Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Mercoledì, 20 Maggio 2026

Sotto l’egida di un’eleganza senza tempo, l’isola di Capri, grazie alla sua storica capacità di attrarre intellettuali, artisti e pensatori da tutto il mondo, si riconferma l’ombelico culturale di quell'area geografica, avendo inaugurato lo scorso 15 marzo la stagione espositiva 2026 della Fondazione Serena Messanelli Zweig.
Il progetto, dal titolo evocativo "Voyage en France", si dipana come un raffinato contrappunto visivo tra l’identità italiana e quella transalpina, affidando all'attento sguardo del documentarista e fotografo Piero Cannizzaro il compito di tracciare le coordinate di un dialogo sentimentale e storico.
Curata da Bruno Flavio, l'esposizione - una vera geometria dell'anima - raccoglie sessanta istantanee di medio formato, frutto di quindici anni di viaggi attraverso le terre di Francia: dalle scogliere della Bretagna ai silenzi della Loira, dal rigore della Normandia, sino al fulgore solare della Provenza e di Marsiglia.
L’opera trascende il mero diario di viaggio per farsi esplorazione identitaria. Il risultato è un racconto di momenti di vita condivisi, dedicato alla memoria di Michèle Leridon, la cui presenza aleggia tra i fotogrammi come un’ispirazione costante.
Quasi per un'urgenza del destino, il progetto nasce da un dialogo informale tra amici. Dopo la precedente esperienza caprese a Villa Lysis con “Racconti d’Africa”, il sodalizio tra Bruno e Piero si evolve oggi in un percorso espositivo. Più che una cronaca di viaggio, l’opera si configura come una ricerca del sè: la Francia osservata da un italiano e reinterpretata da un francese radicato in Italia.
Questo scambio di prospettive celebra il profondo legame storico, culturale e affettivo che unisce le due nazioni.
La creatività di Cannizzaro rifugge l'artefizio. In linea con la grande tradizione di maestri quali Luigi Ghirri e Gabriele Basilico, l’autore pratica una fotografia della "presenza", dove l’immagine non viene costruita o alterata, ma colta nella sua nuda e sacra immediatezza. È la luce - protagonista assoluta e sovrana - a dettare il tempo dello scatto: una luminosità naturale che attraversa architetture e volti, strade di campagna e insegne, rivelando ciò che l’occhio frettoloso non sa scorgere.
«Se la luce che c'è non mi emoziona, niente foto» - dichiara Cannizzaro - sancendo il primato della risonanza interiore sulla tecnica fine a se stessa.
Nel testo critico che accompagna il catalogo, Fabio Gambaro (già direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi) delinea il profilo di una «Francia multipla», osservata con «gusto della scoperta, con curiosità e disponibilità, pronto a coglierne la sorprendente molteplicità e a rivelare i mille tasselli che ne costituiscono il mosaico».
Le immagini di Cannizzaro non evidenziano la ricerca dell’effetto spettacolare, bensì una sobria essenzialità che richiama la lezione di Luigi Ghirri e Gabriele Basilico: uno sguardo che si posa sulle cose per comprenderle, non per dominarle.
La fotografia diventa così meditazione e presenza, un modo per “esserci” davvero nei luoghi attraversati.
“Voyage en France” è anche un omaggio affettivo alla compagna, con cui quei viaggi sono stati condivisi e a un Paese che continua a rappresentare per l’autore uno spazio di scoperta ed appartenenza.
Un viaggio a misura d’uomo, spesso percorso lentamente, talvolta evocato anche dall’iconica Citroën, simbolo di un’idea di libertà semplice e concreta.
L’evento non si esaurisce nella sola contemplazione; la Fondazione ha, infatti, predisposto un fitto calendario di workshop e laboratori creativi, destinati a studenti e professionisti, nobilitando la propria mission di centro attivo volto allo scambio internazionale.
La mostra - realizzata con il patrocinio di Regione Campania, Città Metropolitana di Napoli, Città di Capri e Comune di Anacapri - resterà aperta al pubblico fino al prossimo 7 aprile, offrendo ai visitatori l’opportunità di smarrirsi e ritrovarsi in quella luce che, dal Tirreno, sembra oggi illuminare con nuova intensità l’intero spirito profondo della nazione francese.


