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Sabato, 27 Maggio 2017

La cultura, un viaggio itinerante senza confini

In occasione di un recente evento letterario che ha avuto luogo a Roma, ho incontrato un letterato bilingue di cui avevo sentito molto parlare. Proprio così, finalmente, ho conosciuto Arjan Kallço e sono rimasta affascinata dal suo sincero interesse verso la lingua e la letteratura italiana. Nato in Albania alla fine degli anni ’60, egli si laurea in Lingua Italiana presso l’Università di Tirana, per poi dedicarsi all’insegnamento, dapprima in un Liceo Linguistico e dal 1998 presso l’Università Fan S. Noli di Korça. Inoltre, ha collaborato con l’Istituto Italiano di Cultura in qualità di docente ai corsi dell’Università Roma Tre e CELI. È stato borsista del MAE italiano a Perugia, dove ha effettuato ricerche e vari studi sulla lingua e la letteratura italiana. Ha partecipato a diverse iniziative culturali in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia a Tirana e scrive articoli inerenti ricerche e studi, che vengono pubblicati su giornali e  riviste non solo nel suo Paese, ma anche negli Stati Uniti, Grecia, Macedonia, Italia, Kosovo, Olanda.

 La sue più grandi passioni sono la poesia, la prosa, il giornalismo e la traduzione. Insomma, un umanistico a tutto tondo! Ha tradotto e pubblicato il libro “Proverbi della Lingua italiana” , “Poesie italiane sull’amore”, “Racconti di scrittori italiani degli anni ’80” , la novella di Italo Svevo “Il buon vecchio e la bella fanciulla”, poi tradotta nel 2010 anche in albanese e “Antologia di poeti contemporanei italiani 2015”. Nel marzo 2010 presenta il volume di poesie “La tua immensità m’inebria”, che raccoglie liriche scritte nel corso dei suoi soggiorni in Grecia  ed ancora le varie edizioni in due lingue. Nel 2013 il libro di poesie scritte in Italia “Immagini di vita sussurrate”, al quale seguiranno altre interessanti pubblicazioni. Ultimamente si sta dedicando alla poesia Haiku, un genere di componimento poetico molto breve, che in questi ultimi anni comincia ad essere più seguito anche in Italia. Nato in Giappone intorno al 1600, si basa su una struttura letteraria singolare, composta da diciassette sillabe disposte in tre gruppi, (per capirci versi), secondo regole metriche ben precise. Il segreto della poesia Haiku è quello di riuscire ad esprimere un’emozione, un concetto in modo estremamente breve. 

Anche in questo caso, il poeta Kallço si cimenta in un lavoro promettente e a tal proposito quest’anno ha pubblicato in lingua italiana il volume “La danza delle foglie”, subito dopo tradotto in albanese. In questi anni egli ha ricevuto molti premi nell’ambito di Concorsi letterari sia italiani, che albanesi e le sue poesie compaiono in numerose antologie.

Quali sono i motivi che l’hanno portata ad orientare il suo percorso accademico verso lo studio e l’approfondimento della lingua Italiana?

Imparare una lingua straniera è come aprire una nuova finestra sul mondo, un universo che sconvolge la vita. Inizialmente, mi trovai dinanzi ad un vero dilemma; sembrava una strada impercorribile, almeno finchè il livello della mia conoscenza dell’italiano era basso e seguiva un pò le orme del francese. Nonostante ció, direi che ci sono stati tre momenti topici nella mia vita, che mi hanno avvicinato alla lingua italiana:

1-I racconti di mio nonno sui soldati italiani durante la Seconda Guerra; tra loro ce n’erano molti che definiva come brava gente, che amava lavorare molto e bene. Nei loro occhi traspariva una specie di affetto per la popolazione albanese e se si lavorava assieme, questi rapporti diventavano amichevoli. Poi, una delle frasi rimasta nella mia memoria,  diceva che gli italiani non erano per la guerra, ma per l’amore, a differenza dei tedeschi. Ci si aiutava a vicenda come meglio si poteva; anche scambi di cose utili per la vita, per non parlare poi della solidarietà dopo la fine del fascismo.

