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Venerdì, 06 Dicembre 2019

Nel segno della Croce, Pakistan

Nel segno della croce Copertina

 

Il filosofo francese Blaise Pascal (1623-1662), meditando sui peccati più gravi della storia dell'umanità, soleva ripetere con un'iperbole che l'agonia di Gesù, lungi dall'essere conclusa, si protrae fino alla fine della mondo. Ma a ben vedere la considerazione si può applicare a maggior ragione anche alle persecuzioni che le diverse membra del corpo di Cristo (che poi compongono la Chiesa militante) hanno patito nei secoli passati e patiscono tuttora. In particolare, non si può restare indifferenti di fronte al vero e proprio mare di dolore che accompagna quotidianamente, ancora nell'Anno Domini 2014, la vita dei seguaci di Gesù in Pakistan: tra gli altri, lo documenta efficacemente l'ultimo breve lavoro pubblicato dall'opera di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) tutto dedicato alla via crucis contemporanea dei cristiani nella grande Repubblica Islamica al confine con l'Afghanistan (cfr. Aiuto alla Chiesa che Soffre (a cura di), Nel segno della croce. Pakistan, ACS, Roma 2013, Pp. 48). Il reportage, esito di un recente viaggio in Pakistan di una delegazione dell'ACS, presenta diversi racconti e testimonianze che, se non fossero suffragate dalle foto che li accompagnano, a stento si riuscirebbero a credere. Per fare comprendere ai neofiti di che cosa stiamo parlando esattamente, gli autori forniscono una serie di dati impressionanti: ad esempio si pensi che, nel solo 2010, secondo le stime della Commissione pakistana per i diritti civili “sono stati uccisi 237 attivisti per i diritti umani impegnati in politica [ma] in tutto, sono 1969 le persone che hanno perso la vita in modo violento. Dal 2005, queste cifre sono quasi raddoppiate” (pag. 4). Nella Repubblica, che attualmente è composta da 175 milioni di musulmani, vivono anche più di un milione di cattolici, tra cui quell'Asia Bibi che da cinque anni si trova ingiustamente in carcere ed è ancora in attesa di giudizio. Ma la vicenda della povera Bibi non è che la punta estrema di un martirio impressionante che sui mass-media in Occidente arriva raramente. Lo testimonia con commozione una religiosa italiana, suor Daniela Baronchelli delle Figlie di San Paolo, che nella popolosa città di Karachi (18 milioni di abitanti) gestisce una libreria cattolica rischiando la propria pelle giorno dopo giorno: in quanto cristiana - in una cultura in cui cresce in modo esponenziale il fondamentalismo islamista che non tollera la presenza di altri credi - e anche in quanto donna - in una società civile in cui alle donne in generale non viene riconosciuto uno status pubblico. Descrivendo la condizione sociale dei cristiani, Baronchelli dice che “sono sempre stati poveri, ma ora si parla proprio di miseria e sebbene siano molto forti nella fede, in tanti sono stanchi. Le madri sono senza lavoro, i padri sono stati licenziati dalle fabbriche. Tante persone vengono uccise senza motivo. Solo Dio sa qual é il futuro di questo Pakistan” (pag. 6). Insomma, “le persone qui convivono con la paura che in qualsiasi istante possa succedere qualcosa e con la consapevolezza che la vita é legata a un filo” (pag. 7).

Vengono poi ricordate le persone che dalla fondazione della Repubblica si sono battute per dare dignità ai cristiani, come il cardinale Joseph Cordeiro (1918-1994), a lungo arcivescovo di Karachi e primo vescovo pakistano della storia, grazie al quale sono sorti diversi centri di catechesi, scuole domenicali di studio della Bibbia e formazione e - anche grazie a lui - oggi sono più di 1000 gli insegnanti che domenica dopo domenica svolgono attività di evangelizzazione per avvicinare a Cristo la cultura locale.

Sempre a Karachi si trova poi un seminario che prepara al ministero i futuri sacerdoti: circondato da moschee e madrasse, soffocato dalle grida dei muezzin all'alba e dai sermoni dei mullah al venerdì, l'area è situata in un territorio letteralmente minato eppure i ragazzi che lo frequentano (ventisette attualmente) non per questo sono disposti ad abbandonare la loro vocazione: ben sapendo che potrebbero essere rapiti o anche uccisi da un giorno all'altro continuano a studiare e a prepararsi per il giorno dell'ordinazione attingendo forza dagli scritti dei Padri della Chiesa dove la persecuzione e il martirio non sono leggende di un tempo remoto ma cronache diffuse e ricorrenti. E tuttavia non basta: ancora peggiore è la situazione nella provincia del Punjab dove - sempre ad opera di estremisti islamici - dal 2005 ad oggi sono stati uccisi 22 tra insegnanti e catechisti cattolici. Di fatto, “nessuno è al sicuro in questa Provincia. Ci racconta [un sacerdote] che «tutti gli edifici, compresi quelli dove abita il vescovo, hanno sul retro una seconda uscita per scappare in caso di emergenza e non sono, comunque, sicuri». Ci sono posti di blocco ovunque e in alcuni quartieri della città si può arrivare solo con un permesso speciale da richiedere giorni prima. Anche il vescovo ne ha bisogno ed essendo la cattedrale intitolata a Nostra Signora del osario, situata in uno di quei quartieri, i fedeli molto spesso non possono recarsi a Messa in quanto sprovvisti del permesso” (pag. 18). A tutto questo va aggiunta la condizione di perdurante povertà che affligge storicamente la comunità cristiana: di solito i lavori che riescono ad avere sono quelli per fare “i netturbini o puliscono le fogne nei quartieri peggiori” (pag. 21), oltre a un 'marchio sociale d'infamia' che resiste e non li abbandona mai. Ancora oggi infatti pubblicamente si fa fatica ad accettare che un pakistano non sia islamico e persino i sacerdoti e i vescovi vengono invitati a convertirsi...all'Islam! ACS racconta poi la significativa vicenda di un frate francescano, padre Victor John, che ha compiuto da poco i 25 anni di sacerdozio e che nel 2001 - dopo avere difeso il terreno di una scuola cattolica da un'occupazione - è stato minacciato dall'ennesimo gruppo islamista radicale con minacce come questa: “se provi a celebrare la Messa ti facciamo saltare in aria con una bomba!” (pag. 23). Da allora esce sotto scorta ma non ha diminuito il suo impegno apostolico, anzi è lui stesso a raccontare l'opera educativa e di dialogo interconfessionale che la Chiesa promuove attivamente nelle scuole del Paese, a dispetto di quanto accade invece nelle strutture scolastiche statali in cui “gli studenti e gli insegnanti non islamici vengono discriminati” (cit. a pag. 23). Infine, non va dimenticata la scottante questione della cosiddetta 'legge anti-blasfemia' approvata nel 1986 che stabilisce il carcere a vita per la profanazione del Corano e la pena di morte per un'ingiuria rivolta a Maometto: “é sufficiente un semplice sospetto o un'affermazione incauta, per rinchiudere una persona dietro le sbarre. L'onere della prova funziona al contrario: non é l'accusatore che deve dimostrare la colpevolezza dell'imputato, ma è l'accusato che deve dimostrare la sua innocenza. Peraltro, chi accusa non pronuncerà mai le vere o presunte offese inferte al Corano o all'Islam, perchè diventerebbe a sua volta perseguibile del reato di blasfemia. E ' un mecanismo contorto, aggravato dal fatto che nella pratica non viene fatta alcuna distinzione tra volontarietà o involontarietà del reato: se un bambino o una persona analfabeta gettassero nell'immondizia un vecchio giornale sul quale casualmente é scritto anche un solo versetto del Corano o se una persona non in grado di intendere e di volere, affermasse di essere lui stesso Maometto, queste azioni verrebbero considerate, in ogni caso, compiute intenzionalmente” (pag. 29). Né basta l'assoluzione definitiva dei giudici per salvarsi la vita perchè tra il 1986 e il 2010 “sono state ben 34 le persone linciate dopo sentenze di assoluzione” (pag. 29). Invano Shahbaz Bhatti, il compianto Ministro per le minoranze assassinato nel marzo del 2011, si era speso per combattere questa barbarie giuridica e civile: il suo lucido testamento spirituale, scritto qualche tempo prima, resta però tra tutti ancora oggi il messaggio più toccante, e insieme di speranza, perchè testimone di una sconvolgente santità ordinaria, per la martorita comunità cristiana pakistana: “Mi è stato chiesto di porre fine a questa mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, perfino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta é sempre stata la stessa. Non voglio popolarità e non voglio potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, la mia personalità, le mie azioni, parlino per me, dicendo che sto seguendo Gesù. In me é un desiderio così forte che mi considererei un privilegiato qualora, in questo mio impegno, Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire [...] Finchè avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesà e questa povera sofferente umanità nei cristiani, nei bisognosi e nei poveri” (pag. 45).

La pubblicazione si può richiedere all'ufficio stampa dell'Opera a questo indirizzo e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

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