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Mercoledì, 26 Febbraio 2020

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, riaprono al pubblico 10 sale situate nell’Ala nord del piano nobile di Palazzo Barberini, completamente restaurate e con un nuovo percorso espositivo, organizzato secondo un ordine cronologico e geografico, dal tardo Cinquecento al Seicento.
Flaminia Gennari Santori sottolinea che “il riallestimento delle 10 sale dedicate al Seicento rappresenta il necessario proseguimento del lavoro di rinnovo iniziato lo scorso gennaio nell’ala sud del Palazzo, inaugurata ad aprile; il prossimo ottobre interesserà le sale dedicate al Cinquecento e si concluderà poi nel 2021, quando verrà riallestito anche il piano terra. Si tratta del frutto di nuovo impianto concettuale del Museo a cui penso dal mio insediamento, nel dicembre 2016, e che focalizza a Palazzo Barberini una struttura espositiva narrativa dal Medioevo al Settecento, cercando di valorizzare anche la storia del palazzo e dei Barberini, lasciando integra la quadreria settecentesca a Galleria Corsini”. 
Il restauro ha interessato le strutture architettoniche, l’impianto di illuminazione, la grafica e gli apparati didattici, con nuovi pannelli esplicativi e didascalie ragionate, nell’ottica di adeguare le sale al recente rinnovo dell’Ala sud.
Le Gallerie Nazionali di Palazzo Barberini riacquistano 550 mq di spazio espositivo per il prezioso nucleo dei propri capolavori seicenteschi, offrendo un punto di vista unico sulla portata rivoluzionaria della pittura di Caravaggio e della sua influenza in Italia e in Europa.
80 le opere selezionate in un suggestivo percorso che permette, per la prima volta, di ammirare un’affascinante infilata di sale da un’ala all’altra del palazzo, attraverso il Salone Pietro da Cortona e la Sala Ovale. Dalle finestre, riaperte per l’occasione, si possono ammirare i giardini del museo con inedite visuali.
Un percorso espositivo circolare, che enfatizza il palazzo stesso, con un nuovo respiro e con un rinnovato equilibrio, in cui i visitatori potranno finalmente apprezzare le opere e gli spazi in tutta la loro ampiezza, valorizzando gli assi visivi da un capo all’altro del piano nobile, dallo scalone di Bernini a quello di Borromini.


Si inizia con la sala dedicata al tardo manierismo romano e internazionale, con opere di Siciolante da Sermoneta, Pietro Francavilla, Girolamo Muziano, Marcello Venusti, Jacopo Zucchi, e Jacob de Backer, Joseph Heintz, Jan Metsys.
A seguire la sala dedicata ai veneti di fine Cinquecento con opere di Tintoretto, Palma il Giovane e un interessantissimo dipinto Venere e Adone di Scuola di Tiziano, qui esposto dopo un accuratissimo restauro. In questa sala trovano spazio anche due opere di El Greco.
Nella Galleria, completamente ripulita e illuminata per esaltare gli affreschi della volta, sono hesposti alcuni dipinti dedicati alla pittura di genere, fra cui due quadri di Bartolomeo Passerotti, il Diluvio universale di Scuola di Jacopo Bassano, raramente visibile, alcune tele mai prima esposte di Frans Francken il Giovane.
A seguire una piccola sala, aperta alla visita del pubblico per la prima volta, è dedicata esclusivamente all’Altarolo portatile di Annibale Carracci.
Anche la sala successiva, con affreschi di fine Cinquecento, viene inserita per la prima volta nel percorso espositivo e contiene tre paesaggi di Paul Bril dedicati ai Feudi Mattei.
Le tre sale successive sono dedicate a Caravaggio e al caravaggismo. La prima, che offrirà una nuova veduta sul giardino, accoglie la Giuditta e Oloferne di Caravaggio, in dialogo con opere di Giovanni Baglione, Orazio Borgianni, Bartolomeo Manfredi e Carlo Saraceni.
Nella seconda, caratterizzata da un sentire più meditativo, sarà esposto (da giugno 2020) il Narciso, attribuito a Caravaggio, e opere del Candlelight Master, di Ribera, di Simon Vouet.
La terza viene dedicata ad altri temi caravaggeschi: sono qui riuniti il San Francesco di Caravaggio e opere di Orazio Gentileschi, Bartolomeo Manfredi, Astolfo Petrazzi, Bernardo Strozzi.
Il nuovo percorso espositivo si conclude nelle ultime due sale molto ampie: la prima accoglie le opere dei caravaggeschi europei, quali Trophime Bigot, Angelo Caroselli, Valentin de Boulogne, Giovanni Serodine, Lionello Spada, Matthias Stom, Michael Sweerts, Hendrick Terbruggen e Simon Vouet. 
L’ultima è dedicata alla pittura bolognese con opere di Domenichino, Guercino, Giovanni Lanfranco, Pier Francesco Mola, Guido Reni e Simon Vouet.

