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Le destre avanzano e come cambiano le chances di Ursula e Mario

I risultati delle europee 2024 hanno delineato uno scenario chiaro: i Verdi perdono, i popolari crescono e le destre avanzano. Questo mette a rischio il Green Deal? Solo in parte.

La “maggioranza Ursula” tiene, ma l'avanzata delle destre mette a repentaglio il piano, almeno per come lo conosciamo.
Un indizio non positivo per i green arriva dalle parole di von der Leyen. O meglio, da quello che non ha detto dal palco dell’Europarlamento durante la notte elettorale.

L’analisi di un autorevole attore europeo è un po’ in controtendenza e non difetta di una punta di cinismo. Tutto fa prevedere che von der Leyen rimarrà alla presidenza della Commissione, anche se per esserne certa ha un po’ di lavoro da svolgere, sia dentro il Consiglio europeo che dovrà nominarla, sia nel Parlamento di Strasburgo che dovrà votarle la fiducia.
«I numeri ci dicono che i margini della maggioranza europeista — Ppe, socialisti e liberali — sono troppo esigui, appena 40 voti sopra quota 361. Dunque, von der Leyen deve trovare almeno una cinquantina di voti per andare allo scrutinio segreto con una certa tranquillità».

Per ampliare i margini la presidente uscente può lavorare in due direzioni, opposte ma non necessariamente incompatibili. A destra con Giorgia Meloni per i voti di Fratelli d’Italia e con il premier ceco Petr Fiala, entrambi del gruppo dei Conservatori e Riformisti, con cui però non può fare accordi politici per via dei veti del popolare Tusk (che non accetterebbe mai un’intesa con i suoi nemici del Pis) e del socialista spagnolo Sánchez, per via di Vox.

Solo cinque anni fa, parlando alla plenaria di Strasburgo, la presidente della Commissione Ue presentò il Green Deal come elemento “fondamentale per la salute del pianeta, dei cittadini e per la nostra economia” e “nuova strategia di crescita” che “ci aiuterà a ridurre le emissioni e a creare posti di lavoro”.

Chi sarà il presidente o la prossima presidente della Commissione Ue? Questa è la domanda che si fa il mondo dopo le elezioni del Parlamento europeo. Se prima la risposta era incerta, dopo i risultati delle europee 2024, inizia a prendere forma la conferma di Ursula von der Leyen alla guida dell’esecutivo europeo. Il partito popolare europeo da lei guidato non solo è uscito trionfante dalle elezioni, ma ha persino aumentato i consensi rispetto al 2019. Sfuma dunque l’ipotesi Mario Draghi, da molti mai considerata credibile fino in fondo, ma il suo nome resta caldo per il ruolo di presidente del Consiglio europeo.

L’unico problema a una trattativa discreta con Meloni potrebbe venire dal Pd, che avrà la presidenza del gruppo socialista, ma alla fine sarà difficile opporsi a qualche concessione al governo italiano. «Non si stupirebbe nessuno se dopo essere stata eletta, von der Leyen nominasse vice-presidente esecutivo un commissario indicato da Meloni».

L’altro fronte di von der Leyen è quello dei Verdi, che avranno 53 seggi. Per conquistarli dovrà concedere qualcosa sul Green Deal, già però ridimensionato nella sua forma originaria. Avrà problemi dentro il Ppe? «A porre un veto non sarà certo il capo della Cdu, Merz, che prima o poi avrà bisogno dei Verdi per governare in Germania». E quanto a Fratelli d’Italia, «Meloni non è ideologica sull’agenda ambientale».

Il condizionale è d’obbligo perché nella plenaria costitutiva di luglio prossimo potrebbe prendere forma l’ombra dei franchi tiratori: nel Ppe calcolano una quota del 15% di voti in meno dal gruppo della maggioranza. Se le stime dei popolari venissero confermate, quei 401 eurodeputati scenderebbero a 340 voti, rimettendo in bilico la conferma dell’attuale presidente di Commissione.

Per questo il Ppe dovrà valutare se e come allargare il proprio gruppo, che comunque resta solido. La scelta del presidente della Commissione europea prevede due fasi: la nomina da parte dei 27 leader dei Paesi membri e la conferma del Parlamento europeo con voto a maggioranza.

Il Consiglio europeo si riunirà tra il 27 e 28 giugno, ma secondo indiscrezioni i capi di Stato e di governo si sono riuniti per una cena informale già lunedì 17 giugno. Alcuni ci arriveranno più forti, altri più deboli: su tutti il presidente francese Macron e il socialista tedesco Olaf Scholz, che erano i due leader più scettici sulla conferma di von der Leyen. I negativi risultati ottenuti dai loro partiti alle europee sono un altro indizio che portano alla conferma della presidente uscente.

Con un doppio caveat però: «La debolezza di Macron, che a due giorni dal voto potrebbe decidere di non decidere e rinviare tutto. E il voto segreto, dove tutto può sempre succedere, anche una clamorosa bocciatura». Imprevisti della democrazia.

 

Fonte Varie agenzie 

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