Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Domenica, 19 Maggio 2024

Al Salone del libro Loren…

Mag 15, 2024 Hits:537 Crotone

L'Istituto Ciliberto-Luci…

Mag 14, 2024 Hits:164 Crotone

Le opere di Bach: gli eff…

Mag 02, 2024 Hits:458 Crotone

In città l'ultima tappa d…

Apr 30, 2024 Hits:490 Crotone

Convegno Nazionale per la…

Apr 23, 2024 Hits:706 Crotone

L'Associazione "Pass…

Apr 05, 2024 Hits:1109 Crotone

Ritorna Calabria Movie Fi…

Apr 03, 2024 Hits:1101 Crotone

La serie evento internazi…

Mar 27, 2024 Hits:1474 Crotone

Un nuovo accordo sul rilascio degli ostaggi israeliani in mano ad Hamas? Sarebbe "più vicino che mai", ma non imminente. A dirlo, nel giorno in cui si sono rincorse le notizie di un via libera all'intesa - poi respinte da una nota dell'ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu -, il portavoce del Consiglio di Sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, in un'intervista a Channel 12.il giorno dopo il vertice di Parigi tra il Qatar, Egitto e Stati Uniti, Hamas smorza le aspettative per una tregua duratura a Gaza.

"Il successo dell'incontro di Parigi dipende dal fatto che Israele accetti di porre fine all'aggressione globale alla Striscia di Gaza", ha detto, come riporta Al Jazeera, Sami Abu Zuhri, alto funzionario di Hamas.

Il gruppo afferma inoltre che un rilascio completo degli ostaggi richiede anche che Israele liberi tutte le migliaia di palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane

Sottolineando che c'è ancora molto lavoro diplomatico da fare, Kirby - riferendosi all'accordo - ha auspicato "nel prossimo futuro, di arrivare a questo traguardo. Siamo più vicini di quanto lo siamo mai stati", sottolineando tuttavia che l'intesa "non è imminente", non bisogna pensare che possa arrivare "da un giorno all'altro", ma "siamo cautamente ottimisti".

"Abbiamo fatto progressi sui negoziati per un nuovo accordo sugli ostaggi, ci troviamo in una posizione migliore rispetto a dove eravamo nelle scorse settimane", ha intanto assicurato il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, intervenendo all'Atlantic Council a Washington. Agli incontri di domenica a Parigi "abbiamo compiuto progressi per la costruzione di una cornice per la prosecuzione dei negoziati sugli ostaggi. Faremo avere le proposte ad Hamas, speriamo reagiranno positivamente e decidano di negoziare in maniera costruttiva", ha spiegato al Thani.

Secondo l ansa i negoziatori di Israele, Stati Uniti, Egitto e Qatar hanno concordato a Parigi un quadro per un nuovo accordo sugli ostaggi e una bozza verrà presentata oggi ad Hamas. Lo ha detto a Nbc News una fonte vicina ai colloqui.
L'accordo prevedrebbe il rilascio dei rimanenti ostaggi americani e israeliani in più fasi, a partire dalle donne e dai bambini, accompagnato da pause graduali nei combattimenti e dalla consegna di aiuti a Gaza, insieme allo scambio di prigionieri palestinesi, ha detto la fonte. Il quadro discusso, sul quale le parti hanno raggiunto accordi generali, prevede una pausa di 30 giorni che porterebbe al rilascio delle donne, dei bambini e degli anziani rimasti in ostaggio. Durante questa fase, seguirebbero discussioni su una seconda fase di 30 giorni - che includerebbe soldati israeliani e ostaggi civili di sesso maschile. 

Secondo Nbc News, spiegava la testata nella giornata di ieri, i negoziatori di Israele, Stati Uniti, Egitto e Qatar riuniti a Parigi avrebbero raggiunto un accordo sul rilascio in cambio di pause a fasi nei combattimenti, della consegna di aiuti a Gaza e del rilascio di detenuti palestinesi. Nel dare la notizia, Nbc News citava una fonte a conoscenza dei negoziati secondo cui anche il rilascio dei restanti ostaggi detenuti nella Striscia avverrebbe a fasi, cominciando da donne e bambini.