DOPO CARAVAGGIO. IL SEICENTO NAPOLETANO NELLE COLLEZIONI DI PALAZZO PRETORIO E DELLA FONDAZIONE DE VITO, è il titolo della Mostra organizzata dal Comune di Prato, in collaborazione con la Fondazione De Vito, a cura di Nadia Bastogi e Rita Iacopino, in programma al Museo di Palazzo Pretorio dal 14 dicembre 2019 fino al 13 aprile 2020.
Dipinti “mai visti” della Fondazione de Vito insieme alle tele più suggestive del Seicento del Museo di Palazzo Pretorio danno vita ad un percorso espositivo che vuole raccontare l’impatto determinante della pittura di Caravaggio su alcune delle personalità più rilevanti della scena artistica partenopea nel XVII secolo, attraverso una scelta di opere di grande qualità delle due collezioni.
Il periodo preso in considerazione è quello del “dopo Caravaggio”, dagli inizi del naturalismo napoletano, che ha in Battistello il primo e più coerente interprete e trova un impulso determinante nella presenza a Napoli dal 1616 dello spagnolo Jusepe de Ribera, per giungere, attraverso le declinazioni aggiornate sul classicismo romano bolognese e sulle correnti pittoriche neovenete di artisti come Massimo Stanzione e Bernardo Cavallino, a Mattia Preti, protagonista della scena artistica partenopea di metà secolo insieme a Luca Giordano. Sulle loro opere, già improntate al linguaggio barocco, matureranno ormai alle soglie del Settecento artisti come Nicola Malinconico, con il quale si chiude il percorso.
“Non si tratta, tuttavia, di un’esposizione sulla pittura napoletana del Seicento. L’intento della mostra è, invece, quello di far dialogare una scelta di opere provenienti da due collezioni, quella del Museo di Palazzo Pretorio di Prato, che conserva uno dei nuclei più importanti di dipinti del Seicento napoletano in Toscana, e quella della Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito per la Storia dell’Arte Moderna a Napoli, che si configura per qualità e interesse storico come una delle più notevoli collezioni private di pittura napoletana del secolo in questione”, spiegano le curatrici Nadia Bastogi e Rita Iacopino.
Quest’ultima raccolta è stata costituita a partire dagli anni settanta del Novecento grazie all’Ing. Giuseppe De Vito, collezionista e studioso del periodo d’oro della pittura partenopea e fondatore del periodico “Ricerche sul ‘600 napoletano”; essa, raccolta nella sua residenza milanese, è attualmente conservata nella villa di Olmo, presso Vaglia (Firenze), sede della Fondazione da lui istituita nel 2011 per promuovere gli studi sull’arte moderna a Napoli.
Il tema del collezionismo si configura, dunque, come centrale nell’esposizione, dove la raccolta pubblica e quella privata, pur formatesi con modalità e in tempi diversi, raccontano storie di mecenatismo e di passione per l’arte del Seicento.


