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Come si fa un Santo?

Da secoli sono i Patroni delle nostre città e i modelli esemplari della vita cristiana popolando l'immaginario collettivo come pochi altri: dalle scuole, alle piazze, alle chiese non c'è angolo delle nostre città che non sia intitolato, o non rimandi – direttamente o indirettamente – a qualche Santo. Ma come si fa un Santo? A ridosso delle prime canonizzazioni di Papa Francesco, se ne è parlato a Roma in una serata culturale organizzata dall'associazione civico-culturale “Alleanza Cattolica”. Relatore d'eccezione per l'occasione il Postulatore generale delle cause dei Santi della famiglia salesiana (l'ordine fondato da San Giovanni Bosco (1815-1888)), Pierluigi Cameroni. Il religioso ha esordito ricordando al pubblico una verità spesso dimenticata, il fatto – cioè – che la storia della Cristianità è stata, soprattutto all'inizio, dagli Apostoli Pietro e Paolo fino ai primi Pontefici, storia di martiri. Per avere il primo Santo non martire (un 'confessore') bisogna infatti aspettare l'epopea di San Martino (317-397), il vescovo nativo di Tours ricordato oggi universalmente per la celebre iconografia che lo vide dividere il suo mantello con un povero. Per secoli, poi, si è pensato che la santità fosse riservata perlopiù alle persone consacrate (religiose, frati, presbiteri o vescovi) e a pochi altri, particolarmente 'fortunati'. Il primo a intuire la necessità di una santità universale fu invece proprio San Francesco di Sales (1567-1622), l'ispiratore della congregazione salesiana che appunto da lui, per desiderio di don Bosco, prende il nome. Il vescovo di Ginevra, eroico difensore dell'ortodossia cattolica mentre imperversava l'eresia calvinista, proclamato poi Dottore della Chiesa, con le sue numerose opere scritte e anzitutto la Filotea (1608) sarà infatti il precursore di quella che secoli dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965), nella costituzione dogmatica Lumen Gentium, definirà, come prerogativa di tutti i battezzati, consacrati e non, “vocazione universale alla santità”. Affrontando poi l'iter di canonizzazione vero e proprio Cameroni ha spiegato che “un processo inizia dalla diffusione della fama di santità” e viene avviato nel luogo dove il 'servo d Dio' (come vengono chiamate le persone per cui viene avviate una causa di canonizzazione) è morto. E' in questa diocesi che si interrogano i testimoni che l'hanno conosciuto, quindi i documenti che fanno riferimento al 'servo di Dio' (inediti e non) e ogni altro documento utile. La seconda fase, quella 'romana' ha inizio invece quando il Postulatore generale - nominato dal vescovo - consegna tutta la documentazione raccolta durante la fase diocesana, successivamente viene quindi nominato un Relatore e si prepara la “Positio”, la raccolta ufficiale della documentazione di santità. Ordinariamente, si possono avere due tipi di processi: il processo 'super virtutibus' e quello 'super martyrium', nel primo occorre dimostrare l'eroicità di tutte (non solo una) le virtù richieste dalla vita cristiana, nel secondo si verificherà invece se il 'martirio', che in senso proprio è la morte “in odium fidei” resa per rendere testimonianza a Cristo e al Vangelo, abbia effettivamente avuto luogo.

Nel momento in cui la Congregazione per le Cause dei Santi riconosce ufficialmente l'eroicità delle virtù cristiane (o il martirio) il 'servo di Dio' viene dichiarato 'venerabile'. Perché sia beatificato a questo punto occorre provare un miracolo (che verrà vagliato da una commissione composta da medici e teologi). Per la successiva, eventuale, canonizzazione - che verrà presieduta dal Pontefice in persona - ne occorrerà un altro ancora. Come si vede, il procedimento è tutt'altro che semplice e anzi piuttosto complesso: il candidato deve superare indenne una vera e propria montagna di ostacoli. E un motivo c'è: la canonizzazione, infatti, come si può intuire – non tocca soltanto il nucleo della credibilità pubblica della Chiesa - ma qualcosa di più: ad essere impegnata è la stessa infallibilità pontificia. Proclamando un Santo il Pontefice si fa garante del fatto che quella persona è in Paradiso, ha cioè raggiunto il fine ultimo della vita cristiana, e che quanto da lui (o lei) compiuto in vita può essere preso a modello da tutti i fedeli senza esitazione alcuna. A questo punto il culto diventa universale (non più locale, come nel caso dei beati) e il nome del Santo inserito nei calendari liturgici. Prevedendo le possibili obiezioni del pubblico, Cameroni si é poi chiesto: tutto questo può essere di certo edificante ma a noi, oggi, concretamente i Santi che cosa dicono? Anzitutto una grande verità consolante: che ogni e uomo e ogni donna su questa terra “volendo”, e “perseverando”, ognuno nel proprio rispettivo stato e luogo di vita, possono diventarlo. I Santi sono infatti coloro che “hanno risposto generosamente alla Grazia divina”, rialzandosi subito ogni volta che sono caduti e – così facendo – hanno finito per cambiare non solamente se stessi ma anche il mondo in cui vivevano. Da questo punto di vista, il fatto che esistano anche Santi poco più che bambini la dice lunga sulle potenzialità a disposizione di ognuno. Il primo santo 'giovane' non martire della Chiesa, tra l'altro, è proprio un ragazzo salesiano, laico, figlio spirituale di don Bosco, San Domenico Savio (1842-1857), morto di turbercolosi ad appena 14 anni di età. Il suo segreto – ha concluso Cameroni – era la lotta al peccato (“la morte, ma non il peccato” scrisse a soli sette anni sul suo diario) e l'Eucarestia, che s'impegnava a ricevere il più spesso possibile. Una lezione e un messaggio significativo anche per i laici cristiani di oggi nell'“Anno della Fede” attualmente in corso.

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