Secondo quanto riportava inoltre Sky News Arabia, la prima fase dell'accordo dovrebbe invece prevedere un cessate il fuoco di 45 giorni a Gaza in cambio del rilascio di 35 ostaggi. L'emittente aveva anche riferito che saranno rilasciati tra i 100 ed i 250 detenuti palestinesi per ogni ostaggio israeliano liberato.

Ma le notizie di un presunto accordo, assicurava poco dopo una nota l'ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sono "errate" e "includono condizioni che sono inaccettabili per Israele".

"C'è ancora una strada lunga da fare", il commento al Times of Israel di funzionari israeliani. Secondo il giornale Israel Hayom, i capi del Mossad e dello Shin Bet avrebbero detto ai loro colleghi americani, egiziani e qatarini che Israele è flessibile sulla lunghezza del cessate il fuoco che verrebbe accordato, del numero dei prigionieri rilasciati e sulla quantità di aiuti umanitari che dovrebbero entrare a Gaza, ma in nessun caso concordano la fine della guerra.

Secondo periodico daily Il ministro di Unità nazionale Chili Tropper ha avvertito che il governo di guerra d'emergenza israeliano cadrà se il primo ministro Benjamin Netanyahu rifiuterà un accordo accettabile per il rilascio degli ostaggi di Hamas da Gaza. Tropper ha tuttavia sottolineato che porre fine alla guerra a Gaza non è un'opzione accettabile nell'accordo con Hamas per il rilascio dei 136 ostaggi. "Dovremmo pagare un prezzo alto in un accordo con gli ostaggi, ma fermare la guerra è un prezzo che Israele non è disposto a pagare", ha detto Tropper. "Se però c'è un accordo con cui possiamo convivere e Netanyahu non lo firma, lasceremo il governo. Anche se sostituissimo Netanyahu, l'obiettivo di distruggere Hamas non cambierebbe", ha aggiunto.

 

Fonte Adnkronos Ansa periodico D.

 

 

 

 

Con una cena al Quirinale è ufficialmente iniziato il vertice Italia–Africa, un passo fondamentale della strategia politica internazionale. Uno dei punti principali di questo evento è il “Piano Mattei“. Si tratta di un progetto estremamente ambizioso che punta a stringere legami sul fronte degli approvvigionamenti energetici.

Il vertice Italia-Africa è iniziato domenica sera dalla cena al Quirinale. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto nel salone delle Feste i leader di 25 paesi africani, il presidente del Consiglio Meloni, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, i vertici della Ue, Ursula von der Leyen, Roberta Metsola e Charles Michel, il presidente dell'Unione africana Azali Assoumani, il presidente della Commissione dell'Unione Africana, Moussa Faki, il vice segretario Generale delle Nazioni Unite Amina Jane Mohammed, la direttrice del Fmi Kristalina Georgieva e 25 capi di Stato e di governo africani.

Al tavolo siedono circa 70 ospiti. Tra loro, i presidenti di Comore, Congo, Eritrea, Ghana, Guinea Bissau, Kenya, Mauritania, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Senegal, Somalia, Tunisia, Zimbabwe, i vicepresidenti di Benin, Burundi, Costa d'Avorio, Gambia, Guinea Equatoriale, i primi ministri di Cabo Verde, Eswatini, Etiopia, Gibuti, Libia, Marocco, Sao Tomé e Principe, Uganda, i ministri degli Esteri di Algeria, Angola, Congo, Ciad, Egitto, Malawi, Madagascar, Ruanda, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania, Togo, Zambia, Sud Africa, gli ambasciatori di Botswana, Camerun, Mauritius, Lesotho, Namibia, Seychelles. Tra le organizzazioni multilaterali sono presenti: l'African Development Bank, l'Unione africana, l'European Bank for Reconstruction and Development, la Bei, i vertici della Ue, della Fao, di Ifad, Fmi, Oim, Irena, Oecd, il vicesegretario generale dell'Onu, i vertici di Unesco, Unhcr, Unicef, Unido, Undp, Unodc, World Bank. Come osservatore è stato invitato il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano.