Nel Museo di Palazzo Pretorio di Prato è conservato uno dei nuclei più importanti in Toscana di opere di Seicento napoletano, tra cui il Noli me tangere capolavoro del maestro Giovanni Battista Caracciolo, detto Battistello, la grande tela di Mattia Preti con il Ripudio di Agar e il Buon samaritano di Nicola Malinconico, che chiude il percorso della mostra.
Queste opere rappresentano gli esempi di un collezionismo già in antico attento agli esiti più aggiornati della pittura del Seicento e la ricostruzione delle loro vicende storiche si configura come uno dei principali contributi critici alla mostra. Ricerche d’archivio hanno fatto emergere l’importanza della famiglia pratese dei Vaj la cui quadreria, formatasi a Roma nell’ambiente dei Barberini, giunse a Prato a metà del ‘600 determinando un’apertura inaspettata verso il naturalismo post caravaggesco. Più tardi, alla fine del Settecento, altri dipinti di famiglia furono portati a Prato da Roma, tra cui il Ripudio di Agar di Mattia Preti e il Giacobbe e il gregge di Labano di Jusepe de Ribera. Fa parte invece della collezione della famiglia Martini, commercianti di stoffe, il Buon Samaritano di Nicola Malinconico: formatasi alla fine del Settecento, la Galleria Martini è un vero e proprio Cabinet d’art con le sue centro trenta opere di generi e periodi diversi, tutte confluite al museo. Ancora misteriosa è invece la storia antica del Noli me tangere di Battistello Caracciolo, uno dei dipinti più suggestivi esposti nel Museo, che, soltanto dall’Ottocento, è presente tra le opere dell’Ospedale Misericordia e Dolce, vero e proprio deposito di opere d’arte.

PROTAGONISTE FEMMINILI 1634 – 1652
Questa sezione espone un gruppo di opere che si caratterizza per i soggetti con protagoniste femminili con differenti personalità e ruoli. Donne legate a episodi testamentari, quali la Samaritana al pozzo o le figlie di Loth che seducono il padre, impegnate in narrazioni dialogiche di sapore teatrale, ma anche sante Martiri come Caterina, Orsola, Lucia, Agata, soggetti fra i più ricorrenti nella pittura napoletana del Seicento.

La galleria Art Gap è lieta di accogliere, dal 14 dicembre 2019 al 2 gennaio 2020, la mostra personale, Segni, Suggestioni e Sogni – dall’IO alla gestualità, di Enrico Rasetschnig a cura di Federica Fabrizi e Cecilia Paolini. La rassegna verrà inaugurata il 14 dicembre alle ore 18:30, in questa occasione verrà anche presentata la monografia, Segni, Suggestioni e Sogni – dall’IO alla gestualità, di Enrico Rasetschnig a cura di Federica Fabrizi.

Enrico Rasetschnig, da autodidatta, dopo aver sperimentato diverse tecniche e accostamenti di colori, è riuscito a trasferire sulla tela le intense emozioni della storia personale che lo hanno cambiato, sorpreso e travolto. Quando dipinge, l’artista esteriorizza la propria interiorità. Nelle opere, l’artista riesce a rappresentare in modo creativo, personale e peculiare, il suo IO. Rasetschnig vuole suscitare riflessioni in coloro che guardano: ciò che stanno osservando esiste solo lì, in quel dipinto, in quella scultura in cui ha messo a nudo tutto sé stesso. Attraverso l’azione creativa, l’immagine interna diventa immagine esterna, visibile e condivisibile.

Enrico Rasetschnig inizia a dipingere paesaggi, ispirandosi all’impressionismo astratto. In questa corrente artistica, egli ritrova tutta la liberazione, la consolazione dell’animo, la via di uscita dalla confusione, dalla sconfitta e dalle disperazioni. Nel suo procedere verso la riflessione, l’artista rielabora le esperienze dadaiste, surrealiste ed espressioniste. Addirittura, arriva a rifiutare la ragione e, di conseguenza, la forma: l’informale, baluardo della sua poetica. La scelta di porre l’accento sull’emozione anziché sulla forma, mira alla rappresentazione del suo stato interiore e al predominio della visione interiore su quella ottica. Il passaggio all’informale gli permette, attraverso pennelli, spatole e la materia viva, di proiettare sulle tele bianche la sua autentica identità. Questa decisione nasce dall’esigenza e dalla volontà di trasmettere le emozioni, attraverso la narrazione non figurativa. L’artista afferma: «se scelgo di disegnare un animale più l'immagine è precisa, reale, più è facile che susciti una reazione, un'emozione nello spettatore. Il problema è che è troppo legata ad altre emozioni simili generate da immagini reali o virtuali che rappresentano lo stesso oggetto». Le sue opere sono bidimensionali per una precisa scelta concettuale. Infatti, secondo Enrico Rasetschnig, la terza dimensione non è la semplice creazione di uno spazio abitabile ma è un vero e proprio spazio psichico.

