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Venerdì, 03 Dicembre 2021

Con nostalgia, il musicista Gianni Calabria si racconta

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Sono sempre emozionanti e ricchi di uno straordinario fascino gli incontri con i veri protagonisti della musica “beat” degli anni ’60, periodo d’oro per la musica italiana, come per quella dell’intero pianeta.

Gianni Calabria, storico batterista de “I Bisonti”, un complesso musicale che ha conosciuto il suo periodo di massimo splendore nei favolosi anni ’60, arriva puntualissimo al nostro appuntamento per questa intervista e da subito percepisco il suo irrefrenabile desiderio di raccontare, di parlare di quegli anni memorabili, in cui la nostra musica leggera ha aggiunto lustro al già nutrito bagaglio musicale italiano, fra opere liriche di superba bellezza ed un vastissimo repertorio di musica classica, da secoli apprezzato e famoso in ogni parte del mondo.

Sempre sorridente e giovanissimo, nello spirito, nell’abbigliamento assolutamente casual e soprattutto nel modo di pensare, Gianni inizia con un puntuale ricordo verso sua madre, vedova di guerra, che per tirare su i figli lavorava instancabilmente dalla mattina alla sera e nei pochi momenti di relax amava ascoltare il cantante Renato Carosone, un’icona della musica leggera napoletana.

Egli, appena adolescente, ascoltava invece la musica d’oltreoceano, come la maggior parte dei giovani, prediligendo Elvis Presley, il più grande talento del “rock and roll” e l’italoamericano Frank Sinatra, un artista che ha saputo attraversare molte generazioni. “Accendevo il giradischi e tenevo il tempo battendo i pugni sul tavolo - afferma sorridendo Gianni - e ogni giorno sentivo sempre più forte il desiderio di imparare a suonare una strumento. Tant’è che a diciotto anni cominciai a suonare la batteria ed iniziai ad accompagnare la famosa cantante Wilma De Angelis nelle sue serate…”

Questo l’esordio di Gianni Calabria nel panorama musicale, dapprima nella sola area milanese, all’interno della quale i vari complessi emergenti, ancora alle prime armi, si esibivano nei locali proponendo il repertorio dei Beatles, dei Rolling Stones e di altri gruppi, generalmente di provenienza anglosassone, che hanno segnato un’epoca. Nella seconda metà degli anni ’60 la radio, in particolare le radio private inglesi, trasmettevano continuamente i brani più gettonati di questi gruppi e in Italia, come anche in altre parti del mondo, i musicisti e i cantanti emergenti riproponevano con orgoglio i loro pezzi, riscuotendo sempre grandi consensi.

“I gusti musicali stavano cambiando - continua Gianni - così anche il nostro costume, che risentiva dell’egemonia culturale esercitata dal mondo anglosassone; noi spesso ci recavamo in Inghilterra, a Londra e a Liverpool, il tempio dei Beatles, soprattutto per imparare ed assimilare questi nuovi ritmi musicali. Inoltre, il mercato discografico italiano in quel periodo era uno tra i più fiorenti del mondo”.

Negli anni ’60 erano tantissimi i complessi, quelle che oggi si chiamano “cover band”, che suonavano a livello professionale. Non era difficile formare un complesso musicale, che eseguiva, almeno agli inizi, testi stranieri, con un arrangiamento molto simile a quello del pezzo originale. I testi delle versioni italiane venivano affidati ad autori molto bravi nell’adattare musiche, create per testi con una struttura linguistica sostanzialmente diversa dalla nostra.

Quando Bruno Castiglia si rivolse a Gianni per chiedergli di formare con lui un complesso, non incontrò alcuna esitazione; così, a distanza di pochi giorni fecero la loro prima esibizione presso il “Circo Medini” di Milano e andò subito benissimo.

Pertanto, “I Bisonti” nacquero il primis come band di supporto del cantante Bruno Castiglia, ma successivamente trovarono una loro precisa identità d’insieme. Una volta costituito il gruppo, si presentò per loro l’immediata necessità di fare un servizio fotografico, che in quel momento non potevano certo permettersi. Quindi, con mezzi rudimentali, come i fari accesi della macchina, realizzarono un casareccio ma decoroso servizio, che si rivelò utilissimo alla loro visibilità. L’arte di arrangiarsi, ancora molto in voga in quegli anni, aveva prodotto buoni risultati!

La conversazione con Gianni Calabria si fa sempre più interessante, quindi decido di rivolgergli qualche domanda diretta ed egli si dimostra subito entusiasta all’idea.

D) Chi decise per il complesso il nome “I Bisonti” e come furono gli inizi del vostro percorso musicale?

R) Il nome nacque da una mia idea, che venne sostenuta da tutti i componenti del gruppo. Nella scelta dei nomi, si seguiva la moda del momento, quando per i gruppi musicali venivano usati nomi di animali o altri strani appellativi, oggi decisamente improbabili. Nel 1966 incidemmo il nostro primo 45 giri: la straordinaria versione italiana di “Lucille”di Little Richard, un brano “rock and roll” del 1957, che fu un successo a livello internazionale.

Il nostro stile molto personale, definito “sweet beat”, nasce dalla fusione dei ritmi “beat” con la nostrana tradizione melodica e questo si percepisce chiaramente in brani come “Occhi di sole”,”Richiamo d’amore” e la romantica per definizione “Mi è rimasto un fiore”. Il repertorio più grintoso e ricco di vibrazioni lo riservavamo alle nostre serate “live”, nel corso delle quali animavamo molti locali milanesi, come “Il Piper”, “Il Tricheco”ed altri, che andavano per la maggiore.

L’errore del nostro primo impresario fu quello di chiedere compensi troppo alti e i locali, solo per questo motivo, inizialmente tendevano a rifiutarci ma, quando cambiammo impresario, le cose andarono decisamente meglio. In breve tempo, diventammo uno dei gruppi più affermati e nella “Maratona Beat” del famoso Carnevale del ’69, che si svolse al “Piper” di Milano, risultammo nella lista dei dieci nomi più prestigiosi del “Beat”, insieme a “Dik-Dik”, “Camaleonti”, “Giganti”, “New Dada” ed altri ancora. In quella speciale occasione, ci esibimmo per l’intera giornata!

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D) Con quali brani avete ottenuto maggior successo in quel periodo?

R) I pezzi che andavano molto bene erano “Portami tanti rose”, successivamente ripresa da “I Camaleonti”, poi “La tua ombra mi segue”, “Occhi di sole” e “Crudele”, queste ultime erano il lato A e B dello stesso 45 giri; due brani assolutamente distanti fra loro, tanto da stentare a credere che fossero stati incisi dallo stesso complesso. Mi viene in mente un fatto che ci rese molto orgogliosi: il pezzo “Crudele” venne inserita in una compilation americana, come uno fra i brani più significativi e rappresentativi del “Beat internazionale”.

D) In che senso questi due brani erano distanti, vorresti spiegarmelo?

R) Te lo spiego in poche parole: “Occhi di sole” era una canzone quasi melodica, dai contenuti morbidi; al contrario “Crudele”rappresentava il “rock”, dove primeggiavano chitarre distorte e preveggenti gocce di acida psichedelica. Tutto questo rappresentava uno stile innovativo, almeno qui in Italia, tanto che è una delle canzoni italiane del periodo “beat” più quotate ed apprezzate. Nel 1967 questo disco veniva comperato dai cosiddetti raffinati, che amavano la dolce storia d’amore cantata in “Occhi di sole”, mentre oggi i collezionisti, in particolare quelli stranieri, pagano cifre incredibili per “Crudele”, poiché riconoscono questo brano come uno dei più belli che il “beat” abbia mai prodotto e questo lo sostiene anche l’esperto critico musicale Red Ronnie.

D) A parte i vostri brani, quali erano i repertori stranieri che amavate eseguire?

R) Nel corso delle nostre lunghissime serate presentavamo spesso il repertorio degli “Shadows”, il quartetto inglese, di matrice “rock americana”, nato come band d’accompagnamento di Cliff Richard. Questo complesso dominò le classifiche per molto tempo e si pose sulla scena musicale come il precursore rispetto ai “Beatles”. Inoltre, suonavamo gli splendidi brani dei leggendari “Bee Gees”, che adoravamo ed avemmo il piacere di accompagnare gli “Aphrodite Childs” nel loro tour e conoscere e condividere emozioni da palco con il grande artista Demis Roussos, purtroppo recentemente scomparso.

D) Attraverso i tuoi racconti si evince come, in poco tempo, siate riusciti a scalare la vetta del successo e mi risulta che in quegli anni partecipaste anche ad importanti trasmissioni televisive, oltre al famosissimo “Cantagiro” che, nato nel 1962 e prodotto dall’impresario Ezio Radaelli, ebbe negli anni la funzione di dare visibilità e successo a tanti complessi dell’epoca. Cosa ricordi di questa maratona canora e dei programmi televisivi che vi hanno visti protagonisti?

R) Del “Cantagiro” ho un bellissimo e nitido ricordo; un’occasione unica per condividere con una carovana di musicisti successo, amicizia ed anche momenti di sana rivalità, che animava bonariamente la competizione. Questo tour, che si ispirava al famoso Giro d’Italia ciclistico, era una gara canora a tappe, che andava in giro per il nostro Paese e durava a lungo; la gente ci accoglieva con entusiasmo al nostro passaggio nelle strade… Momenti indimenticabili!!! Inoltre, abbiamo partecipato a “Settevoci”, il programma di Pippo Baudo, allora ai suoi esordi, al “Disco per l’Estate” e ad altre numerose manifestazioni canore, fra le quali il “Festival di Rieti”, dove il nostro brano “Richiamo d’amore” si classificò primo.

