: invece di promuovere un dibattito robusto, i campus stanno spingendo un’ortodossia predefinita che impone la conformità al partito del politicamente corretto. Ciò mina la libertà accademica, danneggia lo sviluppo morale degli studenti e indebolisce le libertà fondamentali radicate nella verità e nella libertà di parola. Charlie Kirk ha cercato di contrastare questa dittatura culturale. Naturalmente questa tendenza è presente anche nelle nostre università, non solo, nella società, c’è gente che si autocensura per non apparire in un certo modo. Prendiamo il caso dei social, su facebook, ci sono “amici” che si privano di mettere un “mi piace” su un mio intervento, o perché non vogliono compromettersi, allora fanno finta di niente. È probabile che molti condividono le mie posizioni, ma hanno timore di esporsi per non essere etichettati come di destra.
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