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Mercoledì, 13 Dicembre 2017

Il sangue dei terroni

Dopo “Maledetta guerra”, Lorenzo Del Boca insiste nel raccontare la vera storia della“Grande guerra”, (1a guerra mondiale) definita da Papa Benedetto XV una inutile strage. L'anno scorso per la casa editrice Piemme, viene pubblicato, “Il Sangue dei Terroni”, in questo agile testo di 203 pagine e 6 pagine di note, l'autore cerca di sostenere poche tesi: l'assoluta maggioranza delle vittime era gente del Sud. Un'intera generazione spazzata via. Questi caduti, dei veri e propri “militi ignari”, erano contadini poveri, braccianti, piccoli artigiani, quasi per metà analfabeti, giovani di vent'anni che furono strappati alle loro famiglie e alla loro terra e mandati a morire in lande remote, tra montagne da incubo e pianure riarse. Inoltre sono morti e si sono sacrificati per interessi loschi ed oscuri di certe élite economiche che badavano solo al proprio tornaconto di una nuova classe politica che li trattava con ferocia e disprezzo.

E facendo riferimento alle alture del Carso, dove“non c'è sasso senza storia”, scrive Del Boca:“Quei ragazzi, dalle loro campagne, si trovarono catapultati in una distesa di sassi che sembrava impossibile fosse un obiettivo di conquista. Ma chi poteva volerla quella terra, dove non era nemmeno possibile seminare?”. Sul Carso furono divorati interi reggimenti, l'esercito italiano subì un'autentica carneficina che si portò via 150.000 ragazzi.

Erano giovani che ben presto“diventarono carne da cannone, numeri da inserire nelle statistiche dello Stato Maggiore, bandierine che i generali spostavano sulle mappe con noncuranza”. A migliaia finirono nelle trincee, a passare anche mesi nel fango e nel gelo, sotto la pioggia e le bombe. Furono costretti da ufficiali balordi e spesso criminali a combattere “contro un nemico che non conoscevano e che non avevano motivo di odiare”.

Del Boca biasima le celebrazioni, le ricorrenze della Prima Guerra Mondiale che ogni anno“si celebrano con enfasi insensata”. Una guerra che nessuno voleva, o meglio, soltanto una piccola minoranza aveva interesse di farla. Erano i soliti intellettuali che “schiamazzavano per le piazze d'Italia chiedendo a gran voce una prova di forza. Volevano il 'bagno' nel sangue - scrive Del Boca - per garantire alle prossime generazioni un futuro eroico”. Mentre la povera gente protestava come le donne di Collesano, di Alcamo, di Sciacca, Paternò, Bagheria, Piana degli Albanesi e tanti altri centri della Sicilia.In prima fila, madri, mogli e sorelle, che non accettavano di vedere i loro uomini partire per il fronte, con una buona probabilità di non vederli più fare ritorno”. Fu un vero e proprio movimento organizzato, che non si può liquidare come un fenomeno sporadico e isolato. A volte queste donne nelle loro manifestazioni ricorrevano anche alle statue del santo patrono, marciando con le camicie bianche. Accadde a Caltagirone, a Montalbano Elicona, a Catania.“Eppure – scrive del Boca – la storia ha concesso loro ben poca attenzione, al punto che, esclusi gli 'addetti ai lavori', la maggior parte del pubblico non ne è a conoscenza”.

Le autorità fermarono la protesta anche con le maniere dure, utilizzarono processi e denunce, alcune donne finirono in prigione come Maria Segreto a Ribera o Maria Ponticello a Campobello di Licata. Ma soprattutto, le autorità,“si assicurarono che delle manifestazioni non rimanesse traccia sui giornali, per evitare un contagio per emulazione”.

Il testo evidenzia come la censura messa in atto dalle autorità“si sforzò in tutti i modi di minimizzare i danni che i combattimenti stavano provocando”. Ci pensarono i quotidiani, in particolare, la“Domenica del Corriere”, con le illustrazioni oleografiche degli atti di eroismo di Achille Beltrami.

