La capitale finlandese, Helsinki, cerca di mantenere i propri servizi aperti e le imprese locali operative nonostante l'epidemia di Coronavirus. Come parte di questo sforzo, la città ha lanciato una campagna per incoraggiare il pubblico ad utilizzare mascherine facciali al fine di mantenere al sicuro residenti e visitatori della città. L’iniziativa ha anche lo scopo di consentire ai residenti di continuare la loro routine quotidiana, attività sportive incluse, in un ambiente sicuro. Per avere successo, però, la città ha bisogno che tutti facciano la loro parte.
La campagna "Keep Helsinki Open" (Mantieni Helsinki aperta) è visibile nelle comunicazioni della città, negli account sui social media e nella pubblicità esterna per tutto il mese di novembre. Con promemoria visivi si spera di incoraggiare l'uso collettivo di tali protezioni tra gli abitanti della città con più di 15 anni di età.
"Gli utenti di mascherine proteggono non solo se stessi, ma anche gli altri. Incoraggio tutti a indossare una mascherina quando si muovono negli spazi pubblici e utilizzano i mezzi pubblici. È una buona idea portarne sempre una con sé, per ogni evenienza. Misure apparentemente minori come queste possono avere un effetto positivo sulla situazione generale del Covid, in quanto possono contribuire ad evitare misure più severe come restrizioni sull'orario di apertura e chiusura”,afferma il sindaco di Helsinki Jan Vapaavuori.
L'uso appropriato della maschera riduce il rischio di infezione
Il coronavirus si diffonde principalmente attraverso goccioline trasportate dall'aria quando una persona infetta parla o tossisce. L'utilizzo della maschera riduce il rischio di infezione impedendo a queste goccioline di diffondersi nell'ambiente.
Le attuali raccomandazioni sull'uso delle maschere integrano altre misure di sicurezza necessarie come lavarsi accuratamente le mani, mantenere una distanza di sicurezza dagli altri, restare a casa quando si è malati ed effettuare il test del coronavirus al primo segno di sintomi.
Oltre a questa prima campagna, la città di Helsinki lancerà, verso la fine di novembre, una seconda campagna per la sicurezza dal Coronavirus diretta ai giovani di età compresa tra i 15 ei 19 anni, promuovendo questa campagna sui social media in collaborazione con le città di Espoo e Vantaa, nonché con la rete ospedaliera HUS, l'istituto educativo Omnia e l'Autorità Regionale per i Trasporti di Helsinki (HSL). Ulteriori informazioni su questa campagna congiunta saranno pubblicate in concomitanza con il lancio di metà novembre.
L'Istituto Nazionale per la Salute e il Benessere (THL) ha emesso una raccomandazione sull'uso della mascherina estesa per le aree in cui è stato identificato il Coronavirus in una fase di accelerazione; essa si basa sulle raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC), nonché sui risultati della ricerca.
Gli utenti dei servizi comunali sono responsabili dell'acquisto delle proprie mascherine mentre quelli appartenenti a gruppi a basso reddito possono ritirare pacchetti gratuiti di maschere, senza che gli siano rivolte domande, in diversi punti di distribuzione in tutta la città.
In Finlandia, durante il periodo 19-25 ottobre, un totale di 1.221 nuovi casi sono stati segnalati al registro delle malattie trasmissibili, mentre nella settimana precedente il numero di casi segnalati era 1.257. L'incidenza dei nuovi casi è stata di 22 ogni 100.000 abitanti, mentre nella settimana precedente era di 22,7. Attualmente, il numero di riproduzione di base stimato è 1,25-1,35, con una probabilità del 90%.
Giustamente in questi giorni in conseguenza dell'aumento dei contagi da Covid 19 le preoccupazioni sono rivolte alla tenuta del sistema sanitario nazionale, ma nello stesso tempo anche alla tenuta del sistema economico del Paese. Il Governo e le Regioni hanno emanato misure restrittive delle libertà individuali: di movimento, di riunione, di impresa etc. Misure per evitare il lockdown generale.
Tuttavia c'è un'altra pandemia in incubazione di cui si parla poco, per la verità ogni tanto si intervista qualche esperto, ma finisce lì, mi riferisco alla salute mentale. Il tema è stato affrontato da un ben documentato studio di Francesco Cavallo sul sito del “Centro Studi Rosario Livatino”.