2-La maggior parte di film trasmessi dalla nostra televisione era in lingua italiana, anche se di produzione americana o di altri paesi europei. Iniziavamo così, piano piano, a farci l’orecchio con una lingua che non avrei mai immaginato sarebbe diventata la mia lingua, nel bene e nel male e che mi ha dato tante soddisfazioni. Un amore che non è mai venuto meno, senza separazioni nè divorzi, che possano oscurarne l’orizzonte. Molte parole o battute le imparavamo a memoria e così, quando si giocava con gli amici, ognuno cercava di sfoggiare il suo bagaglio di conoscenza. La nostra generazione aveva sete; pertanto, assorbivamo tutto ciò che riuscivamo ad afferrare. Quando il leader Albanese di allora veniva a Pogradec, una citta’ situata attorno ad uno dei laghi più interessanti dei Balcani, noi conoscevamo il periodo in cui si trasferiva per le ferie, e le antenne erano subito pronte in un giorno.

3- La musica e la televisione italiana. A proposito della prima, ricordo che durante la settimana aspettavamo il weekend per ascoltare la hit parade o le canzone che le nostre radio trasmettevano a casa. Mi rimbombavano sempre nell’orecchio le parole e il loro ritmo e i commenti dei presentatori dei programmi. A casa scrivevo quello che si poteva ricordare, certamente con le lettere del nostro alfabeto, e come davanti ad una videocamera, recitavo. Quanto alla televisione, i giorni che trascorrevo a Tirana, durante le vacanze o quando mi capitava di andarci, li passavo in gran parte davanti alla Tv, non appena iniziava la trasmissione della tv albanese. Mi ricordo allora il grande Toto Cotugno, che conduceva ogni giorno la trasmissione su Raiuno. Oppure, quando andavamo al mare in vacanza e seguivamo i programmi che vedevano i nostri vicini, che talvolta ci invitavano ad assistere quanto trasmesso sui canali delle Tv  private. E’ bello seguire un percorso simile nell’apprendere una lingua, poiché, in alcuni casi, come per lo sport, in poco tempo, avevo acquisito una discreta conoscenza dell’argomento.

Quale periodo della Letteratura italiana la affascina particolarmente?

È una domanda difficile, molto difficile. Scegliere quale e chi, diventa per me un campo minato; poi “quando si tagliano le dita di una mano”, si dice dalle nostre parti, “fanno male ugualmente”. Dal sommo poeta Dante Alighieri al ‘900 assistiamo ad una storia letteraria italiana che non ha paragoni nel resto del mondo e commetterei un grave errore di cultura, se evitassi contesti storici e autori, poichè ogni cosa va valutata prendendo in considerazione la contingenza del momento, in quel preciso spazio. Tempo e spazio sono inevitabili, anche riguardo la storia e la cultura. Parafrasando un vecchio proverbio: “ditemi che cultura avete, vi dirò chi siete! ”. Inoltre, va sottolineato che la letteratura di oggi non esisterebbe senza tener conto di quella di prima, che costituisce la base, il pilastro sul quale si poggiano tutte le varie correnti ed aperture letterature. Comunque, e’ chiaro che non tutti gli autori possono piacere, poichè le loro opere rispecchiano periodi diversi. C’e’ qualcuno che ti ispira particolarmente, quando sei tu che scrivi poesie e prosa. Io sono innamorato della letteratura del ‘900 e la corrente che mi entusiasma ed esalta maggiormente è l’Ermetismo, per la geniale idea di non parlare direttamente, ma per simboli e altre figure. Inoltre, se fra i quattro giganti, due sono Nobel per la Letteratura, allora la storia diventa più interessante e magica. Un labirinto in cui non ci sono molti tempi, ma uno solo: il tempo della cultura e non ne esistono altri più significativi nella nostra vita, oltre a quello rigorosamente e meticolosamente registrato nelle pagine infinite della storia della cultura. Immaginate uno spazio ristrettissimo, ma quanto tempo dentro, quanta storia e quanta cultura creata e tramandata. Il nostro compito è quello di leggerlo con molta attenzione e realismo. Se evitassimo questi due fondamentali passaggi, non riusciremmo mai a conciliare le dialettiche del progresso. Poi, credo di aver tradotto e pubblicato su vari giornali albanesi i quattro padri dell’Ermetismo: Luzi, Montale, Quasimodo e Ungaretti. Per il 21 marzo, “Giornata Mondiale della Poesia”, abbiamo organizzato manifestazioni dedicate anche ad autori italiani, grazie alla collaborazione di professori italiani della sezione bilingue istituita nella mia città. Tradurli anche oggi è una meta che mi affascina e quando ho tempo libero, dedico tutta la mia anima a delle loro poesie, che poi pubblico anche sulla mia pagina facebook. Tradurre è un’arte che permette di far parlare un poeta in una lingua diversa e consente di portare avanti un interessante confronto interculturale. E oggi conoscere vuol dire anche far conoscere altri popoli, attraverso la storie, le tradizioni, gli usi che appartengono alle numerose identità culturali. Senza il passato, non possiamo interpretare come eravamo una volta e quello che siamo diventati.

