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Domenica, 07 Marzo 2021

La voce dei giovani nelle arti letterarie

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In occasione di alcuni recenti eventi letterari ho conosciuto tre giovani, Aurora De Luca, Giada Giordano e Francesco Gallina; dai nostri discorsi è emerso il loro forte interesse verso la poesia e le arti letterarie in generale. Questo mi ha profondamente colpito, sollecitando in me alcune riflessioni sulla crisi della cultura, che ha investito violentemente la nostra epoca.

Sarebbe opportuna un’analisi storica dei fatti che hanno determinato lo sgretolamento di alcuni valori-pilastro del tessuto sociale, con gravi ripercussioni a livello planetario: primi fra tutti, l’interminabile crisi economica difficile da contenere e l’alto tasso di disoccupazione , in particolare fra i giovani, che disorientati, cercano punti di riferimento fra gli adulti.

Spesso avverto un certo disinteresse da parte loro nei riguardi della cultura e nel contempo, una sorta di demotivazione verso l’approfondimento di un percorso scolastico, destinato innanzitutto ad arricchire il proprio bagaglio culturale.

Alla base della formazione di ogni individuo dovrebbe essere universalmente riconosciuto, a prescindere, il diritto alla cultura e all’istruzione. Al contrario, a partire dalle istituzioni, in questi ultimi anni ci si muove consapevolmente in senso opposto, con le logiche conseguenze.

Nonostante tutto, è certamente confortante constatare che esistono anche giovani motivati, volenterosi, a volte sorprendentemente creativi, che avvertono la necessità di nutrirsi di “pane e cultura”. Questi tre ragazzi, come tantissimi altri, ne sono la prova e ciò oggi rappresenta una speranza di cambiamento, del quale auspico possano esserne ben presto i diretti fruitori. E’ giunta l’ora di ricominciare a lavorare con entusiasmo e seriamente, nell’intento comune di realizzare al più presto un’inversione di tendenza, che porti benefici alle future generazioni.

In questa intervista a tre voci inizierò con Aurora De Luca, alla quale ho rivolto alcune domande.

Considerando la tua giovane età, sono piacevolmente ammirata dal forte interesse che dimostri verso le arti letterarie, in un momento storico in cui la cultura stenta a mantenere il ruolo di primo piano che le compete. Da cosa nasce la tua passione per la poesia?

La passione per le arti, o la passione in generale, non è un fatto di età, non lo è la letteratura. La poesia o è poesia o non lo è e questo non dipende dall’età. Esiste semmai un’età “interiore”, che non si conta sulla punta delle dita. Parlerei, piuttosto, di necessità; la poesia mi è necessaria come un organo incorporeo all’interno del corpo, un terzo polmone.

La poesia è creazione, immaginazione, ricerca ed introspezione. La tua chiave espressiva è innovativa e nel contempo classica. Ti riconosci in questa mia interpretazione?

Ho certamente un timbro mio, che - e questo me lo auguro - mi rende riconoscibile; un timbro che ha molto dell’istintuale, ma anche del ragionato. Il processo che rende poesia un complesso di parole è difficile da discriminare, come voler trovare l’attimo esatto in cui camminare diventa danzare. La mia chiave non è né creativa, né immaginifica, né introspettiva. Ho ben chiaro cosa per me sia poesia, ma quando scrivo non penso certamente a cosa sia la poesia: seguo la nudità delle parole, quando sanno in fatto di sonorità e quando, da sole, sanno dire. Se questo sia creativo, immaginifico, introspettivo, classico è una riflessione a posteriori, quando i giochi sono ormai fatti. L’atto iniziale è assai terreno, materiale, come possono essere materiali le parole.

Nell’arte ognuno di noi cerca di esprimersi nel modo più originale, pur avendo dei modelli dai quali trarre insegnamento. A quali autori si sente empaticamente più legata?

Nell’arte l’espressione più ardua da ricercare è quella che aderisce alla propria forma, che si plasma sulla propria personalità, al proprio carisma. Questo è originale.

Traggo immenso piacere dalla lettura dei romanzi, la grande prosa; quel piacere nient’affatto leggero è l’insegnamento per la mia poesia. Non posseggo una lista di nomi, sono volubile nelle “amicizie letterarie”, tradisco l’uno con l’altro, a seconda dell’inclinazione d’umore che ho. Non tradisco Neruda, lui no.

