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Martedì, 11 Dicembre 2018

Perché scoppiò la prima guerra mondiale

Halévy

Nel gennaio 1929 lo storico francese Élie Halévy (1870-1937), autore di opere significative sull’utilitarismo filosofico e sulla storia dell’Ottocento inglese, venne invitato dall’Universi­tà di Oxford a tenere le Cecil Rodhes Memorial Lectures. I testi del ciclo di conferenze, dedicati alle cause del grande conflitto (1914-1918) iniziato cento anni, fa sono stati pubblicati ora in Italia con il titolo Perché scoppiò la prima guerra mondiale (DellaPorta, Pisa-Cagliari 2014, pp. 120, euro 9,00). L’opera è articolata in tre parti — Verso la rivoluzione (pp. 7-29), Verso la guerra (pp. 31-49) e Guerra e rivoluzione (pp. 51-73) — ed è seguita da un lungo saggio esplicativo dello studioso Marco Bresciani, Élie Halévy e la crisi mondiale del 1914-1918 (pp. 75-120).

Prima ancora di prendere una posizione politica o di offrire un’interpretazione storiografica, Halévy si prefigge il compito di elaborare un nuovo metodo per comprendere le origini e lo svolgimento di quella crisi mondiale, focalizzando la sua attenzione non sulle azioni degli uomini di Stato e neanche sui numerosi incidenti diplomatici, ma sui «sentimenti collettivi», «sui movimenti avvenuti nell’opinione pubblica» (p. 51), che ben prima del 1914 operavano per la guerra e per la rivoluzione: «perché la crisi politica del 1914-1918 non fu soltanto una guerra [...] ma anche una rivoluzione» (pp. 9-10), la rivoluzione bolscevica del 1917. In questo modo egli individua due tipi di forze: il socialismo, che metteva in ogni Paese una classe contro l’altra, e il nazionalismo, che invece cercava di unire tutte le classi all’interno di ogni Paese contro le classi unite di un altro Paese. A giudicare dagli avvenimenti Halévy ritiene che le emozioni nazionali abbiano agito più profondamente dei propositi internazionali e rivoluzionari. In una conferenza del 1936 riconobbe, inoltre, che l’economia di guerra introdotta dalle potenze belligeranti avrebbe portato a una generale «statalizzazione» delle società che avrebbe mutato la struttura stessa dello Stato moderno.

Lo storico francese porta quindi la sua attenzione fuori dall’Europa e muove dalla guerra russo-giapponese del 1904-1905 e dalla conseguente rivoluzione nell’impero zarista, che provocarono una generale destabilizzazione dell’immensa area giacente fra il Pacifico e l’Impero Ottomano: «La guerra si estese da est a ovest; fu l’Oriente che la impose all’Occidente» (p. 38). La crisi terminale degli Ottomani gettò i Balcani in uno stato di agitazione cronica, che propagò l’agitazione nazionalista all’interno dell’Impero austro-ungarico, mettendone in pericolo la stessa sopravvivenza; la scelta degli Asburgo di reagire a questa minaccia radicale, sostenuti dall’Impero Germanico, mise in moto un meccanismo di alleanze, divenuto presto inarrestabile, che condusse in breve alla Grande Guerra.

Halévy distingue due fasi del conflitto, la prima — fino al 1917 — quando gli Imperi Centrali andarono più volte vicino alla vittoria, e la seconda a partire dalla Rivoluzione Russa, che inizialmente illuse gli austro-tedeschi e i loro alleati ma si rivelò poi un boomerang, perché contribuì a determinare l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America: questi, infatti, avevano bisogno di una causa disinteressata per giustificare l’intervento, cui la maggior parte della popolazione era contraria, e «grazie alla caduta dello zarismo, la guerra poteva adesso essere proclamata in nome del programma democratico» (p. 65) proclamato dal presidente statunitense Woodrow Wilson.

Ne trasse beneficio lo schieramento anglo-francese, che poté infine trionfare, ma non la pace, impregnata d’ideologia e di utopia, che produsse un mondo instabile, scosso dalla competizione di vecchie e nuove realtà statuali e attraversato da passioni nazionaliste: «una guerra rivoluzionaria» — conclude Halévy — non poteva «concludersi altrimenti che con un trattato rivoluzionario» (p. 67).

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