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Covid 19, Horowitz: «l’Italia un modello per gli altri Paesi, ma di come non si debba procedere»

Cominciamo dall'aspetto più tragico, i troppi decessi a causa del letale virus. In un fondo interessante Riccardo Cascioli, riflette sul record di morti in prevalenza anziani in Lombardia e il conseguente loro abbandono. Senza minimizzare l'aggressività del Covid-19, un fattore importante dell'alta mortalità è l'insufficienza delle strutture sanitarie, a cui si è sommata l'incompetenza dimostrata dal governo.

Cascioli punta il dito sui tanti anziani che sono lentamente morti in casa, oppure sono arrivati in ospedale e rimandati a casa, «e non è certo colpa dei medici; semplicemente negli ospedali non ci sono più posti e scarseggiano anche i sanitari, colpiti loro stessi in gran numero dal coronavirus». (R. Cascioli, “Record di morti in Italia, c'entra l'abbandono degli anziani”, 23.3.2020, LaNuovaBQ.it).

«Quello che in altri tempi sarebbe potuto essere classificato come un caso di malasanità, oggi in certe zone è diventato purtroppo ordinaria amministrazione».

Cascioli riporta una serie di dati per evidenziare l'enorme disparità di tassi di mortalità da regione a regione. Il totale dei contagiati e dei morti si trova in Lombardia il 12,7%. La spiegazione di tanti è perchè in Lombardia si trova la popolazione più anziana. Non è affatto vero: delle 4 regioni prese in esame, la Lombardia è la più giovane: gli ultrasessantacinquenni sono il 22,6% della popolazione e l’indice di vecchiaia è 165,5, mentre per il Veneto è 172,1, per l’Emilia Romagna 182,6 e per il Piemonte addirittura 205,9 (vale a dire che ci sono più di 2 anziani per ogni ragazzo sotto i 14 anni).

Inoltre per quanto riguarda Bergamo e Brescia, sono due province, abbondantemente sotto la media regionale in quanto a indice di vecchiaia. Secondo Cascioli «il picco di mortalità in Lombardia non trova una spiegazione esauriente».

La questione è che «non essendoci posti letto sufficienti, le persone vengono lasciate morire. Non per cattiveria dei medici, non perché manchi la volontà di curare, ma semplicemente perché non c’è la possibilità di fare altrimenti».

Inoltre sottolinea Cascioli, «nei giorni scorsi è stato detto da più parti in Lombardia, un po’ sottovoce un po’ indirettamente, che i medici sono costretti a fare delle scelte».

Tuttavia pare che ai decessi dopo la terapia intensiva riportati ufficialmente dalla Protezione civile, si dovrebbero aggiungere quelli degli anziani morti in casa, che sono più numerosi.

Infatti Cascioli scrive: solo negli ultimi tre giorni in Lombardia sono morte 1.288 persone: fossero stati pazienti in buona parte ricoverati in terapia intensiva ne dovremmo vedere l’effetto, visto che questo numero è nettamente superiore a quello dei ricoverati giornalieri in terapia intensiva (ieri erano 1.142 contro i 1.050 di due giorni prima). 

Pertanto secondo il direttore de LaNuovaBQ citando le linee guida di etica clinica emanate il mese scorso dalla SIAARTI (Società Scientifica di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva), indicano «la necessità di non occupare la terapia intensiva con persone anziane e con patologie pregresse. Con buona pace di chi, nei giorni scorsi, di fronte alla strategia annunciata dal premier britannico Boris Johnson, ha rivendicato per l’Italia una sorta di superiorità morale perché noi ci occupiamo di tutti allo stesso modo».

Dunque causa di questo disastro attuale è solo in parte l'aggressività del coronavirus, per Cascioli, parte importante è l’insufficienza del nostro sistema sanitario. E stiamo parlando della sanità lombarda. Poi alla debolezza strutturale si aggiunge il Governo Conte che, a oltre due mesi dalla notizia dell’epidemia in arrivo, non ha provveduto ancora a dotare il personale sanitario delle necessarie protezioni. Mascherine e guanti sono ancora introvabili. In ogni caso è già tardissimo, oltretutto con migliaia di medici ammalatisi a rendere ancora più difficile il lavoro a una categoria già sottodimensionata. Però è molto più comodo prendersela con quelli che fanno jogging.

