Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Giovedì, 05 Novembre 2026

Enzo Foglia ancora una vo…

Ago 31, 2026 Hits:1417 Crotone

Il Dialogo dei Due Pianof…

Giu 30, 2026 Hits:1314 Crotone

Santa Severina aderisce a…

Giu 18, 2026 Hits:1295 Crotone

Vincenzo Grandinetti stre…

Giu 16, 2026 Hits:1578 Crotone

Ok alla mozione riguardo …

Giu 09, 2026 Hits:1187 Crotone

Il docufilm “Sacro Cuore:…

Giu 08, 2026 Hits:1219 Crotone

La “Pier Giorgio Frassati…

Giu 03, 2026 Hits:1320 Crotone

Corso BLSD al Filolao di …

Mag 29, 2026 Hits:1209 Crotone

Individuati all’IFOM di Milano alcuni meccanismi attraverso i quali la proteina BCR controlla la crescita di forme aggressive di linfoma non-Hodgkin, il primo autore un giovane ricercatore di Locri che ora continua la sua ricerca a New York dopo aver lavorato nell’Istituto milanese . I risultati indicano l’opportunità di monitorare con un semplice test di laboratorio l’espressione di BCR nelle cellule tumorali a partire dalla diagnosi. I nuovi dati indicano anche come migliorare le attuali terapie per la cura di diverse forme di linfomi e leucemie, proponendo approcci terapeutici basati su combinazioni di farmaci La ricerca, i cui risultati sono pubblicati recentemente sulle pagine dell’autorevole rivista scientifica Nature, è stata possibile grazie al sostegno della Fondazione Armenise-Harvard e di AIRC.

I linfomi sono tumori del sangue che colpiscono comunemente uno dei principali attori del sistema immunitario: i linfociti B.

Reclutati per difenderci dall'attacco di agenti quali virus e batteri, i linfociti B riconoscono gli intrusi catturandoli grazie a recettori esposti sulla loro superficie, detti immunoglobuline (o BCR, da B cell receptor). L’intercettazione di patogeni da parte del BCR stimola i linfociti a proliferare e quindi a rilasciare forme solubili delle stesse immunoglobuline che facilitano la rapida neutralizzazione dell’agente infettivo.

I linfociti B, mentre proliferano in risposta a un virus o batterio, acquisiscono mutazioni “benigne” a carico dei geni del BCR, necessarie a migliorare l’efficienza nel legare e neutralizzare il patogeno. Questo processo, non scevro da errori, può, a bassa frequenza, causare mutazioni in geni diversi dal BCR, che occasionalmente provocano l’insorgenza di linfomi o leucemie. In queste forme tumorali, il BCR rimane espresso sulla superficie dei linfociti B neoplastici, favorendone la crescita. Ciò ha reso il BCR, un bersaglio elettivo della terapia di diverse forme di linfoma non-Hodgkin, nonché della leucemia linfatica cronica, la forma più comune di leucemia dell’adulto. Gabriele Varano, ricercatore prima dell’IFOM di Milano e oggi dell’Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York è primo autore con il suo maestro Stefano Casola, medico ricercatore direttore del programma “Immunologia molecolare e biologia dei linfomi” dell’IFOM di Milano, dello studio pubblicato recentemente  sull’autorevole rivista Nature. I risultati dello studio mettono in guardia dai potenziali rischi di terapie anti-BCR, svelando, allo stesso tempo, strategie per rendere tali terapie più efficaci. Studiando in topi di laboratorio il linfoma di Burkitt, una forma aggressiva di linfoma non-Hodgkin, i ricercatori hanno notato che cellule tumorali private del BCR continuavano sorprendentemente a crescere. Viceversa, le stesse soccombevano rapidamente quando conservavano il BCR. I risultati hanno portato a ipotizzare che il BCR avvantaggi le cellule di linfoma che lo esprimono e allo stesso tempo freni la crescita di quelle che lo perdono. Grazie alla consolidata e proficua collaborazione con il professor Fabio Facchetti dell’Università di Brescia, e il professor Maurilio Ponzoni dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, si è rapidamente passati dallo studio in topi di laboratorio all’analisi di campioni umani di linfoma di Burkitt.