Ho un occhio di riguardo per Julio Cortàzar, il suo modo di cantare e di leggere, con occhio da poeta, altri autori; lui li tiene per mano passeggiandoci accanto. Altri vengono avanti, Virginia Woolf e la sua ragione che non si sottomette, Flaubert che ricerca la frase perfetta per rendere alla stupidità la sua grandezza e litigano adesso gli altri, perché non posso nominarli tutti!

Vorresti parlarmi del tuo libro di poesie “Materia grezza”. La tua è forse una personale ricerca dell’energia e della forza che sta all’origine degli umani sentimenti?

Materia grezza” non è un libro di poesie d’amore; è un libro, se vogliamo definirlo e trovargli un argine, sull’amore e un libro senza oggetto. Ma non vorrei affatto che restasse costretto entro questo canale. Materia Grezza, come tale, può essere qualsiasi cosa, portare la sua rivoluzione ovunque, è un diamante grezzo che rifrange la luce. La mia ricerca è in alcunché se non nella poesia stessa; cosa può avvicinarsi alla vita vera, pura, bella e brutale. La poesia è in alto, non è tutta umana.

Nelle tue poesie riesco a cogliere i tumulti dell’anima, in un dolce alternarsi di illusione e disinganno, espressi con una consapevolezza che lascia poco spazio ad espressioni melensi a banali. Nei tuoi componimenti ci sono riferimenti autobiografici?

Chuck Palahniuk scrive:

“La calligrafia. Il modo di camminare.

Il motivo decorativo delle porcellane che scegli.

Sei sempre tu che ti tradisci.

Ogni cosa che fai rivela la tua mano.

Ogni cosa è un autoritratto. Ogni cosa è un diario.”

Quanto ci sia di autobiografico è forse niente e tutto, quindi. L’autore deve essere alla poesia come Dio per l’Universo: deve esserci, ma non si deve vedere.

Per concludere, come immagini il futuro per voi giovani leve nell’universo culturale?

Lo immagino come è sempre stato. Le passioni non hanno mezzi termini e non vanno bene per gli “amori lenti”. La cultura la vedo come la non mediocre normalità, quella forza pura che distingue cosa è bello, cosa va salvato. Ma questo stendardo può essere portato alto, allo stesso modo, da altre passioni che non siano la Cultura. E’ la purezza, la cosa necessaria.

Conclusa l’intervista con Aurora, la parola passa ad un’altra promettente poetessa, Giada Giordano.

Noi ci siamo conosciute in occasione del Leopardi’s Day, l’ormai consueto appuntamento con la poesia dedicato all’anniversario della nascita del grande Giacomo Leopardi e curato dai poeti e scrittori Francesca Farina e Roberto Piperno. Io e la mia carissima amica Ester Cecere, poetessa di Taranto ma a Roma per l’occasione, abbiamo subito notato il tuo stile poetico, con tracce emozionali che rimandano al tema dell’Infinito, tanto caro al poeta recanatese. Vorresti parlarmene?

Trovo che Leopardi sia il poeta più rappresentativo non solo della sua epoca, ma anche del primo Novecento; un poeta-filosofo acutissimo, fine interprete di un periodo storico che, per consuetudini, si andava cronicizzando sotto l’egida del Post-Illuminismo e del Romanticismo ed anticipatore, per certi versi, del pensiero nietzschiano ed esistenziale del Novecento. Il limite sotteso al nostro tempo sta nell’incapacità di leggere l’attualità di un autore del genere. Siamo tutti, in qualche modo, debitori verso Leopardi, sebbene si pecchi nel trascurare la profonda portata filosofica del suo pensiero. “L’infinito” è l’opera esistenziale umana, che riflette un sentire atemporale e multivalente, atavico ed eclettico, anche letto in considerazione di quelle straordinarie, quanto mai sensibilmente affini opere di Caspar David Friedrich, dalle quali si evince un parallelismo con l’opera leopardiana, anche in merito alle riflessioni sulla caducità umana, che da sempre accompagna l’uomo. E’ un sentire che rischia di cadere nell’oblio di una cultura ipertecnologica, lontana da veri e propri punti di riferimento.

La riscoperta di un classico deve assurgere alla funzione di garanzia di continuità. In Leopardi è presente, con velato umorismo e allo stesso tempo malinconica lucidità, la consapevolezza lungimirante sulla condizione dell’uomo, la sensibilità sopraffina del genio e la capacità di visione, che da sempre lo hanno reso a me poeta caro; per questo ragione la mia poesia non è altro che il tentativo di omaggiare l’uomo-poeta, radicandolo nel mio tempo storico, per farne il fondamento di un sentire e di un bisogno comune.