Nel 2° capitolo Del Boca, racconta il momento dell'addio, dei tanti giovani contadini, che quasi certamente andavano incontro alla morte, ecco perché le donne protestavano. E' naturale che la partenza per il fronte assumeva i lineamenti di una disgrazia irrimediabile. Anche se l'iconografia ufficiale, ha voluto rappresentare “le tradotte dei treni che lasciavano le stazioni inseguite dallo sventolare delle bandiere, dalle musiche di marce militari, dai sorrisi inorgogliti dei parenti e dai fiori lanciati sulle carrozze”. Peraltro secondo Del Boca tutte scene organizzata ad arte. Certamente chi andava in prima linea non era per niente allegro, spesso si abbandonava al pessimismo e alla tristezza. Non solo gli italiani, ma anche chi stava dall'altra parte. Sicuramente,“Per la gente del popolo, la guerra rappresentava uno spreco di risorse, di tempo e di energia”. Del Boca incalza, sul tema: “il semplicismo degli ignoranti non ammetteva disquisizioni e teorie. La patria era una concezione estranea. Trento e Trieste creazioni mitiche che non riuscivano a commuoverli”, e l'Austria, non era la terra dei tiranni, ma dove si parlava l'austriaco.

Una cosa è certa:“La macchina della guerra avrebbe ingoiato centinaia di soldati, ammonticchiandoli uno sull'altro senza distinzioni di schieramenti, età, gerarchie e convinzioni. Italiani sopra austriaci e poi sopra ancora ungheresi, dalmati, altri italiani, croati, ancora italiani”. Poi c'erano le trincee, che secondo il giornalista britannico, Robert Kee, “furono i campi di concentramento della Prima guerra mondiale”. Anche se per qualcuno poteva essere una tesi “antistorica”, il giornalista non ritrattò mai la sua tesi. “Quelle lunghe file di giovani infagottati, in divise sempre più sgualcite, gravati da fardelli che pesavano sulle spalle, con un numero al collo e avviati verso lo sterminio che li attendeva oltre i reticolati cosa rappresentavano se non un'anticipazione di Auschwitz o di Buchenwald?” Emanuele Di Stefano, un ufficiale di Ragusa, descrive il luogo:“un caos di tavole, pali e lamiere sosteneva la copertura che era di terra. Si respirava un'aria metifica. Da una feritoia filtrava una luce fioca”,. “Non immaginerai mai in che cosa consista la guardia in trincea, - scrive in una lettera a un amico Costanzo Premuti - la vigilanza allo scoperto, l'agguato teso per lunghe ore, con i piedi nel fango e i gomiti appoggiati a una sporgenza di neve”. Del Boca prova a dare alcuni riferimenti statistici sui morti che l'Italia ha dovuto subire, ufficialmente 677 mila,“ma mancano i morti in prigionia, che furono almeno 100.000, quelli ricoverati negli ospedali psichiatrici, frettolosamente indicati come 'scemi di guerra'”. Ma poi quanto poteva campare un ferito di guerra, un mutilato? Secondo Del Boca,“la maggior parte dei feriti non sopravvisse oltre il terzo anno di convalescenza”. Pertanto secondo il giornalista, è“meglio dire che la guerra mondiale costò all'Italia un milione e mezzo di vittime.

Nel 4° capitolo l'autore rileva la somiglianza tra la conquista del Sud di cinquant'anni prima e la conquista delle cosiddette terre “irredenti” delle regioni dell'Italia orientale:“Gli 'irredenti': terra di conquista come i 'terroni' cinquant'anni prima”. E' stata la propaganda che ha esaltato la prima guerra mondiale come un “sacro conflitto”, destinato a “liberare” le regioni dell'Italia orientale che erano rimaste sotto “il tallone dello straniero” e “anelavano” la riunificazione alla madrepatria. In realtà, “i soldati che il 24 maggio 1915 attraversarono il confine incontrarono una popolazione indifferente, se non proprio ostile”. Il generale Giovanni Comisso si lamentava con la popolazione:“Così ci trattate che siamo venuti a liberarvi? Ci voltavano le spalle...”. Certo c'erano i filo-italiani, in particolare nella borghesia, ma il resto della popolazione, la maggioranza era indifferente, spesso ostile. “Non c'era niente o nessuno da 'liberare'. Quella era una guerra di conquista, destinata a sottomettere le popolazioni friulane e sud-tirolesi che sarebbero state benissimo dov'erano e autonomamente non avrebbero chiesto di cambiare regime”. E se a parole si predicava “il diritto delle genti”, nei fatti ci si prodigava con la forza e la brutalità a sottometterli. Del resto come hanno fatto con “i genitori e i nonni dei 'terroni', giusto una cinquantina d'anni prima, avevano subito la medesima sorte: erano stati invasi. I figli e i nipoti – per obbedienza agli ordini – si trovarono in prima linea per occupare province che, di per sé, non ne avrebbero voluto sapere di un nuovo governo”. Il Sud è stato conquistato con la violenza e la crudeltà, la stessa cosa per Del Boca avvenne nel Nord-Est, anche se “l'invasione risultò meno appariscente”. Il libro riporta episodi gravissimi di fucilazioni di massa come quello sui cittadini di Villese, ad opera dei soldati in grigio-verde e poi i bottini di guerra come quelli nei villaggi sloveni della Bainsizza.