Per Rasetschnig, l’arte rappresenta uno strumento prezioso per cercare sé stessi, raccontarsi e lasciare una testimonianza, una traccia di sé nel mondo. Abbraccia, quindi, l’idea di pittura come espressione delle proprie emozioni.

Per l’artista l’opera deve avere vita propria perché non è qualcosa che desidera possedere, bensì qualcosa che vuole donare a tutti noi. Ad Enrico Rasetschnig basta averla creata.

 

 

 

 

Una selezione di preziosi esemplari della Collezione capitolina di giocattoli antichi sarà ospitata nella mostra “RA-TA-TA-TA, BANG-BANG, SI GIOCA” al Museo delle Mura dal 14 dicembre al 1° marzo 2020. L’esposizione, a ingresso gratuito e promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura, è a cura di Emanuela Lancianese ed Ersilia Maria Loreti. Il progetto di allestimento è di Paola Marzoli.

Nelle torri dell’antica Porta di S. Sebastiano saranno esposti 137 PEZZI DELLA COLLEZIONE DI GIOCATTOLI ANTICHI per lo più riferibili alla cosiddetta “età d’oro” del giocattolo, ossia gli anni compresi tra il 1860 e il 1930.

Il percorso si articola intorno a un nucleo di giochi di guerra che comprende una variegata tipologia di aerei e navi, armi, carri armati, fortini e naturalmente soldatini. Questa selezione aderisce al progetto stesso dell’esposizione, ossia coniugare la conoscenza di una serie di opere della Collezione con la valorizzazione di Porta S. Sebastiano, parte dell’antica struttura difensiva della città, all’interno della quale armi e militari sono realmente stati presenti per secoli.

Nel percorso della mostra i giochi di guerra sono disposti fantasiosamente, senza alcun criterio cronologico e tipologico, e corredati da altri pezzi “fuori contesto” come bambole, pupazzi, macchinine, una bicicletta, un monopattino. L’obiettivo di questo allestimento è quello di ricreare un contesto ludico, libero e “senza regole”, e offrire al visitatore la sensazione di affacciarsi in una stanza di bambini per osservare il loro spazio di gioco. Ad esempio, può soffermarsi a curiosare tra soldatini di epoche diverse che si sfidano sugli spalti di castelli in miniatura.

La mostra “RA-TA-TA-TA, BANG-BANG, SI GIOCA” si snoda lungo due piani del museo. Al primo il visitatore è accolto da un video di animazione (di circa 3 minuti) di presentazione: in un mondo in miniatura prendono vita gli antichi oggetti, colti in dettagli anche minimi, sullo sfondo della città nelle sue attività quotidiane. Il video, realizzato dal videomaker Francesco Arcuri, si avvale di due differenti tecniche di animazione: la stop motion e l’animazione digitale 2D. Attraverso la tecnica definita “stop motion”, i giocattoli prendono vita su green screen e sono inseriti in uno scenario, anch’esso realizzato con elementi appartenenti alla collezione e animato attraverso un software 2D.

Nelle sale del secondo piano i giochi di guerra, tra cui armi, fortini, soldatini, navi, aerei e carri armati, sono disposti in “angoli gioco” accanto a bambole, maschere e macchinine, nella ricostruzione volutamente disordinata e incongrua di una stanza di bambini. Si alternano uno spazio agguato e un angolo dedicato alla lettura, uno spazio domestico per le bambole con un piccolo guardaroba per giocare a travestirsi, diverse imbarcazioni in navigazione sovrastate da velivoli di ogni genere.

Infine, è disponibile anche una sala dedicata al gioco libero, con macchine da corsa e personaggi dei cartoni animati, ed è in programma un calendario di laboratori didattici per scuole, bimbi e famiglie.

