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Venerdì, 27 Novembre 2020

Dalla terra del lavoro alla “terra dei fuochi”

cop non aspettiamo l'apocalisse.

Nel luglio scorso ho presentato l’interessante esperienza di don Antonio Loffredo che sta portando avanti nel “rione Sanità” di Napoli, contribuendo a far rinascere un ambiente fin troppo difficile. Ora vorrei presentare un’altra esperienza altrettanto difficile dove è protagonista un altro prete, padre Maurizio Patriciello che opera sempre nello stesso ambiente napoletano, però in provincia: a Caivano, nella cosiddetta “Terra dei Fuochi”. Lo faccio dopo aver letto un agile pamphlet, “Non aspettiamo l’apocalisse” , scritto a quattro mani, da padre Maurizio Patriciello e da Marco Demarco, (Rizzoli, 2014).

“Padre Patriciello vive nella fede, - scrive Marco Demarco - ma si batte per il più umano dei diritti: il diritto al respiro. E, dopo una vita nella puzza e tra i veleni, saltando anche da una discarica all’altra, alla fine rivendica anche un altro diritto: quello alla bellezza, a vivere nell’armonia del creato”.

E già qui si potrebbe fare la stessa domanda che ho posto, per don Loffredo: è giusto che un prete si occupi oltre che della salute delle anime anche della salute del corpo, dell’ambiente, della società? Se non lo fa nessuno probabilmente è opportuno che lo faccia. Infatti padre Maurizio lo scrive provocatoriamente nel libro: “Perché io? Perché me ne sono dovuto occupare io, che faccio il prete e guadagno trentatré euro al giorno, e non un rappresentante del popolo, un parlamentare, uno di quelli che sono eletti proprio per questo e che per questo hanno indennità, compensi, privilegi e potere? Ecco perché molta gente ormai se ne sta a casa invece di andare a votare.

Padre Patriciello non è un politico ma un semplice sacerdote divenuto nel giro di pochi mesi il leader del movimento civile che chiede con urgenza la bonifica della terra dei fuochi. In pratica di quel territorio tra Napoli Nord e Caserta Sud, nell’Agro aversano, proprio tra Aversa, Acerra, Caivano e Castel Volturno. Il territorio è diventato una delle più grandi pattumiere del mondo, una terra dei veleni, dove si muore prima del tempo. Tutto ha avuto inizio nella notte dell’8 giugno 2012, quando padre Maurizio si sveglia assalito da una puzza insopportabile a cui è impossibile sfuggire. Subito dopo apre il computer e su facebook comincia a raccogliere la protesta della gente che, impotente, si è vista man mano avvelenare la propria campagna.

E’ una faccenda che dura almeno da due decenni, in questo territoriosono stati scaricati dieci milioni di tonnellate di rifiuti, quelli provenienti dalla città di Napoli e poi anche da altre regioni italiane, soprattutto del Nord. Peraltro, dopo numerose inchieste giudiziarie, la nomina di diversi commissari straordinari non si è riusciti a risolvere nulla. E soprattutto nessuno ha pagato. Per questo che padre Patriciello ha deciso di rompere la “rimozione collettiva” che ormai aveva conquistato tutti.

Ecco perché davanti all’inesorabile avanzare del percolato che gocciola dall’immondizia in putrefazione minacciando le falde acquifere, davanti alla devastazione che ha invaso campi un tempo fertilissimi, inoltre davanti all’impennata delle morti per tumore anche fra bambini, il parroco ha capito che doveva andare avanti. Ha scritto e mandato lettere a tutti a cominciare da Papa Francesco, del presidente della Repubblica Napolitano, ai vari prefetti per sensibilizzarli sul disastro ambientale e umano.Ha inviato perfino delle cartoline, chiamate appunto, “cartoline del dolore”, dove c’erano delle mamme della Terra dei Fuochi, che si sono fatte fotografare per rendere testimonianza del loro dolore per aver perso i loro piccoli uccisi dal cancro.

Per scongiurare l’apocalisse, che i rifiuti tossici e del traffico illegale hanno provocato, ha intrapreso la battaglia di denunce che racconta in questo libro. Tutto comincia nel 1991 quando un autista di camion si presenta alla clinica “Pineta Grande” di Castel Volturno, sofferente, dichiara di aver perso la vista. Si apre l’inchiesta “Adelphi” e da qui, tutte le altre inchieste, fino ad arrivare a ben ottantadue, un numero impressionante. Centinaia di imputati, tutti prosciolti. Assoluzione con formula piena. Tutti liberi. Fino a quello del maxiprocesso per il disastro rifiuti a Napoli, sul finire del 2013. Padre Patriciello si chiede: “i cumuli per strada, i titoli sui giornali, gli scandali per terreni acquistati a uno e venduti a mille (quelli per depositare le ecoballe), e i turisti che si facevano fotografare col fazzoletto al naso? Tutto normale, tutto giudiziariamente non rilevante”. Però, l’improvvisa cecità del camionista che ha fatto partire le indagini, quella almeno, a qualcosa è servita: paradossalmente ha aperto gli occhi a molti.

Il testo di Patriciello e Demarco citano naturalmente, Gomorradi Roberto Saviano, che per primo aveva aperto uno squarcio sul grave inquinamento ambientale. Si parla delle colonne di Tir, centinaia alla settimana, migliaia all’anno, che i vari clan hanno portato in questo territorio le scorie delle combustioni industriali e della metallurgia termica dell’alluminio, etc. “E, ancora, rifiuti prodotti da petrolchimici storici come quelli dell’ex Enichem di Priolo in Sicilia, i fanghi conciari della zona di Santa Croce sull’Arno, nella Toscana centrale, quelli dei depuratori di Venezia e di Forlì”. E poi ci sono i roghi, “Perché così tanti e perché tutti qui?” Si chiede padre Patriciello. Il libro naturalmente fa riferimento alle esplosive dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone. E perché lo Stato, le istituzioni, per quasi vent’anni, li ha tenute nascoste, mentre sul territorio costruivano case, strade e campi di calcio. “Spieghi perché non ha avvisato i cittadini del pericolo incombente che correvano, come era suo dovere fare”. “Chi può dire che lo Stato non sapeva?” E qui tira in ballo anche il presidente Napolitano che quando era ministro degli interni, lui sapeva dei verbali di Schiavone. Anche se ora il 3 gennaio scorso, ha cercato di rimediare con una lettera inviata a padre Patriciello ringraziandolo per il suo impegno.

Tuttavia padre Maurizio nei confronti dei responsabili dello scempio del suo territorio, ha cercato sempre di buttare acqua sul fuoco: “Chiedo a tutti voi un sacrificio- ha detto nell’omelia della Messa natalizia – “(…) Questa sera dovete pregare anche per loro, per chi ci ha avvelenato, per chi si è lascito corrompere, per chi ci ha tradito”.

Peraltro l’esperienza dei vari Comitati della Terra dei Fuochi, una partecipazione dal basso delle singole persone, che stanno dimostrando tanto senso civico, per padre Maurizio, “è una realtà che i sociologi della politica farebbero bene a studiare (…) sta nascendo qualcosa di nuovo che già supera l’esperienza dei partiti vecchi e nuovi”.

In questa faccenda è opportuno fare un ultima considerazione sulla Chiesa in generale e quella napoletana in particolare. E’ singolare che siano gli uomini, i religiosi a mettersi in gioco in questa difficile partita. “E’ per amore del mio popolo, non tacerò”, diceva don Diana. E padre Patriciello ci tiene a ricordare la data del 16 novembre 2012, quando i vescovi di Aversa, Caserta, Capua, Acerra, Nola, Pozzuoli e Napoli, “oramai noti come i vescovi della Terra dei Fuochi, anzi proprio così che si firmano, diffondono un durissimo documento contro i rifiuti tossici”. E’ un atto dirompente, oltre che una bomba mediatica. I vescovi campani con a capo il cardinale Crescenzio Sepe, sono ormai in prima linea, denunciano tutti, non risparmiano nessuno. A cominciaredai criminali che senza scrupoli in questi anni hanno avvelenato la terra, l’acqua, l’aria, attraverso milioni di tonnellate di rifiuti industriali. Fino alle istituzioni locali e nazionali che non hanno controllato e sorvegliato. Il documento è anche importante perché per certi versi anticipa certezze che ancora non hanno acquisito la scienza e la politica. Ed è un fatto paradossale per padre Patriciello che proprio la Chiesa che a volte viene tacciata come oscurantista, sorda di fronte a certe o presunte scoperte della Scienza, in questo caso la Chiesa anticipa la Scienza, gli esperti, i professori universitari che ancora non hanno voluto o sono incapaci di capire per esempio perché tanti uomini e donne muoiano nello stesso territorio perché ammalati di cancro.

 

 

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