"Il Piano Mattei può contare su una dotazione iniziale di oltre 5,5 miliardi di euro tra crediti, operazioni a dono e garanzie". Lo ha detto la premier Giorgia Meloni, aprendo la conferenza Italia-Africa nell'Aula del Senato. Meloni ha aggiunto che dei 5,5 miliardi, "circa 3 miliardi arriveranno dal fondo italiano per il clima e circa 2,5 miliardi dalle risorse della cooperazione allo sviluppo". Certo, non basta - ha aggiunto - per questo vogliamo coinvolgere le istituzioni internazionali e altri stati donatori".

Il Governo italiano, che presiede il G7 nel primo semestre dell’anno, si è impegnato a fare dello sviluppo africano un tema centrale del suo mandato. È la prima volta che la conferenza Italia-Africa, che finora si è svolta sempre a livello ministeriale, viene elevata a rango di vertice di capi di Stato e di Governo. Inoltre è il primo appuntamento internazionale che si svolge in Italia dall’avvio presidenza del G7, utile a sottolineare l’importanza che dà al partenariato con le Nazioni africane.

I partecipanti al vertice “Italia-Africa, un ponte per una crescita comune”, sono arrivati a Palazzo Madama dove ha luogo la conferenza. Gli ospiti sono stati accolti dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani all’ingresso della sede del Senato e all’interno dal premier Giorgia Meloni. All’incontro partecipano anche i rappresentanti del Fondo monetario internazionale e delle Banche multilaterali di sviluppo. Dopo gli arrivi e la “foto di famiglia”, la giornata è aperta con il saluto istituzionale del presidente del Senato, Ignazio La Russa, e poi con l’avvio della sessione plenaria.

Molti gli interventi che si susseguiranno: la stessa Meloni, Tajani, il presidente di turno dell’Unione africana Azali Assoumani, il presidente della Commissione dell’Ua Moussa Faki, la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, il vicesegretario generale delle Nazioni Unite Amina Mohammed. Tra i presenti i presidenti della Repubblica del Congo, del Ghana, della Guinea Bissau, Kenya, Mauritania, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Senegal, Somalia, Tunisia e Zimbabwe. Al Senato anche i vicepresidenti di Costa d’Avorio, Gambia e Guinea Equatoriale, Benin e Burundi, i primi ministri di Capo Verde, Etiopia, Gibuti, Libia, Marocco e Uganda. Presenti i ministri degli Esteri di Algeria, Angola, Congo, Ciad, Egitto, Malawi, Madagascar, Ruanda, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania, Togo, Zambia e Sudafrica.

"L'obiettivo è presentare ai Paesi africani la nostra visione di sviluppi dell'Africa", ha affermato Meloni, illustrando la conferenza al Tg1. In Africa, l'Italia vuole avere un "approccio da pari a pari per crescere insieme", ha sottolineato. "Alla base del piano Mattei" c'è "un approccio nuovo, non predatorio, non paternalistico, ma neanche caritatevole", ha ribadito, "un approccio da pari a pari, per crescere insieme. Abbiamo stabilito delle materie prioritarie sulle quali lavorare e dei Paesi pilota nei quali avviare i primi progetti".

"E poi vogliamo dialogare con tutti gli altri" Paesi, "i vantaggi per l'Italia sono innumerevoli: tutto quello che accade in Africa in qualche modo ci coinvolge, dalla migrazione alla sicurezza, passando per le catene di approvvigionamento. Per noi è fondamentale uno sviluppo adeguato del continente africano", ha concluso la premier.

La giornata di oggi sarà aperta, dopo la foto di famiglia, dal saluto istituzionale del presidente del Senato, La Russa, e proseguirà con la sessione plenaria in cui sono programmati gli interventi della premier Meloni, del vicepremier e ministro degli Esteri Tajani, del presidente dell'Unione Africana, Assoumani, del presidente della Commissione dell'Unione Africana, Faki, del presidente del Parlamento Europeo, Metsola, del presidente del Consiglio Europeo, Michel, del presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, del vice segretario Generale delle Nazioni Unite Mohammed.

Cinque le sessioni di lavoro. La prima, incentrata su 'Cooperazione in campo economico e infrastrutturale', prevede gli interventi introduttivi del vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Salvini, del responsabile dell'Economia Giorgetti, del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Urso.

