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Sabato, 19 Agosto 2017

Quando l'ideologia diventa assassina

Lo scrittore inglese Robert Conquest, ha definito il secolo scorso, peraltro dando il titolo ad un suo celebre libro: “Il Novecento, il secolo delle idee assassine”, riferendosi in particolare al comunismo e al nazifascismo. Non ci poteva essere un titolo più appropriato. Leggendo il libro del suo connazionale, Jasper Becker, “La Rivoluzione della fame. Cina 1958-1962: la carestia segreta”, è evidente che i comunisti cinesi, guidati da Mao tze Tung, mettendo in pratica le loro scellerate idee, sono stati degli assassini. Becker nei diciassette capitoli del libro descrive i quattro anni di carestia voluta dai dirigenti maoisti. Si tratta di un atto deliberato di barbarie, che va posto sullo stesso piano dei massacri perpetrati da Hitler e da Stalin. Peraltro è un aspetto della Storia cinese, che ancora non è stato spiegato soprattutto al popolo cinese.

Nel testo quello che colpisce maggiormente è la fame e il cannibalismo, conseguenze nefaste dell'ideologia rossa. Secondo Harry Wu, nei campi di detenzione, che dovevano rieducare attraverso il lavoro i cinesi di “destra”, c'erano tra i trenta e i quaranta milioni di cinesi. I prigionieri politici scontavano condanne più lunghe, erano picchiati più spesso e ricevevano razioni di cibo inferiori rispetto agli altri, soprattutto se non raggiungevano gli obiettivi di lavoro fissati. Il tasso di mortalità in questi campi era incredibilmente elevato. In certi campi sopravviveva uno su dieci. Harry Wu è stato uno dei pochi ad uscirne. Nella sua autobiografia, intitolata, “Venti amari”, ricorda che“quasi ogni giorno c'erano corpi che entravano, vivi, e corpi uscivano morti”, c'erano stanze pieni di cadaveri fino al soffitto.

Becker descrive lo stato di disumanizzazione presente in ogni momento, spesso tra i prigionieri si annidava il sospetto e l'invidia. Individui ad un passo della morte, con quelle poche energie rimaste, si trascinavano fino alla porta delle cucina e rimanevano acquattati in attesa del momento in cui arrivava il cibo. “Erano tutti pronti a rubare”, ricorda Han Weitan, e ogni giorno nei tafferugli morivano da tre a cinque persone. Non c'era bisogno fare violenza, per cadere l'avversario bastava uno spintone e farlo morire.

Nell'undicesimo capitolo Becker, fa una dettagliata anatomia della fame. Il corpo a causa della fame si gonfiava e non tornava più come prima. Addirittura la gente che si conoscevano si tastavano l'un l'altro le gambe per verificare quanto si erano gonfiate. “Dal momento che, ufficialmente, in Cina non esisteva la carestia [...] i medici avevano il divieto di spiegare ai pazienti che stavano morendo fame”. I medici dovevano parlare di malattie immaginarie, ed era proibito certificare un decesso per inedia, non si poteva fare neanche nei campi di prigionia. L'edema, venne semplicemente chiamata “malattia numero due”.

Nelle campagne la gente mangiava anche la paglia dei tetti delle capanne, il cotone dei cappotti o dei materassi, le foglie o i fiori degli alberi, o le piume dei polli e delle anatre. I prigionieri raccontavano di aver masticato scarpe e stivali, cinture, cappotti e qualsiasi oggetto in cuoio”. Il succedaneo più dannoso, era un misto di terra ed erbe, chiamato la “terra di Buddha”. Cibandosi di questo intruglio, si moriva per “occlusione intestinale, rendendo impossibile la digestione o l'evacuazione”. Molti nella disperata ricerca di cibo morivano per aver mangiato bacche, foglie o funghi velenosi. Comunque sia bisognava negare a tutti i costi che esisteva la carestia.

Un'altra caratteristica di questo funesto periodo è stato il cannibalismo, che peraltro secondo Becker era esistito da sempre in Cina. Ci sono prove ben documentate anche ufficiali del Pcc che in tutti i villaggi e contee ci sono stati episodi di cannibalismo. “Non solo i contadini mangiavano la carne dei cadaveri, ma la vendevano, e uccidevano e mangiavano i bambini, tanto i propri che quelli degli altri”.

Becker ricorda che anche in Occidente, il cannibalismo, era un atto tutt'altro che sconosciuto, ci sono casi nei campi di concentramento nazisti e in Ucraina durante l'Holodomor.

Per quanto riguarda la Cina, scrive Beker,“la letteratura cinese abbonda di racconti di cannibalismo praticato per puro piacere”. Era diffuso in tempo di guerra, anche come vendetta. Becker racconta che durante la rivoluzione culturale, nella Cina meridionale, nelle scuole, gli studenti, uccidevano il preside nel cortile della scuola e poi ne cucinavano e mangiavano il corpo per festeggiare il trionfo sui “controrivoluzionari”.

Il testo del giornalista inglese dà conto della profonda differenza della vita della città e della campagna in Cina. Paradossalmente il regime comunista introducendo il passaporto per spostarsi, aveva ridotto buona parte della popolazione cinese a livello di cittadini stranieri nella propria terra.

Nelle città le razioni non erano uguali per tutti. La società urbana era nettamente stratificata e alle persone di condizione elevata erano riservate le razioni abbondanti. Come ai tempi dell'imperatore, a un membro dell'amministrazione statale veniva attribuito un punteggio su una scala da uno a ventiquattro in base al grado di lealtà politica[...] le donne ricevevano in ogni caso razioni inferiori agli uomini”. Altro che uguaglianza, tutto era differenziato. Naturalmente il gruppo sociale più tutelato erano i membri del Pcc. Come in Unione Sovietica, potevano acquistare nei negozi clandestini merci e generi alimentari scarsamente disponibili. Spesso i funzionari più alti vivevano in zone speciali delle città, dotate di mense e negozi separati.

La ricerca del cibo per i poveri cittadini cinesi era fondamentale ci si derubava a vicenda anche nelle stesse famiglie, capitava che i mariti rubassero i buoni pasto delle mogli e viceversa. Per il cibo la gente vendeva di tutto, lo Stato acquistava questi beni che poi peraltro rispuntavano nei negozi di antiquariato di Hong Kong.

In quasi tutte le città la gente staccava la corteccia degli alberi e strappava le foglie, tanto che la polizia era costretta a proteggere gli alberi. Dalle strade delle città scomparvero cani e gatti, la gente ormai andava a caccia di topi, passerotti e scarafaggi. In quasi tutte le città la popolazione era affetta da edema. Naturalmente anche i trasporti subirono una battuta d'arresto. Pertanto al calar del sole le strade delle città erano vuote; dominava un'opprimente e spettrale silenzio.

Nell'ultima parte del libro: “La grande menzogna”, Becker descrive la lotta di potere tra Mao e alcuni esponenti del partito comunista, in particolare con Liu Shaoqi, con Zhou Enlai, Lin Biao, Hua Guofeng. Il loro problema era dire o non dire la verità a Mao, potevano fare la fine dell'eretico Peng Dehuai. Alla fine per risollevarsi si decise di far arrivare il frumento dal Canada e dall'Australia. Mao ha fallito, non ha costruito nulla di nuovo, il grande balzo in avanti si è rivelato un fallimento dalle conseguenze catastrofiche. Alla sua morte, i successori non hanno fatto altro che abbandonare il sistema maoista che era fallito, anche se il cambiamento è stato chiamato riforma. In pratica le riforme di Deng, consistettero “essenzialmente nel riportare i contadini alla condizione preesistente alla rivoluzione comunista, una condizione che perdurava da secoli”.

Quanti cinesi morirono in questi anni? E' la domanda che viene posta nell'ultimo capitolo. Si parte da 30 milioni, fino ad arrivare anche a 80 milioni.

Nel libro il giornalista inglese chiama in causa anche l'Occidente che non ha visto o non ha voluto vedere la barbarie che si stava attuando contro il popolo cinese ad opera del Partito comunista. Becker fa alcuni nomi di giornalisti, di politici occidentali che hanno visitato la Cina in quegli anni. Molti furono contagiati dal furore ideologico della Cina maoista, ricordiamo il mondo accademico, gli studenti universitari, ma anche i governanti africani che tentarono di copiare le teorie agricole di Mao e Stalin.

E' stato un “contagio psichico”, quando ogni comportamento razionale viene meno. “Il potere assoluto conquistato da Mao generò nell'intera collettività la fuga in un mondo illusorio. L'unica cosa che stesse a cuore ai milioni di membri del Pcc era assecondare le fantasie del Grande timoniere”. Secondo Becker, “molti sapevano di mentire e che in realtà il Paese era ridotto alla fame. Lo stesso Mao, al vertice di questa piramide di menzogne, era tutt'altro che inconsapevole. Come racconta al suo medico, Li Zhisui 'Mao sapeva che milioni di contadini stavano morendo. Non gliene importava nulla'”.

Quella di Mao e dei dirigenti comunisti cinesi fu“una crudeltà folle e deliberata che ha pochi eguali nella storia. Dopotutto questi contadini non erano schiavi dominati da una potenza straniera, ma i presunti beneficiari della rivoluzione”. Mao voleva modernizzare la Cina, ma invece la riportò indietro di duemila anni prima dal primo imperatore Qinshihuangdi, il più grande tiranno della storia cinese.

 

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