Parlando con te ho subito compreso che le arti letterarie ti appartengono da quando eri in tenera età. Quando hai acquisito la consapevolezza di ciò?

Sin da bambina la scrittura mi ha permesso di scoprire la parte più profonda del mio Io e all’età di otto anni ha rappresentato il terreno dell’esplorazione e del gioco. Non ero solita giocare con le bambine, ma ho sempre avuto come amici i libri, anime solitarie come me, profonde. Era forte il bisogno di raccontare, di raccontarsi. Scrivere è un atto solitario, ma la condivisione che ne scaturisce ha una portata molto più ampia, trasversale e a lungo termine. E’dunque un atto “sociale” quel che ne segue e trovo che sia allo stesso tempo un atto d’amore. Il mio primo racconto lo scrissi sull’onda dell’entusiasmo di alcune mie letture estive, (da Salgari ai racconti di Alla Poe) a otto anni, per poi stimolarmi narrativamente, durante la prima adolescenza, parlando con le letture di Dostoevskij e di tutti i grandi classici della letteratura dell’Ottocento e del Novecento, libri che amavo al solo pensiero e al semplice contatto e che leggevo l’estate al mare alla casa dei nonni.

Ora che non ci sono più, rappresentano un collante meraviglioso con loro, e li tengo con me nella mia casa a Roma.

la sfera emozionale dell’artista è sempre caratterizzata da una singolare sensibilità. Quali sono le difficoltà che una persona giocane, come te, incontra quotidianamente nel remare, in un certo qual modo, controcorrente rispetto al modo di comportarsi dei più?

Credo che la più grande difficoltà sia proprio quella di essere giovani in un Paese non pensato per i giovani. La politica è ancora composta di classi dirigenti lontane dai nostri interessi e bisogni e da un sistema meritocratico e la paura più grande è quella di non riuscire, o che nel proprio emergere si venga ostacolati da un sistema che la pensa diversamente. Tuttavia, questo rappresenta anche una sfida ed un invito a non arrendersi mai. Siamo tantissimi e la discriminazione che ne consegue è evidente, se ci si sofferma ad indagare sui limiti generazionali, determinati a loro volta da errori antecedenti, appartenenti alla cultura di un contesto storico che ha visto nascere e crescere i nostri genitori. Le colpe non possono mai ricadere da una sola parte. L’invito che rivolgo, se questo mi si concede, è quello di svecchiare le istituzioni che, dall’alto dell’Olimpo hanno perso l’interesse vero, vivo per la questione sociale. La cultura è anche politica e la politica non può esimersi dal rispondere anche alle accuse di responsabilità, che vengono mosse nei suoi confronti. Siamo tanti, come ripeto, e confidiamo in un cambiamento che non debba necessariamente tradursi nell’utopismo di Tommaso Moro.

Qual è oggigiorno il ruolo della poesia, di fronte all’improcrastinabile urgenza di un cambiamento di rotta?

La poesia ha propria questo ruolo “rivelatore” di una coscienza, di un sentire storico, di un interesse collettivo; si fa elemento di denuncia e catartico di una condizione, come quella umana e dispiegandosi è specchio manifesto di una società. Urge il bisogno di un cambiamento, ma la stessa cultura sconta dei limiti insiti nelle proprie sovrastrutture e dunque alla poesia, come alle arti in genere, si pensa in termini del tutto stereotipati, confinandoli nella cerchia degli “addetti ai lavori”. Non credo la poesia possibile di definizioni e ghettizzazioni, tutto questo rischia di impoverirla, inaridendo anche quell’humus che diversamente sarebbe terreno fertile per i giovani che si avvicinano alla poesia.

Ho letto alcuni tuoi versi che cantano l’amore. Vorresti parlarmi da “moderna Erato” di questo atavico sentimento, che dalla notte dei tempi tutto muove?

“L’amor che move il sole e le altre stelle…” direbbe Dante, e mai espressione più giusta e allo stesso tempo più ancestrale, se pensiamo anche a “Giulietta è il Sole” di Shakespeare, o ai versi degli antichi Maori della Nuova Guinea, ci avvediamo di come l’amore e le stelle siano contemplate dagli antichi ed oggetto d’interesse astrologico ed astronomico, tesi a spiegare l’uomo e il senso della vita. Prediligo in questo Tagore, maestro dell’amore capace di una sensibilità poetica inusuale, al post-modernismo stilistico, che eccedendo in virtuosismi e manierismi, va a penalizzare l’emotività. L’amore che canto è il motore dell’universo, non solo carne, non solo mera comunione dei corpi, ma anima, vita, battito e anelito ideale verso una materia intangibile ma immanente. E’ ciò verso cui tende il credente, ciò che scrive il letterato, che canta il musico e allo stesso tempo è il soggetto di tale sentimento: soggetto-oggetto, in definitiva, l’amore è la chiave.

Sei una ragazza molto profonda, matura e culturalmente preparata. Come ti confronti dialetticamente con i tuoi coetanei?

Con la giusta consapevolezza dei meriti e dei talenti ed anche delle passioni altrui; dell’importanza di uno scambio che è e deve essere arricchimento. Amo l’eclettismo e i miei stessi interessi non sono confinati alla sola letteratura. Se Piaget reputava l’intelligenza “adattamento”, credo che la migliore forma di adattamento oggi, sull’onda di quella decantata flessibilità dal punto di vista sociale, sia nella capacità di rinnovarsi costantemente, e leggere non sono libri, ma anche la realtà di riferimento, ciò che ci circonda con occhio critico e soprattutto l’essere critici con se stessi. Il merito è nel porgere mano e orecchio al sentire comune…

Infine, la parola a Francesco Gallina che, da buon cavaliere, ha ceduto il passo alle sue coetanee.

Sei un ragazzo estremamente motivato, direi eclettico. Se ti chiedessi di presentare il tuo biglietto da visita, cosa mi diresti?

Ho ventitré anni e studio Lettere all’Università di Parma. Sono autore di opere di poesia e narrativa, con preferenza per il genere giallo e storico. La mia opera prima edita è il thriller psicologico “De Perfectione” (Helicon Editore) che, in questi ultimi due anni, ha ricevuto un ottimo riscontro da parte del pubblico e della critica: per un ragazzo della mia età non è cosa da poco. Scrivo anche articoli, saggi accademici e sceneggiature teatrali. Sono inoltre fondatore di BUSILLIBLOG, un blog che tratta di temi legati alla cultura con un taglio originale e politically scorrect , insomma, senza peli sulla lingua. Tengo a ricordare che non si nasce scrittore, non si nasce nulla: solo attraverso uno studio motivato, solido e articolato è possibile aspirare a creare qualcosa di degno, benché la strada sia lunga, accidentata e fatta di “sudate carte”. Talento ed ispirazione non sono sufficienti.

La tua tesi di laurea triennale in Lettere e Filosofia verte su “La poetica musicale del Decameron di Boccaccio”. Potresti parlarmi del percorso che ti ha condotto a tale raffinata scelta?

La mia tesi di laurea si è aggiudicata il primo posto all’edizione 2015 del Premio Casentino, fondato da Carlo Emilio Gadda e diretto da Silvio Ramat: sarà pubblicato a breve per i tipi della Helicon. Il mio sito personale: https://sites.google.com/site/francescogallinascrittoreparma/.

L’idea è nata, innanzitutto, per rivedere e criticare la tradizione bembiana, per cui ancora oggi è naturale che nella scuola italiana si usino schemi fallaci, come credere che il Decameron sia solo una raccolta di novelle, dimenticando, ad esempio, che la brigata fiorentina musica, canta e danza allegre ballate alla fine di ogni giornata. Non solo: il Decameron si colloca nel solco della rivoluzione musicale trecentesca, divenendo fonte preziosissima di informazioni riguardanti strumenti, canti religiosi e profani, danze e generi lirico-musicali differenti. La scelta dell’argomento deriva, dunque, da una lettura originale del capolavoro boccacciano che, se non nuova, non ha però ricevuto ancora la giusta attenzione della critica contemporanea.

Il tuo primo romanzo ha ottenuti lusinghieri consensi in numerosi premi letterari. Da cosa nasce la tua passione per il genere “thriller”?