Non è un semplice invito alla lettura quello che scaturisce dalle pagine di "Guendalina (Non si vede e non si sente)", bensì un sortilegio letterario che trascina il lettore in un gorgo di specchi infranti, dove le eco del silenzio si fanno sostanza narrativa.
L’ultima fatica letteraria di Gianni Mauro - ancora una volta suggellata dal marchio editoriale di Edizioni Il Papavero - rivela la cifra stilistica di un autore poliedrico, capace di trasmutare la sua feconda esperienza nel mondo dello spettacolo in una scrittura incisiva, quasi chirurgica, che rifugge le rassicuranti architetture della classica antologia per abbracciare una "vis drammatica" pervasiva. Ogni frammento evoca una scena teatrale liminale, un palcoscenico dell'anima dove i personaggi, smarriti in labirinti verbali, si abbandonano a flussi di coscienza che smentiscono ogni residua certezza del reale, nutrendosi del peso specifico del "non detto" e tramutando la parola in pura drammaturgia.
In questo sfondo, l’elemento assurdo assurge a strumento d’indagine sulla precarietà dell’esistenza e sull'instabilità della percezione soggettiva.
Sebbene l’opera sia percorsa da un’irriducibile angoscia esistenziale e da una tensione che sembra preludere al naufragio del senso, il testo rifugge l'approdo sterile del nichilismo passivo.
La narrazione viene, infatti, redenta da una dialettica dell'ironia: un dispositivo critico etereo, quasi impercettibile, ma perturbante, che si manifesta proprio nel punto di massima frizione del dramma.
Certamente, non si tratta di una forza comica volta alla negazione del dolore, bensì di un umorismo metafisico che agisce come mediatore tra l’assurdo e l’umano.
Questa dionisiaca ilarità, pur nella sua acuta amarezza, non scalfisce l'ineluttabile gravezza del divenire, ma la sublima, trasformando la disperazione in una forma di conoscenza superiore e costringendo il soggetto a confrontarsi con l'afasia del reale attraverso lo specchio di una consapevolezza dolente, ma lucida.
Il nucleo pulsante dell’opera resta la crisi d'identità in un'epoca satura di simulacri, dove i protagonisti esperiscono l'estraneità verso se stessi, diventando spettatori passivi della propria dissoluzione, mentre l'autore orchestra questa fragilità attraverso scenari parossistici, mantenendo tuttavia un registro emozionale di straordinaria nitidezza ed evitando accuratamente ogni forma di idealizzazione.
L'essenza di un racconto non risiede in ciò che viene svelato, ma nelle sue zone d'ombra; è proprio la mancanza di risposte a caricare l’opera di una tensione vitale, rendendo quanto non rivelato l'elemento centrale del messaggio.
D'altra parte, saturare ogni interrogativo di una trama annullerebbe il proprio potenziale evocativo.
Pertanto, la narrazione trae la sua forza dall'incompletezza: l'enigma non è un vuoto da colmare, ma un dispositivo semantico che trae valore dalla propria persistenza.
Il livello più aulico del volume converge nella rappresentazione eponima conclusiva, in cui il monito "non si vede e non si sente" assume una valenza ontologica che oscilla tra il vuoto e la pienezza, senza offrire risposte consolatorie.
L’autore rifugge l’unidimensionalità del dogma, preferendo parcellizzare l’irradiamento della verità in una molteplicità prospettica.
Egli si inscrive in quel solco di inquietudine gnoseologica, al cui interno l’intelletto non cerca il conforto dell’affermazione, bensì l’estasi della contraddizione, elevando l'interrogativo, finanche l’aporia al rango di supremi strumenti conoscitivi.
Al concludersi dell’esperienza testuale, non si palesa una sintesi risolutiva, quanto piuttosto la consapevolezza di un salto di paradigma, dal momento che un limite è stato travalicato, permettendo allo sguardo di percepire l’effige speculare dell’incorporeo.
Nel sacrario del silenzio interiore, permane, infine, la vibrazione di un'essenza profonda e inafferrabile: la sublime e adamantina assenza di Guendalina, la quale - pur sottratta alla presenza fenomenica - si impone come l’unica, perenne realtà noumenica.
Al Maestro Gianni Mauro va il merito di aver saputo tradurre l'indicibile in una partitura letteraria di rara eleganza, capace di scuotere le coscienze attraverso frammenti di un'antropologia del tragico, con la delicatezza di un sussurro e la forza d'urto di una latente verità.

