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Sax and the cities: da Giuliani a Casarano, da De Angelis a Vigliar

Rosario Giuliani, Love in Translation, ViaVeneto-Jando Music

Love in Translation è il nuovo disco del sassofonista Rosario Giuliani edito da ViaVeneto/Jazz. Accanto a lui compaiono il vibrafonista Joe Locke, che festeggia una collaborazione ormai ventennale, il bassista Dario Deidda e il batterista Roberto Gatto insomma un quartetto ferrato nel costruire un'atmosfera capace di tradurre in note il senso dell'amore verso quanto si ama e si è amato.
Se l'amore è fisica o chimica e la musica è acustica, allora il jazz, se ben "translated", è uno dei modi per agevolare il processo di trasformazione in un preparato nuovo fatto di sentimenti idee pulsioni che poi si sprigionano in sostanza sonora. I dieci brani rappresentano oltretutto distinte lezioni di come trattare con inventiva e originalità evergreen di Mingus Trenet Young Weiss Porter insieme a composizioni dello stesso Giuliani (fra cui Love in Translation) e di Locke compresa Raise Heaven - to Roy Hargrove, un omaggio al grande trombettista prematuramente scomparso.
Per un album senza spigolature di sorta, un composto di anima e contenuti sottili dedicato all'amore maturo ed a quello che ancora profuma di primo amore.

Casarano/Signorile, D'Amour, Parco della Musica

Tira altra aria (musicale) nel disco D'Amour, a doppia firma del sassofonista Raffaele Casarano e del pianista Mirko Signorile, edizioni Parco della Musica Records.
Si tratta di un tuffo nella canzone francese, affollata di artisti del livello di Trenet e Lasry, Gainsbourg, Piaf, Aznavour...
Il duo produce effetto luci chiaroscurate e trasparenze ritmiche tali che vien da pensare "tertium non datur" nel senso che la soluzione adottata per il palinsesto di otto titoli è la migliore (ancor più che unica, a voler seguire il senso del detto latino) jazzisticamente irripetibile, fra i tanti dardi possibili nell'arco dei nostri arcieri di note. Una musica che colpisce, la loro, come la freccia di Cupido, e si caratterizza, in diversi momenti, per gradi di iterazione in cui roteanti linee melodiche si sovrimprimono per lasciar scorrere il pathos del fiato e fuoruscire all'aperto la tensione dei tasti. La patria musicale di La vie en rose e Hier encore viene qui dipinta con le tinte mediterranee del suo sud alternate a quelle venate del nord di Parigi, ma con lo sguardo affacciato dalla ville lumière: sax (and piano) in the city. Insomma un inno all'amore che trasvola le Alpi per avvicinarci ai nostri cugini ultramontani perchè la musica, almeno quella, non conosce barriere doganali.

Vittorio De Angelis, Believe not Belong, Creusarte

Una nuova proposta discografica di Creusarte vede all'opera, in Believe Not Belong il Vittorio De Angelis Double Trio. E, di grazia, di che tenore è il sax del leader di formazione? Per rimanere a definizioni "urbanistiche" sembrerebbe alquanto "metropolitano". Sarà forse per la formula del doppio trio, tipo quella realizzata da Joshua Redman in Compass del 2009 o da altre formazioni U.S.A. di contemporary jazz vedansi Kamasi Washington (in Black Rain) ed underground alla Jason Lindner. Andando avanti nell'ascolto il sound spazia ecletticamente dall'afrobeat di Fela Kuti (Afrorism) al nu jazz inglese di Soweto Kinch (Step Out). 
Eccola, la strenua mezza dozzina di valorosi artisti che rispondono ai nomi di:
- Domenico Sanna al Rhodes, sinth e basso sinth con Sebi Burgio al piano basso Rhodes;
- Massimo Di Cristofaro e Roberto Giaquinto o Federico Scettri alle batterie;
- Francesco Fratini alla tromba che si aggiunge a a Takuya Kuroda arruolato per omaggiare Roy Hargrove in Roy's Mood.
Una tripla coppia (con ulteriore addizione del bassista Aldo Capasso in tre tracce) che conferisce al tutto una decisa impulsione ritmico/armonica con gli strumenti ed il loro doppio concorrenti, non paralleli, nel convertire ogni possibile "dualismo" in sintesi dialettica. Del giovane De Angelis, napoletano di origine ma residente a Roma, si avverte la mano del didatta Steve Grossman seppure ridefinita in modo personale ed eclettico, alimentata di soul e funky oltre che di jazz, calibrata per stagliarsi sulla quadrifonica sezione ritmica con i fiati del "trio al quadrato" ad accompagnarlo nei sette brani dell'album. 

Gianluca Vigliar, Plastic Estrogenus (A.Ma/Goodfellas)

Siamo la proiezione della nostra estinzione? Il grido d'allarme, che suona come un accorato appello ambientalista, proviene da un disco, Plastic Estrogenus, del Gianluca Vigliar Quintet, edito da A.Ma. / Goldfellas). Ma esiste una certezza.
L'uomo ha il dubbio di esser caduto in errore nell'invadere la città e il mondo di sostanze plastiche e ha l'intelligenza di interrogarsi allo scopo di modificare i propri comportamenti.
I musicisti, che non gestiscono leve di comando politico che orientino le decisioni in difesa della natura, hanno intanto a loro disposizione la musica come "arma" di dissuasione e persuasione dei più.
Il sassofonista-compositore romano ne è consapevole e sposa in pieno la causa di un jazz d'impegno comunque con alle spalle una netta presa di posizione stilistica; che nell'album rivela nella title-track piedi saldamente piantati nel contemporaneo - ed in ciò la ritmica del contrabbassista Luca Fattorini e del batterista Marco Valeri offre un apporto determinante- è intriso di riferimenti extramusicali (uno dei dei sette brani, Apocalypto, di Valerio Vigliar, richiama il film di Mel Gibson del 2006, sul tramonto della civiltá Maya), è riflessivo ed enigmatico in Julaya, ha la tromba inter/intradialogica di Francesco Fratini che ascende libera in Minors mentre, in Taxi Stereo, dopo l'intro dei due fiati, è in evidenza il suono forbito e ricercato del vibrafonista Andrea Biondi. 
La musica si dilata, da sostenuta a frammentaria in Loopy per poi ri/comporsi in Suerte!

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