«La prospettiva che questo stato di cose duri fino a quando non sarà disponibile un vaccino efficace impone la considerazione di questo aspetto». (Francesco Cavallo, “pandemia di paura” e salute mentale in crisi, 24.10.20, in Centrostudilivatino.it) Pertanto i governi per rendere possibile la convivenza di una comunità con il virus «si tornano a udire appelli a rinunciare a ciò che non sia “indispensabile”, a “restare in casa”, per “salvare vite”. Che cosa è “indispensabile”, chi lo stabilisce?».
Cavallo segnala il disagio di alcune famiglie di ragazzi con disturbi da sindrome di down, ma anche quelle da sindromi dello spettro autistico hanno evidenziato i costi elevati, i danni al percorso di cura di queste persone, che procura il distanziamento sociale. Fanno notare una regressione conseguente alle patologie, dovute proprio alle conseguenti privazioni di relazioni sociali fornite dalla scuola, dai centri diurni di supporto, dallo sport, dalla rete di relazioni familiari e amicali.
Non solo ma anche altre persone subiscono danni alla salute, come quelle della sindrome dell'Alzheimer, spesso confinate in strutture alle quali è precluso l’accesso, derivanti dalla mancanza di stimolazione mentale e sociale.
L'editoriale del Centro Studi Livatino, fa riferimento a uno studio del Center for Disease Control and Prevention (Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie, agenzia federale degli Stati Uniti, facente parte del Dipartimento della salute e dei servizi umani che opera quale organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti d’America).
Il Centro americano «ha pubblicato un rapporto sugli effetti sulla salute mentale delle misure restrittive su un campione cospicuo di americani al mese di giugno scorso. I risultati sono coerenti con ciò che molti psichiatri affermano da tempo: il 40% degli intervistati ha riferito almeno una condizione di salute mentale o comportamentale negativa. Il 30% ha riferito sintomi di disturbo d’ansia o disturbo depressivo e il 25% ha riferito sintomi di disturbo traumatico da stress a causa della pandemia. Il 13% ha riferito di aver iniziato o aumentato l’uso di sostanze stupefacenti o alcol per far fronte allo stress o alle emozioni negative legate ai lockdown e alle misure restrittive».
Addirittura alcuni degli intervistati hanno seriamente pensato al suicidio. Sempre dalle indagini del Centro americano, rispetto al giugno 2019 «la prevalenza dei disturbi d’ansia risulta triplicata (26% contro 8%) e la prevalenza dei disturbi depressivi risulta quadruplicata (24,3% contro 6,5%): è raro vedere questo tipo di cambiamenti nell’epidemiologia psichiatrica da un anno all’altro. I tassi di tentazioni suicide erano più alti tra coloro che si fanno carico dell’assistenza familiare di anziani e disabili (31%), tra i lavoratori nel settore dei servizi pubblici essenziali (22%), tra le minoranze (19% ispanici, 15,1% neri)».
Inoltre Cavallo fa riferimento a un altro studio a campione sulla popolazione inglese, l'Office of National Statistics britannico (Agenzia governativa britannica che raccoglie, analizza e pubblica le informazioni statistiche sull’economia, la popolazione e la società nel paese. L’equivalente dell’Istat in Italia).
Nello studio si rileva che rispetto a un anno prima, nel Regno Unito, i tassi di depressione sono raddoppiati nel corso delle misure restrittive, con picchi significativi di depressione grave. Questo aumento è stato più sensibile tra i giovani adulti e con disabilità.
Ritornando agli Stati Uniti si far notare che i cosiddetti “morti per disperazione” (suicidio, droga e decessi correlati all’alcol, spesso associate a fattori socioeconomici) erano in aumento già prima della pandemia, e la diffusione dell’utilizzo di oppiacei stava già avendo un impatto enorme. Ebbene, in conseguenza delle misure di distanziamento sociale si è assistito a un ulteriore incredibile aumento del consumo di oppiacei con più di 40 stati che dall’inizio della pandemia hanno registrato un aumento dei decessi conseguenza diretta dell’uso di queste sostanze stupefacenti».
