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La controrivoluzione antropologica di Karol Wojtyla

Nello studio della poliedrica figura di Giovanni Paolo II, c’è un aspetto che è stato trascurato e quindi andrebbe preso in considerazione, si tratta dell’aspetto filosofico e di quello teologico, soprattutto per gli anni prima di diventare Papa, quando era professore all’Università di Lublino. Questa lacuna ha tentato di colmarla uno studio di un giovane insegnante siciliano, Daniele Fazio, In difesa dell’umano. La filosofia di Karol Wojtyla”, (D’Ettoris Editori, 2021). Il testo presenta il pensiero filosofico di Wojtyla, suddiviso in tre grossi capitoli. (I- Karol Wojtyla: le tre navigazioni; II- Innanzitutto la persona; III-Controrivoluzione antropologica). Il libro è prefato da Ermanno Pavesi che individua nel filosofo e teologo Wojtyla, un carattere comune: un confronto aperto ma abbastanza serrato con la cultura moderna, con confutazione degli errori. Anche perché “non è esagerato affermare che buona parte del pensiero filosofico moderno si è sviluppato allontanandosi progressivamente dalla Rivelazione cristiana […]”.

Nell’introduzione Daniele Fazio forse spiega perché bisogna leggere il suo interessante studio su Giovanni Paolo II. Di fronte all’imponente ondata emotiva di migliaia di uomini e donne che hanno seguito gli ultimi atti dell’esistenza del pontefice e quindi del fiume umano che gli ha reso omaggio, e poi per il suo funerale, occorre chiedersi secondo Fazio, “quanti dall’emozione passarono alla riflessione sulla vita e sul suo insegnamento evidentemente non è dato saperlo, così come non è dato sapere quanti riuscirono, nel frangente di quella ventata emotiva, a discernere il ‘papa mediatico’ dal papa reale, autore di un vasto Magistero, meritevole di essere letto, studiato ed approfondito, perché il semplice sentimentalismo potesse cedere il passo alla più pacata riflessione e meditazione circa quella significativa figura di fine millennio”.

Fazio ha l’impressione che a distanza di più di quindici anni dalla sua morte, il “fenomeno” Giovanni Paolo II, “non comunichi più un granché al nostro contesto culturale e sia quasi derubricato ad una storia, per quanto significativa ma ormai tramontata”. E purtroppo questo capita anche all’interno della Chiesa, tranne quei pochi estimatori. Peraltro, secondo Fazio, la figura di San Giovanni Paolo II risulta molto lontano dalle nuove generazioni, non tanto per ragioni di carattere cronologico, ma soprattutto è mancata un’adeguata “narrazione” intraecclesiale circa il corpus magisteriale del Papa polacco.

La sua eredità culturale e spirituale appare poco valorizzata. I motivi per Fazio sono due errori contrapposti: il primo errore, è frutto di una cattiva abitudine, si pensa che il magistero di un papa scada - come lo yogurt – nel momento in cui egli concluda la sua esistenza terrena o si dimetta dal ministero petrino. Nel secondo, si attiva una contrapposizione dialettica tra papi, si contrappone un papa contro un altro, senza tenere conto della giusta ermeneutica con cui si deve guardare al soggetto Chiesa, e quindi alla progressione degli insegnamenti dei pontefici, attraverso le categorie di “continuità” e “riforma”. Sostanzialmente per Fazio, “si applicano categorie socio-culturali e politiche che falsificano sempre la complessità dei vari pontificati”.

Pertanto, il peggior modo di accostarsi alle varie figure dei papi nella storia è quello di suddividerli nelle categorie, strettamente ideologiche, di “conservatori” e “progressisti”.

Tuttavia, Fazio avverte che il pensiero filosofico di Wojtyla, i suoi studi di filosofia, precedenti il pontificato, non assumono alcun peso all’interno del magistero ecclesiale; quindi, non implicano un doveroso ossequio dei fedeli, ma possono essere discussi come opzioni culturali, che provengono da un filosofo cristiano del Novecento. Praticamente nel suo studio Fazio intende studiare il sistema di pensiero di Wojtyla. Lo studioso siciliano spiega questo suo interesse ai sentieri filosofici di Wojtyla. Le riflessioni filosofiche di Wojtyla sono “una risposta calibrata alla crisi sociale del nostro tempo che assume i caratteri precipui di una crisi antropologica”.

Ripresenta la nozione di Persona, quale unica via per salvaguardare dalle ideologie la dignità umana. Pertanto, “gli scritti filosofici di Wojtyla, quindi, più che farci guardare al passato gettano luce sul presente e ci aprono vie per affrontare le sfide che si stagliano all’orizzonte”.

Gli insegnamenti filosofici di Wojtyla sono condensati in due opere dome “Amore e responsabilità” e “Persona e atto”, che tra l’altro sono la trama dello studio di Fazio.

Il pensiero di Wojtyla è frutto della formazione e delle esperienze del contesto in cui è vissuto. Naturalmente il testo fa riferimento allo scenario della Polonia dove si assiste alla negazione della dignità di un popolo e quindi della persona. La Polonia crocevia principale dello scontro tra le due ideologie totalitarie del Novecento: il nazionalsocialismo e il socialcomunismo. In questo contesto Wojtyla, divenne sempre più protagonista con la sua resistenza culturale e missionaria alle due ideologie antiumane.

Probabilmente il terzo capitolo che si occupa del rapporto tra la libertà e la verità, merita una particolare attenzione, dove attraverso il pensiero di Wojtyla si traccia un percorso per sconfiggere la rivoluzione antropologica in atto, che si esprime nel relativismo, nel nichilismo, nel consumismo, nel turbocapitalismo.

La rivoluzione antropologica che ha sovvertito la visione dell’uomo come persona, destabilizzando il suo ordine interiore, facendo emergere l’aspetto il piacere come unica guida. E’ la rivoluzione culturale del 68 che nega l’ordine interiore dell’uomo e la sua relazione con Dio, arrivando poi a negare l’uomo stesso attraverso il transumanesimo.

Pertanto, Fazio percepisce la filosofia di Wojtyla come una contro-rivoluzione antropologica, che parte da una rinnovata alleanza tra la ragione e la fede per giungere a un orizzonte alternativo che disegna la bellezza dell’origine dell’essere umano, creato da Dio e redento da Cristo.

Tadeusz Styczen, assistente e successore di Wojtyla presso la cattedra di etica, confessa: “se dovessi esprimere, per finire nel modo più breve possibile come io veda Karol Wojtyla filosofo direi: è filosofo della libertà al servizio dell’amore […]”. E per sottolineare la caratteristica del filosofare di Wojtyla, individua due elementi: Il primo, “Il filosofo della libertà”. Il secondo elemento, “il filosofo dell’amore”. Karol Wojtyla nel ruolo di filosofo: “è un testimone della dignità dell’uomo che ha una profonda sollecitudine per l’impegno totale della libertà al servizio di questa dignità”.

Secondo Wojtyla, “la libertà liberata dalla verità diviene arbitrio”, difficilmente conosce il bene e pertanto, diventa, una potenzialità pericolosa nelle mani dell’uomo. Se la libertà si scollega dalla verità, “si pone le premesse di conseguenze morali dannose, le cui dimensioni sono a volte incalcolabili”. Pertanto, secondo il filosofo francese, Gustave Thibon, l’uomo, “non è libero fuori dal suo ordine: ha solo l’illusione della libertà; egli è mosso, in realtà, da parole vuote o da passioni malsane e la sua sovranità universale si risolve in fumo e commedia: ma, il più grave, il più terribile è che esso non è più libero nel suo stesso ordine”.

Continuando la riflessione su Libertà e Verità, non possiamo non fare riferimento al Concilio Vaticano II. Wojtyla fece sentire la sua voce e intervenne varie volte in merito alla Dichiarazione sulla libertà religiosa, “Dignitatis Humanae”.

Nel libro Fazio fa riferimento al teologo Joseph Ratzinger per comprendere il discorso sulla libertà di Wojtyla. “[…] il campo della libertà non si può restringere a un si e a un no. Perché al di là del no si dischiude una varietà infinita di possibilità creative nell’ambito del bene. E quindi una nostra idea che, una volta detto no al male, viene meno la libertà, è una perversione dell’idea di libertà. La libertà dispone di larghi margini di creatività solo nel campo del bene”.

Wojtyla dialoga con le altre filosofie contemporanee, senza venir meno alle esigenze della Verità. Tuttavia, Fazio tiene a precisare che Wojtyla, scrive di filosofia prima di essere eletto pontefice, peraltro è lui stesso che ha preteso distinguere i due momenti salvaguardando la pubblicazione dei suoi scritti filosofici, ri-pubblicati anche negli anni del suo pontificato, applicando il suo semplice nome secolare e mai quello da Pontefice della Chiesa cattolica. E qui Fazio aggiunge, che questa è “una chiara indicazione, che le vie della filosofia cristiana sono molteplici e non vi può essere una filosofia ‘canonizzata’ dalla Chiesa rispetto ad altre, ma l’ingegno dei cristiani, partendo da vie e riferimenti diversi, può creare ampie riflessioni tutte conducenti e compatibili con il dato della Rivelazione stessa”.

Jean Paul Sartre con il suo esistenzialismo ateo, è l’anti-wojtyliano per eccellenza. Mentre per quanto riguarda la filosofia marxista e quindi il marxismo realizzato nella sua Polonia, ha costituito una delle sfide fondamentali per Wojtyla, che lo affrontò anche da intellettuale e non solo come uomo di Chiesa. “Wojtyla – scrive Fazio – si mette nella prospettiva di un superamento del marxismo attraverso l’elaborazione di una filosofia cristiana capace di svolgere in modo compiuto il tema della prassi che né Marx, né i suoi discepoli, ortodossi o meno, hanno saputo intendere in modo pienamente umano”.

Il professore Fazio riesce a individuare quando si può considerare chiusa la riflessione filosofica di Wojtyla, ne individua anche la data: 28 marzo 1977, un anno dopo il cardinale di Cracovia verrà eletto Pontefice e non continuerà più per ovvi motivi in questa originale speculazione. Tuttavia, i suoi scritti saranno a disposizione per sviluppare una scuola personalistica polacca, ci penseranno Tadeuzs Styczen, Stanislaw Griegel, Jozef Tischener.

Diventato Papa, il professore Wojtyla, si congeda dalla filosofia, o almeno dall’esercizio filosofico tecnicamente inteso come studio razionale dell’uomo e della realtà in risposta alle eterne domande. Tuttavia, sarebbe ingiusto collocare altre opere scritte da Wojtyla durante il suo pontificato nell’ambito strettamente filosofico, perché non lo sono e tale operazione risulterebbe una forzatura. Comunque sia, per Fazio, “l’impronta della cultura filosofica di Wojtyla è presente in tutto il suo insegnamento da Pontefice per il sol fatto che tutti i suoi documenti magisteriali, qualunque sia l’argomento trattato, hanno il particolare pregio di focalizzare l’attenzione sulla persona, nell’ottica di presentare la bellezza dell’umanesimo cristiano in cui può trovare veramente valore intangibile la dignità dell’uomo”. Pertanto, fin dalla prima enciclica, da Papa, Wojtyla, afferma con chiarezza che la via della Chiesa è l’uomo. I ventisette anni di pontificato, “saranno dedicati a descrivere le caratteristiche della persona umana, creata a immagine di Dio e non indipendente dal suo creatore, come avrebbe voluto la parte vincente della modernità, a partire dall’umanesimo fino al nichilismo post 1989, passando per l’illuminismo settecentesco e ottocentesco e per il marxismo che costruirà i sistemi comunisti totalitari del ‘900, a partire dalla rivoluzione russa del 1917”.

Le due encicliche Veritatis Splendor (1993) e Fides et Ratio (1998), “sono state in qualche modo – scrive Fazio – le più incisive provocazioni che il Papa ha voluto presentare non solo al mondo della filosofia o al mondo della cultura in genere, ma soprattutto ai teologi e ai pastori cattolici attratti dalle sirene relativiste e nichiliste di fine Novecento ed inizio del Terzo Millennio”.

Con la Veritatis Splendor, il Papa ha inteso mettere ordine nella morale. E’ stato spinto a scrivere questa enciclica dalla constatazione che l’uomo eliminando Dio e non comprendendo più neanche la sua esistenza, misconoscendo il confine tra bene e male, agendo arbitrariamente senza un ordine naturale o morale, ancor prima che religioso e confessionale, non si realizzava più come persona.

Mentre la lettera enciclica Fides et Ratio, avrà conseguenze epocali per la Storia della Chiesa, uguali a quella dedicata al tema della vita, Evangelium vitae. Qui “il Pontefice affronta il tema dell’esistenza di una verità comprensibile alla ragione dell’uomo e quindi di ogni persona umana, verità di ordine naturale, che la fede aiuta a comprendere più profondamente ma che può essere colta anche da chi non possiede il dono della fede rivelata". L’enciclica come si nota dal titolo, riguarda il rapporto tra fede-ragione, argomento decisivo per l’esistenza di ogni uomo e per la sua cultura, secondo Giovanni Paolo II. Sono “le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità”.

L’ultima parte del libro a partire dal paragrafo 12, Fazio si occupa della Rivoluzione antropologica, tra modernità e post-modernità. Per capire meglio come si è giunti a questa dimensione il testo fa riferimento al percorso che ha condotto a questa deriva. Viene descritto sinteticamente il processo rivoluzionario che ha ben raccontato il professor Plinio Correa de Oliveira, in Rivoluzione e Controrivoluzione.

La questione antropologica, che a suo tempo aveva intuito Wojtyla, oggi rappresenta una sfida prioritaria. Che poi è la IV Rivoluzione descritta da de Oliveira, “è una rivoluzione che si qualifica ‘culturale’, ossia che comprende grosso modo tutti gli aspetti dell’esistenza umana […]”. Nella Rivoluzione antropologica, c’è la dottrina transumanista, dove si intende abolire l’umano, la natura umana, o almeno è un tentativo, quello di creare una nuova umanità, in odio alla realtà stessa. Ma come ogni ideologia che non tiene conto della realtà, scrive Fazio, prima o poi si risolverà non in un paradiso terrestre, ma in un ambiente disumano.

 

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