La Collezione di giocattoli antichi di proprietà di Roma Capitale, affidata alla cura della Sovrintendenza Capitolina, è nata grazie alla passione dello svedese Peter Pluntky, che ha raccolto circa 30.000 pezzi, molto distanti tra loro per epoca e per gusto. Il giocattolo più antico e prezioso è una bambola Nazca del XV secolo, che raffigura una madre con il figlio in braccio. Ci sono anche trenini della Märklin, della Bing e della Carette, accessori ferroviari, automobiline, modellini di autocarri e di motociclette, biciclette, una flotta in miniatura di aerei e altri mezzi volanti, carillons giganti ancora funzionanti, caleidoscopi, stereoscopi, binocoli. La collezione possiede una magnifica selezione di bambole (quasi 5000 pezzi, con i loro accessori), con 37 case curate nei dettagli: una di queste, di quattro piani, costruita artigianalmente dal fratello della piccola proprietaria, John Carlsen, possiede ancora un ascensore funzionante realizzato con parti di meccanismi di orologi. E ancora gli automi, oltre trecento giocattoli in latta, legno, stoffa, cartapesta e celluloide compresi tra la seconda metà del XIX e la metà del XX secolo.

Il Museo delle Mura è ospitato all’interno della Porta Appia, una tra le più imponenti porte delle Mura di Roma, aperta in corrispondenza della via Appia. Il suo nome cambiò nel corso del Medioevo in Porta S. Sebastiano, in ricordo del martire cristiano sepolto nella catacomba esistente lungo la stessa via, fuori le mura. In quanto parte della cinta fortificata di Roma la porta è stata occupata attraverso i secoli dall’esercito romano, dai militari dello Stato Pontificio e, dopo il 1970, dall’esercito del Regno d’Italia. Tra il 1940 e il 1943 la Porta è stata oggetto di importanti lavori di restauro diretti dall’arch. Luigi Moretti e finalizzati alla sua trasformazione in studio-abitazione per il gerarca fascista Ettore Muti.

Il Museo offre ai visitatori un racconto della storia costruttiva del circuito delle Mura urbane attraverso plastici, calchi e pannelli didattici. La visita comprende una suggestiva passeggiata sul tratto di camminamento di ronda che si dirige verso la via Cristoforo Colombo. Dalla terrazza, che sovrasta una delle due torri, si può godere di una magnifica vista.

 

Dopo un accurato restauro di circa tre mesi torna a potersi apprezzare in tutta la sua bellezza, il Tabernacolo Eucaristico nella chiesa dei SS. Apostoli a Firenze. L’intervento, sostenuto dalla Fondazione Friends of Florence, è stato eseguito dalla restauratrice Francesca Rossi sotto l’Alta Sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e le Province di Pistoia e Prato. 

“Siamo molto felici di presentare il Tabernacolo Eucaristico di Andrea della Robbia restaurato: questo progetto ci ha consentito di conservare un’altra meravigliosa Robbiana – sottolinea la Presidente Simonetta Brandolini d’Adda che continua – realizzato collaborando con i proprietari e con gli enti preposti alla tutela, desideriamo continuare nella salvaguardia della terracotta invetriata, uno dei fiori all’occhiello della storia artistica di Firenze. Ringrazio a nome di tutta la Fondazione i donatori Peter Fogliano e Hal Lester che hanno reso possibile l’intervento, Francesca Rossi che lo ha realizzato, Padre Paolo Cerquitella parroco della Chiesa dei SS. Apostoli per la disponibilità e la Dott.ssa Jennifer Celani funzionario di zona della Soprintendenza per la collaborazione e l’Alta Sorveglianza prestata durante il progetto”.
“Come attuale responsabile della Chiesa dei Santi Apostoli e Biagio, desidero esprimere la mia profonda gratitudine nei confronti dell'associazione Friends of Florence e dei benefattori che hanno finanziato il restauro - precisa Padre Paolo Cerquitella, priore della Chiesa che così continua -  La Chiesa dei Santi Apostoli e Biagio è infatti una delle più antiche di Firenze, un piccolo scrigno di arte con una particolare armonia architettonica che, a dire del Vasari nella sua opera sulle vite degli artisti, suscitò lo stupore e l'ammirazione dello stesso Brunelleschi. Custode delle pietre del Santo Sepolcro, è impreziosita da alcune opere d'arte tra cui l'olio su tavola dello stesso Vasari che raffigura l'Immacolata Concezione e il capolavoro di Andrea e Giovanni della Robbia, che custodisce, oggi come allora, le specie eucaristiche; esso costituisce un vero angolo di raccoglimento e di contemplazione all'interno della Chiesa. Ogni gesto volto a preservare e a far tornare al loro antico splendore le più belle opere d'arte, frutto della grandezza dello spirito umano, penso che sia un dono non solo per la città di Firenze, ma anche per chiunque desidera e sa apprezzare la bellezza che la creatura riflette dal suo Creatore.”