L'Italia un modello per gli altri Paesi.

Un'altra osservazione frequente sui Media di questi giorni è quella che l'Italia è un modello per gli altri Paesi per come sta combattendo il corona virus. E' un ragionamento falso secondo Paolo Gulisano.

Circolano «narrazioni sui Media, sui social, che la strategia con cui l'Italia sta combattendo l'epidemia di Sars Covid 19 è la migliore possibile, un modello ovviamente invidiato e ammirato come tutto il resto del Made in Italy».(P. Gulisano, “L'Italia un modello? Certo, da non seguire”, 23.3.2020, LaNuovaBQ.it).

Gulisano fa riferimento a un articolo apparso ieri sul New York Times, a firma di Jason Horowitz, esperto di affari italiani. L’analisi di Horowitz è lucida e impietosa. «L’Italia ha commesso una serie di terribili errori strategici nella modalità di affrontare l’epidemia. L’Italia è il Paese in Europa dove l’epidemia si è di gran lunga più diffusa, e questo dovrebbe fare riflettere. Dove il numero di morti ha addirittura superato quello della Cina, che ha un numero di abitanti 25 volte superiore. E’ evidente che qualcosa non ha funzionato. Per certi versi si potrebbe dire che l’Italia sta diventando sì un modello per gli altri Paesi, ma come esempio di come non si debba procedere».

Sostanzialmente l'Italia è arrivata impreparata al conflitto, tra l'altro è accaduto spesso nella Storia. E continuando con i termini bellici «è come se il Governo avesse mandato allo sbaraglio i suoi soldati e ufficiali, come quando nella Prima Guerra Mondiale i generali mandavano i reparti al massacro fuori dalle trincee. Potremmo dire che questa sprovvedutezza è una eredità di anni di tagli insensati alla Sanità».

Continuando nelle riflessioni la situazione è stata poi complicata dalle scelte del governo Conte con l'attendismo, le incertezze di azione, sulla scarsa comprensione del fenomeno, sui mancati controlli sui rientri dalla Cina, motivati dall’intento di non apparire razzisti, di non fare regali alle forze politiche di opposizione. «Se l’esperienza italiana ha qualcosa da insegnare, fa notare Horowitz, è che le misure per isolare le aree colpite e per limitare gli spostamenti della popolazione devono essere adottate immediatamente, messe in atto con assoluta chiarezza e fatte rispettare rigorosamente».

Secondo Gulisano il virus si era da tempo diffuso, silenziosamente, a causa della mancanza di controlli sugli arrivi dalla Cina. Ormai sappiamo che ben prima del celebre caso uno di Codogno il virus era già attivo da settimane in Italia, trasmesso da persone asintomatiche e spesso scambiato per un’influenza stagionale. Tra l'altro si  è diffuso maggiormente in Lombardia, perchè è la regione italiana con le più forti relazioni commerciali con la Cina. (ecco perchè probabilmente in altre regioni d'Italia, in particolari al Sud, ci saranno meno contagi) .

Dagli “aperitivi solidali” allo Stato di polizia.

Infine un altro tema sul quale si sta discutendo a lungo è quello delle misure restrittive, le limitazioni della libertà. Chi avrebbe pensato, fino a poco tempo fa, che ci saremmo ritrovati in uno scenario di sostanziale legge marziale, in cui un’intera nazione è praticamente agli arresti domiciliari? Bisognava arrivare a questo punto per debellare un virus seppure letale? Anche ieri sera nella trasmissione su rete 4 di Barbara Palombelli, il dibattito tra gli intervenuti si è acceso. Certo non sarò io adesso a dover difendere la Costituzione, la Democrazia, sarebbe un paradosso, io che studiando la Storia, spesso mi appassiono per le gesta di combattenti, di generali, di Re e Regine, tra l'altro in gioventù ero perfino abbonato a un periodico dal titolo eloquente,“Monarchia”, io che recentemente ho riscoperto perfino la grande figura del dittatore illuminato, Antonio Oliveira Salazar.

Certo comprendo che di fronte a un nemico invisibile e letale non si può rispondere che con la quarantena più rigida, col risultato che occorre sacrificare momentaneamente la nostra libertà personale. Anche se in Corea del Sud non è stato proprio così. Comunque sia anche qui sono necessarie alcune riflessioni sul comportamento degli uomini di sinistra e del Governo. Siamo passati dagli “aperitivi solidali” allo Stato di polizia, dal relativismo all'autoritarismo, scrive il professore Eugenio Capozzi.

Per questa gente non era facile far accettare in base al realismo e al buonsenso di chiudere immediatamente i confini a quanti provenivano dalla Cina quel o costringere quest’ultimi alla quarantena. Simili misure suonavano radicalmente inaccettabili alle orecchie degli esponenti politici del Pd e dei 5Stelle, così come di tutta l’opinione pubblica “progressista” del paese. «Si trattava naturalmente di un tasto molto dolente, di un tema indigesto per generazioni di progressisti occidentali. Ma in Italia in particolare, nella cultura egemone a sinistra il tema della sicurezza nazionale era stato totalmente rimosso in favore dell’esaltazione di un europeismo astratto e idealizzato, così come della convinzione ingenua che il mondo globalizzato fosse ormai un mondo senza più confini effettivi, in cui la governance sovranazionale fosse in grado di affrontare qualsiasi problema e conflitto».(E. Capozzi, “Dagli “aperitivi solidali” allo Stato di polizia, relativismo e autoritarismo al tempo del Coronavirus”, 22.3.2020, L'Occidentale).

Pertanto chiudere i confini per questi politici omologati al pensiero unico “no border”, era pericoloso in sé, non si poteva dare ragione a Salvini e ai sovranisti. Se non ché arriviamo alla prima settimana di marzo, l'atteggiamento del governo Conte cambia bruscamente , è passato dalla“La situazione è sotto controllo”, dal“Niente allarmismi” alla strategia di un “lockdown” in stile “cinese” massiccio e indiscriminato sull’intero territorio nazionale; completato da misure via via più stringenti di limitazione della libertà di movimento di tutti i cittadini.

Addirittura qualche governatore di sinistra manifesta per l'occasione un piglio militaresco, quasi “sudamericano”, in cerca di facili consensi securitari (esibizione che se fosse stata fatta dall’ex ministro degli Interni avrebbe suscitato commenti di orrore e raccapriccio).

Intanto i Media, gli intellettuali, più o meno organici, si sono adeguati alla nuova linea. In pochi giorni siamo passati all'esaltazione dell'”uomo forte”, alla perentoria esortazione a “stare tutti a casa”. Fino alla pubblica delazione dei presunti “untori”, nella persona dei cittadini che, tra lo stupore dei nuovi zeloti, si ostinavano ancora a pretendere di camminare o correre da soli, pur essendo queste attività ancora legali e assolutamente compatibili con il “distanziamento sociale”.

Praticamente ora tutta l'attenzione viene posta sulla popolazione “indisciplinata”, la responsabilità è sua «dell’aumento dei contagi, scagionando così in un colpo le colossali inefficienze, i ritardi, le esitazioni fatali, le leggerezze, le preclusioni ideologiche da parte del governo che nelle settimane precedenti hanno trascinato il paese in una crisi drammatica con pochi precedenti nel dopoguerra».

Tuttavia Capozzi in questa “libido autoritaria” generale ha visto che viene esercitata anche dalle componenti della cultura politica di destra. Troppi esponenti della Lega e Fdl si sono associati con entusiasmo al governo in questa nuova strategia. Hanno fatto bene, hanno fatto male?

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