A festeggiare l’anniversario per il sesto anno di Palazzo Maffei a Verona, l’incontroaperto al pubblico con due eccellenze del mondo della ricerca storico artistica, della curatela e della museologia: giovedì 12 febbraio alle ore 18.15 al Teatrino del museo di Piazza delle Erbe, Gabriella Belli e Giorgina Bertolino saranno protagoniste di un coinvolgente talk dedicato a uno degli artisti più importanti del Novecento in Italia, legato alla città di Verona - Felice Casorati - centrato in particolare centrato su “Il Sogno del Melograno”, capolavoro della fase simbolista dell’artista piemontese che da pochi mesi ha arricchito la Collezione Carlon esposta a Palazzo Maffei: tra le opere più eloquenti dell’impatto che ebbe sul giovane Casorati la pittura di Gustav Klimt, conosciuta alla Biennale di Venezia del 1910.

Una fanciulla dormiente, un prato fiorito, un sogno in pieno giorno. Intorno al dipinto, realizzato nel 1912 a San Floriano e presentato nel ‘13 a Roma, alla Prima Esposizione Internazionale d’Arte della Secessione, le due studiose intrecceranno il racconto degli anni di Felice Casorati a Verona: le amicizie con gli artisti e i collezionisti, il dialogo con il paesaggio, la definizione di temi pittorici come il sonno e l’assenza, destinati a una lunga continuità.

D’altra parte Giorgina Bertolino è tra le massime esperte di Casorati di cui ha curato, insieme a Francesco Poli, il Catalogo generale delle opere (Allemandi 1995, 2004), e numerose antologiche, come la recentissima “Casorati” a Palazzo Reale a Milano (con Fernando Mazzocca e Francesco Poli), mentre Gabriella Belli, storica dell’arte, curatrice di fama internazionale e sensibile museologa, è specialista proprio delle avanguardie storiche e del contemporaneo. Ha diretto dal 1989 al 2011 il Mart di Rovereto e Trento, di cui ha ideato il progetto scientifico e museografico, e dal 2011 al 2022 è stata alla guida della Fondazione Musei Civici di Venezia, dove ha  curato importanti interventi di restauro e grandi mostre; ha progettato oltre 400 esposizioni in prestigiose istituzioni mondiali, dal Grand Palais di Parigi all’Ermitage.

A lei si deve anche il progetto scientifico di Palazzo Maffei, di cui ha definito il
percorso espositivo tra le opere della Collezione Carlon: un percorso attento, rigoroso, ma anche sorprendente, con i suoi cortocircuiti tra antico e moderno.

La collezione di Palazzo Maffei si è negli anni accresciuta: dapprima con l’apertura del secondo piano, poi con tanti nuovi ingressi (da Hokusai a Modigliani, da Klee a Picasso, da Dürer ad Hayez), comprese installazioni d’arte site specific, passando dalle 350 opere iniziali alle circa 750 attuali.

