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Domenica, 22 Aprile 2018

Come possiamo sconfiggere il male italiano

 

Qual è il male italiano? Chi può rispondere a questa domanda se non il presidente dell'Autorità dell'anticorruzione Raffaele Cantone, peraltro già pm della Direzione distrettuale antimafia. Qualche anno fa il magistrato ha pubblicato un libro-intervista con il giornalista Gianluca Di Feo, “Il Male italiano. Liberarsi dalla corruzione per cambiare il paese”, Rizzoli (2015).

 

In questo scritto il magistrato ripercorre sinteticamente la storia recente della corruzione, il male atavico, nel nostro Paese. E' un cancro presente costantemente nel nostro sistema degli appalti, ma non solo, anche nella politica, nella pubblica amministrazione, nell'imprenditoria, fino a compromettere le fondamenta della vita civile. In particolare Cantone e De Feo, percorrono le vicende dell'Expo di Milano, del Mose di Venezia e di Mafia Capitale a Roma. I due si confrontano per individuare i problemi chiave del nostro Paese e per suggerire delle soluzioni.

 

Ma prima di passare a soluzioni tecniche per debellare la corruzione, secondo Cantone è necessaria una rivoluzione culturale. Pertanto,“ogni soluzione passa attraverso un cambiamento culturale: smettere di considerare la corruzione come un problema solo di tangenti, ma affrontare la questione della degenerazione della vita pubblica in ogni suo aspetto”.

 

Nel combattere la criminalità organizzata non c'è stato bisogno di troppe spiegazioni, tutti hanno capito che bisognava mobilitarsi. Lo stesso ora bisogna fare nei confronti del malaffare della corruzione. Infatti sono tanti quelli che ancora non hanno capito la gravità della questione.“E' un male che aggredisce sempre più profondamente la qualità della nostra vita. Distrugge il libero mercato, annulla la competizione economica, partorisce servizi scadenti per i cittadini, ci consegna infrastrutture tanto costose quanto inefficienti” Tra i tanti sterminati mali, collaterali del malaffare, per Cantone, c'è  quella della cosiddetta “fuga dei cervelli”, “un'intera generazione, quella dei nostri figli, è costretta a cercare lontano dall'Italia il riconoscimento dei meriti che qui sono negati ai più, per garantire privilegi di pochi”. E' di questi giorni la notizia dell'aumento nel 2015 del 15% dei giovani fuggiti dall'Italia.

 

Tuttavia la corruzione rappresenta il male italiano più diffuso e tutte le rilevazioni internazionali ci bollano come un Paese incapace di affrontare la questione. Eppure ci sono stati tanti “chirurghi” che hanno cercato di risolvere la questione, a cominciare nel 1992 da “Mani Pulite”, che ha cambiato molte cose, ma non è riuscita ad estirpare il male. Secondo Cantone le cose non sono cambiate perché “non c'è mai stata prevenzione [...]In Italia non si è mai neppure provato a fare prevenzione”.

 

La Corte dei Conti sostiene che ogni anno, “il sistema delle tangenti inghiotta sessanta miliardi di euro”.

 

Dopo l'intervento dei magistrati a Tangentopoli,“non si è fatto assolutamente nulla. Non sono stati introdotti correttivi, non sono state affrontate le zone infette, anzi sono state messe in campo via via misure che andavano in senso contrario[...]”.

 

Per la lotta alla corruzione servono in sinergia tre fattori: prevenire, continuare la repressione penale e infine“è indispensabile una grande presa di coscienza della pericolosità del male, del danno che crea a tutti i cittadini, una vera rivoluzione culturale”.

 

Sulla difficoltà del cambiamento di mentalità di certi ambienti dell'amministrazione pubblica italiana, il magistrato napoletano di Giugliano, ricorda l'episodio che ha scandalizzato tutti: quello dei vigili urbani di Roma che a Capodanno hanno disertato il servizio, presentando certificati medici e altre giustificazioni. Qui addirittura i sindacati hanno contrastato la possibilità di far ruotare i comandanti dei vigili o di spostarli ad altra zona di Roma. Sul ruolo del sindacato nella pubblica amministrazione, il magistrato napoletano si sofferma nel 6° capitolo, dove spesso seguono una logica corporativa, custodi della peggiore burocrazia. Cantone denuncia quell'”inquietante alleanza tra chi vuole mantenere lo status quo per salvaguardare i diritti dei lavoratori e chi lo fa per patrocinare posizioni individuali”.