La seconda è sulla 'Sicurezza alimentare': interverrà il vicepremier e ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Tajani, e il ministro dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, Lollobrigida. La terza sessione è sulla 'Sicurezza e transizione energetica' con la partecipazione del ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Pichetto Fratin.

Si parlerà poi di 'Formazione professionale e cultura', con gli interventi del ministro dell'Istruzione e del merito, Valditara, del ministro dell'Università e della Ricerca, Bernini, del ministro della Cultura, Sangiuliano. 

Infine i lavori saranno chiusi dalla sessione su 'Migrazioni, mobilità e questioni di sicurezza' con gli interventi del ministro dell'Interno, Piantedosi e del ministro della Difesa Crosetto. E dalla conferenza stampa finale. Le direttrici di intervento del piano Mattei sono istruzione/formazione; sanità; acqua e igiene; agricoltura; energia; infrastrutture. L'obiettivo del governo è coinvolgere nel Piano tutto il 'Sistema Italia', a partire dalle realtà che a vario titolo si occupano e si stanno occupando di Africa (il sistema delle aziende partecipate dallo Stato in primis). A febbraio si svolgerà poi la prima cabina di Regia prevista dal decreto che istituisce la governance del Piano, che è stato convertito dal Parlamento, e allo stesso tempo inizieranno le missioni della struttura del Piano Mattei in Africa.

 

Fonte varie agenzie e Agi

 

“Impedirò lo scoppio della terza guerra mondiale” ha dichiarato domenica scorsa Trump in un comizio in New Hampshire precisando di voler costruire “un Iron Dome sul nostro Paese, uno scudo missilistico all’avanguardia e sarà completamente made in Usa”. Non è la prima volta che il miliardario accenna all’idea. 

Lo aveva già fatto in Iowa il mese scorso facendo riferimento al sistema che protegge Israele in particolare dai razzi di Hamas e Hezbollah. “Per me è davvero molto importante. Diamo miliardi di dollari ad altri Paesi così essi possono realizzare una cupola ma noi non ne abbiamo una. Avremo la più grande cupola di sempre” ha affermato l’ex presidente famoso per l’utilizzo disinvolto dei superlativi nella sua comunicazione con il popolo Maga.

Considerata la possibilità concreta che Trump vinca a novembre le presidenziali contro Joe Biden, gli esperti militari si interrogano sull’effettiva fattibilità di quello che potrebbe essere il nuovo cavallo di battaglia di The Donald. Gli analisti sostengono che il sistema difensivo che protegge lo Stato ebraico è perfetto per le dimensioni ridotte di quel Paese e per la tipologia di minaccia che è chiamato a neutralizzare. Le batterie dell’Iron Dome israeliano intercettano razzi lanciati a non più di 43 miglia di distanza e ognuna di esse è in grado di difendere un’area di massimo 60 miglia quadrate, all’incirca l’estensione territoriale di Washington DC.

La vittoria di Donald Trump in New Hampshire ha quasi archiviato la stagione delle primarie repubblicane e adesso i commentatori si aspettano che il tycoon riprenda a battere con più forza sulle promesse elettorali che intende realizzare in caso di un suo ritorno alla Casa Bianca. E se nel 2016 si era impegnato a costruire un “bellissimo muro” al confine con il Messico la nuova ossessione del candidato Reppublicano potrebbe essere quella di costruire una “cupola di ferro” a protezione dell’intero territorio americano dagli attacchi dei nemici.

L’idea di Trump non è comunque del tutto assurda. In fondo il Pentagono a partire dagli anni Ottanta ha investito centinaia di miliardi di dollari per cercare di garantire al Paese una protezione efficace da eventuali attacchi dal cielo. Il risultato è però che al momento Washington, come altre nazioni, è in grado di abbattere missili a corto raggio ma può contare su una capacità di intercettazione ridotta rispetto a vettori esplosivi provenienti da distanze maggiori. Oltretutto i sistemi per abbatterli sono molto costosi. 