Il sogno del melograno cattura ora l’attenzione dei visitatori in quella che diventata “La Sala Casorati”, affiancato da Vaso con papaveri e margherite (1913), coeva tempera su cartone ancora “in bilico tra il decorativismo di matrice secessionista e l’estenuata eredità di temi e atmosfere simboliste” e Le piantine del 1921, opera iconica del passaggio al Realismo Magico.A

 «Nell’Immanente è possibile capire, in termini rigorosi, cosa vuol dire esistenza, grazie alla Fisica. (…) Nel pensiero rigorosamente logico è possibile capire cosa vuol dire esistere: cioè non contraddirsi. E abbiamo visto le enormi limitazioni della Logica Matematica. Nel Trascendente, cosa vuol dire esistere? (…) Porre il Trascendente sotto il controllo delle leggi scoperte dall’uomo nello studio dell’Immanente sarebbe di gran lunga più assurdo. Ecco perché l’unica risposta all’esistenza del Trascendente è l’atto di Fede. Atto che può essere corroborato dalla Ragione applicata alla sfera trascendentale della nostra esistenza. Atto che non può essere fatto né solo di Scienza né solo di Logica; in quanto sia la Logica sia la Scienza, di quell’irripetibile spettacolo della Creazione, sono solo una parte». Questo brano tratto dal volume Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo. Tra Fede e Scienza (Il Saggiatore, 1999) scritto da Antonino Zichichi (1929-2026) introduce nel pensiero del grande fisico italiano recentemente scomparso. Nasce a Trapani e si laurea in Fisica, dal 1977 al 1982 è Presidente dell’Istituto di Fisica Nucleare, nel 1978 diventa presidente della Società Europea di Fisica. È tra gli ideatori del Laboratori nazionali del Gran Sasso (1980), nel 1963 fonda a Erice (TP) il Centro di Cultura Scientifica Ettore Majorana (Ettore Majorana Foundation and Center for Scientific Culture) che, con la sua Fondazione, lavora nel settore della ricerca scientifica post-universitaria distribuendo borse di studio, «dando vita a un nuovo modo di intendere la collaborazione scientifica internazionale Senza Segreti e Senza Frontiere (…). È questo lo Spirito di Erice, nato grazie a Giovanni Paolo II». Sempre a Erice istituisce l’organizzazione internazionale World Federation of Scientist per affrontare le emergenze tramite la collaborazione internazionale. Ma Zichichi nella sua attività dimostra una spiccata sensibilità alla divulgazione scientifica non tralasciando un afflato polemico: contro l’astrologia, le superstizioni o l’evoluzionismo darwiniano. Anche l’origine antropica dei cambiamenti climatici è oggetto delle sue riflessioni critiche. Tutto questo lo espone a critiche feroci e anche alla satira più o meno rispettosa. Le riflessioni di Zichichi non lasciano indifferenti: quando critica i teoremi della cultura dominante si scontra inevitabilmente con l’establishment che spesso mette sullo stesso piano Scienza e Tecnica o afferma che la Scienza non debba essere sottoposta a principi etici e morali. Ma il punto che sempre sottolinea lo scienziato siciliano è la perfetta compatibilità tra Scienza e Fede, anzi, sono “entrambe doni di Dio” come ricorda san Giovanni Paolo II. Ma è sullo studio del pensiero e delle opere di Galileo Galilei (1564-1642) che si fonda buona parte della riflessione del fisico trapanese: «La grandezza di Galilei non sta tanto nelle straordinarie scoperte