Questi studi considerano anche «l’ipotesi di una crisi economica senza precedenti e una massiccia disoccupazione, associate al già avvenuto isolamento sociale obbligatorio per mesi e a possibili ulteriori misure di isolamento per i prossimi due anni».
Peraltro Aaron Kheriaty, docente di psichiatria ed etica della professione medica alla University of California Irvine, sostiene che «ci sono oggi persone di tutte le estrazioni sociali, religiose e politiche completamente paralizzate dal terrore. E non mi riferisco a individui psicotici o maniacali, ma a persone altrimenti sane. Oltre a una pandemia virale, abbiamo una pandemia di paura: paura del virus e paura alimentata dall’attuale clima sociale, comunicativo, economico, politico nonché dall’isolamento. “Pandemia di paura” non è una metafora; è una realtà: questo livello di paura pervasiva e costante fa un danno reale e misurabile».
Dunque da questi studi proposti dal Centro Studi Livatino si desume che
«l’isolamento sociale può uccidere, o comunque nuoce anch’esso alla salute (anche come conseguenza indiretta della ricadute socio-economiche – “il PIL”)». Pertanto, per Cavallo, «Non è vero che le relazioni umane non sono “indispensabili”. Sarà forse così per qualche esponente di governo, ma di isolamento (affettivo e sociale), depressione, disoccupazione, conseguente abuso di alcol e uso di droghe, suicidio, sedentarietà, si muore, esattamente come di Covid. Tutto ciò non può essere negato o trascurato nel momento in cui si assumono le necessarie decisioni per fronteggiare la pandemia di COVID: considerare solo la curva dei contagi o le proiezioni della pressione ospedaliera e della mortalità (quasi sempre con comorbilità) non è sufficiente».
Cavallo non manca di criticare le misure prese dal Governo, in particolare sul distanziamento sociale che certamente non ferma il virus, forse lo rallenta, come si è visto nella prima ondata della primavera scorsa.
«La pandemia non si ferma davanti ai “coprifuoco” e alle altre restrizioni della vita sociale, economica, pubblica: pensare di farlo mettendo in pausa il mondo equivale ad ammazzare il paziente per arrestare l’emorragia». Per fermarla serve secondo Cavallo un vaccino efficace e una percentuale sufficiente della popolazione che abbia acquisito un’immunità duratura.
Pertanto è ragionevole che fino ad allora, ovvero per un tempo non prevedibile e potenzialmente molto lungo, debbano essere caldeggiate o imposte misure di isolamento sociale, «che finiscono col determinare lo stravolgimento del sistema d’istruzione, la sospensione delle attività di cura e supporto di disabili, l’impedimento di attività sportive con risvolti relazionali imprescindibili per bambini e disabili, il rallentamento ulteriore della giustizia di ogni ordine e grado, la chiusura o la significativa compressione di attività commerciali, financo la impossibilità di celebrare sacramenti o partecipare a indispensabili funzioni religiose (come pure è accaduto)?»
E ancora lo studioso del Centro Livatino si chiede se, «È ragionevole continuare a non considerare che se bambini e ragazzi non vanno a scuola e gli adulti sani non lavorano aumenteranno le “morti per disperazione”?»
È giusto far pagare agli studenti, ai disabili, ai malati oncologici, ai soggetto a rischio di malattie cardiovascolari, ai pazienti psichiatrici e ai malati di depressione grave la incapacità del potere pubblico di migliorare in questi mesi l’organizzazione complessiva del sistema sanitario e di altri asset strategici della quotidianità? Possono forse essi morire di tutto purché non di Covid?
Possono essere sbrigativamente liquidate come “non indispensabile”, anzi colpevoli e pericolose, certe attività commerciali di impresa che tra l'altro, in questi mesi nonostante i danni del lockdown di marzo-maggio hanno investito per tenere in piedi la sua attività e mettersi in regola con la convivenza col virus adeguandosi a ogni genere di protocollo? Lo si faceva rilevare in un editoriale di Atlanticoquotidiano: «La richiesta di rinuncia al “superfluo” sembra ragionevole, perché si innesta su una narrazione moralistica della vita a cui siamo stati da sempre sottoposti. Ma ciò che sfugge è che il nostro “superfluo” è l'”essenziale” di altri: per il ristoratore, i suoi camerieri, gli insegnanti di fitness, gli albergatori o gli attori, quel nostro “superfluo” è la vita». (Marco Faraci, “In difesa del “superfluo”: perché è pericoloso lasciare che il governo decida cosa è “essenziale” e cosa no”, 27.10.20, in Atlanticoquotidiano.it)
Chi governa avrebbe dovuto pensare in questi mesi a come rendere possibile la inevitabile convivenza con il virus, adeguando all’emergenza pandemica il sistema sanitario, quello di trasporto pubblico, quello scolastico (reale, non virtuale). Adesso sono intollerabili le minacce di Conte e compagni che se non sappiamo fare bene il nostro compito ci chiude tutto.