Si stima che per neutralizzare un missile in avvicinamento debbano essere lanciati almeno tre intercettori e quindi una potenza nemica potrebbe aggirare il problema sparando più colpi travolgendo così la difesa aerea dell’avversario. È altamente probabile che Trump sia già a conoscenza delle riserve su un Iron Dome americano ma, come appare evidente, tutto ciò non basterà ad impedirgli di fare promesse che non potrà mantenere.

Uno scudo del genere, quindi, potrebbe avere una scarsa efficacia negli Stati Uniti la cui superficie continentale è 450 volte più estesa di quella di Israele. L'America inoltre non è nel mirino dei suoi immediati vicini ma è bensì esposta alla minaccia dei missili intercontinentali balistici di potenze come la Russia o la Cina. Come spiega a Nbc News John Erath, ex funzionario del National Security Council, questa tipologia di armi “passa al di sopra del Polo Nord e poi nello spazio prima di rientrare nell’atmosfera e puntare sul suo obiettivo". Mentre i razzi di Hamas viaggiano a centinaia di miglia all’ora, i missili intercontinentali rientrano dallo spazio ad una velocità di migliaia di miglia orarie”.

Intanto a Roma nuovo scontro tra Meloni e Salvini, questa volta la materia di disaccordo tra i due alleati di governo è il sostegno all'Ucraina. La Lega è passata dalle parole ai fatti. Ha depositato un testo in Senato per chiedere lo stop agli aiuti a Kiev. La mossa - si legge su Il Fatto Quotidiano - è stata studiata per giorni, senza grossi proclami. E alla fine è stata fatta. 

Il Carroccio chiede a Giorgia Meloni di farsi carico di "una concreta e tempestiva" iniziativa diplomatica e arrivare a una "rapida soluzione del conflitto". Si tratta di un documento in cui per la prima volta il partito di Matteo Salvini chiede all’esecutivo di impegnarsi a terminare la guerra in Ucraina e, di fatto, smettere di inviare altre armi a Kiev. Non solo. Nel testo, firmato dal capogruppo della Lega al Senato Massimiliano Romeo e depositato per il dibattito che si svolgerà oggi in aula (il voto potrebbe slittare a domani), si spiega nero su bianco che l’Ucraina non resisterà all'offensiva russa.

 

Fonte Varie Agenzie il Giornale affari Italiani

 

 

 

 

Il 27 gennaio di ogni anno viene celebrato in tutto il mondo il Giorno della Memoria, per commemorare le vittime dell’Olocausto. «Una Giornata che non ci impone solamente di ricordare i milioni di morti, i lutti e le sofferenze di tante vittime innocenti, tra cui molti italiani, ma ci invita a prevenire e combattere, oggi e nel futuro, ogni germe di razzismo, antisemitismo, discriminazione e intolleranza.

Questa data è particolarmente significativa perché il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa, le quali marciavano in direzione della Germania impegnate nell’offensiva Vistola-Oder, entrarono ad Auschwitz per liberarla. Varcando il famoso cancello con la scritta “Arbeit macht frei”, “il lavoro rende liberi”. Si stima che nel campo morirono da 1 a 1,5 milioni di persone, in maggioranza ebrei. I sovietici trovarono anche cumuli di vestiti, capelli pronti per essere venduti, occhiali, valigie, utensili da cucina e scarpe

Grazie alle testimonianze dei sopravvissuti, venne rivelato al mondo l’orrore del genocidio nazifascista e una delle tante “fabbriche della morte” costruite. La data è stata scelta nonostante circa sei mesi prima di Auschwitz i sovietici avessero il campo di concentramento di Majdanek. Così Primo Levi ha descritto l’arrivo dei soldati russi ne La Tregua , il séguito di Se questo è un uomo, che racconta il lungo viaggio del deportato ebreo per ritornare in Italia, nella città natale di Torino, con mesi di spostamenti nell’Europa centro-orientale. Il libro vinse il Premio Campiello nel 1963: «La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles e io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogyi, il primo dei morti tra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti. Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.

L’Italia, prima della risoluzione delle Nazioni Unite, aveva già istituito la Giornata della memoria delle vittime dell’Olocausto in quello stesso giorno che sarebbe — poi — stato scelto dall’Assemblea Generale Onu (con la legge del 20 luglio 2000 n. 211): «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della Memoria’, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere»

Dopo anni, ci sono molte storie che ancora non si conoscono e che stanno venendo fuori piano piano. Il tema della scelta oggi è più attuale che mai. Oggi siamo davanti a situazioni non paragonabili con la Shoah ma di nuovo, gli ebrei sono sotto attacco, sotto accusa, cresce l'antisemitismo. E allora dobbiamo fare di tutto per attualizzare il concetto di memoria e usarlo come strumento contro il pregiudizio e l'ignoranza. Memoria non è solo cerimonie ed eventi ma un impegno costante da vivere per 365 giorni,pensando agli ebrei morti e lottando per i vivi". Da Roma furono deportati 1024 ebrei. Ne tornarono 16: 15 uomini e una donna che era Settimia Spizzichino, unica sopravvissuta alla deportazione.

Intanto l'Aja non ha deciso sul cessate il fuoco a Gaza ma chiede il rilascio incondizionato degli ostaggi. Netanyahu: 'L'Aja non ci priva del diritto all'autodifesa, combattiamo per evitare una nuova Shoah'.

La massima Corte di Giustizia delle Nazioni Unite ha ordinato a Israele di prevenire "atti di genocidio", e ha chiesto di limitare morti e danni ai civili, ma non è arrivata a imporre la sospensione dell'operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza, richiesta principale del Sudafrica che ha mosso il caso contro Israele per "genocidio".

Israele deve adottare "tutte le misure in suo potere per prevenire e punire l'incitamento diretto e pubblico a commettere un genocidio", ha affermato la Corte internazionale di giustizia all'Aia, insistendo anche sul fatto che lo Stato ebraico deve consentire gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. La Corte di Giustizia dell'Aia ha ordinato a Israele di riferire sulla questione dinanzi al tribunale, entro un mese.

La Corte - le cui sentenze sono vincolanti per Israele - ha poi chiesto di adottare ulteriori misure per proteggere i palestinesi, ma non ha ordinato - come molti si aspettavano - di porre fine alle operazioni militari nella Striscia di Gaza, la richiesta chiave mossa dal Sudafrica.

"La stessa affermazione che Israele compia un genocidio del popolo palestinese è non solo menzognera ma anche oltraggiosa. La disponibilità della Corte di prenderla in esame è un marchio di vergogna che non sarà cancellato per generazioni". Lo ha detto il premier Benyamin Netanyahu secondo cui "Israele combatte una guerra giusta contro i mostri di Hamas e la Corte ha respinto giustamente la richiesta di privarci del diritto all'autodifesa". ''Alla vigilia della Giornata internazionale della memoria dell'Olocausto mi impegno da premier di Israele: 'Mai Più'. Israele continua a difendersi contro Hamas, un'organizzazione terroristica genocida'', ha affermato Netanyahu dopo aver appreso le decisioni della Corte di giustizia dell'Aja. ''Il 7 ottobre Hamas si è macchiato delle peggiori atrocità contro il popolo ebraico dall'Olocausto e minaccia di ripetere altre atrocità una volta dopo l'altra''. ''La nostra guerra - ha ribadito, rivolto ai giudici dell'Aja - va contro i terroristi di Hamas, e non contro il popolo palestinese''.

Il ministro degli Esteri dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Riyad al Maliki, ha celebrato la sentenza della Corte internazionale di giustizia, che ha chiesto a Israele di adottare "le misure necessarie per evitare un genocidio" e ha ricordato che le decisioni del tribunale dell'Onu sono di "vincolanti".
"La Palestina accoglie con favore le misure provvisorie ordinate oggi dalla Corte internazionale di Giustizia contro Israele. I giudici hanno analizzato i fatti e la legge e si sono pronunciati a favore dell'umanità e del diritto internazionale", ha detto Maliki in un videomessaggio diffuso dal suo ministero.

Hamas sta operando "dall'interno e intorno agli ospedali Nasser e al-Amal a Khan Yunis" nel sud della Striscia. Lo ha denunciato l'esercito israeliano secondo cui "il sistematico uso degli ospedali da parte di Hamas è stato ripetutamente documentato". A questo proposito, il portavoce militare ha ricordato che due settimane fa "il radar dell'esercito ha identificato un lancio di razzi dall'interno del compound dell'ospedale Nasser". "I fatti sul campo - ha spiegato - smentiscono la palese disinformazione diffusa nelle ultime 72 ore secondo cui gli ospedali sono sotto assedio o attacco".

L'esercito ha aggiunto di "essere in contatto con i direttori degli ospedali e il personale medico, al telefono e sul campo, per garantire che gli ospedali possano rimanere operativi e accessibili". Il portavoce militare ha spiegato che "non vi è alcun obbligo di evacuare gli ospedali". "Al contrario è stata ribadita - ha sottolineato - l'importanza di salvaguardare e proteggere questi ospedali affinché possano continuare a fornire servizi medici alla popolazione di Gaza". I soldati - secondo la stessa fonte - sono state informati "dell'importanza di operare con cautela nell'area degli ospedali e dei rifugi designati prima della loro operazione contro Hamas in quest'area". "Gli abitanti di Gaza che desiderano spostarsi dagli ospedali Nasser e Al-Amal, come molti hanno scelto di fare, - ha fatto sapere il portavoce militare - possono passare attraverso il corridoio di via Al-Bahar, situato sul lato occidentale degli ospedali. L'esercito ha comunicato queste informazioni in arabo attraverso i canali dei media, distribuendo volantini in arabo nell'area, nonché attraverso i soldati dell'IDF di lingua araba che sono schierati sul campo a Gaza per mantenere i contatti con la popolazione locale". L'Idf - ha concluso - sta continuando "il coordinamento con i direttori degli ospedali, il personale medico e le organizzazioni internazionali. Ad oggi, le richieste degli ospedali sono state soddisfatte e non abbiamo riscontrato alcun incidente che confermi le notizie inesatte che circolano in alcune parti dei media".

"Non c'è differenza fra uomini, donne, anziani e bambini. Tutti sono obiettivi legittimi per essere colpiti o prigionieri di guerra": questa l'indicazione impartita ai miliziani di Hamas dal suo Consiglio della Shura (la guida politico-religiosa). Lo ha riferito la televisione pubblica israeliana Kan citando un documento recuperato dall'esercito in una base di Hamas a Gaza. "L'intera società sionista - si legge - è un collettivo di coloni, responsabili del furto di terre, di stragi e di profanazioni di luoghi santi islamici". Secondo l'emittente "la crudeltà di Hamas aveva un avallo religioso, era progettata fin dall'inizio".

 

Fonte agi/ansa/ corriere / e varie agenzie 

Il capo del Mossad, David Barnea, ha proposto che i leader di Hamas vengano esiliati dalla Striscia di Gaza come parte di un più ampio accordo di cessate il fuoco, secondo quanto rivelato dalla Cnn. Citando funzionari che hanno familiarità con le discussioni, la rete di notizie via cavo afferma che Barnea ha sollevato l'idea durante un incontro a Varsavia il mese scorso con il direttore della Cia Bill Burns e il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, e che il segretario di Stato americano Antony Blinken ha nuovamente lanciato l'ipotesi mentre si trovava a Doha all'inizio di questo mese.

Uno dei funzionari afferma che il premier del Qatar ha detto a Blinken che l'idea "non funzionerebbe mai", poiché Hamas non crede che Israele fermerà le operazioni militari a Gaza dopo che i leader del gruppo terroristico avranno lasciato l'enclave. Nonostante la guerra durata quasi quattro mesi a Gaza, Israele non è riuscito a catturare o uccidere nessuno dei leader più importanti di Hamas a Gaza e ha lasciato intatto circa il 70% delle forze combattenti del gruppo islamista, secondo le stime israeliane.

Nella sola giornata di lunedì sono rimasti uccisi a Gaza 21 soldati israeliani: è il bilancio giornaliero più pesante dall'inizio del conflitto. Lo ha annunciato il portavoce delle IDF, Daniel Hagari. La maggior parte delle vittime, ha spiegato, sono state uccise dall'esplosione di un razzo che ha colpito un deposito e un edificio precedentemente minati dall'esercito con l'intento di demolirli.