Naturalmente Del Boca ha letto diversi libri-testimonianza, diverse memorie, dove si raccolgono le “voci” della grande guerra. Interessante la bella testimonianza di Giuseppe Filippetta, che riporta le parole di Maria, una donna italiana che preferisce rimanere sotto gli austriaci da italiana, perché sa che l'Austria li tratta bene economicamente. A proposito delle testimonianze, possiedo 3 grossi volumi, su “I Vescovi Veneti e la Santa Sede nella guerra 1915-1918”, edizioni di Storia e Letteratura (Roma, 1991). Ne ho letto alcune pagine, si tratta di lettere scritte dai vescovi veneti, che hanno visto in prima persona, per 41 mesi una delle più terribili guerre della storia. Naturalmente le lettere hanno una notevole rilevanza storica, perché da nessuna altra fonte sinora conosciuta come quella che qui viene riprodotta si ha modo di comprendere che cosa abbia significato quella guerra per le popolazioni del Veneto. Proverò a presentarli quanto prima, naturalmente quando avrò una maggiore conoscenza dell'intera opera curata da Antonio Scottà.

Anche ne “Il Sangue dei Terroni”, Del Boca fa riferimento alla vergognosa faccenda delle fucilazioni facili, ai cosiddetti “plotoni d'esecuzione” per i nostri soldati che non volevano combattere o che cercavano di sfuggire a morte sicura. Cadorna aveva raccomandato che nel suo esercito doveva regnare sovrana una ferrea disciplina”. Pertanto pretendeva “ordine perfetto e obbedienza assoluta”. Tutto questo bisogna ottenerlo anche a bastonate. “Il generalissimo esigeva giustizia sommaria, implacabile e sfrenata. Torto, ragione, ricerca di verità e, soprattutto, certezza nel diritto furono considerati elementi irrilevanti”. Del Boca cita ancora l'unico libro-documento scritto dal titolo: “Plotone d'esecuzione”, edito da Laterza (2014) firmato dal docente universitario di Storia Moderna Alberto Monticone e dal giornalista Enzo Forcella. Nonostante la bibliografia sulla Prima guerra mondiale abbia prodotto oltre 40.000 titoli, questo tema è stato completamente ignorato dai vari storici.“I tribunali militari furono travolti da una fiumana di pratiche. Durante la Prima guerra mondiale, furono istruiti 40.000 processi per reati commessi da soldati. Alla fine del conflitto, 50.000 risultarono ancora pendenti […] Furono pronunciate 4.000 condanne a morte, 15.345 ergastoli[...]”. Praticamente secondo del Boca, l'esercito italiano ha il record assoluto della repressione, accanto alla procedura “ordinaria”, fece largamente ricorso alle esecuzioni “sommarie”.

“Con ottusa ferocia, i vertici militari e politici addossarono ai soldati la responsabilità dei rovesci e delle mancate vittorie sul campo di battaglia. I poveri fantaccini che tornavano alla trincea perdendo sangue, con la testa rotta e le braccia stroncate, dovevano per giunta essere puniti per non aver sconfitto gli avversari”. Ancora peggio erano considerati quelli che cadevano nelle mani dei nemici. Infatti il ministro degli esteri Sidney Sonnino si rifiutò di ratificare uno scambio di prigionieri fra Italia e Austria. Eppure si trattava di soccorrere 250.000 uomini, molti malati. I nostri governanti si giustificarono che accettando lo scambio favoriva la diserzione generale dei nostri soldati, che non avevano voglia di combattere.

Molti soldati morirono nei campi di concentramento, almeno 100.000 e probabilmente potevano essere salvati. Peraltro questi prigionieri dai vertici militari erano malvisti, considerati dei traditori. “Sembrava persino che quei disgraziati dovessero pagare una pena aggiuntiva per essere rimasti vivi, in quel macello di dolore”.

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