La natura di “De Perfectione” è eterogenea: in esso, giallo, thriller e noir si intrecciano, dando vita a una storia che è ambientata ai giorni nostri, ma che affonda le proprie radici negli anni ’60 del secolo scorso. Tanti i temi trattati: dai limiti della scienza all’etica della medicina, dalla scuola al viaggio in alcune delle località più affascinanti dell’Italia settentrionale. In questo caso, giallo e thriller mi hanno permesso di creare la giusta tensione attorno a una vicenda che vede, fra i protagonisti, una micidiale setta di medici criminali. Inoltre, credo che il thriller, se associato al realismo, come in “De Perfectione”, permetta di trattare argomenti di stretta attualità, anche quando il periodo storico scelto è distante dal nostro: ad esempio, il racconto “Voi che con gli occhi mi passaste ’l core” giallo storico immerso nella Londra vittoriana, mi ha dato l’occasione di trattare con tinte mistery il tema dell’omosessualità e della pedofilia; “La vera storia Tommaso Vendramin” è ambientato nell’Italia del Secondo Dopoguerra e il protagonista è affetto dalla Sindrome di Down; “Romeo” è una lettera dal fronte che esprime l’insensatezza e gli effetti catastrofici della guerra sul corpo e sulla psiche umana.

In questa opera affronti diverse tematiche, fra le quali quella delicatissima della scuola e del ruolo dei docenti. Vorresti spiegarmi qual è il tuo pensiero a riguardo?

La scuola sta attraversando un periodo grottesco. La scuola si fa sempre più industria, sempre meno orto in cui coltivare il pensiero. E questo è un grandissimo problema: i bambini di oggi saranno i lavoratori di domani. Educarli con serietà è una missione. Giona Alighieri, il protagonista di “De Perfectione”, vive sulla propria pelle il fallimento di una buona parte dell’istituzione scolastica, poco meritocratica, troppo lassista. La bacchetta novecentesca era violenza, il permissivismo odierno – dovuto a un più radicato “interventismo” genitoriale – è ignoranza: sarebbe il caso di trovare una giusta via di mezzo e investire sulla figura dell’insegnante, continuamente vituperata e frustrata dalla politica. D’altronde, i professori sono “quelli che si fanno tre mesi di vacanza”, insomma, fannulloni. Sarebbe ora di finirla con le fesserie e capire quando dalla passione e preparazione del docente dipenda la crescita intellettuale dell’allievo.

Sta frequentando il biennio che a breve ti porterà alla laurea specialistica e dopo?

E dopo si aprono tre strade principali: editoria, giornalismo, insegnamento. Non nascondo il desiderio di seguire un dottorato in Italianistica, magari contemporaneamente al lavoro: insegnare all’Università sarebbe il mio sogno. E non uso il condizionale a caso.

Vorresti spiegarmi le difficoltà di un giovane che, esattamente come te, si trova dinanzi a notevoli incertezze nel fare programmi per il futuro?

La principale difficoltà è convincere gli altri – i datori di lavoro – della propria preparazione. Molti vorrebbero che un ventenne avesse alle spalle chissà quale esperienza, dimenticando che l’esperienza si fa solo lavorando. Farsi notare con un curriculum di qualità può essere un ottimo inizio. Per il resto, è inutile farsi instupidire da false promesse, come quella per cui “seguendo questa facoltà lavori subito, seguendo quest’altra non lavorerai mai”.

Qual è il messaggio che vorresti rivolgere ai tanti giovani che, scoraggiati dalle problematiche della nostra epoca, hanno abbandonato l’interesse verso lo studio?

Il più grande problema del secolo XXI non è la crisi economica, ma la mancanza di idee e il crederci sempre e comunque in crisi, che c’è – inutile nasconderlo – ma non deve essere nemmeno generalizzata. Lo studio, nel senso classico di “stare sui libri”, non è la via della felicità e non è sempre la strada migliore per affrontare la vita. Mi spiego meglio: la scuola obbligatoria è fondamentale, ma non ci si dimentichi che ogni indirizzo ha la sua dignità, il liceo scientifico tanto quanto un istituto professionale.

Non sopporto di vedere ragazzi che vengono spronati a proseguire la strada dei genitori, quando invece vogliono seguirne un’altra. Anche fare il meccanico prevede uno studio e un’utilità sociale, non secondaria rispetto a un medico. Anche i luminari hanno un’auto che si guasta e non vanno a farsela sistemare dai loro colleghi, ma da un metalmeccanico. Per questo vi dico: fate quello che più vi piace; non avvelenate la vostra vita dietro ai sogni di altri, ma seguite i vostri interessi, purchè sempre con impegno e senso del dovere. Ne godrà la società. Ne godrà il mondo del lavoro, con gente più seria e motivata. Ne godrete voi.

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