“I risultati osservati nei topi di laboratorio ci hanno entusiasmato e spronato immediatamente a verificare l’esistenza di un meccanismo analogo nei corrispondenti linfomi umani – commenta Ponzoni –, e questo nonostante i risultati non fossero del tutto in linea con quanto finora universalmente accettato”. “Analizzando un’ampia casistica di biopsie di linfoma di Burkitt rigorosamente selezionata con test genetico-molecolari e utilizzando metodiche di morfologia molecolare a multipli marcatori, è stato possibile dimostrare – aggiunge Fabio Facchetti – che una parte di questi tumori non esprimono il BCR, talora nella larga maggioranza delle cellule linfomatose, in altri casi in una frazione di esse.” Sostenuto da queste osservazioni, Stefano Casola offre spunti di riflessione per nuove prospettive terapeutiche agli oncologi. “Mentre i farmaci anti-BCR inibiscono la maggioranza della popolazione tumorale di linfomi e leucemie che esprimono il BCR, essi rischiano paradossalmente di favorire la crescita di rare cellule tumorali prive del BCR, che a loro volta possono rendersi responsabili di una possibile ripresa della malattia”.

Lo studio pubblicato su Nature fornisce indicazioni su come sia possibile evitare questo scenario. Grazie a studi in topi di laboratorio – chiarisce Gabriele Varano, primo autore  – abbiamo identificato un tallone di Achille, per così dire, delle cellule di linfoma prive del BCR”. “Abbiamo scoperto – continua Varano – che queste cellule sono particolarmente sensibili a stress nutrizionali, e questo le rende bersagli preferenziali di farmaci quali la rapamicina”.

I risultati dello studio, se confermati in studi clinici prospettici, potrebbero portare alla revisione delle attuali procedure diagnostiche e terapeutiche di pazienti affetti da linfomi e leucemie a cellule B. Infatti, combinando un semplice test di laboratorio ad analisi istologiche su materiale ottenuto da biopsia o da un esame del sangue, si potrebbe monitorare lo stato del BCR nella popolazione delle cellule tumorali. Queste informazioni – conclude Casola – potrebbero aiutare l’oncologo a progettare terapie personalizzate in cui a inibitori farmacologici del BCR possano eventualmente essere abbinati farmaci quali la rapamicina per combattere la complessità e l’eterogeneità del tumore.

Questa ricerca non sarebbe stata possibile senza il contributo fondamentale, tra gli altri, della Fondazione Armenise-Harvard e dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) e della Fondazione Umberto Veronesi per la borsa di studio di Gabriele Varano.

 

A Siracusa il 9 e 10 giugno 2017, nell’Auditorium del Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi”, si è svolto il convegno internazionale sulla psicoterapia della Gestalt organizzato dall’Istituto di Gestalt HCC Italy, Scuola di Specializzazione in Psicoterapia, diretto da Margherita Spagnuolo Lobb, in collaborazione con l’INDA. Il convegno, dal titolo “La danza tra psicoterapeuta e paziente. Dia-gnosi estetica e fenomenologica in psicoterapia della Gestalt”, ha descritto uno sguardo nuovo sulla cura della sofferenza relazionale. La dott.ssa Margherita Spagnuolo Lobb, direttrice dell’Istituto, afferma che: “In un’epoca in cui le persone soffrono di desensibilizzazione, dissociazioni, disturbi d’ansia e depressione, la psicoterapia non può continuare a curare solo il sintomo, ma deve rivolgersi a ciò che accade tra terapeuta e paziente, al riconoscimento non solo del pensiero ma anche del processo corporeo del paziente. L’accento posto sul concetto psicoanalitico di neutralità oggi viene rivisitato considerando il coinvolgimento relazionale, che è considerato tra i fattori più importanti della cura psicoterapica”.