astronomiche (e sono molte) quanto nell’avere cercato e trovato le prime impronte di Colui che ha fatto il mondo». E da questa riflessione scaturiscono le sue considerazioni sul fatto che «La Scienza è sorgente di valori che sono in comunione, non in antitesi, con la Fede». Antonino Zichichi, nonostante le sue indubbie qualità di scienziato, non gode di simpatie, anzi, è sempre preso di mira dalla critica e dai comici di turno. Sicuramente l’essersi presentato con un divulgatore del pensiero scientifico che non è quello mainstream, è una causa, ma, forse, il suo modo di presentare la figura di Galileo Galilei influisce molto. Lo scienziato pisano ha assunto un ruolo da “rivoluzionario” e da paladino della scienza moderna. Ecco che parlare di Galilei Divin Uomo (Il Saggiatore, 2001), della sua religiosità, invece che martire del libero pensiero e mito dell’italianità disturba “il manovratore”. Lo scienziato pisano è indubbiamente il padre della Scienza moderna che, «nata nel cuore della cultura cristiana, non ha mai tradito, nel suo enorme sviluppo, la Fede di Colui che l’ha scoperta. Oggi, infatti, la scienza rappresenta il pilastro principale per chi volesse dimostrare che la Natura è opera di Dio. Come aveva detto Galilei». Un altro tema appassiona lo studio e la riflessione di Antonino Zichichi, quello dell'evoluzione biologica e culturale dell’uomo. Il metodo scientifico sperimentale di Galileo Galilei evidenzia le difficoltà nella dimostrazione degli assunti darwiniani e neo-darwiniani. «Una teoria con anelli mancanti, sviluppi miracolosi, inspiegabili estinzioni, improvvise scomparse non è Scienza galileiana. Essa può, al massimo, essere un tentativo interessante per stabilire una correlazione temporale diretta tra osservazioni di fatti ovviamente non riproducibili, obiettivamente frammentari e necessariamente bisognosi di ulteriori repliche». In Italia si contano sulla punta delle dita di una mano gli scienziati con una posizione critica sull’evoluzionismo darwiniano e Zichichi va ad unirsi a Giuseppe Sermonti (1925-2018) e Roberto Fondi (1943-2024) in questa battaglia di onestà intellettuale e scientifica, battaglia che, sicuramente ha ampia la platea dei suoi denigratori. «Insistere sull’evoluzione biologica della specie umana è legittimo se ad essa viene dato il ruolo di ricerca in un campo applicativo della materia biologica. E invece il discorso non si ferma qui. L’evoluzione biologica della specie umana è uno strumento usato costantemente per mettere in discussione i valori trascendentali della nostra esistenza. Essa diventa uno strumento di mistificazione culturale. (…) Promuovere la Teoria dell’Evoluzione Biologica della specie umana al rango di teoria scientifica corroborata da prove sperimentali e in grado di negare l’esistenza di Dio, è uno degli atti di mistificazione culturale più gravi che siano stati commessi da quando è nata la Scienza». Zichichi basa tutte le sue critiche rifacendosi all’insegnamento galileiano e ancora nel suo lavoro del 2001 afferma: «Galilei insegna che dove non ci sono né formalismo matematico né risultati riproducibili, non c’è Scienza». Il 9 febbraio 2026, questo grande scienziato e grande uomo di fede, chiude la sua lunga e straordinaria parentesi terrena lasciando una grande eredità scientifica e culturale.

