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Governo a rischio? Conte annulla il viaggio a Davos e resta a Roma

Luigi Di Maio rassegna le dimissioni da capo politico del Movimento cinque stelle. Il ministro lo ha annunciato, commosso, al termine di un lungo discorso nel quale ha sottolineato la necessità di rifondare M5s. "Io mi fido di voi - ha detto - mi fido di noi e di chi verrà dopo di me. Per arrivare fin qui abbiamo fatto salti mortali. Hanno iniziato Beppe e Gianroberto e a loro va tutto il mio grazie di cuore". "Tanti - ha assicurato - mi hanno scritto non mollare. Ma io non mollerò mai il M5S, il Movimento è la mia famiglia".

"Noi dobbiamo pretendere il sacrosanto diritto di essere valutati almeno alla fine dei cinque anni di legislatura. Io penso che il governo debba andare avanti, perché alla fine" della legislatura "i risultati si vedranno ma dobbiamo avere il tempo di mettere a posto il disordine fatto da chi ha governato per trent'anni prima".

"Le mie funzioni - ha detto Di Maio - passano a Vito Crimi che è il rappresentate anziano del Comitato di garanzia, che ringrazio". Crimi ha fatto sapere che Di Maio non sarà capo delegazione a governo.

"Agli Stati generali - ha detto Di Maio - discuteremo sul cosa, subito dopo gli stati generali passeremo al chi". "Sono consapevole - ha detto il ministro - che parte del Movimento è rimasta delusa e si è allontanata". "Ho lavorato - ha detto Di Maio - per far crescere il Movimento e proteggerlo dagli approfittatori e dalle trappole lungo il percorso, anche prendendo scelte dure e a volte incomprensibili. La storia ci dice che alcuni la nostra fiducia l'hanno tradita ma per uno che ci ha tradito almeno dieci quella fiducia l'hanno ripagata".

"Abbiamo tanti nemici, qualcuno che resiste e che ci fa la guerra. Ma nessuna forza politica è mai stata sconfitta dall'esterno. I peggiori nemici sono quelli che al nostro interno lavorano non per il gruppo ma per la loro visibilità", ha accusato Di Maio. "C'è chi è stato nelle retrovie e, senza prendersi responsabilità è uscito allo scoperto solo per pugnalare alle spalle".

La logica suggerisce che la decisione non può essere totalmente scollegata dalle dimissioni di Luigi Di Maio da capo politico del Movimento 5 Stelle e dal terremoto interno ai grillini. Scrive il quotidiano il Giornale che la situazione è delicata e il capo del governo non è affatto tranquillo. Anche perché la maggioranza è praticamente a pezzi: altri due pentastellati Michele Nitti e Nadia Aprile hanno lasciato il gruppo per approdare al Misto. Sebbene al momento non vi sarebbe alcuna ripercussione immediata sulla tenuta dell'esecutivo, la tensione è alle stelle. Tuttavia Roberto Gualtieri, rispondendo da Davos alla Cnbc, ha precisato: "Non è una crisi politica. Non sta in alcun modo nuocendo al governo. Rimarrà ministro degli Esteri e non farà male nemmeno alla maggioranza, che è molto ampia in Parlamento. Non cambia nulla". A suo giudizio è da considerarsi semplicemente come "un cambiamento fisiologico nel partito".

Conte deve fare i conti anche con le imminenti elezioni Regionali in Emilia-Romagna: domenica 26 gennaio la roccaforte rossa potrebbe cadere e andare in mano al centrodestra. Il premier ha tranquillizzato: "Il voto in Emilia-Romagna è importante, ma rimane espressione di una comunità regionale e non decide il destino del governo nazionale". Eventualmente però ci sarà una vera e propria offensiva dell'opposizione. "Se dovessimo vincere in Emilia-Romagna e in Calabria, un minuto dopo chiederemo il voto", ha avvertito Giorgia Meloni. Il ministro dell'Economia anche su questo tema ha voluto placare gli animi e le voci: "Prima di tutto le elezioni sono elezioni locali, saranno eletti leader regionali e sono fiducioso che sarà eletto il migliore, ma chiunque sceglieranno non avrà niente a che vedere con il governo nazionale. Spero e sono fiducioso che il candidato progressista vincerà".