La dott.ssa Spagnuolo Lobb ha dialogato con Nancy McWilliams (Rutgers University, New Jersey, USA), una psicoanalista molto nota e particolarmente stimata per le sue qualità umane, curatrice del nuovo Manuale Diagnostico Psicodinamico, già presidente della Divisione di Psicoanalisi (29) dell’American Psychological Association (APA). Il prof. Santo Di Nuovo (Università di Catania), il dott. Paolo Migone (rivista “Psicoterapia e Scienze Umane”) e il dott. Pietro A. Cavaleri (Istituto di Gestalt HCC Italy) hanno commentato sia le relazioni che le sedute delle due psicoterapeute, creando ponti tra due linguaggi diversi ma entrambi aperti a sperimentare nuove metodiche. Sintonizzazione, risonanza, spontaneità, conoscenza relazionale estetica, sono stati alcuni dei concetti su cui i due approcci si sono confrontati.

Due sedute dal vivo condotte dalle due relatrici hanno consentito di applicare alla pratica clinica le aperture fenomenologiche della psicoanalisi e la focalizzazione sull’esperienza della psicoterapia della Gestalt.

Il confronto diretto e piuttosto insolito tra psicoanalisi e psicoterapia della Gestalt si è svolto di fronte ad un pubblico anch'esso eterogeneo: psicoterapeuti di vari approcci e di tutte le età e professionisti delle relazioni d'aiuto, provenienti da diverse parti d'Italia e non solo, si sono mostrati attenti e particolarmente incuriositi dall'evento.

Il convegno si è chiuso con progetti concreti di sviluppo di questo scambio e un appuntamento tra qualche anno a Siracusa..

A Siracusa il 9 e 10 giugno 2017, nell’Auditorium del Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi”, dalle 9.00 alle 17.30, si svolgerà il convegno internazionale sulla psicoterapia della Gestalt organizzato dall’Istituto di Gestalt HCC Italy, Scuola di Specializzazione in Psicoterapia, diretto da Margherita Spagnuolo Lobb, in collaborazione con l’INDA.

Il titolo “LA DANZA TRA PSICOTERAPEUTA E PAZIENTE, Dia-gnosi estetica e fenomenologica in psicoterapia della Gestalt” sottolinea l’importanza di uno sguardo nuovo sulla sofferenza umana. Come afferma la direttrice dell’Istituto: “Le tragedie classiche ci insegnano che i drammi della vita vanno vissuti, attraversati, onorati, e non meramente oggettivati in una categoria dei manuali. Oggi viviamo una condizione di desensibilizzazione preoccupante, davanti alla quale gli esperti suggeriscono innanzitutto una rivitalizzazione delle relazioni, e la condivisione della risonanza che ognuno di noi ha davanti ai drammi contemporanei”.

Ospite d’onore del convegno è Nancy McWilliams, della Rutgers University (New Jersey, USA), una psicoanalista molto nota e particolarmente stimata per le sue qualità umane, curatrice del Manuale Diagnostico Psicodinamico, già presidente della Divisione di Psicoanalisi (29) dell’American Psychological Association (APA).

Dialogheranno con lei sui concetti di ricerca in psicoterapia, sintonizzazione, risonanza, spontaneità nella relazione terapeutica, accademici e didatti della Scuola di Specializzazione, tra cui:

·         Margherita Spagnuolo Lobb (Siracusa), Pietro A. Cavaleri (Caltanissetta) e altri didatti dell’Istituto di Gestalt HCC Italy

·         Santo Di Nuovo (Università di Catania)

·         Madeleine Fogarty (Università di Melbourne, Australia)

·         Paolo Migone (rivista “Psicoterapia e Scienze Umane”)

Saranno eseguite dal vivo due sedute dimostrative: una condotta da Margherita Spagnuolo Lobb e l’altra da Nancy McWilliams.