 

Sia Di Feo che Cantone concordano sul fatto che,“il concetto di interesse pubblico è sempre stato molto debole nella storia del nostro Paese”, e che inoltre le “corporazioni sono i poteri più forti d'Italia”. La vicenda dei vigili romani ne è un esempio eclatante. Praticamente dimostra che la nostra società ancora non è pronta a lottare contro la corruzione. Infatti per Cantone,“corruzione non significa solo mazzette, è un complesso sistema di malaffare che potrebbe prescindere dalle bustarelle”. Tuttavia la prevenzione non bisogna farla nei confronti di chi è realmente corrotto, ma nei confronti di tutti.

 

Nel Paese delle varie caste, del malaffare, una istituzione nata con lo scopo di debellare la corruzione suscita poca fiducia e credibilità. Qualcuno potrebbe sostenere che si è istituito il solito carrozzone politico italiano. Cantone ne è consapevole, peraltro, presentando la sua carriera il magistrato napoletano, non appare un uomo compromesso con qualche specifica forza politica, anche se ha conosciuto e avuto contatti con molti esponenti politici di governo e di minoranza, ha mantenuto la sua indipendenza. Da quello che ho capito il magistrato non mi sembra un novello giacobino che preso dal furore iconoclasta contro la corruzione diffusa, prende decisioni ideologiche, come sembra essere il recente nuovo codice antimafia, definito dal settimanale Panorama: “un ultimo malsano successo del “populismo giudiziario”, l’assurdo rigurgito di giacobinismo che sta avvelenando l’Italia”. E peraltro non mi sembra neanche un professionista dell'antimafia.

 

La sua nomina a presidente dell' anticorruzione è stata designata sì dal governo Renzi, ma votata all'unanimità da tutto il Parlamento. Certo è stato sempre disponibile ad andare a parlare nei vari palcoscenici della politica. Lo stesso Di Feo, intervistandolo, sottolinea che anche Cantone, potrebbe essere considerato “un uomo di potere”, gode della stima di tutti, appare spesso in tv e viene intervistato dai giornali. Ma il magistrato ci tiene a mantenere un ruolo super partes. Peraltro, nell'intervista Cantone afferma esplicitamente di aver rifiutato le avance del Pd di Renzi che voleva arruolarlo.

 

L'istituzione presieduta da Cantone sta cercando di instaurare una cultura della trasparenza della pubblica amministrazione e dell'etica dei comportamenti individuali che richiederanno del tempo, ma potrebbero davvero far fare un passo in avanti decisivo all'Italia. Il rispetto delle regole come valore, per riprendere la citazione del libro, è il cuore del problema. Fino a quando riterremo di essere al di sopra delle regole o che le regole riguardino gli altri e non noi, non riusciremo a cambiare.

 

“L'autorità è un referente, pronto a collaborare con chiunque”, afferma Cantone. Del resto per debellare la corruzione serve la trasversalità della politica: “senza una mobilitazione generale non si può sperare di combattere la corruzione”.

 

Già alle prime settimane dal suo insediamento Cantone ha dovuto intervenire per bloccare lo scandalo delle tangenti dell'Expo di Milano, intervento che ha rischiato di minare la credibilità stessa della manifestazione.“Ma abbiamo dimostrato di saper reagire. E che, quando ci sono volontà e un impegno condiviso, si può cercare di raddrizzare le cose”. A questo proposito il magistrato ricorda di essersi scontrato con una certa “mentalità imprenditoriale milanese: una cultura del fare a ogni costo, un istinto a correre che spesso si traduce in un'insofferenza verso i controlli burocratici, considerati ostacoli e come tali da aggirare”. E qui Di Feo sottolinea il fattore che negli ultimi decenni, spesso si è cercato di gestire “attività pubbliche secondo criteri privati. Con una confusione di regole e ruoli che, invece di aumentare la managerialità, ha favorito scelte più disinvolte”. Del resto l'evento dell'Expo, consisteva in una spesa da undici miliardi di euro, una somma che mette in moto appetiti altrettanto grandi, soprattutto in un momento di profonda crisi.