Il presidente del Consiglio era atteso continua il quotidiano nel primo pomeriggio: alle ore 16.00 avrebbe dovuto pronunciare il suo "special address" alla comunità di investitori e leader politici, ma ambienti della maggioranza hanno fatto sapere che l'avvocato non potrà partire a causa di urgenti impegni di governo che lo costringono a trattenersi a Roma. Stando a quanto riportato da Bloomberg, una fonte ufficiale ha fatto sapere che il presidente del Consiglio sarà alle prese con un'importante sessione governativa nella Capitale in serata, con dossier delicati sul tavolo. La notizia, al momento, non è stata smentita da Palazzo Chigi.

Luigi Di Maio ne ha impiegati dieci esatti dalla fondazione del meetup di Pomigliano all'elezione a capo politico del M5s nel 2017, mentre Craxi ne ha voluti ventiquattro anni i per arrivare dalla prima tessera del Psi a segretario del partito, come nota Fabio Martini nel suo Controvento. Ma, al di là delle cattiverie snobistiche sul salto dallo stadio San Carlo a Palazzo Chigi, colpisce che Craxi restò segretario del partito per diciassette anni. La stella di Di Maio potrebbe essere sorta e tramontata in tre anni.

L'uomo di Pomigliano resta pur sempre ministro degli Esteri, ma certo il futuro non pare roseo. E nonostante la rapidità del suo passaggio nel firmamento della politica, gli effetti deleteri sembrano tutt'altro che passeggeri o imponderabili. Se si dovesse presentare a Di Maio il conto dei provvedimenti che si è intestato, verrebbe fuori una fattura decisamente salata. Come sottolinea il Giornale a partire dai sette miliardi del reddito di cittadinanza. Della distanza siderale tra le intenzioni dichiarate sul balcone di Palazzo Chigi («abolire la povertà») e gli effetti reali (un pasticcio che al momento crea zero lavoro e alimenta il parassitismo, raramente risolvendo davvero i problemi di chi ha bisogno) si è già scritto tutto. Restano da valutare le ripercussioni future, a partire dalla diffidenza che il crollo inevitabile del reddito di cittadinanza creerà verso questo tipo di sistemi di welfare.

Ed è proprio sul versante del lavoro che «l'effetto Di Maio» scrive il quotidiano della famiglia Berlusconi, ha un bilancio più in rosso. Quanto dovrebbe sborsare l'ex capo politico se dovesse riparare alla gestione disastrosa del ministero del Lavoro e di quello dello Sviluppo, che guidava in epoca gialloverde. Come indicatore si può prendere la cassa integrazione: al suo insediamento a giugno 2018 erano state autorizzate 19,3 milioni di ore di Cigs. Un anno dopo, a giugno 2019, due mesi prima del crollo del governo M5s-Lega, la Cigs era salita del 42 per cento a 27,6 milioni di ore.

Stesso andamento per le crisi aziendali, la cui gestione è in capo al Mise. I tavoli con le aziende in difficoltà erano 144 a giugno 2018. Un anno dopo, a giugno 2019, erano aumentati a 158. I casi più lampanti, Alitalia e Ilva, sono diventati simboli di una incapacità di prendere decisioni e di essere efficaci. Fu proprio Di Maio a chiudere l'accordo con ArcelorMittal gloriandosi di aver «risolto in tre mesi» la crisi dell'Ilva che si trascinava da anni sotto il centrosinistra. La storia poi è andata come sappiamo: si è sfiorata la chiusura della principale acciaieria italiana. E che dire di Alitalia e della meravigliosa idea di affidarla a un partner pubblico? Il dossier ancora aperto costa due milioni di euro al mese. Nel solo periodo in cui Di Maio è stato ministro del Lavoro e dello Sviluppo, Alitalia ha perso circa 900 milioni, coperti dai cosiddetti prestiti ponte.

Ma il vero paradosso di questa parabola politica è che il leader del movimento anticasta si è fatto notare anche per le ingenti spese di gestione. Al Mise e al Lavoro ha piazzato un lungo elenco di amici del liceo, vicini di casa, ex grillini trombati alle elezioni. Uno staff gigante il cui costo è stato stimato in circa un milione di euro l'anno. Passato agli Esteri, ha messo su uno staff grande il doppio di quello di Alfano: costo 711mila euro l'anno.

In totale il «costo Di Maio» ammonta dunque a oltre 8 miliardi. Aggiungendo i 3,5 potenziali quantificati dal tribunale come costo se chiudesse Ilva, si può arrotondare a 12 miliardi totali. 

 

 

 

 

 

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