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Il modo migliore di omaggiare Benedetto XVI

La scomparsa del Papa emerito Benedetto XVI ci aiuta a fare delle riflessioni fondamentali sulla sua figura ma anche sulla Chiesa. Si è scritto e si sta scrivendo molto sulla sua figura di grande uomo di Chiesa, vescovo, prefetto della Dottrina per la Fede, Pontefice. Joseph Ratzinger è stato un grande teologo, filosofo, professore, autore di numerosi libri. Cercherò di omaggiare il Papa emerito, presentandolo magari “a caldo”, successivamente approfondiremo meglio il suo grande magistero. Intanto credo si possa a grandi linee scandire la sua vita in quattro momenti: la sua partecipazione al Concilio Vaticano II da consulente teologico dell’arcivescovo Joseph Frings, gli anni di prefetto della Chiesa a fianco di Giovanni Paolo II, gli anni del Pontificato, infine, gli ultimi anni da Papa emerito, anche questi sono importanti come ha detto padre Livio Fanzaga oggi a Radio Maria. Anni in cui Benedetto XVI “non indossava più i mocassini rossi, ma solo un paio di sandali, come un monaco”, scrive nell’introduzione al libro “Ultime conversazioni”, Peter Seewald. Seguirò in parte le conversazioni del Papa emerito con il giornalista tedesco.

Joseph Ratzinger confida al giornalista che in gioventù era progressista come i suoi coetanei.“Volevamo che la Chiesa progredisse ed eravamo convinti che in questo modo sarebbe ringiovanita [...]”. In merito al Concilio, Ratzinger racconta alcuni episodi che lo ha visto protagonista da assistente del cardinale Frings. Nel Concilio a Roma, sperimenta l’universalità del cattolicesimo, la sua pluralità, qui Ratzinger incontra diverse personalità di grande levatura, Lubac, Danielou, Congar. E proprio riferendosi a queste personalità che Ratzinger sostiene che nel 1962, essere progressisti non significava rompere con la fede, bisognava imparare a comprenderla meglio e viverla in modo più giusto, muovendo dalle origini, “Allora credevo ancora che tutti noi volessimo questo”. Il mutamento di tono si percepì più avanti. E sull’interpretazione del Concilio Vaticano II il pensiero di Ratzinger è ben chiaro con il libro intervista “Rapporto sulla Fede” con Vittorio Messori. Per comprendere veramente il Concilio, bisogna ritornare a leggere i documenti conciliari, “tornare ai testi autentici del Vaticano II autentico”. Pertanto, “il Vaticano II non è stato uno “strappo”, una frattura, un abbandono della tradizione. C’è invece una continuità che non permette ritorni all’indietro né fughe in avanti; né nostalgie anacronistiche né impazienze ingiustificate”.

Allora il cardinale Ratzinger da prefetto della Dottrina della Chiesa sosteneva che “Bisogna decisamente opporsi a questo schematismo di un prima e di un dopo nella Storia della Chiesa, del tutto ingiustificato dagli stessi documenti del Vaticano II che non fanno che riaffermare la continuità del cattolicesimo”. Attenzione: “non c’è una Chiesa ‘pre’ o ‘post’ conciliare: c’è una sola e unica Chiesa che cammina verso il Signore, approfondendo sempre di più e capendo sempre meglio il bagaglio di fede che Egli stesso le ha affidato”. Sulla questione del Concilio, sulla sua ricezione, Ratzinger è tornato a parlare il 22 dicembre 2005 da Papa, nel Discorso alla Curia Romana in occasione degli auguri natalizi. Le due ermeneutiche del Concilio, una della discontinuità, della rottura, che si avvale della simpatia dei mass media e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra c’è “l’ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa. Come afferma Giovanni XXIII quando dice che il Concilio, “vuole trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti”.

Ratzinger visse  con grande entusiasmo l’indizione del Concilio ecumenico sperando che potesse essere l’occasione perché i cattolici approfondissero la fede e la trasmettessero con rinnovato entusiasmo. Presto, però, si accorse che era in atto una strumentalizzazione del Concilio stesso da parte di chi voleva farlo diventare uno strumento di rottura con il passato della Chiesa e non, invece, una riforma nella continuità della stessa Sposa di Cristo. Un altro intervento sullo stesso argomento, l’ha fatto nel 2013, pochi giorni prima della rinuncia, per fornire una lettura corretta del più importante avvenimento della Chiesa nel Novecento, il Concilio appunto, in particolare denunciando l’esistenza di un “Concilio dei media” contrapposto all’unico autentico, quello dei documenti.

Ratzinger resta una figura scomoda, sia da professore, da vescovo a Monaco, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma, scrive Seewald, “dove per un quarto di secolo copre le spalle a Giovanni Paolo II, incassando molti colpi”.

Joseph Ratzinger ha criticato e opposto resistenza alla “mondanizzazione” del Cristianesimo. “E’ ingenuo pensare che basti cambiarsi d’abito e parlare con tutti gli altri, perché tutto sia automaticamente a posto [...]”. Rimangono indimenticabili le sue accuse durante la Via Crucis del marzo 2005: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa”, proprio tra quelli che dovrebbero appartenere al Signore. Da Pontefice precisa che i veri problemi della Chiesa “non consistono nel calo dei fedeli e delle vocazioni, ma nel calo della fede. E’ lo spegnersi della coscienza cristiana la causa della crisi, la tiepidezza nella preghiera e nella pratica, nel trascurare la missione evangelizzatrice”. Pertanto, “l’autentica riforma è questione di risveglio interiore, di cuore ardente”.

Seewald  accenna allo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa, sulla serie di omissioni ed errori dovuti alla protezione concessa sia a preti che religiosi. Benedetto XVI ha saputo gestire con fermezza questa tragedia nella Chiesa. Già da quando era prefetto aveva introdotto misure per chiarire e punire i colpevoli.

Per quanto riguarda gli scritti di Papa Ratzinger, Seewald precisa che le encicliche “Deus caritas est”, “Spe salvi” e “Caritas in veritate” hanno raggiunto tirature astronomiche. Mentre molti dei suoi libri sono diventati dei classici, “l’opera in tre volumi su Gesù rende da sola unico questo pontificato”, scrive il giornalista tedesco. Per qualcuno Ratzinger è uno degli ultimi rappresentanti del “genio tedesco”. Per il premio Nobel, Mario Vargas Llosa “è uno dei più significativi intellettuali contemporanei, le cui ‘riflessioni nuove e acute’ forniscono una risposta ai problemi morali, culturali ed esistenziali della nostra epoca”. Un dato significativo è che Joseph Ratzinger è rimasto ai vertici della Chiesa per oltre trent’anni. E’ certamente un dottore della Chiesa dell’età moderna. Peraltro, “lo storico gesto delle sue dimissioni ha cambiato radicalmente il ministero petrino, restituendogli la dimensione spirituale delle origini”. E forse con lui è terminata un’era, può essere considerato “l’ultimo europeo”, come ha ben scritto Daniele Fazio nel suo pregevole intervento (Benedetto, l’ultimo europeo, 31.12.22, europamediterraneo.it) O può essere considerato, “l’ultimo Papa d’Occidente?”, come ha scritto qualche anno fa in un libro, Giulio Meotti. In un post su fb Meotti toglie il punto interrogativo, visto che il papa emerito torna alla casa del Padre. “Era grande, Ratzinger, anche perchè non appena parlava e scriveva accresceva la mappa dei nemici, dentro e fuori la Chiesa [...]Mentre tutti si accecavano di ottimismo, la lampada di Ratzinger illuminava il volto oscuro e nichilista della civiltà. Se ne va l’ultimo colosso della cultura europea, il Solzenitsyn della Chiesa. Arrivederci, Santo Padre”.

Comunque sia quello che si è scritto per Giovanni Paolo II, vale per Benedetto XVI, “Il miglior modo di omaggiare il Papa emerito - scrive Marco Invernizzi -  è, quindi, studiare e diffonderne i preziosi insegnamenti, fedeli al mandato missionario del Concilio Vaticano II” (Benedetto XVI (1927-2022) in memoriam, 1.1.23, alleanzacattolica.org).

Pensare a Joseph Ratzinger/Benedetto XVI significa immergersi nel suo immenso Magistero, prima come teologo, poi come Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, poi come Pontefice e, ancora, come Papa emerito, senza dimenticare il suo straordinario capolavoro dedicato alla vita di Gesù.

Joseph Ratzinger è stato anzitutto un grande teologo, forse il più grande del Novecento. Un teologo mai astratto, sempre attento a verificare lo stato di salute spirituale dei suoi contemporanei. Per questo intuì la grande crisi della fede già nel 1958, dieci anni prima del Sessantotto, scrivendo un testo sui nuovi pagani e la Chiesa, mostrando come i cattolici che in quel tempo riempivano le chiese della Baviera erano semplicemente pagani, non credevano più perché non conoscevano i fondamenti della fede che professavano.

Oggi, di fronte alla sua morte dopo quasi un secolo di vita operosa,  piangiamo  la scomparsa, ma ringraziamo di cuore il Signore per avere concesso alla Chiesa un Pastore così illuminante e un maestro così capace di lasciare un segno indelebile nella vita della Cristianità. Lo ricorderemo pregando per Lui e studiandone con gratitudine il ricco e importante insegnamento.

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