Il convegno è rivolto a psicoterapeuti, psichiatri, psicologi, assistenti sociali e a tutti i professionisti delle relazioni di cura.

A chiusura di ogni giornata sarà possibile recarsi al Teatro Greco usufruendo di uno sconto sul costo del biglietto.

Il termine “praxia” deriva dal greco e significa “agire - fare”. In campo medico e, più propriamente, in neurologia, con l'espressione disprassia vengono indicate le problematicità che una persona incontra nel compiere, in modo corretto, gesti e movimenti finalizzati al compimento di una azione.

In un recente passato è stata considerata come difficoltà di coordinazione motoria. La ricerca contemporanea, invece, ne dà una spiegazione maggiormente globale e completa, considerandola come difficoltà di effettuare gesti ed atti volontari in successione, comunque collegati tra di loro.

La cause, i motivi per cui insorge non sono stati ancora sufficientemente indagati in modo chiaro ed esaustivo. È stata esclusa, comunque, ogni possibilità che la disprassia possa dipendere da probabili lesioni cerebrali. Si ritiene, invece, che sia determinata da inesperienze e difficoltà di agire di taluni contatti a livello neurologico.

La disprassia è, come prima cosa, un disturbo della coordinazione motoria; infatti, può coinvolgere la sfera motoria, chiamando in causa e implicando alcuni elementi della normale vita di tutti i giorni.

Può interessare anche l'ambito verbale.

Ma, in effetti, quali sentimenti avvertono i genitori nel momento in cui assumono consapevolezza che il proprio figlio è disprassico? Quali comportamenti e quali atteggiamenti devono assumere nei suoi confronti? Cosa è necessario fare per cercare di aiutarlo? In che modo è opportuno relazionarsi con il personale scolastico? Ma, soprattutto, cosa è necessario fare per far capire ad amici e parenti che il proprio figlio presenta queste particolari difficoltà?

Proviamo a capire, anzitutto, che cosa è, come si manifesta e come affrontare la disprassia.

Giacomo è un bambino come tanti. Si alza al mattino e chiede alla mamma: “che ore sono?” Le sette e trenta, risponde la madre. E lui: “ma adesso sono le sette e trenta del mattino oppure è sera?”. E la madre: è mattino. Dai, muoviti; sbrigati a fare la colazione altrimenti arriverai, anche oggi, tardi a scuola. Giacomo ritorna nella sua stanzetta per vestirsi, ma sbaglia direzione e urta contro una sedia, rovesciandola per terra. Entrato nella camera le difficoltà sembrano aumentare. Deve vestirsi. Ma da dove incominciare! Cerca di mettersi la maglia, ma sbaglia e inserisce un braccio dalla parte del collo; infila il pantalone, inciampa e cade per terra; la camicia è tutta fuori dai pantaloni ancora da abbottonare; anche i piedi non sempre finiscono nella scarpa giusta.

Altro arduo compito è rappresentato dalla colazione: prova a versare il latte nella tazza ma imbratta la tovaglia; aggiunge lo zucchero al latte e ne sparge un mezzo cucchiaino sul tavolo; incomincia a mangiare e già la maglietta risulta alquanto imbrattata.

Ma è ora di andare a scuola. Giacomo apre la porta, si precipita fuori, raggiunge lo scuolabus, ma ha dimenticato di prendere la cartella. La madre gli corre dietro e risolve l'inconveniente. Arrivato in classe, l'insegnante, dopo aver spiegato la lezione, comincia a dettare l'esercizio; Giacomo non riesce ancora a  trovare il quaderno a righe. I suoi compagni hanno già finito il compito e iniziano a consegnare il quaderno all'insegnante per la correzione. Ed ecco che, finalmente, il quaderno viene fuori.

