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Venerdì, 07 Ottobre 2022

Grecia, Ue al lavoro su prestito ponte

Estate 2011, l'Italia è stata artificiosamente portata da Germania e Francia in condizioni psicologicamente simili a quelle della Grecia di oggi. Spread a 500, voci su casse vuote e stipendi pubblici a rischio. Berlusconi, premier in carica, secondo il quotidiano il Giornale  viene convocato di notte in una riunione straordinaria durante un vertice G8. Presenti Merkel, Sarkozy, Zapatero e Obama. Ordine del giorno: l'Italia, se non vuole andare in default, deve accettare un prestito del Fondo monetario internazionale. Tradotto: rinunciare alla sua autonomia e mettersi nella mani di una troika che penserà al nostro bene.

Scrive Alessandro Sallusti al quotidiano il Giornale : Vengono offerti prima 30, poi 50 miliardi. Berlusconi rifiuta, spiega che le cose non stanno così, ma questi insistono. La Merkel rilancia: 70 miliardi. Berlusconi alza i toni. I miliardi diventano 90. Lui si indigna, cerca sponde, Obama è imbarazzato - «sembrava dalla mia parte» disse il presidente allora - ma non ha il coraggio di sospendere l'asta. Berlusconi si alza e se ne va alzando la voce: «L'Italia non è in vendita».

Come ormai noto, il problema Germania e Francia lo risolsero in altro modo. Visto che non riuscirono a comprare l'Italia, via Napolitano si vendettero Berlusconi. Da allora il voto non ha più contato nulla, come oggi in Grecia. Ci hanno dato prima Monti, poi Letta e ora Renzi, e per di più le cose sono solo peggiorate

Cioè la sospensione della democrazia e la cessione della sovranità nazionale, continua Alessandro Sallusti alla sua analisi, alla Germania. Quello che sta accadendo è infatti questo. Un popolo aveva liberamente scelto di affidarsi a un premier nuovo, Tsipras, e attraverso un referendum successivo di confermare tale fiducia  rifiutando di subire i pesanti sacrifici che l'Europa voleva imporgli per risanare i conti. Tutto inutile. In questa Europa il voto non conta e forse non conterà più, sicuramente non com'è avvenuto in questo ultimo secolo. Tsipras, per salvarsi, ha dovuto vendere il suo paese. Prezzo: ottanta, forse novanta miliardi di euro e dare in pegno l'argenteria di famiglia: monumenti, società e quant'altro.

Tsipras ha ceduto, firmato Varoufakis. La debacle di Syriza, oltre che nel Vietnam parlamentare in salsa ellenica a cui si assisterà in Aula, sta tutta nel contro endorsement del suo ex ministro delle Finanze che ieri ha lanciato bordate contro il suo (ex?) partito

«Volevo emettere pagherò, - ha detto - tagliare il valore dei bond greci acquistati dalla Bce e ridurre unilateralmente il debito, ma il partito ha deciso per il no».

I leader europei, è la convinzione di Varoufakis, obbligando Tsipras a firmare questo accordo hanno messo una pietra tombale sul progetto dell'Europa unita. L'immagine del "colpo di Stato" evocata dall'economista, infatti, non lascia molto spazio all'immaginazione. "Nel 1967 - ha ricordato Varoufakis - sono stati i carri armati usati dalle potenze europee a porre fine alla democrazia europea. Nel 2015 un altro colpo di Stato è stato messo in attoi dalle potenze straniere utilizzando, al posto dei tank, le banche della Grecia".

L'unica differenza tra il golpe dei colonnelli e quello dei burocrati, è che questa volta i "poteri" che lo hanno sostenuto hanno chiesto la consegna di tutti i beni pubblici per metterli al servizio di un debito inostenibile e che la Grecia non potrà mai ripagare.

Già, il partito. Il 40enne premier, in sella da appena 160 giorni, è probabilmente giunto al capolinea. Oggi dovrebbero dimettersi quattro ministri pesanti, oltre alla presidente della Camera Zoì Kostantopoulou che potrebbe rallentare i lavori parlamentari, tutti appartenenti alla piattaforma di sinistra di Syriza, l'ala oltranzista attovagliata nel cenacolo culturale di Iskra. Ieri c'è stato il passo indietro anche del sottosegretario agli Affari europei Chountis e l'annuncio di voto contrario da parte degli alleati di governo dell'Anel, con il ministro della difesa Kammenos su tutte le furie per i tagli alla difesa.

Qualche giorno fa si sono astenuti in 30 dal voto parlamentare post referendum, da domani faranno lo stesso ma aprendo di fatto a una nuova maggioranza che dovrà votare le misure lacrime e sangue. Saranno i cento voti dell'opposizione di socialisti, conservatori e centristi ad andare in soccorso a Tsipras, ma la domanda che circola con insistenza nella Voulì ateniese è chi sarà il suo sostituto. Difficile infatti, se non impossibile, continuare con una maggioranza diversa senza un rimpasto che promuova i soccorritori centristi del Potami. Sono loro i nuovi volti della politica greca: giornalisti, intellettuali, storici e volti mai scesi prima nell'agone politico ellenico riuniti attorno alla figura del giornalista televisivo Stavros Theodorakis.