Per infettare in modo efficiente le cellule umane, SARS-CoV-2, il virus che causa COVID-19, è in grado di utilizzare un recettore chiamato Neuropilina-1, che abbonda in molti tessuti umani, tra cui le vie respiratorie, i vasi sanguigni e i neuroni. La scoperta rivoluzionaria è stata fatta da un gruppo di ricercatori tedesco-finlandesi guidato dal neuroscienziato Mika Simons, Università Tecnica di Monaco, Germania e dal virologo italiano, e siciliano. Giuseppe Balistreri, Università di Helsinki, Finlandia.
Sul motivo per cui il nuovo coronavirus sia così contagioso, Balistreri, capo del gruppo di ricerca Viral Cell Biology presso l'Università di Helsinki coinvolto nello studio spiega che " era noto che SARS-CoV-2 utilizza il recettore ACE2 per infettare le nostre cellule, ma i virus spesso utilizzano più fattori per massimizzare il loro potenziale infettivo; a differenza del principale recettore ACE2, che è presente in bassi livelli, la neuropilina-1 è molto abbondante nelle cellule della cavità nasale. Si tratta di una localizzazione strategicamente importante che potrebbe contribuire all'efficace infettività di questo nuovo coronavirus, che ha causato una grave pandemia, diffondendosi rapidamente in tutto il mondo”. SARS-CoV-2 infetta anche il sistema respiratorio superiore compresa la mucosa nasale e di conseguenza si diffonde rapidamente. "Questo virus è in grado di lasciare il nostro corpo anche quando semplicemente respiriamo o parliamo", aggiunge Balistreri. "Il punto di partenza del nostro studio è stata la domanda sul perché SARS-CoV, un coronavirus che ha portato a un'epidemia molto più limitata nel 2003, e SARS-CoV-2, si siano diffusi in modo così diverso anche se utilizzano lo stesso recettore principale ACE2" , spiega Ravi Ojha, un giovane ricercatore del team di Balistreri, e uno dei principali contributori dello studio.
Una chiave extra misteriosa sulla superficie del virus
Per capire come queste differenze possano essere spiegate, in collaborazione con il team del professor Olli Vapalahti, Università di Helsinki, i ricercatori hanno esaminato le proteine di superficie virali, gli spikes, che, come ganci, ancorano il virus alle cellule. Balistreri rivela che “quando la sequenza del genoma di SARS-CoV-2 è diventata disponibile, alla fine di gennaio, qualcosa ci ha sorpreso. Rispetto al suo parente più anziano, il nuovo coronavirus aveva acquisito un "pezzo in più" sulle sue proteine di superficie, che si trova anche nei picchi di molti virus umani devastanti, tra cui Ebola, HIV e ceppi altamente patogeni di influenza aviaria, tra gli altri. Abbiamo pensato che questo potesse darci unaa risposta. Ma come?" Il punto di svolta della ricerca è stato quando Ari Helenius, professore emerito all'istituto ETH di Zurigo, Svizzera, ha discusso la questione con due colleghi, gli oncobiologi estoni, prof. Tambet Teesalu, Università di Tartu, Estonia, ed il prof. Erkki Ruoslahti, Università di California, USA. Il professor Teesalu sapeva che la stessa sequenza acquisita dal nuovo coronavirus è presente anche in alcune proteine cellulari e ormoni che utilizzano i recettori della neuropilina. Già nel 2009, il dottor Teesalu e collaboratori avevano suggerito che "forse, come i nostri ormoni, i virus che hanno questa chiave possono utilizzare i recettori della neuropilina per accedere ai tessuti umani".
Insieme, il team di scienziati ha esaminato se le neuropiline fossero importanti per l'infezione da SARS-CoV-2. Gli esperimenti condotti dai team di Simons, Teesalu e Balistreri, insieme ai colleghi dell'Università del Queensland, in Australia, e altri istituti di ricerca ora supportano questa ipotesi. È interessante notare che un team indipendente di scienziati dell'Università di Bristol, nel Regno Unito, ha ottenuto risultati simili e ha confermato che il picco del virus si lega direttamente alla neuropilina-1 (Rif. DOI: 10.1126 / science.abd3072).
Nuova strategia anti-virale in corso
Bloccando specificamente la neuropilina-1 con anticorpi, i ricercatori sono stati in grado di ridurre significativamente l'infezione nelle colture cellulari di laboratorio. “Se si pensa all'ACE2 come a una serratura per entrare nella cellula, la neuropilina-1 potrebbe essere un fattore che indirizza il virus verso la porta. ACE2 è espresso a livelli molto bassi nella maggior parte delle cellule. Pertanto, non è facile per il virus trovare le porte per entrare. Altri fattori come la neuropilina-1 potrebbero aiutare il virus a trovare la sua porta ”, afferma Balistreri.
Poiché i disturbi dell'olfatto sono tra i sintomi di COVID-19 e la neuropilina-1 è nota per essere localizzata nello strato cellulare della cavità nasale, gli scienziati hanno esaminato campioni di tessuto di pazienti COVID-19 deceduti. "Volevamo scoprire se le cellule dotate di neuropilina-1 fossero realmente infettate da SARS-CoV-2 e abbiamo scoperto che era così", afferma Mika Simons, professore di neurobiologia molecolare presso l'Università tecnica di Monaco e co-leader dello studio.
Ulteriori studi sui topi hanno suggerito che la neuropilina-1 consente il trasporto dalla mucosa nasale al sistema nervoso centrale. Agli animali sono state somministrate minuscole particelle delle dimensioni di un virus attraverso il naso. Queste nanoparticelle sono state ingegnerizzate chimicamente per collegarsi alla neuropilina-1. Si è scoperto che dopo poche ore le nanoparticelle raggiungevano i neuroni e i vasi capillari del cervello, mentre le particelle di controllo senza affinità per la neuropilina-1, no. “Potremmo determinare che la neuropilina-1, almeno nelle condizioni dei nostri esperimenti, promuove il trasporto nel cervello, ma non possiamo trarre alcuna conclusione se questo sia vero anche per SARS-CoV-2. È molto probabile che questo percorso sia soppresso dal sistema immunitario nella maggior parte dei pazienti ", afferma Simons.
Balistreri conclude cautamente “è attualmente troppo presto per ipotizzare se il blocco diretto della neuropilina possa essere un approccio terapeutico praticabile, in quanto ciò potrebbe portare a effetti collaterali. Questo dovrà essere esaminato in studi futuri. Attualmente il nostro laboratorio sta testando l'effetto di nuove molecole che abbiamo appositamente progettato per interrompere la connessione tra il virus e la neuropilina. I risultati preliminari sono molto promettenti e speriamo di ottenere convalide in vivo nel prossimo futuro ".
Il lavoro svolto nel laboratorio di Balistreri è stato finanziato principalmente da donazioni e dall'Accademia di Finlandia.