Nel mio percorso ho conosciuto molti autori contemporanei tuttora viventi e certamente tra esse ci sono alcuni che mi stanno a cuore. La letteratura non si ferma mai! Accanto ai grandi nomi classici, ci saranno anche i nuovi. La letteratura e’ il fiume che non s’asciuga mai; in esso risiede la materia e l’anima e in ogni corrente questi elementi non mancano mai. Per usare un eufemismo, “il letto del fiume fa si che il suo corso non possa essere deviato”.

Nella sua esperienza di docente universitario, quale posto dovrebbe occupare la cultura nel bagaglio accademico degli studenti, iniziando dalla scuola primaria?

 

Per  fortuna durante i miei 27 anni di carriera ho avuto la possibilità di insegnare dalla scuola elementare all’Università.

I tempi moderni ci fanno capire che il concetto di cultura e’ molto cambiato e i poteri cercano sempre di attuare misure penalizzanti, tagli vari, quando si parla di cultura.

Sono rimasto scioccato da una dichiarazione di un grosso businessman, il quale con  fredda, quanto stupida schiettezza, ha dichiarato che la loro categoria non la capisce la cultura e di conseguenza non la ama. Assurdo fino all’inverosimile. Io penso che se ci riferiamo alla storia, l’unica cosa che viene tramandata è la cultura, per meglio dire, è l’unica componente della società che da sempre nelle varie epoche rimane, poiché rappresenta il punto di riferimento a cui ci aggrappiamo e ci consente di interpretare il nostro passato. Immaginate la società attuale che comincia da zero senza il passato? Sarebbe un bambino appena nato che non sa da dove viene e dove sta andando. Se poi volgiamo lo sguardo verso le società millenarie, non esiste confronto che tenga. Uno studente che non possiede cultura, è come un bambino smarrito in mezzo all’ immensità, dove non trova punti di riferimento e metri di paragone con i quali confrontarsi. E se poi questo studente fosse il popolo?

La cultura, intesa come il principio primario attivo, va insegnata, innanzitutto, dalla famiglia e poi a scuola,  dove i ragazzi trascorrono molte ore della giornata e della vita. Ma visto che in  famiglia, secondo le new generation, non si vuole comunicare con i propri figli, l’arduo compito tocca alla scuola.

Se poi le politiche dei governi “risparmiano” sulla scuola,  il risparmio sarà di sicuro sperpero in futuro.

Avremo sempre bisogno di investire sull’uomo, una corsa che non finirà mai, e questo ci costerà sempre più caro. Il mio motto è “più cultura, meno spese inutili sulle nuove generazioni”. Vorrei aggiungere che la vera cultura ci aiuterà a combattere i mali della società, una volta diventati tutti maggiormente consapevoli. I giovani dovrebbero essere i primi a rendersene conto, altrimenti ne risentirà la loro vita. Una vita non vissuta, è vita persa, battaglie perse delle società. Concentrarsi sull’uomo è e rimarrà il più nobile e sublime dovere di ogni Stato, indipendentemente da colori e forme. Oggi vediamo che la scuola si sta modernizzando e molto, svilendone il vero senso. Non e’ che sia contro l’alta tecnologia, ma togliere il lavoro ai ragazzi, intendo quello che devono fare con le proprie mani, vuol dire disorientarli completamente e farli diventare pigri. Se poi cancelliamo anche i compiti di casa, allora cosa faranno i nostri ragazzi nel tempo libero? Perderanno la cultura del lavoro, dell’impegno e con ciò anche l’idea del lavoro stesso. Alle nostre porte sta bussando a squarciagola la pigrizia, che vuol dire propensione ai vizi e i ragazzi viziati non servono a niente. Vogliamo spalancare le porte ai vizi?

La poesia è nutrimento dell’anima, è riflessione ed appagamento. Da cosa nasce il suo desiderio di scrivere poesie?

Nella vita ti può capitare di tutto e questo mi ricorda i miei maestri, familiari compresi, che ci dicevano sempre che la vita non e’ una aiuola di fiori, bella e profumata. Dopo l’Università, mi sono laureato nel 1990, appena tornato nella mia città pensavo ad un bel posto di lavoro, ma in realtà sono rimasto per un po’ di tempo senza un’occupazione. E potete capire cosa significasse in una Albania dopo la caduta del Muro di Berlino. Allora mi dedicai alla lettura dei libri che mi capitavano fra le mani in italiano e albanese, ma se erano in italiano meglio, così potevo concentrarmi attentamente sull’apprendimento maggiore della lingua e l’approfondimento della letteratura. Poi, un bel giorno prendo atto di essere rimasto solo, tradito da tutto. Isolarsi era l’unico modo per campare, e allora il tuo mondo e’ quello che ti gira intorno e cerchi di scoprire quotidianamente quello che non avevi mai immaginato di scoprire. Insomma, la ricerca di te stesso, palmo per palmo, giorno per giorno. Prendi la penna e cominci a buttare sulla carta le impressioni, che non sono ancora versi. Poi, nelle lunghe serate e notti d’inverno cerchi di aggiustare la mira. Niente si fa senza impegno e volontà. Più sei solo, più la volontà guadagna terreno e capisci che puoi vincere su tutto. Poi accade anche che, purtroppo, perdi le persone a te care e la lettura diventa più illuminante, anche se le sofferenze prendono il sopravvento e incombono. Perdi un amore e la tristezza invade ogni cellula del tuo essere. Perdi un fratello e la lettura ti occupa ore e ore attaccato, senza pietà, dallo sgomento e dalla solitudine. Momenti idilliaci di riflessione, di introspezione sulla vita. Fai un passo timido che sembra debole, poi azzardi di più, finchè la solitudine diventa la tua nemica. Risorgi e finalmente capisci che quello che potevi esprimere nelle chiacchiere infinite ai bar, puoi trascriverlo in versi, un po’ alla volta, pezzo dopo pezzo e parola dopo parola.

Quando sei pronto, poi arrivano anche le pubblicazioni e da quel momento la tua vita non ha senso se nella tua cartella che tiene sempre con te non è presente un taccuino e una penna su cui annotare quello che la tua mente riesce a mettere insieme alle parole; piccolo cenni che poi diventano poesie. Bussa l’ora del verdetto; ossia, quello che hai scritto e’ ben fatto? Serve? Ha messaggi da trasmettere alle persone? Allora viaggi e scopri mondi nuovi, che ti imprimono il coraggio e la forza di andare avanti, di cercare sempre di stare a galla, nonostante le avversità della vita.

Ma, ad un tratto, colpo di scena, bussano altri amori, altre ispirazioni, nuovi pensieri, idee e filosofie… Nella vita tutto è in continuo movimento.

 

 

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