 

Per quanto riguarda il Mose di Venezia, trasformato in un pozzo di malaffare senza fondo che ha inghiottito una massa sconvolgente di soldi pubblici, Cantone è molto chiaro.“Grazie a questi denari, da Venezia la corruzione si è insinuata ovunque, non c'è istituzione locale o nazionale che non sia stata coinvolta nelle indagini, con accuse a esponenti di tutti gli schieramenti politici”. Cantone è convinto che non è questione di norme, anche cambiandole,“le regole sugli appalti, mi pare difficile che si riesca a impedire il ripetersi di situazioni così incancrenite, in cui sono invischiati controllati, controllori, ceto politico: un'intera classe dirigente, compresi appartenenti a forze dell'ordine e a organismi di controllo, è stata coinvolta negli intrallazzi o ha chiuso gli occhi”.

 

Infine perveniamo all'inchiesta di Roma, “Mafia capitale”. Cantone ha studiato il simbolo dei cantieri dispendiosi di Roma: la linea C della Metropolitana. Dal 2007 ci sono state “quarantacinque varianti”, fatte dalle varie giunte capitoline. Roma rischia di trasformarsi in una palude, lo dice chiaramente Cantone. “La prassi degli uffici pubblici sembra essere diventata la seguente: 'io di regola non prendo decisioni, quindi, se ci tieni che la pratica vada a buon fine, devi pagare'”. Sostanzialmente in cambio di questa particolare attenzione, “si cede di tutto, non solo denaro o beni materiali: sul piatto finiscono favori, sconti, raccomandazioni, promozioni, assunzioni, anche in maniera, trasversale e obliqua”.

 

In questa palude che si materializza nel 2014, lo scandalo di Mafia Capitale, ancora più sconvolgente rispetto a quello dell'Expo o del Mose. Qualcuno fino a cinque anni fa ancora continuava a sostenere che le cosche a Roma non erano arrivate.“La mafia c'era eccome, - afferma Cantone - e nel frattempo Cosa nostra, ma soprattutto camorra e 'ndrangheta, hanno messo radici sul territorio, di fatto indisturbate”. Qui i due concordano nel fatto che magari la criminalità non era tanto evidente a Roma come a Milano, perchè non si era manifestata violentemente come a Napoli e a Palermo. Ma il problema esiste eccome.

 

Il libro intervista affronta altri temi, tutti interessanti, e meritevoli di essere presentati. La questione della sanità italiana, la principale spesa pubblica, nonostante la spending review, nel 2013 lo Stato ha investito centonove miliardi di euro per cercare di garantire la salute dei cittadini. “Tutti soldi gestiti dalle Regioni, tramite le Asl: organismi espressione della politica locale e quindi maggiormente soggetti sia alla lottizzazione sia all'infiltrazione mafiosa”. Non è una tesi peregrina, ma è quello che hanno detto i pentiti di Cosa Nostra.

 

Il 4° capitolo del testo viene dedicato alla politica in sé, ai partiti, ai riti elettorali. I politici sono passati dalla trasversalità alla transumanza. Pertanto certi sistemi elettoriali secondo Cantone hanno reso più facile le infiltrazioni criminali nei partiti. “E' un fenomeno che ho incontrato spesso - scrive Cantone - nelle inchieste di camorra: politici che migrano da un movimento all'altro, oppure inventano liste civiche e alleanze trasversali, con l'unico obiettivo di continuare ad assecondare i disegni dei clan. Tra Napoli e Caserta ci sono stati casi clamorosi di giunte comunali fatte saltare perché non approvavano i progetti dei boss, crisi pilotate da figure che poi riuscivano ad architettare nuove maggioranze compiacenti”.

 

Per gli autori del libro il corpo di grazia ai partiti e alle loro strutture centrali è stato dato con la fine del finanziamento pubblico. “Un meccanismo nato sotto nobili auspici e poi degenerato in un sistema impazzito”. Poi ci sono le fondazioni, che viaggiano fuori da ogni possibilità di controllo, dove ormai passa buona parte dei soldi che alimentano le campagne elettorali.

 

Cantone accenna alla questione del contrasto tra magistratura e politici e ricorda che “il giudice arriva a reato commesso, mentre la selezione preventiva dei candidati la dovrebbero svolgere i partiti i quali, in caso di errore, possono ricorrere ai propri codici etici e allontanare un esponente che si è rivelato disonesto”.

 

Viene affrontata la questione del conflitto di interessi, e non c'è solo Berlusconi. “La trasparenza è l'unico elemento che può funzionare contro il conflitto di interessi. Se non ho niente da nascondere, che male c'è a indicare dove lavorano e quanto guadagnano i miei familiari?”. Inoltre si affronta la questione delle primarie, dei rimborsi elettorali, dei privilegi, degli sprechi, la vergogna delle ambasciate regionali all'estero. Le cifre folli delle 8.000 municipalizzate, le società miste costruite dagli enti pubblici. Invece di riformare gli uffici si è preferito inventare organismi privati a controllo pubblico. Ibridi diventati predatori di fondi, fino a mandare all'aria i conti di Comuni, Regioni e persino ministeri. Riducendo questi enti si poteva risparmiare 3 miliardi di euro. “Perché molte sono soltanto dei poltronifici, con più dirigenti che dipendenti: l'unica funzione è garantire uno stipendio ai politici trombati e al loro staff. In pratica, l'evoluzione estrema della lottizzazione”.

 

Poi c'è la questione del “labirinto della burocrazia”, ci sono 3 milioni e trecentomila persone della Pubblica Amministrazione, l'industria più importante d'Italia. Con un costo di 158 miliardi di euro l'anno, una cifra pari all'undici per cento del Pil. “Ha cambiato volto nel corso degli anni, ma una cosa è rimasta costante: la corruzione passa inevitabilmente dai suoi uffici ed è alimentata dalla cattiva burocrazia. Ed è proprio su questo fronte che si gioca la battaglia della legalità”.

 

Mentre porto a termine la recensione del testo apprendo che viene approvato il nuovo Codice antimafia, che dovrebbe dare più regole e trasparenza e quindi equiparare i reati di corruzione a quelli di mafia. Senza entrare nel merito, leggo dal settimanale “Panorama”, il giudizio che dà Cantone in particolare sul "giudizio di prevenzione". A nulla sono servite le tante riserve, manifestate anche da soggetti autorevoli come Raffaele Cantone. Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione aveva detto: “Si rischia di snaturare un sistema di prevenzione che ha il suo carattere eccezionale legato alle mafie. Credo sia poco opportuno inserirlo con riferimento alla corruzione, e si rischia di avere effetti tutt’altro che positivi”. Nessuno ha ascoltato”. (Maurizio Tortorella, Nuovo Codice Antimafia: perché è un obbrobrio giudiziario, 27.9.17, Panorama)

 

Mi devo fermare avrei voluto continuare per approfondire la situazione della P.A. Dove non si riesce a premiare il merito e spesso neppure a punire i comportamenti scorretti, “così - per Cantone - si disincentivano l'impegno e la professionalità: se lavori male o se fai il tuo dovere, vieni trattato alla stessa maniera, perchè le procedure disciplinari non funzionano”.

 

Poi c'è tutta la questione delle università, e qui si entra nell'attualità, dei concorsi truccati di questi giorni all'università di Firenze. A proposito degli scandali delle raccomandazioni e delle consorterie parentali all'interno delle università, scrive Di Feo: “il rischio è che si impartisca alla futura classe dirigente una lezione nefasta: gli atenei insegnano ai giovani che il merito non conta, perché in cattedra si sale grazie agli intrallazzi. Non è un caso che la fuga dei cervelli ormai sia diventata un esodo: i migliori ricercatori vanno all'estero perché da noi non c'è speranza di ottenere un posto.

 

 

 

 

 

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