La pandemia da Covid-19 lascerà sicuramente alcune semplici, basilari, norme di educazione: lavarsi bene e spesso le mani, non mettere le dita nel naso, le mani in bocca, non star sempre a toccare gli altri quando si parla. Tossire e starnutire coprendosi accuratamente. Oltre al distanziamento sono le pratiche più utili per evitare il contagio e se ci pensiamo bene, sono cose che dovrebbero essere normali, sempre, a prescindere dalla pandemie. Se facciamo una ricerca in rete troviamo pagine e pagine che insegnano a lavarsi le mani e ci imbattiamo in un personaggio, Ignazio Filippo Semmelweis (1818-1865) che scoprì come il lavaggio delle mani fosse fondamentale per evitare di propagare delle malattie. Questo medico ungherese intuì (1846), lavorando in un ospedale di Vienna, che le mani potessero essere il veicolo di infezioni che funestavano i reparti di ostetricia e che portavano alla morte di molte neo mamme per febbre puerperale. Molti medici che passavano da fare autopsie ai reparti di maternità non si disinfettavano le mani infettando così le mamme, bastava una semplice disinfezione per ridurre notevolmente la mortalità, come facevano le ostetriche in un altro reparto. Ma non fu considerato, anzi, addirittura perseguitato, costretto a trasferirsi e infine rinchiuso in un ospedale psichiatrico con la scusa della pazzia per una presunta sifilide. Qualche anno fa il prof. Giuseppe Sermonti (1925-2018) gli dedicò una “commedia da tavolo”: Il caso Semmelweis, dove in un dialogo avvincente si descrive la stupidità, l’ignoranza degli esponenti della scienza ufficiale di fronte alla realtà che si oppone alle loro convinzioni. Ignoranza che sarà la responsabile indiretta della morte del medico ungherese che, nell’estremo tentativo di dimostrare che le infezioni si trasmettevano con la scarsa igiene, si sarebbe infettato con un bisturi dopo aver sezionato un cadavere infetto morendo proprio per una setticemia. Nel 1864 Louis Pasteur (1822-1895) dimostrò la contaminazione batterica e Semmelweiss, l’uomo che voleva convincere a lavarsi le mani, il “salvatore delle madri”, aveva finalmente ottenuto giustizia. Dopo un secolo e mezzo siamo ancora a raccomandarsi di lavare bene le mani!
Anche stavolta, l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma ha compiuto miracoli ridando una vita normale a 5 bambini e ragazzi in lista d’attesa.
In sei giorni, tra il 19 e il 24 agosto sono stati effettuati 6 trapianti di organi all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. I chirurghi dell’Ospedale hanno trapiantato 4 fegati e 2 reni, provenienti da donatori deceduti, in 5 pazienti in lista di attesa. Gli interventi hanno richiesto la partecipazione, complessivamente, di oltre 50 medici, infermieri, operatori e tecnici sanitari. Per la riuscita della lunga serie di trapianti consecutivi è stato essenziale l'utilizzo dei nuovi sistemi di perfusione extra corporea degli organi. Tutti i pazienti sono ora in buone condizioni.
Tra mercoledì 19 e sabato 22 agosto 3 fegati, prelevati da 3 diversi donatori, sono stati trapiantati in una bimba di 11 mesi affetta da atresia delle vie biliari in lista d’attesa da 40 giorni; in un bambino di 9 anni affetto da tumore epatico in attesa da 8 giorni e in un piccolo di 5 anni affetto da atresia delle vie biliari in lista da 46 giorni. In questi 3 giorni, tra le operazioni di prelievo degli organi in varie città italiane e gli interventi in sala operatoria, l’équipe del Bambino Gesù è stata impegnata per oltre 60 ore.
Invece domenica 23 e lunedì 24 agosto sono stati effettuati gli ultimi 3 trapianti della serie. Gli organi (il fegato e 2 reni) prelevati da uno stesso donatore nella notte di domenica, hanno interrotto l’attesa di due giovani pazienti: un ragazzo di 21 anni, affetto da acidemia metil-malonica (una grave malattia metabolica) in lista da 10 mesi ha ricevuto il fegato e un rene con un trapianto combinato, mentre l’altro rene è stato trapiantato in un dodicenne affetto da una malformazione delle vie urinarie in lista da 11 mesi. In quest’ultimo caso il rene è stato trapiantato dopo 19 ore di perfusione extracorporea con un’apposita apparecchiatura che ne consente una migliore e più lunga conservazione. Prelievo, perfusione e trapianti hanno richiesto 35 ore di lavoro consecutivo.
«La riuscita di questa maratona trapiantologica - afferma Marco Spada, responsabile di Chirurgia epatobiliopancreatica e del Trapianto di fegato e rene - è il risultato dell’impegno congiunto di tante componenti del nostro servizio sanitario: la rete Regionale e Nazionale dei Trapianti, i Centri regionali dove sono stati effettuati i prelievi, le équipe chirurgiche degli ospedali dei donatori e il personale del Bambino Gesù, medici, infermieri, ausiliari, tecnici, autisti. Uno sforzo costante che ci consente di curare sempre più bambini con insufficienza terminale d'organo, garantendo tempi di attesa per il trapianto molto brevi e risultati di assoluta eccellenza».
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