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Sabato, 14 Dicembre 2019

Iraq: attentato contro militari italiani, 5 feriti

"Abbiamo seguito con grande preoccupazione l'attacco ai militari italiani in Iraq e seguiamo da vicino gli sviluppi". Così l'Alto rappresentante dell'Ue Federica Mogherini esprimendo vicinanza alle autorità italiane, al suo arrivo alla riunione dei ministri degli Esteri dell'Ue.

L'attentato, riferisce lo Stato maggiore della Difesa, è avvenuto in mattina quando un Ied, un ordigno esplosivo rudimentale, è detonato al passaggio di un team misto di Forze speciali italiane in Iraq.

Il team stava svolgendo attività di addestramento ("mentoring and training") in favore delle forze di sicurezza irachene impegnate nella lotta all'Isis.  L'attentato è avvenuto intorno alle 11 locali, nella zona di Suleymania, nel Kurdistan iracheno. Ad essere coinvolti sono stati i commandos della task force presente in quell'area, che stava svolgendo un'attività di supporto ad una unità di forze speciali dei Peshmerga. I cinque feriti, sempre secondo quanto è stato possibile apprendere, sono tre incursori della Marina (appartenenti al Goi, il Gruppo operativo incursori) e due dell'Esercito (9/o Col Moschin).

I cinque militari coinvolti dall'esplosione sono stati subito soccorsi, evacuati con elicotteri USA facenti parte della coalizione e trasportati in un ospedale "Role 3" dove stanno ricevendo le cure del caso.

Tre dei cinque militari sono in condizioni gravi, ma non sarebbero in pericolo di vita. I tre militari sono tutti in prognosi riservata ed attualmente ricoverati in un ospedale militare a Baghdad. Dei tre il più grave ha riportato un'emorragia interna; un altro ha perso alcune dita di un piede e il terzo ha gravissime lesioni a entrambe le gambe, che sono state parzialmente amputate. Gli altri due militari coinvolti nell'esplosione, invece, hanno riportato solo micro fratture e lesioni minori.

Attentato con finalità di terrorismo e lesioni gravissime, reati per i quali procede la Procura di Roma che ha aperto un fascicolo di indagine in relazione al ferimento di 5 soldati italiani avvenuto oggi in Iraq. Le indagini sono state affidate dal pm Sergio Colaiocco ai carabinieri del Ros.

L'attentato in Iraq ai militari italiani è "il rischio" che corre chi "opera sul campo": perché l'addestramento "non si fa in una caserma ma sul terreno". Lo dice il generale Marco Bartolini, ex comandante della Folgore e del contingente italiano in Afghanistan ma soprattutto ex capo delle forze speciali italiane. "I militari che operano sul campo sono persone preparate, che sanno quello che fanno e lo fanno con passione - dice il generale - Ma in quelle situazioni, e soprattutto contro gli Ied, non esiste una contromisura che garantisca la sicurezza assoluta".

Cosa facevano le forze speciali italiane si domanda il quotidiano il Giornale, quando ieri mattina sono state colpite non lontano da Kirkuk? Secondo le notizie diffuse ieri dallo Stato maggiore della Difesa, “il team stava svolgendo attività di mentoring and training a beneficio delle Forze di sicurezza irachene impegnate nella lotta al Daesh (Isis, Ndr)”. Eppure, questa versione non convince. 

È possibile che gli uomini del Comsubin e del Nono reggimento d’assalto Col Moschin siano stati impiegati “solamente” come addestratori dell’esercito iracheno? Fonti militari contattate da InsideOver affermano che “se le forze speciali escono dalla base è per fare qualche operazione. Altrimenti rimangono dentro”. Cadrebbe quindi l’ipotesi dello Stato maggiore della Difesa, che parla di “attività di mentoring and training”. Le stesse fonti militari fanno sapere a InsideOver che è probabile che lo Stato maggiore della Difesa abbia deciso di mantenere un profilo basso per salvaguardare l’operazione di ieri.  

Come scrive Fausto Biloslavo su il Giornale di oggi, però, sono tante le cose che non tornano: “La zona dell’attacco è molto delicata e infestata dai resti dell’Isis. Difficile che i corpi speciali fossero impegnati solo in addestramento in una missione iniziata in piena notte, ben prima dell’alba, e siano incappati per caso su una trappola esplosiva. L’area non lontana da Kirkuk, oltre il fiume Tigri, è quella montagnosa di Ghara, non lontana da Palkana, dove si sono insediati diversi combattenti dell’Isis sopravvissuti alla disfatta di Mosul e all’eliminazione della sacca di Hawija”. Giampaolo Cadalanu, su Repubblica, prova a ricostruire ciò che potrebbe esser successo ieri: “L’assistenza durante le operazioni contro le cellule nascoste, o contro nuclei jihadisti, sembra più plausibile”.  

La missione condotta dai soldati italiani non avrebbe quindi nulla a che fare con Prima Parthica, iniziata il 14 ottobre del 2014 con il compito di aiutare e addestrare le forze curde e irachene nella lotta contro l’Isis. Un’ulteriore traccia del fatto che la caccia alle bandiere nere in Iraq prosegue nel silenzio generale è fornita da Agenzia Nova, che parla di un’operazione lanciata a sud di Kirkuk, “nella zona del lago Hamrin, nella provincia nord-orientale di Diyala”. Non lontano da dove sono stati colpiti ieri i militari italiani. 

Sarebbe stata dunque la presenza dei veterani delle bandiere nere ad aver fatto scattare l’operazione congiunta tra curdi e italiani. Gli incursori del Nono reggimento Col Moschin e del Comsubin fanno infatti parte della Task Force 44 che, come spiega un’inchiesta del Fatto Quotidiano, è attivamente impiegata nella lotta contro lo Stato islamico in quella che è stata battezzata “operazione Centuria”. Accanto alla Tf44 sarebbero attivi elementi del “17° Stormo dell’Aeronautica e i Gis dei Carabinieri, solitamente supportati dai ricognitori del 185° Folgore e dai Ranger del 4° Alpini”.  

Il contributo italiano alla missione, iniziata il 14 ottobre 2014, scrive l'agenzia ansa prevede un impiego massimo di 1.100 militari, 305 mezzi terresti e 12 mezzi aerei. La missione prevede in particolare l'addestramento delle forze di sicurezza curde ed irachene - con il personale italiano dislocato tra Erbil, nel Kurdistan iracheno, e Baghdad - la ricognizione aerea con i droni e attività di rifornimento carburante in volo per i velivoli della coalizione. Ad Erbil opera il personale dell'Esercito nell'ambito del 'Kurdistan Training Coordination Center' il cui comando è attribuito alternativamente per un semestre all'Italia e alla Germania.

A Baghdad e a Kirkuk - dove oggi c'è stato l'attentato - sono invece impegnati gli uomini delle forze speciali, appartenenti a tutte le forze armate italiane, che hanno il compito specifico di addestrate i militari iracheni del 'Counter Terrorism Service (Cts) e le forze speciali e di sicurezza curde. Nella capitale irachena sono poi dislocati altri 90 militari nell'ambito della 'Police task force Iraq', che ha il compito di addestrare i poliziotti iracheni che devono operare nelle zone liberate dall'Isis.

Per quanto riguarda infine l'impegno dei mezzi aerei, 4 elicotteri da trasporto Nh90 sono schierati ad Erbil mentre in Kuwait sono schierati i Boeing Kc 767 A, gli Eurofighters e i Predator. A questi velivoli è affidato il compito di rifornimento in volo e sorveglianza del territorio.

Le forze dei vari Paesi che aderiscono alla coalizione operano in base a due risoluzioni dell'Onu: la numero 2170 del 15 agosto 2014 e la numero 2178 del 27 settembre 2014, sulla base della richiesta di soccorso presentata il 20 settembre 2014 dal rappresentante permanente dell'Iraq presso l'Onu al Presidente del Consiglio di Sicurezza.

I caduti italiani in missione all'estero dal secondo dopoguerra in poi sono moltissimi. Il primo fu, nel 1949, il finanziere Antonio Di Stasi, ucciso in Eritrea da banditi che lo trafissero con colpi di scimitarra.

Secodo Il Giornale.it fu solo la partenza di una lunga scia di sangue che nei decenni ha visto morire, in missione di pace in nome della Patria, centinaia di soldati. Per citarli tutti, assieme alle loro storie, occorrerebbe un'enciclopedia. E moltissimi sono anche i feriti. I fatti che si ricordano di più sono quelli di Kindu, dove nell'eccidio persero la vita 13 aviatori della 46esima Brigata aerea dell'Aeronautica militare, trucidati in Congo. Mogadiscio, 2 luglio 1993, Checkpoint Pasta: nello scontro a fuoco morirono 3 militari e altri 22 rimasero feriti, tra questi l'allora sottotenente Gianfranco Paglia, medaglia d'oro al valore militare. Nassiriya, 12 novembre 2003. In uno dei primi attentati nella città irachena morirono 28 persone, tra cui 19 italiani. Nel corso dell'operazione Antica Babilonia molti furono i caduti italiani a causa di attentati terroristici o incidenti sul campo. Afghanistan, missione Isaf: sono 54 i morti in missione. Le famiglie ancora oggi chiedono di ricordarli, ma lo Stato sembra averli dimenticati.

«Caduti e feriti - racconta l'ex comandante del Coi (comando operativo di vertice interforze), generale Marco Bertolini al quotidiano il Giornale - ci sono perché ci troviamo in zone sostanzialmente se non in guerra comunque interessate da situazioni conflittuali molto difficili dove sono le armi a essere utilizzate per affrontare i problemi. Spesso dimentichiamo: è come se facessimo finta di non saperlo, ma abbiamo militari che operano in zone dove c'è un'opposizione armata al governo che i nostri cercano di supportare». E prosegue: «In Iraq siamo per dare una mano al governo iracheno che ancora fronteggia lo Stato islamico e i nostri addestrano i militari locali. Ne vale la pena? Il nostro non è un piccolo Paese, ma è immerso in una fetta di mondo molto turbolenta e non possiamo far finta di essere in mezzo all'Atlantico o sulla luna. I fatti nostri, purtroppo - conclude - sono anche questo, perché quello che accade laggiù può avere ripercussioni anche da noi».

Oltre ai caduti nelle varie missioni di pace abbiamo anche numerosi feriti, molti dei quali oggi fanno parte del gruppo sportivo paralimpico Difesa, che ha ottenuto numerose medaglie in varie discipline. I militari italiani che operano all'estero sono 6.290 stabili e un migliaio in flessibilità (ovvero che operano per un tempo limitato). Il 46 per cento del totale è impiegato in Asia, il 34 in Europa e il 20 per cento in Africa. Le missioni attive allo stato attuale sono in Iraq, Afghanistan, Libano, Kosovo, Somalia, ma abbiamo militari anche in Palestina, Libia, Tunisia, Egitto, Gibuti, Mali, Niger, Somalia, Repubblica Centrafricana, W.Sahara, Albania e sulle navi per l'operazione Mare Sicuro.

 

 

 

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