Durante la lezione di educazione motoria l'insegnante accompagna la scolaresca in palestra per disputare una partita a palla a volo. Giacomo non riesce a prendere la palla. Ed ecco che, angosciato, abbandona il gioco e si allontana dicendo: “è un gioco molto sciocco e noioso. Non mi piace per niente”.

Mentre i suoi compagni continuano a giocare nella palestra e tutto intorno risuonano grida e risate gioiose, Giacomo appare sempre più solo, sempre più escluso, sempre più emarginato.

Ma, in effetti, che senso potrebbe avere e quali risultati potrebbe sortire sgridare un bambino come Giacomo? 

Sono, questi, dei bambini che non hanno cognizione alcuna dello spazio.

A volte, a scuola, durante la lettura di un brano, anche se molto semplice, invertono le sillabe.

Spesso, questi comportamenti, determinano effetti negativi sull'autostima, per cui, il bambino, finisce con l'avere sempre meno fiducia nelle proprie capacità. Ed, inoltre, nel momento in cui si convince di non essere in grado di svolgere quelle attività, quelle operazioni che i suoi coetanei effettuano in modo alquanto naturale, finisce con il rinchiudersi, ancora di più, in se stesso.

La disprassia non sempre viene diagnosticata e riconosciuta, anzi, il più delle volte, sia la famiglia, sia la scuola tendono a non prendere nella dovuta considerazione le disfunzioni, il senso di malessere e il disagio che il bambino avverte. Ed è solo quando, all'interno della classe, questi alunni rappresentano elemento di distrazione e di disturbo per l'intera scolaresca che insegnanti e genitori incominciano a valutare e chiedersi il perché di siffatti comportamenti.

Non sono pochi i casi in cui i genitori vivono queste difficoltà del figlio come una vera e propria sconfitta personale; altri, invece, propendono a considerare l'azione svolta dalla scuola come una interferenza a quelle scelte che competono, invece, in modo specifico e solo alla famiglia; altri ancora ritengono che le risorse di cui la scuola dispone siano del tutto insufficienti; altri sono sempre più convinti che il personale scolastico sia del tutto impreparato ad affrontare queste problematiche; infine ci sono quelli che nutrono, forse perché si sentono impotenti di fronte ad un simile problema, una innata sfiducia nelle istituzioni e, in particolare, nella scuola.

Questi genitori, pur rendendosi conto che il proprio figlio presenta dei comportamenti anomali ed inconsueti, avvertono un forte senso di impotenza e non sanno proprio cosa sia opportuno fare. Ed ecco la soluzione più semplice: ogni colpa ed ogni responsabilità viene addebitata alla scuola, definendo l'intera sua azione didattica ed educativa alquanto discutibile e inadeguata, se non, del tutto, scadente.

Talune volte si ascoltano commenti da parte del personale scolastico il quale asserisce: “è un bambino che non sta mai fermo, si distrae sempre. Disturba  l'intera classe e non si riesce mai a lavorare con un poco di tranquillità. A casa fa tutto sua madre. Continuando così non imparerà mai. A lui non interessano affatto i lavori che facciamo a scuola. Trascorre il tempo sempre da solo. È un bambino poco socievole. Preferisce stare in disparte.

È un bambino intelligente, ma non si applica affatto. Con il passare del tempo migliorerà di certo”.

Da queste parole appare evidente una mancata consapevolezza, da parte del personale docente, dell'esistenza di disturbi nell'alunno.

Si tende ad addebitare le difficoltà allo scarso impegno, alla iperprotettività, alla famiglia, alla svogliatezza.

Ed ecco che emerge l'importanza di un intervento precoce sia sul versante terapeutico, sia su quello educativo e didattico.

Un intervento didattico, però, che non può basarsi sull’improvvisazione, ma sulla conoscenza di quei metodi che hanno dato risultati positivi e sono stati supportati da ricerche scientifiche.