I militari, secondo quanto si legge sulla stampa internazionale, stavano preparando gli esplosivi per demolire da usare per l'operazione: un militante di Hamas ha lanciato un razzo contro un carro armato che si trovava nelle vicinanze e questo ha provocato esplosioni a catena. I due edifici sono crollati mentre i soldati israeliani si trovavano all'interno.

Intanto il leader supremo della Corea del Nord, Kim Jong-un, sarebbe pronto a scatenare una guerra. A sostenerlo è un ex agente dell’intelligence degli Stati Uniti, secondo il quale Kim sarebbe giunto alla decisione di scatenare un conflitto nella penisola coreana a oltre 70 anni dalla fine della Guerra di Corea (1950-1953). La rivelazione su Kim Sale la tensione nella penisola Pyongyang si prepara al possibile conflitto con gli Usa La rivelazione su Kim “Crediamo che, come suo nonno nel 1950, Kim Jong-un abbia preso la decisione strategica di entrare in guerra”, hanno scritto Robert L Carlin, ex analista della Cia, e Siegfried S Hecker, scienziato nucleare che ha visitato la Corea del Nord più volte, in un articolo sul sito specializzato 38 North.

Il presidente della Corea del Nord è andato in visita negli scorsi giorni alle fabbriche di armi e munizioni del suo Paese, accompagnato da alti funzionari del partito e dell’esercito. In quell’occasione, Kim Jong Un ha spiegato che non è nelle intenzioni della Nord Corea iniziare una guerra con i vicini della Corea del Sud, ma ha ribadito che ritiene essere quel Paese il “Primo nemico“. L’agenzia di Stato ‘Kcna’ ha riportato alcune dichiarazioni di Kim: “La Corea del Nord non scatenerà un conflitto unilateralmente, ma non intende nemmeno evitare una guerra” – ha spiegato il leader che poi ha concluso con una minaccia – “Se la Corea del Sud userà le sue forze armate contro la Corea del Nord o ne minaccia la sovranità e sicurezza, non esiteremo ad annientare"

E in questo scenario potrebbe trarne vantaggio Vladimir Putin, tenendo conto degli ottimi rapporti intercorsi tra Pyongyang e Mosca: se Kim aprisse un nuovo fronte di guerra in Asia, dove gli Stati Uniti sarebbero direttamente coinvolti, il presidente russo ne approfitterebbe per avanzare in Ucraina, un po’ come già sta avvenendo dopo lo scoppio del conflitto lungo la Striscia di Gaza.

"Abbiamo colpito magazzini sotterranei degli Houthi e basi di controllo aereo e missili balistici". Lo hanno dichiarato gli Stati Uniti in un comunicato congiunto con Australia, Bahrain, Canada, Olanda e Regno Unito, a commento del nuovo attacco alle basi occupate dai miliziani yemeniti. L'operazione, spiega il Pentagono, "è arrivata in risposta ai continui attacchi nel Mar Rosso contro navi commerciali e mercantili, che minacciano il commercio globale e la vita di marittimi innocenti".

"Il nostro obiettivo - ha aggiunto il Pentagono nella nota congiunta - resta quello di allentare la tensione e riportare stabilità nel Mar Rosso, ma ribadiamo il nostro avvertimento ai vertici degli Houthi: non esiteremo, davanti a reiterate minacce, a difendere le vite e la libera circolazione del commercio in una delle rotte più importanti al mondo".

"I vostri attacchi renderanno il popolo yemenita soltanto più forte e determinato a contrastare, in quanto siete aggressori del nostro Paese". Lo ha dichiarato il leader della milizia Houthi, Mohamed Ali al-Houthi, in risposta ai bombardamenti effettuati da una coalizione guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna e legato agli attacchi dei paramilitari yemeniti alle navi che transitano lungo il Mar Rosso. "Gli americani e i britannici - ha aggiunto in un post pubblicato su X - devono capire che noi siamo in grado di rispondere e che la nostra gente non conosce resa".

Gli attacchi contro gli Houthi condotti da Stati Uniti e Regno Unito "non resteranno impuniti". Lo ha dichiarato il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, in un post su X, precisando che gli attacchi hanno colpito le province di Sanaa, Hodeida, Taez e Al-Bayda.

 

Fonte varie agenzie / Agi

 

 

Pubblicità laterale

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI