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Giovedì, 21 Ottobre 2021

Cassano Ionio - Don Luigi Ciotti scuote, ridesta e infiamma le coscienze

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Lì dove c’è povertà materiale e culturale si prepara il terreno alle mafie. Ecco perchè c'è bisogno di cultura: per dare «la sveglia alle coscienze ed affermare con una corale risposta che dove viene messa a rischio la dignità della persona la Chiesa deve parlare con umiltà, senza retorica e demagogia», ma «con la forza profetica» che le è propria.

Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, domenica sera ha parlato a cuore aperto tra le navate della Cattedrale di Cassano all'Jonio insieme al Pastore della diocesi cassanese (e segretario generale della Cei), monsignor Nunzio Galantino, in occasione del primo degli incontri di preparazione alla visita alla Chiesa particolare di Cassano da parte del Santo Padre, in programma per il 21 giugno prossimo.

Aspettando Papa Francesco: nel corso della serata, promossa dalla Caritas diocesana e dall’Ufficio Comunicazioni Sociali, ripercorrendo la sua storia personale di giovane prima in conflitto con la Chiesa ed in seguito di uomo di Dio sulla strada don Ciotti ha ricordato alcuni momenti significativi dei suoi primi anni di sacerdozio, richiamando alla mente gli approcci con il mondo delle devianze e della povertà, fino ad arrivare all'impegno contro le mafie nato all'indomani delle stragi di Capaci e via d'Amelio, esaltando la collaborazione con il sacerdote calabrese don Italo Calabrò per salvare i giovani dalle faide locali. «Non c'è un’età per mettersi in gioco» - ha sottolineato davanti ai giovani presenti in gran numero insieme ad associazioni, movimenti, sacerdoti, religiosi e tante gente comune - ma la «speranza ha bisogno di tutti e diventa grande» se si trasforma «in un noi che vince» anche di fronte alla «immensità di questi problemi».

Nel suo lungo ed intenso racconto, condito da un abbraccio fraterno alle vittime della mafia (tra loro la vedova ed il figlio di Fazio Cirolla, l’operaio sibarita ucciso per uno scambio di persona dai killer delle cosche, che avevano nel loro mirino altro e diverso bersaglio umano) don Ciotti ha inoltre sottolineato i momenti del primo incontro con Lea Garofalo - collaboratrice di giustizia e vittima di ‘ndrangheta - che le chiese di prendersi cura della figlia Denise se le fosse accaduto qualcosa. «Calabresi è il nome di un popolo non di un clan», ha precisato tra gli applausi, rammentando che «in Calabria ho incontrato delle persone meravigliose come voi stasera: questo vi fa onore e ci fa credere che è possibile voltare pagina». Ha quindi evidenziato la necessità di combattere l'analfabetismo in un Paese dove sono 6 milioni le persone senza cultura: «La cultura sveglia le coscienze e aiuta a eliminare la mafiosità che è il vero patrimonio delle mafie». Bando dunque alla «rassegnazione ed alle «teste basse. Offriamo una risposta corale» con la vita quotidiana. «Abbiamo solo questa vita per amare, amarci, per saldare la terra con il cielo e vivere la profezia del tempo che è vivere questo nostro tempo con responsabilità civile, facendo «come cristiani società con Dio, chiamati ad essere «corresponsabili» del cambiamento possibile, ha aggiunto, per poi concludere: «La strada insegna che è possibile incontrare le persone per incontrare Dio. Noi dobbiamo essere segno di speranza perchè le mafie temono la Chiesa che annuncia la Verità».

Dal canto suo monsignor Galantino ha rilanciato i concetti già in precedenza anticipati pronunciando l’omelia, facendo riferimento al Vangelo dei discepoli di Emmaus e rimarcando come «essere sopraffatti dalla delusione e dallo scoraggiamento ci fa mettere in discussione i nostri progetti e ci rivela il modo di agire di Dio che si fa viandante con i viandanti, pellegrino con i pellegrini» mettendosi «vicino a noi e manifestando la relazione che si fa condivisione». Questi «gesti di Cristo», ha chiosato il Presule, «trasformano le strade di delusione in strade di testimoni» e ci manifestano il volto del «Gesù sul quale abbiamo puntato la nostra esistenza: Cristo dimostra così di volersi «sedere a tavola con noi per condividere la nostra vita e renderla bella testimonianza».

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