Il metodo spazio-temporale ideato da Ida Terzi (1905-1997) per i bambini non-vedenti, è un sistema di esercizi senso-motori che sviluppa la capacità di integrare le informazioni spazio-temporali che giungono al nostro cervello dai diversi canali percettivi.

Questo metodo si è rivelato molto utile anche nel recupero dei soggetti disprassici.

L'impegno tanto della scuola quanto della famiglia e, soprattutto, dei servizi specialistici è quello di fare in modo che i bambini affetti da questi disturbi possano arricchire le loro potenzialità e, in particolar modo, integrarsi nella scuola e, di conseguenza, nel contesto sociale.

Sarebbe veramente bello operare in maniera tale che questi alunni non fossero più considerati solo un problema e un peso da sopportare, ma divenissero, prima di tutto, un progetto da realizzare.

E allora mettiamoci in cammino, perché, come sosteneva Ida Terzi “…nel nostro continuo andare e venire per il mondo esterno, noi non facciamo altro che ragionare, e bene, con i piedi”.

                                                                                                                       

 

 

 

 

 

 

Sono trascorsi decenni da quando si è iniziato a parlare di depressione tra i giovani e giovanissimi, ma di recente alcune associazioni che si occupano o si sono occupate del fenomeno, hanno lanciato un allarme preoccupante basata sui dati forniti dagli istituti di psichiatria: secondo alcune stime sono circa 1milione i giovani depressi: l'8% dei giovani soffre di nevrosi d'ansia e il 5% di depressioni gravemente limitanti. Inoltre per sette ragazzi su cento, che hanno oggi fra i 18 e i 24 anni, la malattia è cominciata prima della maggiore età. La questione più preoccupante è che spesso il "male di vivere", che può colpire gli adolescenti, non sempre è dichiarato a voce alta. Tanto da passare inosservato. I giovani colpiti, manifestano intenzioni di suicidio e soffrono di disturbi della personalità, di tipo ansioso o maniaco-depressivo. E il fenomeno sembra essere in aumento. Infatti, questa sofferenza non sempre è colta dalla famiglia, anzi risulta che spesso venga nascosta e non curata per vergogna o pregiudizio. Anche per questo probabilmente sono ancora pochi i casi che vengono diagnosticati in modo corretto e ancora meno quelli trattati correttamente. Dal manifestarsi dell'ansia alla cura del giovane sofferente passa molto, troppo tempo. In media da nove mesi a cinque anni, con un 30% di pazienti che non riceve cure adeguate e un 40% che non assume alcuna terapia".E ciò non fa che aggravare la malattia. Del resto per i genitori come per i docenti è difficile fare una diagnosi chiara e precoce perché i sintomi di una depressione adolescenziale sono atipici o vengono facilmente mascherati da problemi fisici o da altre condizioni in apparenza completamente estranee a questo tipo di patologia. Ad esempio i disordini alimentari (anoressia e bulimia), il desiderio di dormire continuamente, l'insonnia, i dolori cronici, le cefalee e i disturbi gastro-intestinali possono nascondere una causa più profonda. Come pure l'abuso d'alcol e di droghe leggere. O i problemi di concentrazione e l'iperattività. Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”- anche per l’angosciante aumento di suicidi e casi psicopatologici di tipo depressivo tra i giovani– invita tutte gli enti istituzionali che per le rispettive competenze si occupano dell’argomento, ad adottare politiche più incisive e a potenziare l’attività degli “sportelli psicologici”, mettendo comunque al primo posto campagne di prevenzione sociale che oltre a minare le basi del “male di vivere” giovanile possono contribuire a ridurne notevolmente i gravosi costi sociali. Un contributo rilevante può essere dato da una maggiore sinergia tra le  “Commissioni Salute”, presenti in ogni scuola, e le Asl, con i loro “Sportelli psicologici”.

Pubblicità laterale

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI