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Sabato, 19 Agosto 2017

La disprassia: questa grande sconosciuta

Il termine “praxia” deriva dal greco e significa “agire - fare”. In campo medico e, più propriamente, in neurologia, con l'espressione disprassia vengono indicate le problematicità che una persona incontra nel compiere, in modo corretto, gesti e movimenti finalizzati al compimento di una azione.

In un recente passato è stata considerata come difficoltà di coordinazione motoria. La ricerca contemporanea, invece, ne dà una spiegazione maggiormente globale e completa, considerandola come difficoltà di effettuare gesti ed atti volontari in successione, comunque collegati tra di loro.

La cause, i motivi per cui insorge non sono stati ancora sufficientemente indagati in modo chiaro ed esaustivo. È stata esclusa, comunque, ogni possibilità che la disprassia possa dipendere da probabili lesioni cerebrali. Si ritiene, invece, che sia determinata da inesperienze e difficoltà di agire di taluni contatti a livello neurologico.

La disprassia è, come prima cosa, un disturbo della coordinazione motoria; infatti, può coinvolgere la sfera motoria, chiamando in causa e implicando alcuni elementi della normale vita di tutti i giorni.

Può interessare anche l'ambito verbale.

Ma, in effetti, quali sentimenti avvertono i genitori nel momento in cui assumono consapevolezza che il proprio figlio è disprassico? Quali comportamenti e quali atteggiamenti devono assumere nei suoi confronti? Cosa è necessario fare per cercare di aiutarlo? In che modo è opportuno relazionarsi con il personale scolastico? Ma, soprattutto, cosa è necessario fare per far capire ad amici e parenti che il proprio figlio presenta queste particolari difficoltà?

Proviamo a capire, anzitutto, che cosa è, come si manifesta e come affrontare la disprassia.

Giacomo è un bambino come tanti. Si alza al mattino e chiede alla mamma: “che ore sono?” Le sette e trenta, risponde la madre. E lui: “ma adesso sono le sette e trenta del mattino oppure è sera?”. E la madre: è mattino. Dai, muoviti; sbrigati a fare la colazione altrimenti arriverai, anche oggi, tardi a scuola. Giacomo ritorna nella sua stanzetta per vestirsi, ma sbaglia direzione e urta contro una sedia, rovesciandola per terra. Entrato nella camera le difficoltà sembrano aumentare. Deve vestirsi. Ma da dove incominciare! Cerca di mettersi la maglia, ma sbaglia e inserisce un braccio dalla parte del collo; infila il pantalone, inciampa e cade per terra; la camicia è tutta fuori dai pantaloni ancora da abbottonare; anche i piedi non sempre finiscono nella scarpa giusta.

Altro arduo compito è rappresentato dalla colazione: prova a versare il latte nella tazza ma imbratta la tovaglia; aggiunge lo zucchero al latte e ne sparge un mezzo cucchiaino sul tavolo; incomincia a mangiare e già la maglietta risulta alquanto imbrattata.

Ma è ora di andare a scuola. Giacomo apre la porta, si precipita fuori, raggiunge lo scuolabus, ma ha dimenticato di prendere la cartella. La madre gli corre dietro e risolve l'inconveniente. Arrivato in classe, l'insegnante, dopo aver spiegato la lezione, comincia a dettare l'esercizio; Giacomo non riesce ancora a  trovare il quaderno a righe. I suoi compagni hanno già finito il compito e iniziano a consegnare il quaderno all'insegnante per la correzione. Ed ecco che, finalmente, il quaderno viene fuori.

Durante la lezione di educazione motoria l'insegnante accompagna la scolaresca in palestra per disputare una partita a palla a volo. Giacomo non riesce a prendere la palla. Ed ecco che, angosciato, abbandona il gioco e si allontana dicendo: “è un gioco molto sciocco e noioso. Non mi piace per niente”.

Mentre i suoi compagni continuano a giocare nella palestra e tutto intorno risuonano grida e risate gioiose, Giacomo appare sempre più solo, sempre più escluso, sempre più emarginato.

Ma, in effetti, che senso potrebbe avere e quali risultati potrebbe sortire sgridare un bambino come Giacomo? 

Sono, questi, dei bambini che non hanno cognizione alcuna dello spazio.

A volte, a scuola, durante la lettura di un brano, anche se molto semplice, invertono le sillabe.

Spesso, questi comportamenti, determinano effetti negativi sull'autostima, per cui, il bambino, finisce con l'avere sempre meno fiducia nelle proprie capacità. Ed, inoltre, nel momento in cui si convince di non essere in grado di svolgere quelle attività, quelle operazioni che i suoi coetanei effettuano in modo alquanto naturale, finisce con il rinchiudersi, ancora di più, in se stesso.

La disprassia non sempre viene diagnosticata e riconosciuta, anzi, il più delle volte, sia la famiglia, sia la scuola tendono a non prendere nella dovuta considerazione le disfunzioni, il senso di malessere e il disagio che il bambino avverte. Ed è solo quando, all'interno della classe, questi alunni rappresentano elemento di distrazione e di disturbo per l'intera scolaresca che insegnanti e genitori incominciano a valutare e chiedersi il perché di siffatti comportamenti.

Non sono pochi i casi in cui i genitori vivono queste difficoltà del figlio come una vera e propria sconfitta personale; altri, invece, propendono a considerare l'azione svolta dalla scuola come una interferenza a quelle scelte che competono, invece, in modo specifico e solo alla famiglia; altri ancora ritengono che le risorse di cui la scuola dispone siano del tutto insufficienti; altri sono sempre più convinti che il personale scolastico sia del tutto impreparato ad affrontare queste problematiche; infine ci sono quelli che nutrono, forse perché si sentono impotenti di fronte ad un simile problema, una innata sfiducia nelle istituzioni e, in particolare, nella scuola.

Questi genitori, pur rendendosi conto che il proprio figlio presenta dei comportamenti anomali ed inconsueti, avvertono un forte senso di impotenza e non sanno proprio cosa sia opportuno fare. Ed ecco la soluzione più semplice: ogni colpa ed ogni responsabilità viene addebitata alla scuola, definendo l'intera sua azione didattica ed educativa alquanto discutibile e inadeguata, se non, del tutto, scadente.

Talune volte si ascoltano commenti da parte del personale scolastico il quale asserisce: “è un bambino che non sta mai fermo, si distrae sempre. Disturba  l'intera classe e non si riesce mai a lavorare con un poco di tranquillità. A casa fa tutto sua madre. Continuando così non imparerà mai. A lui non interessano affatto i lavori che facciamo a scuola. Trascorre il tempo sempre da solo. È un bambino poco socievole. Preferisce stare in disparte.

È un bambino intelligente, ma non si applica affatto. Con il passare del tempo migliorerà di certo”.

Da queste parole appare evidente una mancata consapevolezza, da parte del personale docente, dell'esistenza di disturbi nell'alunno.

Si tende ad addebitare le difficoltà allo scarso impegno, alla iperprotettività, alla famiglia, alla svogliatezza.

Ed ecco che emerge l'importanza di un intervento precoce sia sul versante terapeutico, sia su quello educativo e didattico.

Un intervento didattico, però, che non può basarsi sull’improvvisazione, ma sulla conoscenza di quei metodi che hanno dato risultati positivi e sono stati supportati da ricerche scientifiche.

Il metodo spazio-temporale ideato da Ida Terzi (1905-1997) per i bambini non-vedenti, è un sistema di esercizi senso-motori che sviluppa la capacità di integrare le informazioni spazio-temporali che giungono al nostro cervello dai diversi canali percettivi.

Questo metodo si è rivelato molto utile anche nel recupero dei soggetti disprassici.

L'impegno tanto della scuola quanto della famiglia e, soprattutto, dei servizi specialistici è quello di fare in modo che i bambini affetti da questi disturbi possano arricchire le loro potenzialità e, in particolar modo, integrarsi nella scuola e, di conseguenza, nel contesto sociale.

Sarebbe veramente bello operare in maniera tale che questi alunni non fossero più considerati solo un problema e un peso da sopportare, ma divenissero, prima di tutto, un progetto da realizzare.

E allora mettiamoci in cammino, perché, come sosteneva Ida Terzi “…nel nostro continuo andare e venire per il mondo esterno, noi non facciamo altro che ragionare, e bene, con i piedi”.

                                                                                                                       

 

 

 

 

 

 

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