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Giovedì, 26 Novembre 2020

La Grecia chiede l'embargo sulla vendita di armi a Germania, Spagna e Italia

Il ministro degli affari esteri greco Nikos Dendias ha inviato lettere ai suoi omologhi, i ministri degli Esteri della Germania Heiko Maas, della Spagna Arancha Gonzalez-Laya e dell'Italia Luigi Di Maio, in cui racconta le recenti azioni provocatorie della Turchia, che, come sottolinea, hanno come scopo di creare risultati definitivi con mezzi militari.  

Sono in tanti a fare affari con Ankara vendendogli armi, Italia in testa. La Turchia, terzo importatore di armi a livello mondiale, è il nostro principale mercato di esportazione seguita da Pakistan e Arabia Saudita. Il 14 ottobre scorso il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, aveva annunciato un blocco delle vendite tramite decreto, ma diverse associazioni hanno denunciato che di questo decreto dopo l'annuncio non vi è stata traccia. 

Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), i maggiori esportatori di armi a livello mondiale negli ultimi cinque anni sono stati Stati Uniti, Russia, Francia, Germania e Cina, con i dati che mostrano che il flusso di armi verso il Medio Oriente è aumentato, con l'Arabia Saudita chiaramente il più grande importatore del mondo.

Intanto la Grecia chiede l'embargo sulla vendita di  armi che la Germania, Spagna e Italia vendono alla Turchia. In questo contesto, il Ministro degli Affari Esteri ha ricordato l’ intervento del Primo Ministro nell'ultimo consiglio europeo sull'obbligo degli stati membri dell'UE, come risulta dalla sua posizione comune, di sospendere l'esportazione di materiale militare verso i paesi terzi che utilizzano tale equipaggiamento per azioni aggressive o destabilizzazione regionale, proprio come fa la Turchia. Soprattutto nella sua lettera al suo omologo tedesco, il ministro greco chiede di non concedere i permessi per l'esportazione di attrezzature militari specifiche in Turchia, come sottomarini, fregate, aerei e aggiornamenti di armature.

Il premier greco Kyriakos Mitsotakis ha osservato al vertice UE, che “abbiamo dovuto fare molto per spiegare agli europei che la migliore espressione della solidarietà europea sarebbe quella di non consentire la vendita di armi alla Turchia”. Ha sollevato la questione al Consiglio europeo, ricordando che altri paesi che non appartengono alla famiglia europea hanno deciso di non vendere aerei alla Turchia, come gli Stati Uniti.  

Ma la risposta UE,e molto pilatesca : Se la Turchia continuerà le sue provocazioni contro Grecia e Cipro a dicembre, solo allora l'Ue prenderà provvedimenti contro Erdogan. Il vertice europeo fallisce la missione diplomatica e mostra una volta di più tutti i suoi limiti, politici e strategici.   

Se guardiamo Alla classifica delle nostre vendite vediamo che il primo cliente è la Turchia che rappresenta il 20% del nostro mercato, seguita da Pakistan (7.5) e Arabia Saudita (7.2). Per Ankara siamo il secondo fornitore con il 24% delle importazioni dopo gli Stati Uniti di Donald Trump (38%). Un altro Paese di cui siamo tra i principali fornitori di armi è Israele che importa per il 78% dagli Stati Uniti, per il 16 dalla Germania e per il 6,2 da noi  

Le esportazioni di armi combinate da parte degli Stati membri dell'Unione Europea hanno rappresentato il 26% del totale globale nel 2015-2019 una crescita del 9% rispetto al 2010-2014. I primi cinque esportatori dell'Europa occidentale sono stati Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Italia, che insieme hanno rappresentato il 23% delle esportazioni del blocco, percentuale in crescita rispetto al 20% nel 2010-2014, anche se l'export totale del nostro Paese è diminuito.

La posizione “pilatesca” tedesca deve essere letta anche nell'ottica che la Marina Turca impiega un gran numero di unità costruite ed allestite in Germania o co-prodotte, tra cui otto fregate MEKO 200 TN, ben 12 sottomarini Type 209/1200-1400, con sei Type 214 AIP ordinati nel 2009 ed in costruzione in Turchia. Tutte queste unità comportano importanti contratti di supporto e mantenimento dell’efficienza operativa per l’industria navale tedesca o ad essa collegata.

Intanto la Turchia ha condotto il primo test del sistema S-400 fornito dalla Russia, mentre la scorsa settimana gli S-400 sono stati trasferiti nella città di Sinope, sul Mar Nero. Si tratta del primo paese membro della Nato ad usare il sistema russo, per questa ragione nelle prossime ore si attende una reazione non solo dall'alleanza ma anche dagli Usa.

La questione del Mediterraneo orientale non era inizialmente all'ordine del giorno, ma alla fine è stata discussa ugualmente, visti i riverberi economici e geopolitici delle mosse scomposte di Erdogan. Grecia e Cipro hanno richiesto un riferimento esplicito nelle conclusioni del vertice, sottolineando che il Consiglio europeo ha invitato la Turchia a invertire le sue recenti azioni, con l’emissione di NAVTEX per la Oruc e l’apertura di Varosha

Ma il Consiglio europeo si è limitato a riaffermare le conclusioni del 2 ottobre scorso e ha espresso la sua disapprovazione per la condotta turca: però niente sanzioni contro Ankara che di fatto è autorizzata a proseguire nella sua condotta illegale.

Sempre più alta la tensione tra Turchia, Cipro e Grecia per la sovranità sulle risorse energetiche del Mediterraneo orientale. Crescono i timori di un'escalation militare dopo le dichiarazioni del ministero degli Esteri di Ankara secondo cui la decisione degli Stati Uniti di rimuovere a settembre parzialmente l'embargo di armi a Cipro, in vigore dal 1987, colpisce le speranze "di pace e stabilità nella regione" e "non rispetta lo spirito di alleanza" tra Turchia e Usa. Se Washington non riconsidererà la sua scelta – avvisa Ankara -, "la Turchia, come Paese garante, prenderà le necessarie determinate contromisure per garantire la sicurezza della popolazione turco-cipriota, in linea con le sue responsabilità storiche e legali". Contro l'annuncio americano si è espresso via Twitter anche il vicepresidente turco Fuat Oktay, parlando di una mossa che "aumenterà il rischio di conflitto nella regione".

Nel mirino di Ankara c'è anche la Francia, in prima linea al fianco della Grecia nella strategia mediterranea. "Il tentativo di appropriarsi delle ricchezze del Mediterraneo, su cui tutti i Paesi costieri hanno diritti, è un esempio di moderno colonialismo", ha tuonato oggi il presidente Recep Tayyip Erdogan, definendo Atene "un'esca" delle potenze internazionali. Intanto, la nave da ricerca sismica Oruc Reis proseguirà nelle acque tra Creta e Cipro le sue attività, che si sarebbero dovute concludere oggi, accompagnata dai mezzi d'appoggio Ataman e Cengiz Han. Una mossa che Atene ha subito definito "illegale", denunciando una violazione della propria piattaforma continentale.  
Occhi puntati sulla piccola isola ellenica di Kastellorizo, nell'Egeo sud orientale, a meno di 3 chilometri dalla costa turca. E le minacce Turche continuano,"Se la militarizzazione supererà i limiti previsti" dall'accordo di Parigi del 1947, "sarà la Grecia a perdere", ha avvertito ieri il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, dopo le immagini dello sbarco nei giorni scorsi tra i turisti di decine di soldati greci in tuta mimetica.Ma come si ricordano i Turchi la convenzione del 1947, e dimenticano le altre convenzioni su the law of sea dell'ONU, e minacciano la Grecia sulle sue acque territoriali con tutto il disinteresse Ue, al di fuori della Francia. Le autorità di Atene "hanno detto che si trattava di un cambio della guardia. Forze di questo tipo possono essere mantenute senza armi pesanti per ragioni di sicurezza interna. Ma ci sono dei limiti", ha minacciato il capo della diplomazia turca.

Grazie al disinteresse di risolvere i problemi delle grandi potenze e di Ue che accetta il 38% del suo territorio di essere occupato, attraverso l isola di Cipro dalla Turchia dal 1974,e a seguito dell'invasione turca e della proclamazione unilaterale della Repubblica Turca di Cipro del Nord nel 1983 (riconosciuta solo da Ankara) l'isola è di fatto divisa. 

La Repubblica di Cipro, teoricamente sovrana sull’intera isola, convive quindi da più di 40 anni con l'occupazione turca di circa il 37% del territorio e con un processo di riunificazione delle due comunità che ha vissuto momenti di accelerazione e forti rallentamenti dovuti soprattutto alla congiuntura degli interessi internazionali nella regione. 

La scoperta di giacimenti di gas naturale nella Z.E.E. ha ovviamente complicato gli sforzi delle due comunità per la riunificazione e la fine dell'occupazione turca, che invece rivendica il possesso delle aree della zona marittima a largo di Cipro e dei giacimenti di idrocarburi a sud-est.

Nel settembre 2011 le autorità dell’autoproclamata TRNC firmano con la Turchia un “accordo di delimitazione della piattaforma continentale”[9], sulla cui base la TRCN ha dichiarato una “Zona economica esclusiva”, che si sovrappone a circa il 44% della Zee cipriota dove agiscono tra i più importanti colossi energetici mondiali come l'americana Exxon Mobil e Noble Energy, l'anglo olandese Shell, la Qatar Petroleum, la francese Total, l’italiana Eni, la sudcoreana KoGas, l’israeliana Delek.

L'irrisolta questione di Cipro permane sui tavoli di negoziazione con diversi progetti di risoluzione che si relazionano alle dispute che rispondono agli interessi monopolistici delle classi dominanti coinvolte, con la Repubblica di Cipro – che non è membro della NATO – in bilico in un equilibrismo geopolitico tra Washington, Bruxelles e Mosca.

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