D)Fra i miei ricordi di bambina, è vivo il fenomeno di costume dei “capelloni”: un look considerato decisamente trasgressivo, con il quale si omologavano verso la fine degli anni ‘60 complessi musicali, come anche tanti giovani, per il loro modo disinvolto di portare i capelli lunghi. Attraverso le foto, vedo che anche voi vi allineaste alle tendenze della moda. Cosa vorresti aggiungere su questo argomento, che tanto animava i media dell’epoca?

R) Dal 1968 in poi, dopo un iniziale disorientamento, il fenomeno dei “capelloni” componenti dei complessi musicali cominciò ad attirare sempre più il pubblico giovanile; ovviamente anche noi seguimmo la corrente, poiché, sostanzialmente, ci piaceva portare i capelli lunghi. Quasi tutti i giovani seguivano molto volentieri questa moda, in una sorta di emulazione, segno del cambiamento epocale che stava iniziando all’interno del tessuto sociale. Nell’ambiente della musica questo determinò contrasti, a volte accesi, fra il pubblico sostenitore dei cantanti tradizionali, come Gianni Morandi, Rita Pavone Orietta Berti e quello moderno, pronto alle innovazioni, che parteggiava per i complessi alla moda. Ricordo che anche i giornalisti, al seguito di noi artisti impegnati nel famoso “Cantagiro”, erano schierati fra conservatori e moderni e la TV dava ampio spazio a questo argomento.

D) Quando iniziò la crisi del complesso “I Bisonti”?

R) Verso la fine degli anni ’60 iniziarono i disaccordi fra me e Bruno Castiglia ed inoltre, poco prima della nostra partecipazione al “Disco per l’Estate” del 1970 il nostro tastierista Paolo Pasolini, organista della prima formazione, abbandonò il gruppo per entrare in seminario e nel 1990 venne ordinato sacerdote. Egli fu sostituito da Ciro D’Ammico che, insieme a me, poco dopo, fonderà il gruppo dei “Daniel Sentacruz Ensamble”: da quel momento iniziò la mia nuova era musicale.

D) Quali ricordi hai di questa nuova esperienza?

R) Ricordo il grande successo di pezzi come “Soleado”, che rappresenta il nostro singolo di debutto e nel 1974 rimase in vetta alle nostre classifiche per molto tempo, con la vendita di cinque milioni di dischi ed ancora “Aguador”, “Un sospero”, “Linda bella Linda” etc. Nel nostro primo anno fece parte della formazione anche un grandissimo chitarrista, l’amico Massimo Luca. Conservo un ricordo assolutamente positivo di quegli anni, nel corso dei quali partecipammo a tanti programmi televisivi. La nostra casa discografica era la EMI e durante una delle convention, che si tenevano annualmente, conobbi anche i “Queen” e il loro bravissimo leader Freddy Mercury. Il nostro impresario, Il marchese Gerini, lo stesso di Peppino di Capri, ci portò in tournée in giro per il mondo, da Toronto al sud America e nel 1977 a Buenos Aires incontrammo anche Gina Lollobrigida. Questa fu una delle più belle esperienze all’estero ma, a causa di disordini politici in Argentina, durante la nostra permanenza fummo costretti a non uscire dall’hotel; quindi, quasi tutti i soldi guadagnati finirono in acquisti strampalati, per passare il tempo.

Mi viene in mente un aneddoto che non dimenticherò mai: mi trovavo in tournée in Polonia e, una volta finito il concerto di Cracovia, tornato nei camerini per cambiarmi, non trovai più la mia camicia, alla quale ero molto affezionato poiché quella del giorno del mio matrimonio. In segno di riscatto per il furto subito, presi tutti i portaceneri presenti in hotel e li portai via… Una volta rientrato in Italia, regalai portaceneri a tutti, come souvenir. Durante queste nostre tournée venivamo pagati in valuta locale, quindi in Polonia ricevevamo szoty, che investivo puntualmente in acquisti d’oro, altrimenti avrei dovuto convertirli in lire e non mi sarebbe convenuto. In questo modo, alla fine, di quello che guadagnavo non portavo a casa quasi nulla. Però ci divertivamo molto e mi ritengo fortunato di essere riuscito a fare quello che veramente mi appartiene!

Oggi, purtroppo, non si lavora più come una volta, la vita artistica dei cantanti è molto breve e non resta memoria per gran parte di essi. Non esiste più la vera melodia; per me la musica è un qualcosa di grandioso, di immenso e il mio punto di riferimento, come tanti anni or sono, restano sempre i grandissimi “Beatles”. Tuttavia, mi piace constatare che molti giovani ascoltano e studiano con interesse gli artisti di quel periodo d’oro, non solo per la musica italiana, ma anche per quella internazionale. In una visione molto più ampia, che tocca i vari aspetti della nostra vita, ognuno di noi è consapevole che fino a qualche decennio fa si viveva meglio; ma voglio conservare l’ottimismo e sperare che presto si possa tornare a vivere in un clima più disteso, sempre all’insegna della musica.

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