Protagonista indiscusso dell’eredità robbiana dello zio Luca, Andrea, che muore nel 1525 all’alba dei suoi novant’anni, qui nella Chiesa dei SS. Apostoli intorno al 1512 dirige il figlio Giovanni nella realizzazione di questo grande tabernacolo eucaristico su commissione degli Acciaiuoli, una delle prestigiose famiglie patronali della chiesa. Secondo la notizia ritrovata da Pope-Hennessy (1979) il committente è Giovanni, figlio di quel Piero che frequentava assiduamente i cenacoli culturali di Lorenzo il Magnifico. Giovanni della Robbia, invece, stringerà fecondi rapporti artistici con Andrea del Sarto. Dunque, il cerchio si chiude intorno ad una serie di protagonisti della Firenze rinascimentale e l’opera in terracotta invetriata policroma che ammiriamo oggi dopo l’intervento di restauro, né è testimone visiva, formale e spirituale: la grazia dei movimenti dei grandi angeli reggicortina – già ricordati nella nota di pagamento dell’aprile del 1512 -  si raccorda con la vivacità dei puttini, il tutto armonizzato dal contrappunto cromatico e dall’uso della visione prospettica, il cui centro è la volta a botte del ciborio. La predella delimitata lateralmente dagli stemmi degli Acciaiuoli sorregge l’intero tabernacolo sovrastato da una lunetta con il Padre Eterno e due angeli oranti. L’insieme è impreziosito da elementi architettonici di gusto classico, ricche ghirlande e teste di cherubini. Quali parti siano state realizzate dal figlio e quali dal padre, non ci è dato sapere, ma le differenze stilistiche fra un linguaggio più arcaico e chiaro (Andrea) ed uno più articolato e sentimentale (Giovanni) sono da trovarsi fra la parte inferiore e quella superiore.

L’opera è stata realizzata in terracotta invetriata con la tecnica della modellazione diretta e indiretta. I materiali e la realizzazione presuppongono differenti fasi di lavorazione, di diversa complessità e delicatezza, tra le quali l’utilizzo del calore per lo sviluppo di reazioni chimiche necessarie all’ottenimento della terracotta invetriata.
 Il delicato stato di conservazione in cui versava il tabernacolo prima del restauro è stato causato dalla mancata manutenzione ordinaria dell’oggetto. Questo ha comportato la sedimentazione di uno spesso strato di particolato atmosferico, in special modo sulle aree e i sottosquadra del modellato, posizioni che per natura favoriscono la deposizione di particelle solide. Unitamente a queste cause di degrado, gli interventi di restauro eseguiti in precedenza hanno generato le principali problematiche incontrate sull’opera, in particolare quelle legate a un precedente smontaggio del tabernacolo poi non correttamente rimontato.


L’intervento di restauro ha pertanto voluto riportare all’antico splendore la superficie luminosa della maiolica, attraverso un’attenta pulitura preceduta da una campagna diagnostica accurata, volta a definire tutti gli aspetti legati alla conservazione e al successivo restauro. Le numerose lacune e le diverse interruzioni materiche provocate da fratture presenti sulle superfici, hanno portato inoltre i restauratori a eseguire nella fase finale del restauro un intervento cromatico, resosi necessario per ricomporre la leggibilità dell’opera nella sua interezza.

 

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