I 30 per ora rimarranno in Syriza, ma non escludono in caso di urne a novembre di guardare oltre, come l'idea circolata nelle ultime ore di un partito-persona dell'ex ministro Varoufakis che ieri ha per l'appunto raccontato il retroscena della sua cacciata. Nelle stesse ore, appena atterrato da Bruxelles, Tsipras ha visto tutte le compagini politiche: prima i compagni di partito di Syriza che gli hanno urlato il loro dissenso, poi gli alleati di destra oggi con lui al governo preoccupati per gli sconfinamenti degli F16 turchi, infine quelli che da oggi formeranno la nuova maggioranza: i pro troika Pasok, Potami e Nea Dimokratia. Con il plauso del presidente della Repubblica Pavlopoulos, il 66enne conservatore che nel 1974 fu segretario del primo capo dello Stato dopo la caduta della Giunta militare. Uno che di terremoti se ne intende.

Lo psicodramma greco è arrivato al dunque. Ancora qualche ora e sapremo se la Grecia ratificherà gli impegni presi nella notte di domenica dal suo leader con il resto d'Europa

La Gran Bretagna fa sapere che non metterà una sterlina per aiutare il salvataggio della Grecia ma, mentre si limano gli aspettiti tecnici del prestito ponte, fonti Ue fanno sapere che per deliberarlo non è necessaria l'unanimità degli Stati. Intanto ad Atene continua la tensione nel partito del premier, Syriza, mentre in Italia non si placano le polemiche degli euroscettici. Il nostro Paese - puntualizza il portavoce del premier Pier Carlo Padoan - non avrà nessun costo per l'Italia visto che i fondi verranno presi dal fondo Esm. Diversi Stati, però, durante l'Ecofin avrebbero manifestato perplessità sull'utilizzo di questo strumento.

È sufficiente una maggioranza qualificata, quindi anche senza Gb, per dare il via libera a un prestito ponte per la Grecia che faccia ricorso al fondo Efsm della Commissione Ue, dove ci sono ancora disponibili 13,2 mld, abbastanza per coprire i 12 urgenti di cui ha bisogno Atene per onorare i pagamenti. Così fonti Ue vicino ai negoziati. Il ricorso a una procedura d'urgenza, come sarebbe quella nel caso Grecia, non necessita dell'unanimità ma solo di una maggioranza qualificata. Inoltre, una volta che Atene avrà il programma di aiuti con l'Esm, nell'arco di circa 4 settimane, il fondo salva stati rimborserà il fondo Efsm della Commissione Ue. La condizionalità necessaria per il Memorandum of Understanding per l'uso dell'Efsm sarebbero le azioni prioritarie di riforma che Atene si è impegnata a realizzare entro domani e poi il 22 di luglio. Ci sarebbe quindi un "costo zero" per i cittadini britannici. Non sarebbe inoltre neanche necessario l'ok formale dell'Europarlamento, che dovrebbe solo essere 'informato'. Le altre opzioni studiate dai tecnici Ue per finanziare a breve termine la Grecia sono l'utilizzo dei ricavi degli interessi dei bond greci detenuti dalla Bce (Smp) per il 2014-2015 e un'anticipazione di quelli sino al 2018 (il lasso temporale del programma triennale Esm chiesto da Atene), un prefinanziamento dai fondi strutturali Ue disponibili attualmente nel bilancio (ma sono solo 500 mln per il 2015), prestiti collaterali e bilaterali da parte degli stati membri, e un sistema di Ious con l'innalzamento del tetto di T-bills, che però pare il più tecnicamente complesso di tutti.

"L'eventuale finanziamento della Grecia da parte del fondo Esm non comporta alcun esborso da parte dei singoli Stati membri": così il portavoce del ministro dell'economia Pier Carlo Padoan. "La quota di capitale Esm di competenza dell'Italia è già stata completamente versata nel 2014 e contabilizzata nel debito", ha aggiunto.

"Confermo che ci sono preoccupazioni sull'uso del fondo Ue Efsm sollevate da molti Stati, certamente è qualcosa che dobbiamo prendere in considerazione, ma ora dobbiamo trovare l'opzione migliore": lo ha detto il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis al termine dell'Ecofin. Le opzioni "sono quasi tutte complesse, hanno complicazioni legali e finanziarie, quindi occorre trovare la strada migliore in questa complicata situazione", ha aggiunto.

Adesso anche l'Italia ha paura. Perché l'incubo, che stanno vivendo in questi giorni i greci, potrebbe essere vissuto anche dagli italiani.

L'ultimo allarme arriva dall'ennesima impennata del nostro debito pubblico

"Il debito era a quota 2.134,9 miliardi a fine 2014 - si legge nel supplemento finanza pubblica al bollettino statistico dell'istituto di via Nazionale - e raggiunge i 2.218,2 miliardi alla fine di maggio 2015". Nel solo mese di maggio il debito è cresciuto di 23,4 miliardi, oltre il fabbisogno (4,3 miliardi) per un aumento delle disponibilità liquide del Tesoro, ma anche per il calo dell’euro e le condizioni di mercato sui bond. I dati pubblicati dalla Banca d'Italia non fanno dormire sonni tranquilli a Matteo Renzi che, mentre l'Unione europea si sgretola in Grecia, è volato in Africa. "Quello che stanno facendo con la Grecia, che è meno della Lombardia - lo avverte il leader della Lega Nord, Matteo Salvini - un domani lo faranno all’Italia, che non è la Grecia, cha ha un’industria ben più sviluppata, un artigianato ben più sviluppato, che ha dei beni preziosi come Enel, Eni, Fincantieri, Finmeccanica, che a qualcuno fanno gola".

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