 

 

Dalla sua bibliografia riproponiamo i titoli disponibili in italiano:

 

Scienza ed emergenze planetarie. Il paradosso dell'era moderna, Milano, Rizzoli, 1993

Perché credo in colui che ha fatto il mondo, Milano, Il Saggiatore, 1999

L'irresistibile fascino del Tempo. Dalla resurrezione di Cristo all'universo subnucleare, Milano, Il Saggiatore, 2000

Galilei divin uomo, Milano, Il Saggiatore, 2001

Il vero e il falso. Passeggiando tra le stelle e a casa nostra, Milano, Il Saggiatore, 2003.

Galilei. Dall'Ipse Dixit al processo di oggi. 100 risposte, Milano, Il Saggiatore, 2004. 

Tra Fede e Scienza. Da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, Milano, Il Saggiatore, 2005. 

Giovanni Paolo II. Il papa amico della scienza, Milano, Tropea, 2011

Fede, scienza, tecnologia. Siamo l'unica forma di materia vivente dotata di ragione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2016. 

Matematica e bellezza. Fibonacci e il numero aureo (a cura di), Roma, Il Cigno GG Edizioni, 2017. 

La bellezza del creato, Roma, Il Cigno GG Edizioni, 2018

Un insegnamento per il futuro della nostra scienza. La mia testimonianza su Lord Patrick M.S. Blackett, Catanzaro, Rubbettino Editore, 2023

 

Una storia d’amore di una donna di nome Erato, Erato amat… (“Erato ama...”), la scena di un combattimento gladiatorio, e tanti altri istanti e sentimenti fissati su una parete nel quartiere dei teatri, al pari di quelli che oggi troveremmo lungo i muri delle strade moderne o nelle chat e sui social. Storie di vita vissuta, amori, passioni, insulti, incitazioni sportive che sarebbero andati perduti per sempre e che, invece, stanno riaffiorando a Pompei grazie alla tecnologia. Succede nel corridoio di passaggio che collegava l’area dei teatri alla via Stabiana. Un muro scavato oltre 230 anni fa, davanti al quale sono passati milioni di visitatori ogni anno e da cui non ci si aspettava nessuna novità, nessun altro racconto e dove invece – attraverso l’impiego di metodologie di ricerca d’avanguardia - emergono quasi 300 iscrizioni, tra quelle già note da tempo (circa 200) e quelle nuove identificate (79).

Il progetto si chiama Bruits de couloir (“Voci di corridoio”) ed è stato ideato da Louis Autin ed Éloïse Letellier-Taillefer dell'Università della Sorbona e Marie-Adeline Le Guennec dell'Università del Québec a Montréal, in collaborazione con il Parco archeologico di Pompei. Come raccontato sull’E-Journal degli Scavi di Pompei, è stato eseguito in due campagne nel 2022 e nel 2025. Così è stato possibile arrivare a una rilettura complessiva della vasta testimonianza di graffiti presenti in questo ambiente di passaggio, attraverso un approccio multidisciplinare che combina epigrafia, archeologia, filologia e digital humanities.

“Vado di fretta; stammi bene, mia Sava, fa che mi ami!” – “Miccio-cio-cio, a tuo padre che cagava hai rotto la pancia; guardate un po' come sta Miccio!” – “Methe, (schiava) di Cominia, di Atella, ama Cresto nel suo cuore. Che ad entrambi la Venere di Pompei sia propizia e che vivano sempre in armonia.” Sono alcuni esempi, tra quelli già precedentemente noti, che attestano la vitalità, la molteplicità delle interazioni e delle forme di socialità, che si sviluppano in uno spazio pubblico così frequentato dagli abitanti dell’antica Pompei:

“La tecnologia è la chiave che ci apre nuove stanze del mondo antico e quelle stanze le dobbiamo anche raccontare al pubblico – ha commentato il Direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel – Stiamo lavorando su un progetto di tutela e valorizzazione delle scritte, che in tutta Pompei sono oltre 10mila, un patrimonio immenso. Solo l’uso della tecnologia può garantire un futuro a tutta questa memoria della vita vissuta a Pompei.”

La metodologia adottata utilizza una griglia virtuale, documenta legami spaziali e tematici tra le iscrizioni e analizza le pareti del corridoio con RTI (Reflectance Transformation Imaging, tecnica di fotografia computazionale che acquisisce una serie di immagini di un oggetto sotto diverse direzioni di illuminazione). Così, si riesce a vedere ciò che l’occhio nudo non vede e dopo più di due secoli dallo scavo, emergono ancora novità. Al tempo stesso, questa tecnica è fondamentale per la conservazione digitale di una collezione di testimonianze di per sé fragili.

Lo sviluppo di una piattaforma 3D che integri fotogrammetria, dati RTI e metadati epigrafici porterà alla creazione di un nuovo strumento per la visualizzazione congiunta e l’annotazione delle iscrizioni. Per favorire al meglio la conservazione di questo importante complesso di attestazioni epigrafiche pompeiane concentrate in un unico ambiente, portate alla luce nel 1794, il Parco Archeologico di Pompei ha messo in programma la realizzazione di una copertura del corridoio, per consentire finalmente un’adeguata protezione degli intonaci su cui sono state incise le iscrizioni, e per favorire una futura esperienza di visita integrata con l’ausilio delle tecnologie sviluppate dalle nuove ricerche.

 

Fonte Parco Archeologico di Pompei

 

Pubblicità laterale

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI